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Morì senza rimpianti.

## 13. - Enciclopedia Cattolica. - XI.

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cès Gh. S. Ladner, I Bitratti dei Papi nell' Antichità e all Medioevo. Cittè del Vaticano (II). I-XXV, e.
Sergio III, papa - Denaro con la effigie di S. III.
Bibs.: Ann. Bertiniani, ed. G. Waita, in MGH, Script. in usum scholarum, V, Hannover 1883, pp. 30, 35; Lib. Pont., II, pp. 86-105; Pseudo-Liutprando, De vitis Pontif. Roman.: PL 129, 1246; L. Duchesne, Les premiers temps de l'état pontifical, $3^{\text {e }}$ ed., Parigi 1911, pp. 209-16; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 282-88. Gina Fasoli

SERGIO III, PAPA. - Romano d'origine, m. il 15 apr. 911. Ordinato suddiacono da Marino I (882-84), diacono da Stefano V (885-91), vescovo di Cere "per vim", assicura S., da Formoso (ca. 893); dopo il Concilio del Cadavere dell'897, cui prese parte attiva, si fece riordinare sacerdote da Stefano VI, perché aspirava al papato.

Alla morte di Teodoro II (dic. 897) fu eletto papa assieme con Giovanni IX (v.), che riusci a farsi consacrare per primo. Spossessato e condannato nel Concilio Romano dell'898 (can. 8: Mansi XVIII, 226), aspettò in esilio la rivincita : nel genn. 904 con l'appoggio, a quanto sembra, di Alberico di Spoleto e dei suoi amici romani rovesciò l'antipapa Cristoforo e, considerando valida la sua prima elezione (stimò sempre Giovanni IX e i suoi successori degli intrusi) si fece consacrare il 29 genn. Probabilmente era ancora vivo l'autentico papa Leone V, incarcerato dall'antipapa Cristoforo, onde gli inizi del suo pontificato, per non parlare della sua elezione, non sarebbero legittimi; ma fu poi giudicato quale vero papa. Uno dei suoi primi atti fu di abrogare le decisioni prese dai Concili di Roma e di Ravenna dell'898 che riabilitavano Formoso e le sue ordinazioni e proclamò nuovamente nulle, anche per giustificare il suo passaggio dalla sede di Cere a quella di Roma, tali ordinazioni; la decisione fu tradotta in pratica con una severità mai sino allora vista : vescovi, sacerdoti, diaconi ordinati da Formoso dovettero o farsi riordinare o abbandonare il loro posto e perfino fu proibito di chiamare sacerdote il predetto Papa (cf. Jaffé-Wattenbach, n. 3534). Il suo atto suscitò scandali e proteste in Roma e fuori, ma nell'Urbe tutto fu fatto tacitare con la forza. Del grave disagio verificatosi nella Chiesa si hanno testimonianze dell'epoca, certo appassionate ma nell'insieme attendibili, nelle opere dei sacerdoti formosiani Ausilio e Vulgario (cf. E. Dümmler, Auxilius u. Vulgarius, Lipsia 1866, testi, p. 95 sgg.), nell'Invectiva in Romam, composta tra il 914 e 928 (PL 129, 823-38) e nelle opere di Liutprando di Cremona (Antopodosis, I, 29-31; II, 48; III, 43 ; ed. J. Becker, Hannover 1915, pp. 23, 58-59, 96). Nel 906 l'imperatore Leone ricorse a S. contro il patriarca Nicola per la questione delle sue quarte nozze; i suoi legati gli concessero quanto richiedeva. Continuò i lavori di riedificazione della Basilica Lateranense, crollata al tempo di Stefano VI, lavoro già iniziato da Giovanni IX. Come già Adriano I, fece riprodurre il suo ritratto sulle monete romane (cf. G. Ladner, I ritratti dei papi nell'antichità e nel Medioevo, I, Città del Vaticano 1941, pp. 111, 159-61). Ebbe stretti rapporti di amicizia con il vestarorius Teofilatto e sua moglie Teodora. In quanto alla relazione di S. con la loro figlia Micozia e alla sua conseguente paternità di Giovanni XI, il Fedele credette di poternelo scagionare, ma il Duchesne, sul fondamento dei cataloghi pontifici inseriti nel Liber Pont., ne sostenne con buone prove la realtà. S. fu se-

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(da A. Silvagni, Men. epig. christ., I. Roma. Citio del Vaticano 1833. tan. 2. 7) Sergio IV, papa - Epitaffio di S. IV. I vv. 1-2 sono parzialmente rifatti, e cosi pure alcune lettere - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano.
polto in S. Pietro; la tomba non è conservata, però se ne conosce l'epitaffio encomiastico, cui si è ispirato Flodoardo (De Christi triumphis, apud Italiam, XIII, 7: PL 135, 831) per tracciare il profilo di S., che non sembra rispondere a quanto si conosce della vita del Pontefice.

BibL.: Lib. Pont., II, pp. 236-38: Jaffé-Wattenbach, nn. 3534-40; P. Fedric, Riceccbe per la storia di Roma e del Papato nel sec. X, 1. Sergio III, in Arch. della Soc. rom. di st. patria, 33 (1910), pp. 177-247; L. Duchesne, Les premiers temps de l'état pontifical, 3 eed., Parigi 1911, pp. 310-16; id., Serge III et Jean XI, in Mélanges d'arch. et d'hist., 33 (1913), pp. 25-25; gli studi di P. Venni (1936), G. Fasoli (1949), cit. alla voce ritrovato; x; Fliche-Martin-Frutaz, VII, nn. 18-28, 129 ; P. Brezzi, Roma e l'Impero medioevale, Bologna 1947, pp. 103-105 e passim.
A. Pietro Frutaz

SERGIO IV, papa. - Pietro Boccaporco vescovo di Albano, m. il 12 maggio 1012. Fu eletto Papa il 31 luglio 1009, tempo in cui i Crescenzi tenevano ancora il predominio di Roma. Il suo epitaffio in S. Giovanni in Laterano lo elogia come soccorritore del popolo e difensore dei diritti della Chiesa, senza che si sappia a quali fatti specifici intenda alludere.

BibL.: Lib. Pont., II, pp. 266-67: bolle e diplomi in PL 139, 1499-1528; Fliche-Martin-Frutaz, VII, nn. 83-84. Gina Fasoli

SERGIO di Radonesc, santo. - Al secolo Bartolonneo, uno dei grandi santi russi. N. fra il 1314-19 e m. nei dintorni di Radonesc il 25 sett. 1392.

Portato alla pietà fin dall'infanzia, ottenne a 20 anni il permesso di farsi monaco, ciò che attuò dopo la morte dei genitori. Non contento dello spirito dei contemporanei monasteri russi, S. insieme al fratello iniziò vita eremitica in una foresta vergine nei pressi di Radonesc e vi eresse con le proprie mani una cappella in onore della S.ma Trinità, fatto allora singolare in Russia. Poco dopo S. fu abbandonato da suo fratello, ma proseguì superando ogni pericolo di corpo e di anima. Ricevette nel 1337 la tonsura e il nome monastico. Presto la fama di santità attrasse discepoli attorno a S. Si formò una piccola comunità, nocciolo della celebre Laura della Trinità, di cui S. fu eletto superiore. Fu anche ordinato sacerdote. Continuò tuttavia a dedicarsi ai lavori manuali dando mirabili esempi di mansuetudine, povertà e fiducia nella Provvidenza, diventando l'incarnazione dell'ideale di perfezione per il popolo russo. S. introdusse la vita conobitica allora scaduta dando un esempio che fu imitato da molti monasteri nella Russia e diventò meta di numerosi pellegrinaggi e una faccola della restaurazione della patria dopo la catastrofe dell'invasione mongola.

Egli fu, secondo Kliucevskij, i il grande educatore nazionale del popolo russo s. Ebbe un dono speciale per toccare i cuori e ristabilire la concordia fra i principi; seppe armonizzare una intensissima vita interiore con l'azione di portata nazionale; benedisse e incoraggiò il
principe Dimitrij nella guerra contro i Tatari e apprendendo per rivelazione la sua vittoria in luoghi lontani fece cantare ai suoi monaci un Te Deum. Il nome di S. va collegato a questa vittoria e figuro come protettore della patria. Mentre S. era ancora in vita, dalla Laura della Trinità derivarono ben altri 25 monasteri, numero che dovrebbe essere triplicato per misurare quello dei conventi eretti per iniziativa del Santo. Egli fu canonizzato nel 1452 e il suo culto è stato riconosciuto dalla Chiesa cattolica con l'inserzione del suo nome nell'Epistolario slavo del 1942. Festa il 25 sett.

BibL.: Epifanio il Savio. Vita di S. di R. (in russo), Pietroburgo 1882; E. Golubinskij, S. de R. e la sua Laura (in russo), T. Possed 1892; N. Zornel, S. S. Builder of Russia, Londra [s. d.]; D. Barsotti, Cristianesimo russo, Firenze 1948, v. indice.

Giovanni Kologrivol
SERGIO e BACCO, santi, martiri. - Molto venerati nell'antichità in Oriente; i loro nomi figurano nel Martirologio geronimiano, nei libri liturgici romani compaiono soltanto nel sec. xI. Festa il 7 ott., sia presso i Greci come presso i Latini.

Oriundi romani, erano militari e prestavano servizio nel palazzo di Massimiano. Scoppiata la persecuzione furono invitati ad apostatare, ma poiché si rifiutarono furono degradati e per scherno condotti in giro per la città con vesti muliebri. Affidati al prefetto d'Oriente Antioco, furono sottoposti ad acerbi tormenti durante i quali R. mori. S. fu condotto a Roşăfa ed ivi, riuscite vane tutte le minacce e le lusinghe per farlo sacrificare, fu decapitato. Sul suo sepolcro fu edificata una Basilica che divenne ben presto mèta di pellegrinaggi e centro di un agglomerato urbano che dal martire prese il nome di Sergiopoli. Molte altre chiese furono edificate in loro onore sia in Oriente che in Occidente. Nel periodo bizantino i due martiri furono venerati ed invocati come protettori dell'esercito. A Roma sotto il pontificato di Adriano I esisteva una diaconia (v.) dedicata ai due martiri. La loro Passio è leggendaria.

BibL.: Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 833-83; Martyr. Hieronym., p. 545; Martyr. Romanum, p. 439; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 209211; A. Poidebard-R. Mouterde, A propos de si d., in Annl. Ball., 67 (1949), pp. 109-16, cf. anche pp. 104-105.

Agostino Amore
SERGIO PAOLO. - Proconsole romano a Cipro durante il primo viaggio missionario di s. Paolo (Act. 13, 7-12).

Luca ne loda l'intelligente prudenza. S. chiamò a sé Paolo e Barnaba. Un mago ebreo, Bariesu (v.), cercò di distoglierlo dalla fede; ma un miracolo di Paolo tolse ogni indugio. E la prima autorità romana, di cui si ricorda l'adesione al cristianesimo.

Non è documentata l'identificazione di questo S. P. con il suo omonimo, che fornì a Plinio notizie di storia naturale (cf. Nat. hist., I. De auctoribus), oppure con un Lucio Sergio Paolo soprintendente agli argini del Tevere (cf. CIL, VI, 21.545). Probabilmente falsa è l'ipotesi che l'Apostolo cambiò il nome Saulo in quello di Paolo in seguito alla conversione del proconsole, sebbene la si legga in scrittori antichi (cf. Gerolamo, Comm. in epist. ad Philem., 1: PL 26, 640-41; Agostino, Confess., VIII, 4: CSEL, 33, p. 177) ed anche in recenti (cf. H. Dessau, Der Name des Apostels Paulus, in Hermes, 45 [1910], pp. 347-68).

BibL.: Groag, L. Sergius Paulus, in Pauly-Wissowa, II A. coll. 1712-18.

Angelo Penna
SERIO, Rosa Maria, venerabile. - Carmelitana, n. a Ostuni (Lecce) il 6 ag. 1674, m. nel Carmelo di Fasano (Bari) il 9 maggio 1726, dove era entrata sedicenne nel 1690 , ricoprendovi in seguito gli uffici di maestra delle novizie e di priora.

Di grande spirito di orazione, cercò di riflettere in sé

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con una costante penitenza e mortificazione la Passione del Redentore. Ebbe molti doni carismatici, tra cui la corona di spine e le stimmate. Morì sorridente dopo sette anni di martirio fisico congiunto a grandi pene mixtiche, ripetendo - Sanctus, Sanctus - Ne fu introdotta la causa di beatificazione nel 1741.

Biol.: G. Gentili, Vita della ven. Madre R. M. S., Roma 1741; Gabriela v. H.Sacr., Lebon der Ehre, R.M.S., Innsbruck 1903; P.T. Quagliarola, Ssar R.M.S., Taranto 1927; Valentino di Maria

SERIPANDO, Girolamo.-Troiano S. (nell'Ordine Girolamo) discende da una famiglia nobile napoletana, appartenente al seggio di Capua. Felice Milensio ed altri autori anteriori dànno come suo luogo di nascita Troia di Puglia; egli dice però sua patria Napoli, dove passò la giovinezza (n. nel 1492 o nel 1493) e dove nel 1507 entrò nel convento degli Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara, convento principale dell'omonima Congregazione di Osservanti.

Dopo essere stato segretario del generale dell'Ordine Egidio Canisio di Viterbo, nel 1516 passò reggente dello Studio dell'Ordine a Bologna, ma nel 1523 ritornò a Napoli per dirigere la Congregazione di S. Giovanni a Carbonara. A Napoli, stimolato dagli appartenenti all'Accademia Pontaniana e dall'umanesimo napoletano, di cui faceva parte anche il fratello Antonio, perfezionò il suo platonismo con 109 Quaestiones, ma verso il 1535 si allontanò dai circoli vicini all'evangelismo italiano, in opposizione a Juan Valdés. Nelle sue prediche si risente ormai lo spirito del paolinismo. Egli interviene nella controversia sull'agostinianismo che, dopo le prediche tenute a Siena dall'agostiniano Agostinus Musaeus, era sorta nel 1538 tra don Timoteo da Verona. Contarini, Lattanzio Tolomei e Marcantonio Flaminio.

Frattanto Paolo III, dopo la morte del generale delI'Ordine Giovanni Antonio Apeutino, nominò il S. quale vicario generale dell'Ordine stesso; nel 1539 nel Capitolo generale di Napoli il S. fu eletto generale. Per riformare l'Ordine pericolante per la penetrazione del luteranesimo e altri inconvenienti, il S. iniziò un'ispezione che lo portò tra il 1539 e il 1542 attraverso quasi tutta l'Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo, e fu in vi.vace corrispondenza epistolare con il vicario generale degli Agostiniani tedeschi Giovanni Hoffmeister. Espulse dall'Ordine i maestri Giulio della Rovere, Agostino Mainardi, Ambrogio da Milano e Niccolò di Verona, tendenti al protestantesimo.

II primo atto culminante della sua attività fu la partecipazione al Concilio di Trento-Bologna, 1545-48, di cui lasciò Commentarii incompleti (Conc. Trid., II, 399-488). Come fiduciario del card. Cervini partecipò molte volte alla redazione dei decreti, e specialmente proviene da lui il secondo abbozzo del Decreto della giustificazione, che fu pubblicato nella sesta sessione, invero con molti mutamenti. Le opinioni del S. sulla concupiscenza, sulla posizione della Fede nel processo di Giustificazione e sull'essenza del merito, nelle cui difesa si appellò fra l'altro alla dottrina della Duplex iustitia rappresentata dal Gropper e dal Contarini, furono combattute specialmente dai Lainez e non ebbero l'approvazione del Concilio. Ma ciò non diminuisce il suo influsso, come dimostrano i numerosi suoi voti e trattati (in Conc. Trid., V, XII e XIII, 1).

Il progetto di Paolo III di nominarlo cardinale falli; poco dopo un colpo apoplettico, che lo colpi nel 1550 in séguito ai gravi strapazzi, lo costrinse a rinunziare al generalato (1551). Migliorata la sua salute, andò nel 1553 alla Corte di Carlo V nei Paesi Bassi, per ottenere dall'Imperatore, nella sua qualità di ambasciatore della città di Napoli, il ristabilimento dei privilegi violati più volte dal viceré Pietro di Toledo. Il 30 marzo 1554 per nomina imperiale divenne arcivescovo di Salerno, dove tenne una visita apostolica secondo lo spirito della Riforma cattolica e prediche sul Pater Noster e il Credo.

Nella guerra dei Carafa contro Filippo II fu dalla parte spagnola. Pio IV, in considerazione dell'imminente prosecuzione del Concilio di Trento, il 26 febbr. 1561 lo nominò cardinale, e poco dopo legato del Concilio.

Per la sua grande esperienza nelle questioni riguardanti il Concilio era la mano destra del presidente Ercole Gonzaga ma nel maggio 1562 cadde in disgrazia di Pio IV a causa della sua presa di posizione nella contesa sullo ius divinum dell'obbligo di residenza per i vescovi.

Il Gonzaga e il S. non poterono superare la grossa crisi scoppiata nell'inverno 1562-63 durante il dibattito sul sacramento dell'Ordine e su una nuova forma del decreto di residenza. Le energie del cardinale non ressero al dibattito; e pochi giorni dopo il Gonzaga, anche il S. morì il 17 marzo 1563 a Trento, e fu sepolto in S. Marco, chiesa degli Agostiniani. Anche i suoi avversari dovettero riconoscere quanto integra fosse stata la sua personalità, la finezza del suo spirito, la sincera pietà e la grande dottrina. Egli è un rappresentante della Riforma cattolica, non della Controriforma, e tanto meno è un precursore del giansenismo.

Bial.: opere: carteggio e opere manoscritte nella Bibl. naz. di Napoli; il Commento ai Gal.: Anversa 1567, Venezia 1569; insieme con quello ai Rom. e con una biografia di F. Milensio, Napoli 1601. Le prediche sul Simbolo: Venezia 1567, Roma 1585, Salerno 1856. Biografie: G. Algranati, G. S., Napoli 1923; H. Jedin, G. S., a voll., Würzburg 1937, trad. inglese (senza i documenti) Nuova York 1947. Nuove ricerche intorno alla posizione del S. a Trento: E. Stakemeier, Der Kampf um Augustin und dem Tridentinum, Paderborn 1937; C. Boyer, Il dibattito sulla concupiscenza, in Gregorianum, 26 (1945), pp. 66-84: A. Trapé, La doctrina de S. acerca de la concupiscencia, in Ciudad de Dios, 139 (1946), pp. 301-33. Uberto Jedin

SERLIO, SEBATTANO. - Architetto e teorico dell'architettura, n. a Bologna il 5 sett. 1475, m. a Lione nel 1554.

Lo si trova tra il 1509 ed il 1514 a Pesaro come pittore di prospettive; poi a Roma, dove studiò la scenografia e determinò quella che doveva rimanere la sua visione spaziale: prospettica e basata su rapporti geometrici. Da Roma il S. passò a Venezia, dove era nel 1532 e dove pubblicava, nel 1537, Regole generali di architettura.... sopra le cinque maniere degli edifici (IV 1. del
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(fei. Enc. Catt.)
Seripando, Girolamo - Busto dedicato nel 1759 - Roma, chiesa di S. Agostino.

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(da S. S., Libro IV di Prospettiva, Veneris 1565, p. 87)
Serlio, Sebastiano - Disegno per una facciata di casa veneta. Esemplare della Biblioteca nazionale - Roma.
suo trattato, di cui uscirono in seguito il III nel 1540 , il I e II nel 1545 , il V nel 1547 ; il libro "delle porte" nel 1551 - questi ultimi quattro in Francia, dove il S. si era recato fin dal 1541 -; il VII, postumo, nel 1575, a Francoforte; l'VIII è perduto e se ne trova un abbozzo, assieme al VI, nella Biblioteca di Stato di Monaco.

Il fondamento della cultura serliana è un disinvolto dilettantismo che su una larga base di spregiudicata cultura settentrionale accoglie esperienze diversissime, con l'intento di costituire un repertorio di forme pronte a piegarsi facilmente ai più svariati scopi del costruire. In questo tentativo di sintesi Vitruvio non è affatto intangibile, come del resto nessuna delle componenti proposte ; ma tutto deve essere vagliato con l'aiuto della ragione.

L'opera del S. esercitò una influenza notevole sulla teoria e sulla prassi dell'architettura nella seconda metà del ' 500 , in Italia, specialmente nel Veneto, dove la sua teoretica venne a collimare con le aspirazioni dell'ambiente colto vicentino, legato all'Accademia Olimpica, e versato con intendimenti umanistici nei problemi di architettura. Sull'architettura francese del secondo ' 500 il S. ebbe influenza notevolissima: perché divulgò in una terra, momentaneamente tesa verso la novità del Rinascimento, ma di fondo anticlassico e "gotico", le forme costruttive, rese decorative ed esteriori, di un classiciamo da parata, vera bardatura sovrapposta ad una struttura irriducibilmente diversa.

Per le pratiche realizzazioni del S.architetto, più dei lavori di Fontainebleau, di Ancy-le-France e di Lione, certi per via documentaria, ma finora non identificati, o dei Palazzi veneziani Zen, più interessante rimane, sia pure per via indiretta, il Palazzo Testoni-Migliorini a Vicenza, dove il fedele G. D. Scamozzi ingenuamente ripeteva ( 1550 ca .) lo schema pensato dal S., senza poterlo attuare, per un palazzo veneziano.

BibL.: manca una monografia completa sull'artista, si tengano presenti specialmente: G. C. Argan, s. v. in Enc. Ital., XXXI (1936), p. 443 ; id., S. S., in L'arte, 3 (1932), pp. 183-99: per i problemi particolari: A. Foratti, S. S. ed il barocco, in Atti e Mem. della R. acc. di lett., alunno ed arti di Padova, 1929; J. Schlusser, Sull'antica etoriografia ital. dell'arte, Palermo 1932, pp. 32-83; id., La letter. artist., Firenze 1933, pp. 332-36 e 364-365 (interessante soprattutto per la cronologia delle edd. serliane); F. Barbieri, V. Scamozzi, Vicenza 1932, pp. 28-33 e 41-50 (per i rapporti con l'ambiente vicentino).

Franco Barbier
SERMINI Gentile, da Siena. Tradizionale ma non sicuro autore di "uno paneretto d'insalatella", una specie di zibaldone e di libro di ricordi in versi e in prosa, con intramezzate 40 novelle, di cui l'ultima incompiuta, sentite raccontare ai Bagni di Petriolo.

Dalla novella XII si sa che il S. da Siena rifugiatosi, per la peste del 1424 , su una vicina montagna, vi trovò un simpatico sacerdote, ma cosi rozzi montanari da esser costretto a ritornare nella sua città, vicino alla donna amata; li per compiacere ad un amico raccolse i suoi scritti sparsi "per scartabelli e squarciafogli". Raccoglie e racconta senza un disegno preciso, senza influenze palesi a cominciare da quella del Boccaccio, con stile spontaneo e lingua pisesana; ora icastico ed ora prolisso, ora delicato ed ora sconcio, ora moraleggiante ed ora lubrico.

BibL.: Le novelle di G. S. da Siena ora per la prima volta racr. e pubbl. nella loro integrità, Livorno 1874; $2^{\circ}$ ed., a cura di A. Colini, Lanciano 1911; G. Fatini, Novelle del Quattroc., Torino 1929; A. Chiari, La fortuna del Boccaccio, in Quest. e correnti di stor. lett., Milano 1950, pp. 308 10 e 346.

Alberto Chiari
SEROUX d'AGINCOURT, Jean-Baptiste-Louis-Geonors. - Archeologo e numismatico francese, n. a Beauvais (Francia) il 5 apr. 1730, m. a Roma il 24 sett. 1814 e sepolto in S. Luigi de' Francesi.

Nel 1778 partì per l'Inghilterra, l'Olanda e la Germania; l'anno seguente visitò l'Italia e si stabilì a Roma dove preparò la sua grande opera Histoire de l'art par les monuments depuis sa décadence au IVe siècle jusqu'à son renouvellement au XVI ${ }^{e}, 6$ voll., Parigi 1810-23, con 325 tavole; l'opera fu tradotta in italiano da St. Picozzi (Prato 1829) e ancora a Mantova nel 1841. Alcune tavole analitiche furono curate da Gence. S. d'A. pubblicò in quest'opera alcune pitture inedite; disgraziatamente, seguendo il malcostume iniziato da M. A. Boldetti, contribuì a rovinare gli affreschi cimiteriali cercando di distaccarli dalle pareti, come fece a Priscilla nella cappella greca con le personificazioni delle stagioni, lasciando sulla parete anche la sua firma. Il manoscritto originale è conservato nella Biblioteca Vaticana (codd. Vat. lat. 9839-49). Per l'archeologia cristiana sono interessanti le tavv. 9-13 per l'architettura, le tavv. $4-8$ per la scultura e le tavv. 6-12. Nel 1814 apparve l'ultimo suo lavoro: Recueil de fragments de sculpture antique en terre cuite.

BibL.: G. Ferretti, Note stor.-bibliogr. di archad. crist., Città del Vaticano 1942, pp. 306-307.

Cirillo Vogel

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SERPENTE, nelle deligioni antiche. - Assai diffuso è il culto del s. nelle religioni antiche ed in quelle dei primitivi, dove esso talora rappresenta l'essere supremo che ha il potere creativo e distruttivo della natura (Africa, Australia), soprattutto in quanto può dare o negare la pioggia; altre volte invece si cela o si trasforma sotto spoglie anguiformi (p. es., Zeus Ctesios e Philios in Grecia; Iside ed Osiride in Egitto), o finisce del tutto in secondo piano divenendo un attributo del dio (p. es., Asclepio).

Innanzi tutto il s. nel mito ha valore cosmico, giacché la divinità creatrice, o plasmatrice, del mondo deve lottare al tempo delle origini contro un mostro anguiforme, sempre collegato con le acque, per realizzare il cosmo dal caos, il quale è custodito, ovvero perfino si identifica con quel s.: tale è il caso del sumero-babilonese 'Tiāmat, spaccato da Marduk (Eniima elit); del s. egiziano Apophis e di quello hittita Illujankai, ucciso dal dio della tempesta Innaraš; del vedico Vrtra (soprannominato Ahi - l'avvolgitore) vinto da Indra che poté liberar le acque da lui nascoste (Rguada I, 32); del s.s. del mondo delle popolazioni nordiche (Edda, Vidropa, 197 sgg .) simbolo dell'Oceano che circonda la Terra (Omero) ed insieme al mostro serpentiforme Tilone vinto da Zeus. Da questi miti si ricava una duplice caratteristica del s. quale custode del caos, ovvero, in una fase più arcaica, quale caos esso stesso; e da entrambi questi concetti derivano in queste religioni antiche gli altri aspetti religiosi del s.

Così, in primo luogo la sua eternità, o almeno immortalità (concetto largamente diffuso nell'etnologia, forse nato dall'osservazione della muta annuale della sua pelle), che egli non permette possa appartenere anche all'uomo: tale è il significato del mito sumero di Gilgameš, il quale, trovata dopo tante fatiche l'erba dell'immortalità, ne è derubato da un s. (Epopes di Gilgameš, tav. 13, 304). Inoltre, egli è il depositario del sapere profetico, per cui è adoperato quale strumento oracolare: a Deifi, nell'antichissimo oracolo di Gaia, custodito dal s. Python, ucciso poi da Apollo; nei numerosi oracoli medici di Asclepio, e analogamente a Roma con Esculapio(cf. Plinio, VIII, 153); a Lanuvio nel tempio di Giunone un s. serviva per conoscere la verginità delle fanciulle (Properzio, V, 8, 3); nell'Edda l'eroe Sigurdh comprende il linguaggio degli uccelli dopo avere mangiato il cuore del s. Fafnu (Fafnismal, 148 sgg .), ecc. Anche la scienza medica è sua caratteristica: in Grecia ed a Roma i già ri-
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(da C3. Zervos, L'art de la Mésopotamie. Parigi 1665
Serpente - Vaso sumero con due s. intrecciati (contè del 111 millennio). Parigi, Louvre.
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(da Studies presented to D. M. Robinson, Saint-Louis 1861, tav. 670) Serpente - S. guaritore sull'albero. Bassorilievo greco. Capetraglieto, Museo.
cordati oracoli medici di Esculapio dove il s. era il simbolo del dio medico (s Inesse serpenti remedia multa creduntur et ideo Aesculapio dicatur s); per Roma è da ricordare ancora Bona Dea, nel cui tempio si allevavano s., e la dea Salus con l'attributo del s.; in Egitto alcune malattie si curavano con la cenere dei s.

E da ricordare infine l'altro importante aspetto del s. quale genius loci : il s. infatti, in età arcaica custode del caos, conserva questa sua caratteristica di attaccamento ad un luogo per custodirlo e proteggerlo ("Angues apud gentiles iocorum erant pro geniis habiti semper»: Isidoro, Orig., 12, 4, 1); così lo si trova spessissimo a guardia di fonti, altari, oracoli e perfino di città (ad es., l'Acropoli di Atene era custodita dal s. di Atena); ma soprattutto, egli, collegato con il mondo infernale, è il custode delle tombe in generale e del focolare domestico in particolare, tanto da simbolizzare le anime dei defunti (Lari) e da essere perfino venerato ed allevato in ogni casa, oltre che tra genti primitive, anche nell'India, in Grecia, a Roma, tra gli Slavi ed i Balti.

Btsl.: una trattazione specifica sul s. nella storia delle religioni non esiste; per cui è necessario rinviare alle singole monografie sulle varie religioni. Per il mondo classico v.: E. Pottier, Dreas, in Duxemberg-E. Saglin, Dict. des antiquités, IV, pp. 403-14; Gossen-Steier e Hartmann, Schlange, in PaulyWissowa, II A, (1921), coll. 494-527; G. Lippold, Holend Schlange, in Studies presented to D. M. Robinson, Saint Louis 1931, pp. 648-54.

Cesare D'Onofrio

## SERPENTE DI BRONZO. - Nella marcia di

alcuni mesi che portò gl'Israeliti di Mosè all'Arnon, in vista delle "steppe di Moab", il popolo manifestò ancora una volta la sua stanchezza per la fatica del cammino nel deserto e l'insufficienza e monotonia dell'alimentazione con la manna. Furono lamenti "contro il Signore" oltre che contro Mosè. Allora Dio mandò loro la punizione dei "serpenti infuocati", il cui morso era mortale.

Non risulta di che specie di serpenti si tratti; forse il termine "infuocato", o "ardente", ebr. sdraph, allude a un'infiammazione o febbre che il morso provocava. Essendosi il popolo pentito, Dio per intercessione di Mosè indich il rimedio in un s. di b., che si doveva erigere su un palo: chi morsicato lo avesse guardato, sarebbe guarito; e così avvenne (Num. 21, 4-9). Il simbolismo non sembra difficile da cogliere : esso è scelto in armonia con l'ambiente. Appeso al palo, il serpente era come reso innocuo; la vista dell'immagine ricordava la pena meritata; l'atto di fiducia, che lo sguardo era desinato a provocare e significare, meritava da Dio la guarigione (Sap. 16, 6-8). L'oggetto si conservò : ma nella tradizione popolare israelitica gli andò unito un culto: lo si ritrova sotto il nome di Nohestan (Nébahún) tra gli oggetti idolatrizi che Ezechia fece distruggere (II Reg. 18, 4). Non è chiaro il significato del s. di b. trovato a Gezer (antico-

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Serpente di bronzo - Il castigo dei serpenti. Dipinto di P. P. Rubrns (sec. xvir) - Madrid, Galleria del Prado.
israelitico, ca. 1000 a. C.) e di altre figurazioni di serpenti, forse ex-voto.

Il s. di b. è interpretato in $I a .3,14 \mathrm{sg}$. come simbolo di Gesù, elevato sulla Croce, donde dà la vita a chi crede in lui.

Per il s. tentatore di Adamo ed Eva: v. adamo; eva.
BibL.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, p. 263 sg.; P. Heinisch, Das Buch Numeri, Bonn 1936, p. 82. Giovanni Rinaldi

SERPIERI, Alessandro. - Scienziato scolopio, n. a S. Giovanni di Marignano, presso Rimini, il 31 ott. 1825, m. nel Collegio della Badia Fiesolana, il 22 febbr. 1885.

Astronomo, fisico e sismologo, insegnò fisica sperimentale nell'Università di Urbino, assurgendo alla fama di maestro insigne nell'astronomia e metereologia, nella fisica e sismologia. Studiò particolarmente le stelle cadenti e la luce zodiacale. I forti terremoti d'Italia nel 1873 e 1875 trovarono in lui la mente adatta e preparata a trarne importanti conclusioni. Notevoli i suoi libri sulle nuove dottrine del potenziale elettrico, tradotti subito in più lingue. Il nome del S., uno dei più grandi fisici del secolo scorso, superò rapidamente la ristretta cer. chia della piccola Università. Quando gli Scolopi furono cacciati da Urbino, egli si ritirò nel Collegio della Badia Fiesolana.

BibL.: G. Giovannozzi, Della vita e delle opere del p. A. S., Firenze 1889; T. Vinas, Scriptores Scholarum Fiarum, I, Roma 1909, p. 42. Leodegario Picanyol

SERPOTTA, Giacomo. - Scultore, n. a Palermo il 10 marzo 1656, m. ivi il 27 febbr. 1732.

Suo lontano antenato fu un Guglielmo S. del xvi sec. seguito da una discendenza di artigiani, fino a Gaspare S., scultore e stuccatore, padre di Giacomo. Il S. cominciò a lavorare lo stucco nella bottega del fratello Giuseppe; è dubbio il viaggio a Roma, pur trovandosi nella sua arte riflessi e riferimenti all'arte romana dell'epoca.

Il più dell'opera sua si trova a Palermo; risalgono al 1679 le sei statue della chiesa del Giusino, provenienti dall'oratorio della Carità. Da tali opere scaturì quella per il
monumento equestre a Carlo II a Messina (1681), distrutto nel 1848 (bozzetto al Museo Sieri Pepoli di Trapani). Nel 1682 eseguì le statue dei SS. Pietro e Paolo nella chiesa di S. Maria del Carmine Maggiore, quindi nel 1685 iniziò una delle sue decorazioni più famose: gli stucchi dell'oratorio di S. Cita, completati in vari periodi. Nel 1690 modello la statua della Vergine del Collegio dei Gesuiti; nel 1691 gli stucchi per la cappella di S. Stefano in S. Sebastiano alla Marina e quella dell'Annunziata a S. Onofrio. Nel 1694 passò ad Agrigento ad eseguirvi i mirabili punti della chiesa di S. Spirito; più tardi ad Alcamo, dove lasciò quattro fra le più belle Allegorie, mentre è incerto che si sia recato in altri centri dell'Isola che vantano opere serpottiane senza sicura documentazione. Nel 1696 il S. intraprese la decorazione della chiesa di S. Orsola restaurata poi dal figlio Procopio, pur esso stuccatore, e preparò i modelli in cera per i misteri del Rosario del convento di S. Cita, scolpiti, in seguito, dal Vitagliano. Nel 1698 adornò la piccola cappella dell'ospedale dei sacerdoti e nel 1699 , contornando i dipinti del Caravaggio, pose mano agli stucchi dell'oratorio di S. Lorenzo che insieme a quelli dell'oratorio del Rosario di S. Domenico, di poco posteriori, sono fra le opere maggiori del maestro. Nel 1707 la Principessa di Roccaflorita si lasciava ritrarre in un medaglione in stucco dal S. Nell'anno successivo il S. adornò la chiesa della Pietà e nel 1711 quella di S. Agostino. Poco tempo dopo venne eseguita la decorazione della chiesa di S. Tommaso dei Greci. Dal 1720 al ' 28 l'artista modellò le statue della chiesa di S. Agostino, dove sono evidenti reminiscenze berniniane, e finì l'oratorio di S. Francesco ai Candelari, sede della Confraternita dei Forensi, ultima sua opera.

Il S., scultore fra i maggiori del suo tempo, ebbe notevolissimo il senso della decorazione ambientale, modulando nelle sue vivaci rappresentazioni una serie infinita di motivi. Questi assumono unità anche per il magico giuoco delle ombre che dànno e ricevono valore dal prezioso candore della luminosa materia usata dall'artista.

BibL.: S. Bottari, Artisti siciliani, Messina 1931, pp. 47-66; F. Meli, Studi e conferenze per il $2^{\circ}$ centenario serpattiano, Palermo 1934; id., G. S. (con bibl.), ivi 1934; N. Basile, Serpottiana, ivi 1935; S. Bottari, Il baldacchino del duomo di Messina
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(Ist. Anderson)
Serpotta. Giacomo - Decorazione a stucchi, con scene della Vita di s. Lorenzo e s. Francesco, statue simboliche e putti, nell'interno dell' oratorio di S. Lorenzo (1687-96) - Palermo.

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(per cortesia della siq ra Cessodina)
Serpotta, Giacono - Putt in stuc co. Oratorio del S. Rosario - Palermo.
e la collaborazione G. S., ivi 1933; G. De Logu, La scultura del 700, Firenze s. a.
Maria Pia Cosentino
SERRA, JunifERO. - Minore
francescano, al secolo Miguel, n. a Petra (Maiorca) il 24 nov. 1731, m. a Monterey (California) il 28 ag. 1784.

Il 14 sett. 1730 prese l'abito francescano. Si laureò in teologia a Palma, dove per qualche tempo insegnò filosofia e teologia nella Università di Maiorca. Il $1^{\circ}$ genn. 1750 giunse nella Città di Messico e nel Collegio di S. Fernando si preparò alle missioni tra gli Indiani. Dal 1750 al 1758 fu missionario fra gli Indiani di Sierra Gorda al nord di Querétaro. Tradusse il catechismo nella lingua degli indiani Pame. Richiamato a Messico, vi lavorò (1758-67) con frutto come missionario popolare. Quando nel 1767 i Gesuiti furono espulsi dai possedimenti spagnoli, i Francescani subentrarono nelle missioni della bassa California e S. chiese di andarvi. Nominato superiore sbarcò con 15 compagni a Loreto, centro della missione dei Gesuiti della bassa California. In quegli anni gli Spagnoli cominciarono a preoccuparsi del possesso dell'alta California, fin'allora completamente negletta. Con il corpo di spedizione, mandato nel 1769 per occupare definitivamente la terra, S. salpò con 4 francescani, ai quali se ne aggiunsero poi altri. Si trattava di guadagnare alla fede gli Indiani della regione i quali erano di infima cultura. Continuando il metodo seguito dai Francescani in Sierra Gorda, S. fondò una serie di missioni: S. Diego ( 16 luglio 1769), S. Carlos (3 giugno 1770), S. Antonio (14 luglio 1771), S. Gabriel (8 sett. 1771); S. Luis Obispo ( $1^{\circ}$ sett. 1772), S. Francisco de Asis (8 ott. 1776); San Juan Capistrano ( $1^{\circ}$ nov. 1776); S. Clara (1a genn. 1777); S. Buenaventura (3i marzo 1782); dalle sue missioni ebbero origine le principali città della California, come Los Angeles, S. Francisco, S. Diego, Monterey, S. Barbara e altre. S. fu il padre degli Indiani e per tal motivo la California lo celebra come eroe nazionale e la sua statua figura, come rappresentante dello Stato di California, nella Sala del Congresso di Washington ( $1^{\circ}$ marzo 1931). Il processo di beatificazione, costruito nella curia diocesana di Fresno, è già in studio presso la S. Congregazione dei Riti.

BibL.: F. Palou, Relación hist. de la vida y apostol. tareas del van. p. fray 3. S., ecc., Messico 1787 (opera fondamentale); id., Noticias de la Nueva California, ed. H. E. Bolton, 4 voll., Univ. Calif. Press 1926; C. E. Chapman, A hist. of Calif.: The Spanish Period, Nuova York 1928; Z. Engelhardt, The Missions and Missionaries of Calif., 4 voll., $2^{\circ}$ ed., S. Francisco 1930; Ch. Lummis, The spanish pioneers and the Calif. missions, Chicago 1930; Ch. Piette, Evocation de 3. S. fondateur de la Californie. Bruxelles-Washington 1946.

Nicola Kowalsky
SERRA, Luigi. - Pittore, n. a Bologna l'8 giugno 1846, m. ivi l'ri ag. 1888.

Nel 1868 andò a studiare a Firenze; quindi fu a Roma donde spedì a Bologna quadri di carattere storico. Nel 1871 vinceva un concorso per il sipario del "Teatro Gentile» di Fabriano. Nel 1875 era a Venezia, poi di nuovo a Roma ove dipinse nell'abside di S. Maria della Vittoria un grande affresco con l'Ingresso trionfale dei cattolici in Praga e alcuni quadri fra i quali S. Giovanni Nepomuceno per S. Giovanni in Laterano, S. Bonaventura
e 1. Francesco della Galleria d'Arte moderna, e i Coronari sulla gradinata di S. Carlo ai Catinari oggi a Firenze, nella locale Galleria d'arte moderna. Tornato a Bologna affrescò ( 1886 ) nella vòlta della sala del Consiglio provinciale Irnerio che glossa le antiche leggi, sua ultima opera.

Disegnatore acutissimo, incisivo, di una precisione quasi matematica, per cui ottiene effetti addirittura stereoscopici, il S. ebbe costante la nostalgia di un colore altrettanto vivo ed efficace. Ma per aver egli sempre concepito il colore quale elemento a sé, avulso dal disegno, i suoi quadri, sebbene chiari e viraci di tinte, talvolta quasi porcellanose, non hanno vitalità cromatica, ché un disegno quasi sempre chiaramente individuato con linee scure o violette limita i campi dei colori soffocandone ogni vibrazione.

BibL.: A. M. Comanducci, I pittori ital. dell'Ottocento, Milano 1934, pp. 637-74; P. Bucarelli, s. v. in Enc. Ital., XXXI, p. 435; id., La Galleria nazionale d'arte moderna, Roma 1931, p. 26 .

Emilio Lavagnino
SERRA, Renato. - Critico letterario, n. a Cesena il 5 dic. 1884, m. sul Podgora il 20 luglio 1915.
Fu nel 1908 insegnante nella scuola normale di Cesena e l'anno seguente direttore delle Biblioteche Malatestiana e Piana. Nella vita breve e umbratile, la professione delle lettere fu per il S. un affinamento ininterrotto di humanitas, una sorta di religione che egli aveva ereditata dagli studi classici e a cui era chiamato dalla propria vocazione. In un clima aristocratico e vigilatissimo svolse quella critica che ebbe tutta l'aria di essere un "divertimento personale in margine " e che si risolve invece in analisi acute e definitive specie nei saggi sul Pascoli, il d'Annunzio, il Panzini e in quello scorcio della letteratura (Lettere), che va dagli inizi del 'goo alla prima guerra mondiale. La Voce, al cui gruppo il S. appartenne, pubblicò nel 1914 il Ringraziamento per una ballata di P. Fort, che è l'esempio più chiaro della facoltà dello scrittore di innestare la propria sensibilità poetica al mestiere del critico. Pagine che, come le altre degli scritti e delle bellissime lettere, raccordano impressioni quasi visive e tattili del paesaggio e della natura circostante al suo umore e al suo giudizio. L'esame di coscienza di un letterato, pubbl. postumo nel 1916, denuncia lo scetticismo nei valori della guerra e il generoso "umanesimo" del S., mai inaridito nelle proprie sensazioni, sebbene chiuso in una inconsolabile solitudine.

BibL.: edd.: Scritti a cura di G. De Robertis e A. Grilli, 2 voll., Firenze 1938; Epistolario a cura di L. Ambrosini, G. De
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(per cortesia del p. F. Antonelli)
SERRA, JunifERO - Ritretto. Copia dell'originale contemporaneo che si conservava nel Convento di S. Crus a Querétaro, oggi perduto - Missione di S. Barbara.

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Robertis, A. Grilli, ivi 1934 (nuova ed. ivi 1938). Studi : numero della Foce del 15 ott. 1915 dedicato a R. S., pp. 913-1032; C. Bo, Otto studi, Firenze 1939. pp. 81-104; P. Nardi, Neoncentismo, Milano 1926, pp. 173-212; P. Paneruzi, Scrittori italiani (dal Carducci al d'Annunzio), Bari 1943, p. 187-99; M. Petrocchi, L'uomo e la storia, Bologna 1944, v. indice; L. Russo, La critica lett. contemp., III, nuova ed., Bari 1947, pp. 5-37; autori vari, Scritti in onore di R. S., Milano 1948. Maria Luisa Rondini

SERRANO, Francesco, beato. - Missionario e martire domenicano spagnolo, n. a Hueneja (Guadix, Andalusia) il 4 dic. 1695, m. a Fuceu (Fokien, Cina) il 28 ott. 1748 .

Professo nel convento di S. Croce di Granada il 22 apr. 1714. Nel 1725 parti per le missioni dell'Oriente e il 1727 entrava in Cina. Ebbe residenza nella casa di S. Rosa di Loyen, di cui fu più volte vicario : e ripetutamente anche vicario provinciale della missione domenicana cinese. Per quasi 20 anni percorse con zelo apostolico il Fokien, finché nel giugno del 1746 venne arrestato con i confratelli mons. Pietro M. Sanz (m. il 26 maggio 1747), G. Alcober, G. Royo e Fr. Diaz. Durante la prigionia di Fuceu gli giunse la nomina (genn. 1748) a vescovo titolare di Tipasa e quella di coadiutore con diritto di successione nel vicariato apostolico di Fokien di mons. Sanz (di cui a Roma s'ignorava ancora il martirio), ma non poté essere consacrato. Venne strozzato nel carcere, insieme con i tre confratelli.

Tutti e quattro insieme con mons. Sanz furono beatificati da Leone XIII il 18 apr. 1893. Festa il 3 giugno.

BibL.: anon., Relazione del martirio de' padri f. Pietro martire Sanz, vescovo Mauricastrense, f. Francesco Serrano, eletto vescovo Tipasitano, f. Giovanni Alrober, f. Giovannihno Royo, e f. Francesco Diaz, Roma 1752; G. G. Cienfuegos, Reseña historica de la vida y martirio de los $V V$. Sires, Sanz y Serrano y pp. Alcoven, Royo, y Diaz.... Madrid 1893; F. Quirux, Reseña historica de algunos varones ilustres de la provincia de Andalucia de la Orden de Predicadores, Almagro 1913, pp. 40-50. Abele Redigonda

SERRANO y PINEDA, Luciano. - Benedettino e storico spagnolo, n. il 7 genn. 1879 a Castroceniza (Burgos), m. il 17 luglio 1944 a Burgos.

Benedettino nel sett. 1894, ordinato sacerdote nel dic. 1902 e incaricato dall'ab. Guépin di una accurata ispezione degli archivi ecclesiastici spagnoli per rinvenire antichi codici sul canto gregoriano, adempi con p. Cassano Rojo a tale compito e diede alle stampe gli scritti ¿Qué es canto gregoriano? (Barcellona 1905) e Música religiosa (ivi 1906). Quindi curò i tre primi volumi delle Fuentes para la historia de Castilla (1906-10). Nel 1911-15 studiò a Roma i rapporti tra la Spagna e la S. Sede al tempo di Filippo II, che pubblicò in 4 voll.: Correspondencia diplomática entre España y la S. Sede durante el pontificado de s. Pio V (Roma 1913-14) e, insieme con diversi altri lavori, redasse l'Indice del Archivo de la embajada cerca de la S. Sede (ivi 1915). Alla morte del Guépin divenne nel 1919 abate di Silos. La cura dell'abbazia non lo distolse tuttavia dai diletti studi e continuò ad occuparsi, indistintamente e con pari maestria, della edizione di fonti medievali e delle vicende spagnole nel sec. xvr. Negli ultimi decenni si interessò anche della storia dell'abbazia (El real monasterio de S. Domingo de Silos, Su historia y tesoro artistico, Burgos 1926) e di quella del vescovato di Burgos (El obispado de Burgos y Castilla primitiva desde el siglo V al XIII, 3 voll., ivi 1905). Ha pubblicato pure: Correspondencia diplomatica entre España y la S. Sede (Roma 1914). Nel 1940 divenne membro della Reale Accademia di storia di Madrid.

BibL.: Enc. Eur. Am., LV, pp. 596-97; ibid., Apéndice, IX, p. 1247; ibid., Suplem., 1942-44, p. 298. Silvio Furlani

SERRAO, Giovanni Andrea. - Vescovo di Potenza, calabrese n. a Castelmonado (ora Filadelfia, provincia di Catanzaro) nel 1731, m. a Potenza il 24 febbr. 1799, conosciuto come il maggiore rappresentante del giansenismo meridionale. Sino al 1759 visse a Roma dove ebbe maestri Foggini e Bottari (v.).

Frutto di questa educazione fu il De vita et scriptis Jani Vincentii Gravinae commentarius (1758) nel quale S.
trovò modo di ironizzare sui casisti e schierarsi in favore dell'agostinianismo e contro il probabilismo. Durante il soggiorno romano conobbe Scipione de' Ricci, Pietro Tamburini e tutti i giansenisti che frequentavano l'Archetto, con i quali si mantenne in relazione, specialmente con il vescovo di Pistoia. Nel 1759 rientrò a Napoli e divenne professore e poi segretario dell'Accademia napoletana. Scrisse in quel periodo: De Sacris Scripturis liber, qui est locorum moralium primus (Napoli 1763), dove sostiene la necessità della diffusione della Bibbia e l'obbligo della sua lettura in volgare per uso di tutti i fedeli; De claris catechistis ad Ferdinandum IV regem libri III (ivi, 1769), l'opera sua più celebre nella quale elogia i catechismi del Fleury e del Colbert, diffondendosi a descrivere le vicende di quello di Mesenguy e rivelando disprezzo verso la teologia scolastica e simpatia verso le idee riformiste dei giansenisti; l'Apologeticus (Napoli 1771). Al De claris catechistis, P. Mamuchi oppose un' opera Del diritto libero della Chiesa di acquistare e possedere beni temporali, nella quale rilevava dodici punti divergenti, e ciò nella sua qualità di Maestro del S. Palazzo. S. rispose con altrettante Riflessioni addotte a giustificare la sua ortodossia. Tale polemica s'accese in occasione della designazione del S. all'episcopato di Potenza (1782) da parte della corte di Napoli. Il Mamachi aggiunse contro altri ventiquattro articoli che rinnovavano e confermavano, allargandole, le precedenti denunce. Intervenne lo stesso Pio VI richiedendo prima per la nomina particolari interrogazioni al candidato, poi deputando una congregazione di cardinali per decidere la vertenza che, per la renitenza dei ministri del re di Napoli, minacciava di prendere forma pubblicitaria in favore del regalismo. Il S. si assoggettò al giudizio della S. Sede, seguendo la norma equivoca della sottomissione giansenistica, e poté così ottenere la nomina e l'investitura canonica. Oltre le lettere pastorali alla diocesi scrisse, cinque anni dopo il suo ingresso, un volume in difesa dei principi regalisti: La prammatica sanzione di s. Luigi re di Francia proposta ai riformatori dell'ecclesiastica disciplina (Napoli 1788) e un altro ai confratelli nell'episcopato per indurli a rendersi indipendenti da Roma anche nella consacrazione: Ragionamenti dell'autorità degli arcivescovi del Regno di Napoli di consacrare i vescovi (Napoli 1788). Conforme alla sua educazione e ai suoi principi morali disprezzò l'opera di s. Alfonso, sebbene più che giansenista il S. debba considerarsi un riformatore liberale e un regalista: del giansenismo rivivendo le idee quesnelliane e la polemica degli appellanti e del gallicanesimo difendendo le teorie e non disdegnando di passare poi dal regalismo al giacobinismo. Morì nel 1799, assassinato nel suo letto da sicari e straziato per le vie della città da una turba rivoluzionaria, vittima della reazione a quella monarchia che aveva scollato nelle sue presunzioni giuridiche.

BibL.: E. di Tipaldo, Biogr. degli ital. illustri, III, Venezia 1845, p. 286 sg.; B. Croce, Domini e cose della vecchia Italia, II, Bari 1927, p. 136 sgg. (con bibl.); A. C. Jomolo, Il giansen. in Italio avanti la Rivoluz., ivi 1928, pp. 383-85; G. Cigno, G. A. S. e il gians. nell'Iial. merid., Palermo 1938; G. Cacciatore, S. Alfonso de' Liguori e il giansen., Firenze 1942, pp. 205-207. Benvenuto Matteucci

SERRATA. - Sospensione di lavoro in fabbriche, opifici, industrie, deliberata dai proprietari per combattere scioperi od opporsi a modificazioni dei patti di lavoro. Come lo sciopero, di cui costituisce in certo senso la contropartita, la s. è sostanzialmente legata all'ordinamento economico-sociale che si suol dire capitalistico e trova la sua maggior applicazione nella seconda parte del sec. xix e nella prima del xx. Anche a suo riguardo il pubblico potere ha assunto atteggiamenti assai diversi : si va dalla proibizione e dalla condanna (come, ad es., negli artt. 414-16 del Codice penale napoleonico) alla permissione più o meno esplicita.

L'art. 40 della nuova Costituzione italiana non parla di tale diritto; dice semplicemente che "il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano".

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Tutti i tentativi fatti per porre sullo stesso piano sciopero e s. (emendamento Giannini ed emendamento Quinteri) furono respinti. Giuridicamente quindi il diritto di s. non può configurarsi allo stesso modo del diritto di sciopero; mentre questo è costituzionalmente garantito e una futura legge che lo proibisse sarebbe anticostituzionale, quello non lo è, cosi che potrebbe essere escluso dalla comune legislazione senza urtare contro la Costituzione.

Più complesso è l'ulteriore questione se la s. sia compossibile con il testo costituzionale. Si hanno al riguardo due correnti : alcuni, partendo dal fatto che lo sciopero e la s. costituiscono un'eccezione al principio che la difesa dev'essere riservata al pubblico potere e che le eccezioni non si possono presumere, ritengono che la s. sia incompossibile con la nostra Costituzione; per conseguenza una legge che l'autorizzasse sarebbe anticostituzionale; " anche se la legge sindacale non la vietasse esplicitamente, la s. dovrebbe considerarsi, secondo il diritto comune, inadempimento dell'obbligazione del datore, discendente dal contratto di lavoro" (F. Santoro-Passarelli, Verso la legge sindacale, in Iustitia, 2 [1949], p. 51). Altri invece fanno notare che il silenzio della Costituzione è... silenzio e null'altro; tutto è demandato quindi alla legislazione ordinaria.

Sul giudizio morale anche i cattolici non sono del tutto d'accordo. Sostanzialmente possiamo raccogliere le diverse opinioni in tre gruppi principali. Alcuni ritengono che la s. possa e debba esser posta sullo stesso piano dello sciopero, e quindi, nelle condizioni indicate per lo sciopero, possa dirsi legittima; anche il datore di lavoro infatti può trovarsi nella condizione del lavoratore, ossia a non aver altro via per difendere una causa giusta e ad avere nel tempo stesso fondata speranza di successo e una ragionevole proporzione fra i beni che spera di ottenere per sé e per i propri e i mali che teme di dover provocare per gli altri. Cosi pensano in genere i moralisti soprattutto antichi, Merkelbach, ad es. (Summa theol. mor., II, Parigi 1947, n. 553, p. 585). Altri in