nella basilica pagana di Saqqâ e poi nella chiesa di Tafbâ e in quella di Nimreh. Gli archi poterono raggiungere persino una ampiezza di 10 metri. Con tale procedimento si costruirono le chiese più antiche del Ḥaurân: le arcate laterali più strette della centrale e quindi più basse, permisero la posa di una serie di lastre e la costruzione di un'altra arcata superiore sino a raggiungere l'al-

(bl. Alinari)
Siria - Base di candelier siriaco del sec. xiv cesellato e damaschinato - Firenze, Museo nazionale, collez. Carrand.
tezza dell'arcata centrale, costituendo una chiesa a matronei. Le arcate poggiavano su pilastri quadrati o rettangolari : per influsso della S. settentrionale si introdussero poi le colonne (chiesa di Claudiano ad Umm el-Gimâl). Qualche volta la navata centrale fu coperta con un tetto in legname a due spioventi, come alla chiesa di Umm alQutṭ̂n. Per il santuario si osserva che molte chiese del Haurân hanno un'abside sporgente semicircolare; ma generalmente il santuario è a triplo locale, un'abside rettangolare o semicircolare fra due camere quadrate o rettangolari, secondo il tipo comune alla S. settentrionale. Questa ultima struttura si applica anche a chiese ad una navata (chiesa di Masecho ad Umm el-Gimâl). La facciata della chiesa è molte volte provvista di un porticato su colonne architravate (rari gli archi, come ad Umm al-Qutṭ̂n): alcune volte (Lubbén anno 417; Suwêdâ, alKâria, chiesa avest di Umm al-Gimâl) si ha un ingresso del tipo hilann, cioè uno spazio centrale aperto all'esterno con una grande arcata, corrispondente alla navata centrale, fiancheggiato da due locali quadrati chiusi all'esterno ma aperti verso le navatelle e sormontati da torri. Chiese del tipo della sala larga, cioè con il solo ingresso laterale, su uno dei lati lunghi delle navate, si vedono a Sammch, Wakm e Deyr al-Guwâmi. L'eccezionale edificio di Qanawat con la nave centrale circondata su quattro lati da colonnati, preceduta da un atrio a colonne e da un porticato frontale, è probabilmente un edificio pagano utilizzato come chiesa malgrado la sua orientazione a sud. La decorazione scultoria nel Haurân è scarsa e di nessun valore artistico.
L'arte e in particolar modo l'architettura della S. interna settentrionale è assai ben conosciuta dato il grande numero di monumenti pubblicati e la loro generalmente buona conservazione fuori terra: gli scavi, fino ad ora scarsi, potranno portare nuove luci, ma prevalentemente sulle questioni liturgiche più che sulle artistiche. Il programma dell'edificio del culto è relativamente uniforme in tutto il territorio e si presenta formato in tutte le sue parti essenziali già nei monumenti che datano dall'inizio dell'epoca cristiana, il che fa pensare che è
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stato importato e non localmente elaborato. Lasciando da parte le piccole e poco significative chiese o cappelle ad una navata, generalmente si hanno basiliche a tre navate divise da due file di colonne che reggono arcate o, raramente, architravi. L'arcata su colonne, artisticamente realizzata per la prima volta al Palazzo diociesianes di Spalato, deve provenire da Antiochia. Il $\pi \varepsilon \varepsilon \sigma \beta \alpha \tau \varepsilon \rho i \sigma \circ$ della chiesa è composto da un'abside semicircolare o rettangolare corrispondente alla navata centrale, fiancheggiata da due camere quasi quadrate: questa struttura deriva da prototipi pagani, come il Tychaion di is-Sanamèn, quello di Musmieh e in generale i templi nabatei (Slêm, Qanawât, ecc.). Le due camere fiancheggianti l'abside centrale si differenziano per il fatto che una (generalmente quella a nord) è accessibile dalla navatella solo per mezzo di una porta e funziona da diaconicos; l'altra (generalmente quella di sud) è molto volte aperta largamente verso la navatella per mezzo di una arcata e funziona da cappella per il culto dei martiri, come ha dimostrato il Lassus. Questo uso si è diffuso alla metà del v sec. L'abside semicircolare sporgente che mostra la sua curva anche all'esterno è generalmente riservata alle piccole cappelle; rarissima nelle grandi chiese. La chiesa di Qal'at Sim'ân ha eccezionalmente tre absidi semicircolari sporgenti. Molte volte il tracciato delle arcate, o in planimetria delle absidi, è a semicircolo oltrepassato (ferro di cavallo) : al convento di S. Simeone alcune arcate sono a tracciato leggermente ovoids. Tutto ciò per importazione della Mesopotamia. Volte o cupole non se ne trovano se non al catino delle absidi o in monumenti non religiosi (bagni, sepulcri): la S. interna non porta alcun contributo a quello che sarà il problema capitale dell'architettura medievale, cioè quello di coprire le navate con volte portate da arcate. Generalmente la facciata occidentale della chiesa è un semplice muro ove si può aprire la porta di ingresso: ma in alcuni edifici più elaborati (Terminîn, Qalb Lauzeh, ecc.) tale fronte è formata da due camere laterali corrispondenti alle navatelle ed aperte solo verso queste (salvo alla cattedrale di Kerrâtin dal 304-305 ed alla chiesa degli Apostoli di l'gâz datato fra il 383 ed il 395 dove sono aperte anche all'esterno e costituenti quasi un esonarflex), sormontate da due torri, racchiudenti nel mezzo un ingresso largamente aperto verso l'esterno per mezzo di un'arcata: è il tipo detto a bilonu proveniente dall'Anatolia dove ben presto fu adottato nelle chiese e che già la S. conosceva nei templi di epoca ellenistica. La chiesa di Ruwêhâ e il braccio basilicale verso sud della chiesa di S. Simeone, sono precedute da un vero portico. Un nartece interno ed un atrio antistante alla chiesa non sono finora attestati nella S. interna settentrionale, salvo nella già citata chiesa di l'gâz e nella cattedrale di al-Anderin dove si accenna la struttura di un esonarflex: si dice però che il Calenko abbia scoperto monumenti di tale tipo, come altri provvisti di matronci, ma essendo ancora completamente inediti (1950) non si possano prendere in considerazione: dimostrerebbero ad ogni modo un apporto di forme antiochene. Qualche volta si trovano anche torri sull'una o sull'altra od anche su entrambe le camere che fiancheggiano l'abside. I più antichi monumenti che abbiano torri sulle due camere fiancheggianti l'abside sono del v sec. Forse le due cattedrali di Kerrâtin (datata all'a. 304-505) e quella di al-Anderin (vi sec.) avevano quattro torri, due in facciata e due sulle camere laterali all'abside: un tipo che sarà poi ripreso dall'architettura del medioevo occidentale. Dal v sec. si osserva nella S. interna una tendenza ad aumentare l'intercolumnio fra le colonne delle navate: e per dare a queste arcate divenute sempre più ampie un miglior appoggio, a sostituire pilastri delle colonne, e diminuire l'altezza dei pilastri per non rendere eccessiva l'altezza delle navatelle. Il termine dell'evoluzione sembra essere rappresentato dalle chiesa di Qalb Lauzeh, uno dei più bei monumenti della S. interna.
La posizione delle porte di accesso è assai significativa. Un grandissimo numero di chiese hanno la grande porta d'accesso nel mezzo della facciata occidentale, quindi sull'asse della navata centrale, e solo porticine tutto affatto secondarie sugli altri lati : è il tipo normale della
basilica ellenistica. Ma altre chiese hanno invece due grandi porte sul fianco sud e nessuna sulla facciata o quella che si considera come tale. E questa la concezione antichissima del tempio a sala larga caratteristica dell'Oriente sin dalle prime epoche della sua civiltà. Un tardo testo liturgico attribuito al vescovo Giorgio di Arbela indica che di queste due porte quella verso oriente, che è generalmente la più grande e la meglio decorata, serviva all'ingresso degli uomini: l'altra era per le donne. La chiesa era divisa in due parti : l'anteriore più verso l'abside era occupata dagli uomini, la retrostante dalle donne. Nelle basiliche a struttura ellenistica, cioè a porta mediana e unica sulla facciata occidentale, la divisione dei sessi avveniva probabilmente in altro modo, essendo attribuita agli uomini la navatella a sud, alle donne quella a nord. La navata centrale era nella quasi totalità riservata ai sacerdoti. Nel mezzo di tale navata esiste in moltissimi casi una piattaforma soprassivata di uno o due scalini sul pavimento della chiesa, di forma rettangolare e terminata verso occidente a semicircolo. Lungo la periferia correva un banco per i sacerdoti interrotto molte volte nel mezzo da un soggio più importante (cattedra vescovile?) : nel mezzo della piattaforma era un leggio che poteva essere protetto da un ciborio. Tutta questa struttura funziona da coro, mancando di regola nelle chiese siriache il synthonon, cioè la serie di banchi per il coro disposti a semicerchio lungo la curva dell'abside: essa si trova tanto nelle chiese nestoriane quanto nelle giacobite, e non solo in S., ma anche nella Mesopotamia sâsânide (al-Hirah) quanto nella bizantina (Ruşêfah-Sergiopolis) che presenta l'esempio più grandioso. Curioso notare che tale è la posizione del coro nelle ben più tarde chiese medievali d'Occidente nella Spagna e nell'Inghilterra. Le porte delle chiese siriane sono protette da proúri a frontone triangolare e tetto a doppio pendente, portato da colonne, altro motivo passato nell'architettura romanica d'Occidente. Molte volte però tutta la fronte sud della chiesa è protetta da un porticato su colonne quando gli ingressi sono su quel lato. Qualche edificio presenta una struttura più complessa ed evidentemente studiata nel suo rapporto di masse : così Deyr es-Soleib (fra Hama e Masyaf) dove una basilica a tre navate con una sola abside libera ha le due sagrestie non in proseguimento delle navatelle ma sporgenti sul fianco esterno di queste. La fronte è costituita da un ingresso a portico centrale fra due camere (basi di torri) continuate da due altri locali sporgenti (di cui uno è battistero). Fra questi e le due sagrestie corrono due porticati che rivestono i fianchi della chiesa. Tale planimetria sarà ripresa dagli architetti armeni (Ereruk, Odzun, e forse Tekor). Il tutto è preceduto da un atrio a porticati di origine ellenistica.
Le chiese della S. interna settentrionale portano, generalmente sugli architravi, iscrizioni che moltissime volte fanno conoscere il titolo dell'edificio, la data della costruzione o dei successivi lavori ed anche il nome dell'architetto. Questo è raramente designato con il titolo di 'apyzit̂̀ $\tau \tau \omega$, più sovente di $\pi \chi \nu i \tau \chi \varsigma$ o di olxoס̌ó $\mu \varsigma$. Una volta forse egli è un prete (Markianos Kyris a Babisqs), una volta è certamente un diacono (Petros figlio di Antoninos a Fidre).
La decorazione scultorea è ricca e variata ma concentrata quasi esclusivamente nei capitelli e negli architravi. I capitelli procedono da tipi antichi del corinzio classico a due file di foglie di acanto con tendenza a procedere verso forme secche e dure. Le varianti sono numerosissime. Qualche capitello ha anche figure : cosi al convento di S. Simeone il giovane. Una caratteristica delle costruzioni siriache è il quasi sistematico uso di cornici o modanature che girano tutto attorno alle aperture, stipiti ed archivolti, e continuano ininterrotte anche se le aperture sono numerose, cominciando e terminando a volute. La scultura a figure è scarsa e priva di ogni valore d'arte: verso la regione orientale si trovano sugli architravi delle porte figure della Vergine, di Angeli volanti e di santi stiliti. Tutta questa decorazione di regola è solamente sui paramenti esterni degli edifici : solo a Qalb Lauzeh si hanno modanature agli archivolti ed alle aperture anche all'interno della chiesa. Questo
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Stricio, papa, santo - Medaglione della serie antica dei papi nella basilica di S. Paolo fuori le Mura (sec. v) - Roma.
doveva essere decorato con pitture parietali di cui però non sono pervenute se non miserabili tracce: solo a Palmyra nel tempio di Bèl trasformato in chiesa rimangono alcune pitture a figure di santi. Non molto diffusi i rivestimenti con lastre di marmi, riservate ai più sontuosi edifici: se ne hanno esempi a Qaib Lauzeb e nel convento di S. Simeone. Rari i mussici pavimentali, ma solo scavi accurati potranno aumentare la documentazione in proposito: ad ogni modo quanto si conosce è ben lontano dalla bellezza degli esempi della zona costiera, della Palestina e della Transgiordania.
Lo svolgimento dell'arte siriana è stato dapprima arrestato verso la metà del vi sec. dall'invasione sāsānide che rovinò tutto il territorio e poi nella prima metà del vir dalla conquista musulmana, quando cioè costruzioni come Qaib Lauzeb, Termānin, S. Simeone, studiate da architetti geniali come vere espressioni artistiche e non come costruzioni atte al semplice soddisfacimento di necessità liturgiche, promettevano il più radioso avvenire.
Bibl., una buona bibl. dell'arte cristiana della S. si trova in J. Lassus, Sanctuaires chrétiens de Syrie, Parigi 1944: aggiungere per la diffusione di tipi architettonici siriani nell'Italia settentrionale; U. Monneret de Villard, Antiochia e Milano nel VI sec., in Orient. christ. period., 12 (1946), pp. 374-80.
Ugo Monneret de Villard
X. Ordinamento scolastico. - In S. l'istruzione pubblica è ben diffusa e tende ad allargarsi sempre di più con la sua lotta contro l'analfabetismo. Essa comprende l'insegnamento elementare o primario, l'insegnamento secondario o liceo e l'insegnamento superiore, corrispondente alle nostre università. I programmi e i metodi, posto il lungo periodo di mandato esercitatovi dalla Francia, sono in gran parte, e per ogni ordine e grado di scuola, quelli francesi.
La scuola primaria comprende 5 classi e prepara al cosiddetto "certificato di studi siriano", che non è però obbligatorio per proseguire nei corsi superiori, bastando per questo un certificato di idoneità. La religione vi è materia obbligatoria.
L'insegnamento secondario abbraccia un periodo di 6 anni, seguiti da un corso complementare di 1 anno per chi vuole accedere all'università, e viene impartito in 5 licei maschili: Damasco, Aleppo, Homs, Hama e Dejl ex-Zor, e 2 licei femminili: Damasco e Aleppo. Esso prepara a due gradi di baccellierato: a quello di primo grado al termine di 6 anni; a quello di secondo grado al termine del corso complementare. Ai Licei di Damasco e di Aleppo è annessa anche una scuola normale di 3 anni, a cui s'accede dalle elementari e che pre-
para ad una specie di "brevetto elementare siriano", da ottenersi, però, dando l'esame dinanzi ad una commissione nominata dal Ministero della pubblica istruzione. L'istruzione professionale acquista un suo particolare rilievo nella scuola agraria, imposta dalla stessa natura del paese eminentemente agricolo e si svolge per tre gradi: il primo riguarda i contadini, ai quali oltre alle nozioni di storia, calcolo, ecc. si insegnano anche praticamente i metodi razionali per la coltivazione della terra; il secondo forma i futuri tecnici delle stazioni agricole e meccaniche; il terzo o superiore riguarda i futuri dirigenti delle attività agricole.
Per l'insegnamento superiore si ha l'Università di Damasco, fondata nel 1920, con la ripresa della Scuola di medicina già istituita dal governo turco, ma innalzata al grado di facoltà; alla medicina, compresa anche una scuola di odontoistria e di ostetricia, si venne ad aggiungere la Facoltà di giurisprudenza. Accanto alla Università di Damasco occorre annoverare anche la Scuola superiore di arabo, istituita dal governo francese per incoraggiare e perfezionare lo studio della lingua araba e assicurarne la conservazione; l'Istituto di giornalismo e l'Istituto artistico, tutti e due a Damasco, che conferiscono diplomi rispettivamente per la carriera giornalistica e di musica.
Grandi vantaggi alla istruzione apportano i numerosi istituti privati, collegi e licei, istituti retti da religiosi e religiose; e soprattutto la Università di S. Giuseppe di Beirut (v.) con il suo collegio, creata nel 1883 e diretta dai Gesuiti, che comprende le Facoltà di medicina e farmacia, giurisprudenza, ingegneria, teologia e filosofia. Da ricordare anche il Collegio islamico-sciaristico creato dall'ex-re di Egitto, Färōk, nel 1940 per preparare gli "uomini di religione", cioè magistrati dei tribunali sciarattici, predicatori, insegnanti di religione nelle scuole musulmane, ecc., e dare accesso agli istituti superiori religiosi dell'Egitto, specialmente alla Università di elAzhar. - Vedi tav. XLVII.
Bibl.: G. Assis, Le scuole private [in S.], in Bollett. di legislar. scolast. comparata. 2 (1942), pp. 112-15; W. Tawam, L'istruc. pubbl., ibid., pp. 289-33; id., L'insegnam. secondario (Decreti e norme), ibid., pp. 304-10.
Celestino Testore
SIRICIO, PAPA, santo. - Di origine romana, figlio di Tiburzio, fu lettore e diacono sotto il papa Liberio e poi sotto Damaso al quale successe nel pontificato alla fine del 384 ( 15,022 o 29 dic.). La sua elezione fu turbata dalle mene di Ursino che aveva già suscitato uno scisma al tempo di Damaso, ma Valentiniano II si schierò dalla parte di S. ed Ursino dovette ritirarsi.
Modesto, timido, liberale, benefico ed amante della pace, come attesta l'elogio funebre posto sul suo sepolcro, il suo pontificato trascorse in una grande calma politica, della quale approfittò per estendere la sua cura pastorale a tutte le chiese, intervenendo dovunque la sua autorità fosse necessaria ed attuando praticamente quel primato che, già riconosciuto in teoria, non era stato tuttavia sempre rispettato nei secoli antecedenti. S. è il primo Papa che legifera da solo, senza consultare alcuno, su tutta la Chiesa, e ordina che le sue decisioni siano fedelmente osservate; egli è considerato il primo autore di decretali che hanno la stessa autorità delle decisioni e dei canoni conciliari.
Il primo di questi atti fu la lettera che scrisse nel febbr. 385 ad Imerio vescovo di Tarragona, rispondendo ai quesiti che quel vescovo aveva indirizzato al papa Damaso. In essa S. chiaramente ed esplicitamente afferma il primato e l'autorità del Papa su tutta la Chiesa, stabilendo che le sue ordinazioni sul Battesimo degli ariani convertiti, sul tempo di conferire il Battesimo, sul graduale conferimento degli Ordini sacri, sulla continenza dei presbiteri e dei diaconi, sugli eligendi all'episcopato, ecc., abbiano valore universale sotto pena di scomunica, e quindi incarica Imerio di farli conoscere a tutti i vescovi affinché non si abbia ad addure la scusa dell'ignoranza. Durante il suo pontificato poi tenne diversi sinodi tra i quali sono importanti quello del 386 nel quale stabili,
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oltre a ribadire antichi decreti, che nessun vescovo poteva esser consacrato senza la previa approvazione della Sede Apostolica, e quello del 390 in cui condannò Gioviniano insieme con altri sei presbiteri; la sentenza fu comunicata al vescovo di Milano, dove quelli si erano rifugiati sperando protezione dall'Imperatore, perché vi fosse eseguita.
La sua attività abbracciò sia le chiese d'Occidente come quelle d'Oriente. Quivi si adoperò per pacificare la Chiesa di Antiochia, lacerata da divisioni fin dal tempo della controversia ariana. Più ancora però in Occidente, dove intervenne sia per estinguere lo scisma priscillianista della Spagna, come quello feliciano delle Gallie. Non meno attiva fu la sua sollecitudine per le Chiese dell'Illirico dove nominò il vescovo Anicio di Tessalonica suo vicario con il diritto di consacrare i vescovi della regione. Sotto il suo pontificato fu rinnovata la basilica di S. Paolo (v.), a cinque navate, mutandone l'orientamento; furono erette quelle di S. Pudenziana e di S. Clemente. Il suo nome è ricordato anche per lavori presso i sepolcri dei ss. Felice e Adautto in Commodilla (v.). Morì il 26 nov. 399 e fu sepolto nella basilica di S. Silvestro, nel cimitero di Priscilla (v.), sulla Via Salaria nuova, dove lo venerarono i pellegrini del sec. viI. Il suo nome si trova nel Martirologio geroniosiano; in quello Romano fu inserito nel 1748 da Benedetto XIV, il quale scrisse anche una dissertazione per dimostrarne la santità.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. 216 sg.; Tilllement, X, pp. 337-67; Benedetto XIV, De notu Martyr. rom. edit., in Opera omnia, XVI, Prato 1746, pp. 378-94; G. R. De Rossi, Inscriptiones christianae, II, 1, p. 102, n. 30; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico (ed. it.), I. Roma 1930, pp. 321 sg., 405 sg.; Martyr. Hierosymianum, p. 621 sg.; Martyr. Romanum, p. 547; Fliche-Martin-Flucas, III, pp. 487-93. Agostino Ansice
SIRIGO, Silelego. - Oratore bizantino e polemista antiprotestante, n. a Candia (Creta) nel 1586, m. a Galata (Costantinopoli) il 13 apr. 1664.
Iniziò gli studi a Candia sotto Melezio Blastos e li prosegui in Italia dove studiò logica a Venezia ed a Padova matematica e fisica. Ritornato in patria, fu ieromonaco del monastero di Angaratto; entrato in lite con il governatore cattolico di Candia, fuggì ad Alessandria nel 1626, e vi si trattenne fino al 1629. Passando per Rodi e Chio, arrivò a Costantinopoli l'anno seguente e fu insediato dal patriarca Cirillo Lucaris nella chiesa di Crisopege in Galata. Coinvolto nelle continue vicende del patriarcato bizantino e schieratosi contro il partito filocalvinista fu inviato in esilio nel 1645 a Jaşi, nel 1648 a Shenlek in Bitinia e nel 1649 in Cipro, finché la morte di Partenio II (1650) non gli permise di far ritorno a Costantinopoli.
L'attività letteraria di S. si svolse nel campo dell'oratoria sacra, nella composizione di uffici ed inni liturgici e nella traduzione di alcune opere. Ma il suo nome vien ricordato principalmente per la parte presa nella polemica antiprotestante. S., che al suo primo arrivo a Costantinopoli godette la fiducia del patriarca Cirillo e del calvinista Antonio Leger, compose nel 1638 la refutazione della Confessione di Lucaris: 'Op $\theta$ óð $\theta$ óos ávti $\rho \rho \gamma \eta \varsigma$ к $\alpha \tau \dot{\alpha}$ tũv $\pi \alpha \rho \alpha \lambda \alpha i ́ a v$ $\pi \alpha i$ $\dot{\varepsilon} \rho \omega \tau \eta \sigma \varepsilon \omega v$ тoũ $\dot{K} \iota \rho i \lambda \lambda \circ v$, pubblicata nel 1690 . Nel 1642 rappresentò il patriarcato di Costantinopoli nella Conferenza di Jaşi con i delegati di Kiev. In quest'occasione tradusse in greco la Confessione di fede di Pietro Moghile, e vi corresse alcune opinioni, in specie sul Purgatorio e sul momento della consacrazione, nelle quali Moghila andava d'accordo con i cattolici. La Confessione greca di S. diventò il più celebre tra i libri simbolici della Chiesa greca e venne stampata per la prima volta in Olanda, nel 1667.
Bibl.: E. Legrand, Bibliographie Hellénique, xvir sec., t. II, Parigi 1804, pp. 428-73; C. Erbiceanu, Scrierea lui Meletii Sirig contra Calvinilor p a lui Civil Lucaris, in Biserica Ortodoxd Romând, 18 (1804-95), pp. 6-27; G. Galitskis, Bıвтpagıкóv $\sigma \rho \rho \delta i \alpha-$ $\pi \mu \alpha \pi \varepsilon \rho i$ тoũ M $\alpha \lambda \alpha \tau i ́ o u$ E $\omega \rho \lambda \circ v$, in 'E $\kappa \alpha \lambda \gamma \rho \imath \tau \alpha \tau \iota \varepsilon \delta \varsigma$ $\varphi \dot{\alpha} \rho \circ \varsigma$. 24 (1925), pp. 3-132 (l'articolo fu scritto nel 1908); J. Pargoire, Meletios Syrigos. Savie et ses oeuvres in Echos d'Orient, 11 (1908); 12 (1909), v. indice; K. Drobuniotis, Mȩ̀ $\dot{\varepsilon} \tau \iota \circ \varsigma$ Zúps $\tau \circ \varsigma$, Atene 1914; O. Blehta, De Confessione orthodoxa Petri Mobiliae, Francoforte 1946, pp. 41-43, 87-102. Maurizio Gordillo
SIRLETO, GUOLIELMO. - Cardinale, n. a Guardavalle (Squillace in Calabria) da un Tommaso nel

(Int. Eiv. Cart.)
Sirlesto, GUOLIElMO - Ritratto, incisione di T. Galloo (sec. xvi), da Duodecim Cardinalium., imagines et elogia, Anversa 1598, tav. 4. Esemplare della Bibl. di arch. e storia dell'arte - Roma.
1514. Dopo un periodo di studi a Napoli, verso il 1540 lo si trova a Roma, dove conobbe anzitutto Girolamo Seripando e poi anche Marcello Cervini dei quali fu amicissimo.
Frequentò subito la Biblioteca Vaticana e dallo studio dei classici si volse a quello degli autori sacri, giovandosi della buona conoscenza della lingua greca. Durante il primo periodo del Concilio Tridentino fu da Roma, donde non si mosse, in assidua corrispondenza con il Cervini che lo consultava, mentre attendeva anche ad annotazioni critiche sul testo della Volgata ed a preparare edizioni dei Padri. Era custode della Vaticana, quando Paolo IV nel genn. 1557 lo nominò protonotario apostolico. S. Carlo Borromeo si adoperò perché Pio IV lo creasse cardinale il 12 marzo 1365 , come premio anche per la collaborazione data al card. Seripando durante la terza fase del Tridentino, e per i suoi contributi alla pubblicazione dei testi sacri, Pio V il 6 sett. 1366 gli conferì la sede di S. Marco in Calabria, e nel nov. il S. si recò a far residenza, ma fu richiamato dal Papa nel marzo 1367 e non lasciò più Roma, sebbene il 27 febbr. 1568 venisse trasferito alla sede di Squillace, sua diocesi di origine. La governò per mezzo di un vicario fino al 13 apr. 1573 quando rinunciò in favore del nipote Marcello. Il S. continuò a prestare un aiuto prezioso in tutto quello che aveva attinenza con le scienze e con l'erudizione sacra. Prestò così la collaborazione nella edizione del Catechismo del Concilio Tridentino, nella riforma del Messale e del Breviario, nella edizione della Bibbia latina e del Corpus iuris canonici, nella Congregazione dell'Iudice dei libri proibiti; stette in attiva corrispondenza con gli ecclesiastici più illustri del suo tempo e raccolse una preziosa biblioteca. Morì a Roma il 7 ott. 1585 e fu sepolto nel suo titolo di S. Lorenzo in Panisperna. La sua ricca corrispondenza sta alla Biblioteca Vaticana, insieme con i suoi manoscritti.
Bibl.: D. Taccone Gallucci, Monogr. del card. G. S., Roma 1909; P. Paschini, Note per la biogr. del card. G. S., in Arch. stor. della Calabria, 5 (1917), p. 44 sgg.; id., G. S. prima del cardinalato, in Tre ricerche sulla stor. della Chiesa nel Cinquecento, Roma 1943, p. 155 sgg.; id., Il card. G. S. in Calabria, in Rte. di stor. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 22-37.
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SIRMIO, diocesi di. - Nella Bosnia. Ha una superficie di $10.07^{8} \mathrm{kmq}$. con una popolazione di 400.000 ab. dei quali 380.978 cattolici, distribuiti in 4 arcidiocesi, 6 decanati, in parrocchie servite da 135 sacerdoti diocesani e 27 regolari; ha un seminario 9 comunità religiose maschili e 48 femminili. La sede è a Djakovo (Ann. Pont. 1952, p. 382).
S. (ora Hrvatska Mitrovica), città famosa come residenza d'imperatori e prefetti del pretorio, fu capoluogo della provincia della Pannonia II. Il cristianesimo si diffuse prestissimo in questa regione e ne fanno testimonianza molti gloriosi martiri quali i "Quattro Coronati" (v.), anonimi scalpellini di Fruska Gora, s. Polione, illustre lettore della chiesa di Cibale, e s. Ireneo, eroico vescovo di S. (m. nel 304). Tuttavia oggi si confuta l'antica tradizione, sostenuta anche da Farlati, che attribuisce alla Chiesa di S. l'origine apostolica. S. fu nel sec. iv metropoli ecclesiastica dell'Illirico occidentale e più tardi della sola Pannonia con i vescovi suffraganei di Mursa (Osiek), Cibale (Vinkovci) e Vassiane (Petrovci?). Nelle dispute cristologiche i vescovi di S., Fetino e l'arianizzante Germinio, acquistarono la triste fama di eresiarchi, mentre S. divenne nota al tempo dei concili semiariani, ivi tenutisi per le famose "formole di S. "S. fu distrutta dagli Avari nel 382 . Dopo molto tempo vi sorse una nuova città intorno al monastero orientale di S. Demetrio, dal quale prese il nome di Dmitrovica, oggi Mitrovica, mentre S. (in croato: Sriemi) rimase la denominazione di tutta la regione tra il fiume Sava e il Danubio. Adriano II tentò di ripristinare nell'869 l'arcidiocesi di S. con vasta giurisdizione nella zona del Danubio centrale, ma il lungimirante progetto della S. Sede non poté riuscire in seguito a intrighi politici. S. fu ripristinata appena nel 1229 da Gregorio IX, quale diocesi ordinaria, in limiti abbastanza ristretti. Essa ebbe per sede l'ex-monastero dei Benedettini a Banostar sul Danubio, più tardi la sede venne trasferita a Mitrovica. La diocesi soffrì molto a motivo di movimenti ereticdi (la cosiddetta eresia bosniaca prima, poi l'ussitismo e più tardi, durante la dominazione turca, il calvinismo, senza contare i passaggi allo scisma e all'islamismo, e le numerose immigrazioni). Ma con la liberazione di questa regione dai Turchi ( 1687 -1735) spariscono tutti i gruppi tranne quello degli "ortodossi".
La città di Djakovo, con vasti possedimenti in Slavonia di cui la maggior parte apparteneva allora alla diocesi di Pecuh (Pecs, Quinqueecclesiae), fu regalata dal duca Kolomano nel 1239 al vescovo di Bosnia. Ma non passò molto tempo, che il vescovo, minacciato dai patarini, si ritirò dalla Bosnia a Djakovo e vi rimase. Clemente XIV unifica nel 1773 le diocesi di Bosnia (nella vera Bosnia c'era il vicariato apostolico della Bosnia ottomana) e di S., e la nuova diocesi con sede in Djakovo conservò la duplice denominazione storica. Dipendeva da principio dall'arcidiocesi di Kalocsa e più tardi (dal 1852) da quella di Zagabria.
Tra i vescovi insigni di Djakovo vanno ricordati Giorgio Palizna, ucciso dai Turchi nella battaglia di Mohacs nel 1526, Nicola Ogramic O. F. M., assassinato da briganti ortodossi (1701), Antonio Mandio (18961915), fondatore del Seminario di Djakovo, e infine Jopia Juraj Strossmayer (1850-1905), famoso oratore al Concilio Vaticano, noto propagatore della Unione ecclesiastica, tribuno nazionale, mecenate crosto, fondatore dell'Università croata di Zagabria e costruttore della magnifica cattedrale di Djakovo in cui sono felicemente fusi gli stili romanico e bizantino.
I maggiori santuari mariani nella diocesi sono: Tekija, vicino a Hrvatski Karlovci, Aljmas presso Osiek e Ilaca. Insigni monasteri e abbazie : il monastero benedettino a Banostar sul Danubio (secc. xVI-xVII), legato pio del bano croato Bjelos, e a Mitrovica, dove al tempo di Innocenzo III avvenne lo scambio dei monaci greci; monasteri cistercensi a Petrovaradin e Osiek-Cikador (secc. xII-xV), distrutti durante l'invasione turca; i conventi francescani a Nasice (dal 1321 fino ai nostri giorni) e a Ilok (dal 1260 fino ad oggi).
Bibl.: G. Pray, Specimen hierarchiae Hungaricae, II, Posonii [Bratislava] - Cassaviae [Kosice] 1779, pp. 362-95; D. Farlati, Illyricum sacrum, VII, Venezia 1817, pp. 449-571; Codex diplomaticus regni Croatiae, Dalmatiae et Slatanniae, I-XV, Zagabria 1874-1934; J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans les provinces danubiennes de l'Empire romain, Parigi 1918; Eubel, I, pp. 453-54; II, p. 262; III, p. 320 ; IV, p. 217; V, p. 328; W. Koch, Sirmium, in LThK, IX, coll. 597-98. Stefano Draganovic
SIRMOND, Jacques. - Patrologo, n. a Riom (Puy-de-Dôme) il 12 ott. 1559, m. a Parigi il 7 ott. 1651. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1576, insegnò letteratura e retorica al Collegio di Clermont (1581-90), dove ebbe a discepolo s. Francesco di Sales; indi (1590-1608) fu segretario del generale Claudio Acquaviva; dal 1617 rettore del Collegio di Parigi; dal 1637 al 1643 confessore di Luigi XII.
Si distinse nel campo della patrologia; fu, infatti, editore di s. Fulgenzio di Ruspe (Parigi 1612), di Teodoreto di Ciro (ivi 1642), degli Opuscoli di Eusebio Pamfilo (ivi 1643), del Pecadentinatus (ivi 1643) e di altri autori ed opere. Importante il suo scritto De duobus Dionysits, Porisienti et Areopagita (ivi 1641), quello di indole polemica Historia paenitentiae publicae (ivi 1651) e la collezione Concilia autigne Galliae (3 voll., ivi 1629).
Bibl.: ed. Opera varia, 5 voll., Parigi 1616; $3^{4}$ ed., Venezia 1728; Sommervogel, VII, coll. 1237-61; Hurter, III, coll. 10731081; H. Fouquesny, Hist. de la C. d. T. en France, III-V, Parigi 1922-25; P. Galtier, s. v. in DThC, XIV, coll. 2186-94. Erik Peterson
SIROPULOS, Silvestro. - Scrittore greco, n. ca. il 1400 a Costantinopoli. Dal 1430 ricoprì diverse cariche al servizio del patriarcato bizantino. Ebbe parte nei negoziati con i legati del Concilio di Basilea e accompagnò il patriarca bizantino Giuseppe al Concilio di Firenze.
S. fu uno dei teologi "ortodossi" che polemizzò con i latini. Benché a malincuore, firmò il Decreto di Unione ( 6 luglio 1439); ma tornato a Costantinopoli nel febbr. 1440 rinunziò alle sue cariche e avversò l'Unione. In quel tempo redasse le sue memorie intorno al Concilio e copiò scritti antilatini. E incerta la data della sua morte.
L'importanza di S. è dovuta alle Memorie sul Sinodo di Firenze. Esse contengono molte notizie interessanti, altrimenti sconosciute. Alcuni autori (Diamantopulos, Frommann), le considerano esatte in tutti i loro particolari. Risulta tuttavia che esse sono una apologia di S. per spiegare ai circoli antilatini di Costantinopoli la sua sottoscrizione al Decreto di Unione. A questo scopo egli carica le tinte dell'ambiente fiorentino nel quale l'intransigenza dei Latini avrebbe tolto ogni libertà ai Greci. Un tale racconto va accettato in molti suoi particolari ma non nell'insieme, per la sua tendenziosità.
Bibl.: la eda ed. delle Memorie a cura di R. Creyditon, Vera historia unionis non verae, L'Aia 1660; A. Diamantopulos, S. S., Gerusalemme 1923 (in greco); J. Gill, The "Arta" and the Memoirs of S. as History, in Or. chr. per., 14 (1948), pp. 303-55. Giuseppe Gill
SISARA (ebr. Sîsērā), - 1. Capo militare agli ordini di Iabin, re della città cananea Asor, che aveva il suo quartiere generale ad Hārōšeth hag-gōjim (el-Hariti)jeh, a sud-ost del Carmelo), donde per 20 anni "opprimeva duramente Israele». Contro di lui esercitò la giudicatura Debora (v.), che per l'azione militare si servì di Barac. Questi si accampò sul Thabor, contando specialmente sulla presenza della profetessa tra le truppe combattenti.
S., quantunque fosse sceso in campo con un numero superiore di armati e 900 carri da guerra cananei, nello scontro decisivo avvenuto sul torrente Cison, al centro della valle dell'Esdrelon, un poco a nord dalla linea fra Thanac e Mageddo, ebbe le forze travolte dall'entusiasmo avversario e fuggì a piedi. Si diresse verso la sua sede a Hārōšeth hag-gōjim, ma prima di giungervi, a Cades di Esdrelon (Tell Abū Qudcja), spossato dalla fatica e dalla sete, cercò ricetto presso Iahel, moglie del cineo
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Haber. La donna accolse il fuggitivo, ma quando egli si fu addormentato, lo uccise, conficcandogli nel cranio un piuolo della tenda, con un colpo di martello (Indc. 4, 31). La morte obbrobriosa del nemico vinto è oggetto di larga parte della celebrazione epico-firica, nota come "Cantico di Debora" (Indc. 5).
2. Uno dei natinei (v.) tornati dall'esilio con Zorobabel (Ebd. 2, 53).
BibL.: L. Desmoyers. Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 140-49, 390-92; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, pp. 294297. Giovanni Rinaldi
SISCIA, diocesi di: v. zagabria, diocesi di.
SISINNIO I, santo. - Arcivescovo di Costantinopoli, m. il 24 dic. 427. Prima sacerdote nel sobborgo di Elia, il 28 febbr. 426 fu eletto per la sede bizantina invece di Filippo di Side e di Proclo, da lui poi nominato vescovo di Cizico.
S. condannò la setta dei messaliani e fu, secondo la testimonianza del suo contemporaneo papa Celestino, uomo semplice e fedele alla dottrina cattolica. La sua festa è celebrata dai Greci I' 11 ott.
BibL.: Acta SS. Octobris, V, Parigi 1869, pp. 627-29; FlieheMartin - Frutaz. IV, pp. 158-59. Ignazio Ortiz de Urbina
SISINNIO H. - Fu patriarca di Costantinopoli (996-998). Di lui sono conservati due atti sinodali intorno alla legislazione matrimoniale ed uno intorno al metropolita Nicola di Alania. Secondo V. Grumel egli non avrebbe ripromulgato l'eneiclica di Fozio contro il Filioque; ma secondo Michel (Byzantinische Zeitschrift, 28 [1938], pp. 454-56), questo dubbio non sarebbe giustificato alla luce di un manoscritto di Mosca.
BibL.: V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, III, II, Costantinopoli 1936, nn. 804-14, pp. 231-39; Fliehe - Martin - Frutaz. VII, pp. 140-41. Giorgio Hofmann
SISINNIO, papa. - Siro d'origine, successe il 15 genn. 708, dopo quasi tre mesi di sede vacante, a Giovanni VII (m. il 18 ott. 707).
Allo scopo di garantire la sicurezza degli abitanti dell'Urbe contro le eventuali incursioni dei Longobardi o dei Saraceni, ordinò che si riattivassero le fornaci per la cottura dei mattoni occorrenti per le riparazioni delle mura, ma il suo ordine rimase ineseguito per la sopravvenuta morte che lo colse in seguito ad un attacco di gotta, il 4 febbr. seguente. Fu sepolto in S. Pietro.
BibL.: Lib. Pont., I, p. 388.
A. Pietro Frutaz
SISINNIO, MARTIRIO ed ALESSANDRO, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 29 maggio.
I particolari del loro martirio sono narrati dal vescovo Vigilio di Trento in due lettere scritte rispettivamente a Simplicio di Milano ed a s. Giovanni Crisostomo. Erano chierici della Chiesa tridentina: S. discono, M. lettore ed A. ostiario. Inviati dal vescovo ad evangelizzare gli abitanti della Val di Non (Anaunia), vi edificarono una chiesa. Al martino del 29 maggio 397 un gruppo di esaltati pagani irruppe nella loro dimora e sorprese S. a letto assistito da M. che gli curava le ferite ricevute il giorno precedente. Furono trascinati ambedue al tempio di Saturno: S. con una campanella legata al collo; N., trafitto con legni, morì durante il tragitto. Poco dopo fu catturato anche A., e, condotto allo stesso luogo, fu invitato a sacrificare; poiché si rifiutò fu flagellato e quindi ucciso. Sul luogo del martirio fu poi costruita una chiesa.
BibL.: Acta SS. Maii, VII, Parigi 1867, pp. 37-49; F. Savio, Gli antichi vesc. d'Italia. La Lombardia, I, Milano, Firenze 1913, pp. 827-31; Lanzoni, p. 938; H. Delehaye, Les

(fti. Soprintendenza ai Monumenti, Trento)
Sisinrio, Martirio ed Alessandro, santi, martiri - Cappella dei ss. Martiri Anauwiensi con l'arca contenente le loro reliquie (1472) - Sanzeno (Trento).
origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 334 sq.; Martyr. Hieronymianum, p. 281 sq.; Martyr. Romanum, p. 214.
Agostino Amore
SISITH. - "Fiocchi" che con i gëdhilim ("nappe") gli Israeliti mettono agli angoli delle vesti superiori (Num. 15, 37-41); il cordoncino azzurro, con cui deve attaccarsi il fiocco di ciascun angolo, deve loro ricordare i comandamenti del Signore. Deut. 22, 12 ingiunge i gëdhiîim alle quattro estremità del mantello.
L'uso è antichissimo; a noi pare trattarsi di un avanzo della scrittura a nodi. L'azzurro doveva forse (così opinavano gli antichi rabbini) ricordare il cielo. Era costume rigidamente inculcato dai Farisei (Mt. 23, 5). Nella diaspora si cominciò a portare una vestina speciale con $y$. sotto le vesti superiori, riservando $y$. e strisce a colore azzurro per il manto (talèth) da portarsi durante le preghiere pubbliche. Fu abolito il cordoncino azzurro, perché in origine di color porpora ricavato da un vermiciattolo, industria caduta in disuso.
BibL.: H. Cazelles, Les Nombres (La Bible de Jérusalem), Parigi 1952, p. 82; id., Le Deuter., iv) 1956, p. 90; H. L. Strack - P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Test, aus Talmud u. Midrasch, Monaco 1922-28, v. indice. Eugenio Zolli
SISMOLOGIA. - Compito fondamentale della s. è lo studio delle caratteristiche fisiche dell'interno della Terra.
Sviluppa, per questo scopo, ricerche sulla propagazione delle onde in mezzi elastici, viscosi, firmo-elastici (che ammettono attrito interno), ecc. e confronta i risultati delle teorie con quelli delle osservazioni. E in tal modo che si sono potute determinare, fra l'altro, le stratificazioni della crosta terrestre, le superfici di discontinuità e scoprire il nucleo centrale alla profondità di 2900 km . ca.
Tutto ciò presuppone l'opportuna registrazione dei vari sistemi d'onde che, destati da un terremoto in un determinato punto (per profondità che variano da 0 ad 800 km . ca.), si propagano in tutte le direzioni e a tutte le distanze. Da qui la necessità di apparecchi le cui registrazioni consentano di risalire, il più fedelmente possibile, al movimento reale del suolo.
I. S. strumentale. - La registrazione dei fenomeni sismici si ottiene ricorrendo al moto pendolare, inteso in senso lato. I primi sismografi erano privi di smorzamento, ciò che rendeva le loro registrazioni inutilizzabili ai fini di una interpretazione scientifica. La sola specie di smorzamento la cui azione non ingenera difficoltà teoriche è quello in cui la forza smorzante riesce proporzionale alla velocità del movimento. Generalmente si fa ricorso ad una tale specie di smorzamento.
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(per cortesia di P. Caloi)
Sismologia - Andamento della velocità delle onde longitudinali nell'interno del nucleo terrestre.
I sismografi Galitzin, e gli altri ad amplificazione elettromagnetica, servono quasi esclusivamente per la registrazione di terremoti di lontana origine. H. Benioff è riuscito ad ideare un tipo di sismografo fotoelettromagnetico che consente un'amplificazione sufficente per la registrazione sia dei terremoti lontani che di quelli vicini. La sensibilità del transduttore Benioff è elevatissima. Collegato con galvanometro a lungo periodo, è possibile rivelare chiaramente spostamenti dell'armatura dell'ordine di $5 \times 10^{-7} \mathrm{~cm}$, pari a $1 / 100$ della lunghezza d'onda della luce del sodio.
II. Teoria dei ragai sismici: costituzione interna della Terra. - Uno degli argomenti fondamentali, oggetto di vaste, profonde indagini da parte di sismologi e geofisici, è quello che concerne la propagazione dell'energia sismica nell'interno della Terra.
Generalmente ci si riferisce alla traiettoria sismica normale alla superficie d'onda, nel punto preso in esame.
Lo sviluppo della teoria sui raggi sismici (propagazione diretta, rifrazione, diffrazione, diffusione) ha consentito di perseguire le conoscenze, attualmente più sicure, sull'interno della Terra. I raggi sismici possono essere considerati, da questo punto di vista, come i raggi Roentgen della Terra : dalle caratteristiche che presentano le registrazioni sismiche ottenute a diverse distanze è possibile risalire alla determinazione delle superfici di discontinuità, ai salti bruschi di velocità (tab. I) o di accelerazione e quindi delle proprietà elastiche e di densità dell'interno della Terra. E per questa via che Gutenberg determini la profondità del nucleo terrestre, assegnandole un valore di 2920 km . Successive ricerche hanno confermato questo valore. La tabella 1 contiene la velocità delle onde sismiche nell'interno della Terra, dalla superficie esterna al nucleo. Ci sono altri metodi che consentono la determinazione della profondità del nucleo. Uno di questi si vale dei tempi di registrazione delle onde longitudinali (o trasversali) che sono giunte alla stazione di osservazione dopo essersi riflesse sul nucleo centrale. Per questa via, si è pervenuti ad un valore per la profondità del nucleo pari a km. 2920, che conferma quello ottenuto da Gutenberg.
I giapponesi Wadati e Masuda risolsero nel 1934 la questione relativa alla determinazione dei tempi di tragitto delle onde longitudinali nell'interno del nucleo : alcuni accorgimenti, consentirono loro di applicare, anche al nucleo, il metodo di Wiechert-Herglotz. Da allora, le ricerche sulla propagazione delle onde sismiche nell'interno del nucleo si susseguirono numerose.
Qui si accennerà solo agli ultimi risultati. Si è riusciti a provare (Lehmann, Gutenberg e Richter, Jeffreys) che anche nel nucleo la propagazione dell'energia sismica non avviene con uniforme variazione di velocità: nel nucleo esiste una discontinuità (di I ordine secondo Jeffreys, di II ordine secondo Gutenberg e Richter) che lo divide in una parte esterna, in cui la velocità dell'onda sismica è bassa, e in una parte interna, caratterizzata da una maggiore velocità.
Tabella I.
| Profondità <br> km. | Velocità delle onde | | Profondità <br> km. | Velocità delle onde | |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| | longitud. <br> km./sec. | trasvers. <br> km./sec. | | longitud. <br> km./sec. | trasvers. <br> km./sec. |
| 0 | 5,55 | 3,3 | 1400 | 12,2 | 6,7 |
| 20 | 5,7 | 3,4 | 1500 | 12,3 | 6,7 |
| 40 | 8,0 | 4,4 | 1600 | 12,4 | 6,7 |
| 100 | 8,0 | 4,4 | 1700 | 12,5 | 6,8 |
| 200 | 8,2 | 4,6 | 1800 | 12,6 | 6,9 |
| 300 | 8,7 | 4,8 | 1900 | 12,7 | 6,9 |
| 400 | 9,1 | 5,0 | 2000 | 12,8 | 7,0 |
| 500 | 9,7 | 5,3 | 2100 | 12,9 | 7,0 |
| 600 | 10,2 | 5,6 | 2200 | 13,0 | 7,0 |
| 700 | 10,6 | 5,9 | 2300 | 13,1 | 7,0 |
| 800 | 11,0 | 6,1 | 2400 | 13,3 | 7,1 |
| 900 | 11,3 | 6,3 | 2500 | 13,4 | 7,1 |
| 1000 | 11,5 | 6,4 | 2600 | 13,5 | 7,2 |
| 1100 | 11,7 | 6,5 | 2700 | 13,55 | 7,2 |
| 1200 | 11,9 | 6,6 | 2800 | 13,7 | 7,3 |
| 1300 | 12,1 | 6,6 | 2920 | 13,7 | 7,25 |
Nelle tre figg. sono riportati in grafico i risultati delle ricerche condotte sull'argomento dal 1914 al 1950.
III. - Generalmente, la parte più cospicua di un sismogramma è quella che segue la registrazione delle onde trasversali, riflesse una o più volte contro la superficie terrestre: tale parte, consistente in oscillazioni a lungo periodo, con spiccato carattere sinusoidale, è costituita da onde che interessano, nella loro propagazione, solo la parte superficiale della Terra, in modo particolare le stratificazioni della crosta terrestre. Sono queste le onde indicate genericamente con la qualifica di onde superficiali. Per terremoti lontani, originati a lieve profondità, la loro registrazione può durare parecchie ore.
Le onde superficiali sono state e sono oggetto di un gran numero di ricerche teoriche, intese a spiegarne il meccanismo di produzione e propagazione. Fra le più note sono le teorie di Love e di lord Rayleigh. La teoria di Love riguarda la fase iniziale delle onde superficiali, costituita da onde trasversali-tangenziali (senza componente verticale). Sono invece definite come onde di Rayleigh le onde superficiali oscillanti nel piano principale, comprendente l'ipocentro, la stazione d'osservazione e il centro della Terra.
Lo studio delle onde superficiali non ha soltanto un grande interesse teorico; esso serve pure per il conseguimento delle caratteristiche fisiche della crosta terrestre. Nella tab. II sono contenute le velocità di propagazione delle onde sismiche nelle stratificazioni della crosta terrestre e gli spessori di dette stratificazioni, ottenuti con metodi vari, compresi quelli basati sulla dispersione delle onde superficiali.

(per cortesia di P. Caloi)
Sismologia - Andamento della velocità delle onde longitudinali dalla superficie al centro della Terra.
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In media, la crosta terrestre ha uno spessore di 40 km . In alcune parti del mondo, anziché di due essa sembra consistere di tre strati sovrapposti. Sotto i sistemi montani, la stratificazione presenta spessori complessivi alquanto maggiori : 60 km . ca. sotto la Sierra Nevada (California), $55-60 \mathrm{~km}$. sotto le Alpi, 60 km . sotto gli Appennini. Tale spessore è invece notevolmente ridotto in corrispondenza degli Oceani: 20 km . ca. per i bacini del Pacifico e dell'Atlantico. Le stratificazioni in corrispondenza delle montagne sono in prevalenza sialiche, mentre simatiche si presentano in corrispondenza degli Oceani.
IV. Terremoto. - Quali sono le cause del terremoto? Prescindendo dai terremoti di origine vulcanica e da quelli determinati da cause strettamente locali, superficialissime (frame, slittamenti di strati, ecc.) si possono suddividere i movimenti sismici in due grandi categorie: quelli che originano nella crosta terrestre (avente uno spessore variabile fra i 20 e 60 km .) e queill che provengono da più grandi profondità.
Le catene di montagne sono la risultante verticale di forze prementi tangenziali che si manifestano ai lati delle aree geosinclinali, in cui attraverso i tempi geologici si accumularono grandi masse di sedimenti di notevole spessore. Se i movimenti orogenici, compiutisi energicamente nelle geosinclinali all'epoca terziaria, continuano ai nostri giorni, come tutto fa supporre, sia pure con scemata intensità, è naturale vedere nei terremoti della crosta terrestre uno degli aspetti sotto cui quei movimenti si manifestano.
L'altra categoria di movimenti sismici riguarda i terremoti che si verificano sotto la crosta terrestre, a profondità che possono assumere valori elevatissimi ( 100 , 200. 500,700 e più km.).
A quelle profondità, la materia si trova a temperature e a pressioni tali da poter escludere la possibilità di dislocazione, scoscendimenti o fratture. Soltanto fenomeni fisico-chimici con bruschi cambiamenti di stato della materia, possono essere invocati per spiegarne l'origine; e non è azzardato attribuirli a reazioni nucleari, analoghe a quelle, per intenderci, a cui dobbiamo la bomba atomica.
I materiali costituenti la crosta terrestre si comportano come scienzi (in senso lato) se sottoposti all'azione di forze lungamente applicate; come elastici, se le forze agiscono bruscamente e per breve periodo di tempo.
La prima qualità è manifesta nelle rocce sedimentarie, formatesi un tempo sul fondo dei mari e sottoposte successivamente alla lenta azione di corrugamento della crosta terrestre (bradisismi), rivelata anche dai livellamenti di precisione; la seconda è testimoniata dalla propagazione delle onde sismiche, determinate dalle brusche rotture d'equilibrio (terremoti). La semplice osservazione dei movimenti iniziali determinati da una scossa in un certo numero di osservatòri, opportunamente distribuiti intorno all'epicentro, consente oggi di poter dedurre la natura fisica della causa a cui la scossa stessa è dovuta.
Se il primo movimento (onde longitudinali dirette) si verifica, per certe stazioni, nella direzione stazione-

(pe