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 esseri da lui visti avessero qualche connessione con serpenti o dragoni, o che fossero in parte terioformi, come erano rappresentati
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(1st. Anderson)
Serafino - Tra cerchi di Angeli attorno a Cristo giudice. Il primo cerchio interno è costituito dai S., dipinti in rosso. Particolare del Giudizio unitar-
sale di G. di Paolo (sec. xv) - Siena, Pinacoteca.

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i Cherubini (v.) in Babilonia. L'unica interpretazione possibile è quella secondo cui i S. sono creature angeliche, come apiego già l'antico giudaismo. Secondo il libro di Enoch ( $61,10 ; 71,7$ ) i S., insieme ai Cherubini ed agli 'Ophannim, sono gli spiriti che vigilano costantemente intorno al trono di Dio.

Lo pseudo-Dionigi (De coelesti hierarchia, 7: PG 3, 205) assegna ai S. il posto più sublime nella gerarchia angelica: sono il primo coro; attribuisce percio ad uno spirito di ordine inferiore l'atto simbolico sulle labbra del profeta (ibid., 13: PG 3, 299-320). S. Gregorio Magno (In Evangelia hom., XXXIV, 7: PL 76, 1249) presenta il medesimo ordine gerarchico, rimasto tradizionale in seguito (cf. Dante, Paradiso, XXVIII, 99).

Per la parte teologica v. : angeli. Per l'arte v.: cherubing. - Vedi tav. XXI.

Bibl.: H. Lesêtre, Seraphin, in DR. V, col. 1670: J. Nikel, Die Lehre des Alt. Test. über die Cherubim und Seraphin, Münster 1890; P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, trad. it., Torino 1950, p. 146 sg . Angelo Penna

SERAFINO da Fermo. - Scrittore ascetico e predicatore, n. a Fermo nel 1496, m. a Bologna nel 1540. Entrò fra i Canonici Regolari Lateranensi, predicò con frutto nell'Italia settentrionale (Milano, Mantova, e Bologna) ispirandosi a fra' Battista da Crema (v.) e acquistandosi un posto particolare nella riforma pretridentina.

Dei suoi scritti ascetici, largamente diffusi allora, e tradotti in varie lingue, si possono ricordare: Opera nova del discernimento delli spiriti (Mantova 1535); Spec. chio interiore (Bologna 1539); Problemi sull'orazione (ivi 1539), in forma di domande e di risposte; Primo e secondo trattato della discrezione (ivi 1539); Trattato per la vita cristiana utilissimo della cognitione et vittoria di se stesso (ivi 1541), compendio dell'opera principale di fra' Battista da Crema; Apologia di fra' Battista da Crema (Milano 1541; l'opuscolo. messo all'Indice nel 1564, ne fu tolto nel 1900); Trattato della mental oratione (ivi 1545), è l'opera più completa di S., quasi una guida per la vita spirituale.

La dottrina spirituale di S., sebbene elaborazione occasionale di quella di fra' Battista da Crema e mancante di organicità, insiste sull'opera della Grazia e sulla rinuncia completa alla propria volontà. Consiglia di "orare nell'interior dello spirito ", perché questa è la via ordinaria per raggiungere la perfetta unione con Dio. Per S. l'assenza di sforzo è uno degli elementi propri della contemplazione.

Bibl.: G. Feyles, S. da F., Torino 1941. Mario Gaspari
SERAFINO da Montegranaro, santo. - Laico cappuccino, n. a Montegranaro (Ascoli Piceno) nel 1540, entrato nel noviziato di Iesi nel 1557 ca., m. a Ascoli Piceno il 12 ott. 1604. Dichiarato beato da Benedetto XIII il 18 luglio 1729; canonizzato da Clemente XIII il 16 luglio 1767 . Festa il 12 ott.

In umiltà e penitenza, compiendo gli uffici di cuciniere, ortolano, muratore, cercatore, in vari conventi e più lungamente in Ascoli, fu largo in beneficenza con i poveri; circondato dalla venerazione popolare consolava, correggeva, incitava al bene. Commoventi i suoi discorsetti ai confratelli. Lo spirito di preghiera, l'amore al Crocifisso e a Maria S.ma gli meritarono i carismi divini. Il ministro generale s. Lorenzo da Brindisi non accolse la sua preghiera di recarsi in missione, lasciandolo in Ascoli a edificazione dei fedeli.

Bibl.: D. Svampa, Vita di s. S. da M., Bologna 1904; Causa Ausculana bestif. et canonizationis s. S. a M., in Anal. Ord., Min. Capuccinorum, 30 (1914), pp. 41-42; Emidio d'Ascoli, Vita popolare di s. S. da M., Loreto 1940; Luca da Montorado, Contributo per una bibl. di s. S. da M., in L'Italia francese., 17 (1946), pp. 141-47; 18 (1943), pp. 49-53; 24 (1949), pp. 219-23, 280-86. Ilarino da Milano

SERAFINO di Sarov. - Al secolo Procaro Moosin, insieme con s. Teodosio de Pečersk e s. Sergio di Radonesc, una delle tre più importanti figure della spiritualità russa. N. a Kursk il 19 luglio 1759 e m. a Sarov il 2 genn. 1833.

Entrato a 18 anni nel monastero di Sarov e dopo aver passato tutte le tappe del monacato, fu ordinato sacerdote nel 1793 e ottenne il permesso di diventare cremita. Durante 25 anni fu successivamente stilita, silenzioso e recluso. Nel 1815 riaprì la porta per ordine della Madonna e si adoperò a consolare e sollevare i confratelli.

Taumaturgo, profeta, scrutatore dei suori, S. diventò il confessore e direttore spirituale di migliaia di fedeli. Fu notevole la sua devozione alla Madonna da lui chiamata "giota della nostra gioia". S. insegnava che lo scopo della vita consiste nell'ottenere lo Spirito Santo, e che tutto deve aiutare a rendere più consapevole e viva "la presenza divina in noi ". S. fu trovato morto inginocchiato e con gli occhi fissi su una immagine della Madonna. Nel 1903 il suo nome fu scritto dalla Chiesa russa nel Catalogo dei suoi santi.

Bibl.: S. Cidaghor, Cronaca del monastero di Divorvo (in russo), Pictroburgo 1903, capp. 3-21; V. Iljin, S. di S. (in russo), Parigi 1930; Dom Beplaire, S. de S., in Irénikon, 10 (1955), pp. 140-59; N. Volnianski, S. di S. (in russo), in Bollettino del patriarcato di Mosca, 8 (1947), pp. 18-28.

Giovanni Kolourivof
SERAPIONE, santo. - Ottavo vescovo di Antiochia, dal 190 (191 secondo Giulio Africano) al 30 ott. del 211.

Eusebio (Hist. eccl., V, 19, 22; VI, 11) ricorda la figura di S. e ne enumera gli scritti (VI, 12) : una lettera sul Vangelo apocrifo di s. Pietro per mettere in guardia una comunità cristiana dei pressi di Antiochia; un opuscolo dedicato a Carico e a Pantico (Ponzio) contro i Montanisti, e una lettera a Donnino, il quale, durante la persecuzione di Settimio Severo, era ritornato al giudaismo.

Fu introdotto nel Martirologio da Adone.
Bibl.: PG s. 1371-76: Acta SS. Octobris, XIII, Parigj 1883, pp. 248-52; Martyr. Romanum, p. 285. Martimiano Roncaglia

SERAPIONE, vescovo di Thmuis, santo. - Nel Calendario siríaco è registrato il 19 marzo un S.; di la passò nel Martirologio geronimiano al 21 dello stesso mese; lo ricorda Eusebio (Hist. eccl., VI, 41, 8). Floro di Lione nel sec. IX, seguito poi da Adone, lo identificò con S. di Thmuis. Il Martirologio romano dipende dagli interpolatori suddetti.
S., dapprima catechista ad Alessandria, probabilmente al Didascalcion, si ritirò nel deserto di Amun, divenne abate di una colonia di monaci e si legò in stretta amicizia con s. Antonio Abate e con s. Atanasio. Se la lettera di Atanasio in cui si parla di un S. si riferisce al nostro (PG 26, 1412 sg.), si deve pensare che S. fosse già vescovo di Thmuis nel Basso Egitto prima del 339. Fu uomo colto e, verosimilmente, partecipò al Concilio di Sardica ( 543 ) come sostenitore dell'amico Atanasio e del Concilio di Nicea contro gli ariani; per la stessa ragione fu mandato alla Corte imperiale di Costanzo II (ca. 356); pare che morisse dopo il 362 . Il titolo di "confessore " datogli da s. Girolamo (PL 23,699), pare l'abbia meritato con l'esilio, inflittogli dall'ariano Tolomeo, dopo il Concilio di Sardica.

Della produzione teologica di S. rimane molto poco. Conosciuto sotto il suo nome è un trattato contro i manichei (G. Bardy, La question des langues dans l'Eglise ancienne, Parigi 1946, p. 42), che però, come gli altri del tempo, non era che una raccolta di generiche notizie, esteriori alla setta (cf. H.-Ch. Puech, Le Manichéisme, son fondateur, sa doctrine, Parigi 1949, pp. 15-26); buoni sono però gli argomenti con cui combatte il principio dualistico e l'origine del male. La dottrina trinitaria di S. è delle più semplici. La consostanzialità tra il Padre e il Figlio è designata con il termine impreciso di "nmoios" invece di "omousios"; anche la sua terminologia cristologica non è più precisa. Ciò non pregiudice la sua ortodossia, e rappresenta, piuttosto, il modo di esprimersi di un vescovo dominato più da preoccupazioni pastorali che polemiche. Di fatti, se fu inviato al Concilio di Sardica e se s. Atanasio credette di potergli indirizzare degli scritti

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sullo Spirito Santo (PG 26, 529-676) e se fu, in un primo tempo, catechista ad Alessandria, sarebbe da concludere che fosse in grado di trattare problemi teologici con migliore rispetto alle esigenze della terminologia teologica. Anzi, secondo altri, s. Atanasio avrebbe avuto una stima cosi alta della scienza del suo amico da sottoporgli ad esame i suoi manoscritti.

Un Eucologico o raccolta di 30 preghiere va sotto il nome di S. ma non si può ancora stabilire criticamente se egli ne sia l'autore o un semplice compilatore: in detto Eucologico sembra si contengano preghiere di molto anteriori a S. La prima è un'anafora di particolare interesse teologico oltre che liturgico (P. Batiffol, Etudes d'histoire et de théologie positive, $3^{2}$ serie: L'Eucharistie, $7^{2}$ ed., Parigi 1920, pp. 311-34).

Bibl.: G. Wobbermin, Alttheistl. liturg. Stüche aus der Kirche Asyptiens, nebst einem dogmat. Brief des Bischofs Serapion von Thmusi (Texte und Uutersuch. zur Gesch. der alttheisti. Lit., 17, 3b), Lipsia 1898 (cf. le osservazioni di P. Drewa, in Zitiche. für Kirchengesch., 29 [1900], 791-338); F. X. Funk, Dabucalia et Constitutiones Apostalorum, II, Paderborn 1905, pp. 158-95 (testo greco con recensione latina); J. Wordsworth, Bishop Serapion's Prayer Book, $2^{2}$ ed., Londra 1910. La prima edizione critica del trattato contro i manichei è di R.-P. Casey, Serapion of Thmusi against the Manichees, Cambridge, Mass., 1931 (cf. Byzant. Zeitschr., 33 [1933], p. 121 sgg.); per l'anafora, cf. B. Capelle, L'anaquare de Serapion, essus d'exigese, in Le Musicon, 59 (1946), pp. 425-43. Frammenti del comment. al Gen. furono editi da R. Devreesse, in Rev. bibl., 44 (1935), 171 (cf. anche J.-B. Pitra, Anal. sacro et class., I, Parigi 1888, p. 47); P. Martin, in J.-B. Pitra, Anal. sacro et class., IV, Parigi 1893, pp. 214 sgg., 443 sgg. ha frammenti di una lettera, di un'omelia sulle verginità e di un altro scritto incerto, in siriaca, attribuiti a S.: Martyr. Hieronym., pp. 154-55; Martyr. Romanum, pp. 106-107.

Martiniano Roncaglia
SERARIUS, Nicolaus. - Teologo gesuita, n. a Rambovillers (Metz) nel 1555, m. a Magonza nel 1609. Entrò, dopo gli studi filosofici fatti a Colonia, nella Compagnia di Gesù nel 1573 (provincia di Germania); insegnò prima umanità, poi filosofia, poi esegesi.

Instancabile lavoratore, ebbe tutte le doti di un buon esegista: possesso delle lingue latina, grece, ebraica, siriaca; senso per le sfumature dello stile degli autori sacri; vastissima erudizione di cose profane affini. I suoi commenti però sono profissi, ridondano di discussioni erudite estranee al tema, non mancano di inesattezze. Pregevoli ancor oggi sono le sue opere storiche, in parte riprese negli Acta Sanctorum; esse gli meritarono la stima e l'amicizia del Baronio. Tramontata è la sua feroce polemica contro Lutero; nondimeno S. con vera carità ripeteva + Pro haereticis non modo orandum, sed etiam oradendum est $+$.

Le opere principali non polemiche di S. sono : a) commenti biblici; Jos. e passi di Ex., Lev. Num., Deut., Par. (Magonza 1609-10); Iudc. e Ruth (ivi 1609); Sam., Reg. e Par. (postumi, ivi 1612); Tob., Iudt., Esth., Mach. (ivi 1599), 6) Monografie bibliche: Divus Paulus et Iudas Iscariotes (Würzburg 1586), opera che diede origine a lunghe controversie con i calvinisti Drusio e Scaligero; Iosuani sacerdotes; De Salomonis peccatis...; Naaman Syrus...; Trihaeresium (sette giudaiche; Magonza 1604); Rabbini et Herodes (ivi 1607); Prolegomena biblica (introduzione alle epistole del Nuovo Testamento: la sua opera migliore); altre opere bibliche si trovano in Opuscula theologica ( 3 voll., ivi 1611), dove si trova anche una sua - vita v. c) Fra le opere storiche: Kiliani Francine Orientalis.... gesta (Würzburg 1598); Moguntiacarum rerum.... libri 5 (ivi 1604); Comitum par genere... inclytum (ivi 1605); Epistulae s. Bonifacii (ivi 1605).

BibL.: Literae annuae S. I. anni 1609, Dillinger 1612, pp. 371-77; B. Duhr, in Zeitschrift f. hath. Theologie, 13 (1889), pp. 63-66; Hurter, III, coll. 499-503; Sommervogel, VII, coll. 1134-52; L. Koch, s. v., in 7 enntrodesikon, coll. 1642-43; A. Rayez, s. v. in DThC, XIV (1940), coll. 1912-13.

Pietro Nober
SERBELLONI, FAMIGLIA. - D'origine milanese, acquistò importanza nel sec. XVI.

Cecilia fu moglie di Bernardino Medici e madre di Pio IV. Il card. Gian Angelo Medici, vescovo di Foligno,
rinunciò in favore del nipote Giovanni Antonio S. (n. a Milano nel 1519) il vescovato, ed eletto papa, lo volle presso di sé e lo creò cardinale insieme con l'altro nipote Carlo Borromeo il 13 genn. 1560. Non ebbe uffici d'importanza nella Curia; il 13 marzo 1560 lasciò Foligno per Novara e tenne questa sede sino ai 26 apr. 1574, provvedendo ad introdurvi la riforma tridentina; nel 1568 vi tenne un Sinedo e fondò un Seminario. Vescovo di Ostia il 2 marzo 1589, m. a Roma il 18 marzo 1591 e fu sepolto a S. Maria degli Angeli.

Insieme con Giovanni Antonio venne a Roma nel 1559 suo fratello Gabbio) fu capitano della guardia papale, rinomato ingegnere militare incaricato di provvedere alle difese di Castel S. Angelo e delle fortezze dello Stato pontificio, m. nel 1580 . Fabrizio nell'ott. 1581 fu inviato alla difesa di Avignone contro gli ugonotti, ma non lasciò buon nome di sé. Giovanni Battista nel genn. 1560 fu nominato castellano di Castel S. Angelo e poi il 17 dic. 1561 vescovo di Cassano al Jonio cui rinunciò il 6 febbr. 1579. Nel sec. XVII Fabrizio, n. a Milano il 7 nov. 1695, si laureò in giurisprudenza a Pavia; da Innocenzo XIII fu mandato vicelegato a Ferrara, dove rimase dal 1721 al 1728 , quando fu nominato impositore di Malta. Clemente XII lo inviò nunzio a Firenze nel 1731, di là passò a Colonia, in Polonia e nel 1746 a Vienna; il 26 nov. 1753 fu creato cardinale. Vescovo di Ostia il 18 apr. 1774, m. 78 dic. 1775. Gian Galeazzo, uomo politico, n. a Milano nel 1744, m. ivi il 7 marzo 1802, fu tra i collaboratori di Napoleone I.

BibL.: Pastor, VII-VIII, v. indici; XV, p. 721. Per Gabrio, v. Ex Tuscaneila, Relazione di quanto osserso al sig. G. S. nella presa di Tunisi, in Lettere di principi. ..., III, Venezia 1577 [pp. 280-95].

Renata Orazi Ausenda
SERBIA. - Regione storica della Balcania, costituente il nucleo dell'attuale omonima unità compresa come repubblica federale nello Stato jugoslavo.

La S. corrisponde oggi al paese interno che si incentra nei due bacini fluviali della Morava, tributario di sinistra del medio Danubio, e del Vardar che mette foce nel Golfo di Salonicco dopo aver attraversato un lembo della Macedonia greca. E paese montuoso, sollevato ai due margini orientale (a contatto con l'arco balcanico) ed occidentale (verso la zona dinarica) in rilievi che oltrepassano i 2000 m. e lo dividono dalla Bulgaria ad E., dall'Eregevina, il Montenegro e l'Albania ad O., e formato da una zolla di terreni antichi ondulata in groppe di 1000-1400 m. e profondamente incisa in bacini chiusi, o percorsi da fiumi che sono collegati alle due correnti principali da gole e forre non sempre favorevoli alle comunicazioni. Questo carattere si accentua nella S. meridionale, dove è più evidente la separazione in piccole unità regionali distinte: la Metohija, il Cossovo, i bacini di Skoplie, di Monastir. di Tenovo e dello Strumiza (questi quattro ultimi pertinenti alla Macedonia); a N. invece la massa montuosa (Sumadija) si apre verso le pianure alluvionali lungo il Danubio e la Sava. Al di là dei due fiumi sono stati aggregati alla S. i lembi pianeggianti (Banato, Bačka) onde risulta la regione autonoma della Voivodina, che si incunea fra Ungheria e Romania.

In complesso, la S. come unità politica si estende oggi su 55,9 mila kmq. (nei 1911 il Regno serbo ne aveva 48 mila) e conta 4,1 milioni di ab. (ca. 3 nel 1911), etnicamente piuttosto poco omogenei (Magiari e Romeni al N.; Albanesi e Turchi al S.), ciò che si ripercuote nella diversità delle confessioni religiose (a N. prevalgono i cattolici, a S. i maomettani). La densità scende dai 135 a kmq. della Voivodina ( 12 mila kmq. con 1,7 milioni di ab.) a meno di 70 nell'estremo SO., costituito in Regione autonoma (Kosovo-Metohija: 10,6 mila kmq. con 728 mila ab.). L'agricoltura predilige a S. i cereali, il tabacco, i frutti e la vigna, ma in sostanza con carattere estensivo; a N. le fertili terre della Sumadija e della Voivodina consentono, accanto ai cereali, alla canapa ed ai frutteti un fiorente allevamento. Attraverso la S. possano le due grandi direttrici delle comunicazioni centro balcaniche che dal Danubio adducono all'Egeo (Vardar) ed a Costantinopoli (Nišava-Sofia), tutt'e due seguite da ferrovie che

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(da K. Hölscher, Topolavien, Breitme 1928, tze. 278)
Serbia - Il Lago di Ochrids.
si riuniscono a Niš ( 51 mila ab.). Belgrado ( 390 mila ab.) rappresenta lo sbocco della S. sul Danubio. Nella Voivodina sono Subotica ( 113 mila ab.) e Novi Sad ( 77 mila ab.); del Kosovo-Metohija il capoluogo è Priština ( 20 mila ab.).

Biol.: N. Krebs, Beiträge zur Geographie Serbienı und Rastien, Stoccarda 1922; G. Caraci, Stati iberici, Romania, Stati balcanici, Torino 1940.

Giuseppe Caraci
Storia. - La S. emerge per la prima volta con una sua fisionomia definita nella seconda metà del sec. xir, come eredità della Rascia, la regione montuosa fra il Lim e Dioclea.

Con Stefano di Nemanja (1170-96) il piccolo grangiuppanato della Rascia comincia ad ampliarsi, a svolgere una sua decisa politica contro Bisanzio, che, grazie a Emanuele Cormenus, si era consolidata nel paese, soprattutto come base di azione contro Venezia. Stefano si inserisce nelle lotte fra l'Impero e Venezia, appoggiandosi a quest'ultima e stringendo alleanza con l'Ungheria. Questo indirizzo vòto a Occidente venne continuato, pur con qualche oscillazione, dal figlio Stefano che, nel ricevere nel 1217 da papa Onorio III la corona regale (di qui l'appellativo di Primo Coronato), mostrava di sentire vivamente, sia pure come ostilità a Bisanzio, l'opportunità di agganciarsi a Roma. Tuttavia non mancò la reazione, ben piú grave e di sostanza, poi che l'elemento monastico ed ecclesiastico - che rimarrà nei secoli la maggiore forza conservatrice della individualità nazionale serba - interviene a riequilibrare la situazione: il monaco Sava, fratello del Re e poi santo della Chiesa serba, nel 1219, con il lieto consenso dell'imperatore di Nicea e del patriarca, fonda la Chiesa autocefala serba, che sino ai nostri giorni rimarrà legata allo scisma bizantino. La mancanza di un chiaro ordine di successione aprì nella dinastia dei Nemanja frequenti lotte che indebolirono lo Stato serbo e lo resero oscillante, a seconda del momento, fra Bisanzio e la Bulgaria, oppure Venezia, l'Ungheria e il Papato. Da questa posizione debole e ambigua e al di là di questa ambivalenza di richiami lo trasse Stefano Dušan (1345-55) che nell'opposi congiuntamente a Bisanzio e all'Ungheria fu il vero creatore della grande S. Come Costantinopoli, "Roma saecunda", poteva essere portatrice soltanto di una idea imperiale, cosi di fronte alla cronica decadenza dell'Impero bizantino Stefano Dušan, oltre a sollecitare l'elevazione dell'esarcato a patriarcato, cercò con la conquista di assumerne in pieno l'eredità: il 18 apr. 1346 fu unto e incoronato "imperatore dei Serbi e dei Greci» dai patriarchi di S. e di Bulgaria. Poco dopo estese il suo dominio all'Epiro e alla Tessaglia, ma la morte (zo dic. 1355) stroncò il suo sogno imperiale.

Dopo questa grande figura di sovrano (che promulgò
con il Dutanov Zakonik il primo codice serbo), i deboli successori - da Uroš IV a Vukašin, a Lazzaro Hrebeljanović - non oppongono una salda unità interna al pericolo esterno, rappresentato dai Magiari al nord, e dai Turchi al sud; a Kosovo (Cossovo), nel 1389, dove mori il re Lazzaro, la S. fu piegata ai Turchi e solo per l'abilità della vedova Miliza mantenne come Stato vassallo una certa autonomia (1389-1459). Ormai terreno di contesa e di scontro fra Magiari e Turchi, la S., dopo qualche velleità di resistenza e di politica indipendente sotto Giorgio Branković, con la morte di questo (1456) nel 1459 si piega interamente ai Turchi. Si apre cosi per la S. un lungo periodo di completa soggezione che si alleggerirà solo nel 1830 con la formazione del principato di S., sia pure ancora vassallo della Sublime Porta. I Serbi si adattano ben presto alla nuova situazione e se con il nome di martalesi si fanno strada nell'esercito che, negli strati inferiori, diviıne per gran parte serbo, parimenti guadagnono terreno nella direzione dello Stato e nell'cito
comando dell'esercito, causa le periodiche "raccolte" di giovinetti avviati a Costantinopoli a divenirvi giannizzeri, ecc. La lingua serba diviene quella della diplomazia e della Corte turca, mentre proprio grazie alle conquiste turche che giungono alla pianura magiara, la nazione serba, con le sue colonie militari, si espande molto verso nord. La ricostituzione poi del patriarcato serbo di Peć, ad opera del gran visir (di origine serba) Mehmed Sckolović (1557), che mise sul trono patriarcale il fratello Macario, fu un atto di grande importanza politica e religiosa per la S., poiché il patriarcato assunse una missione nazionale di ampio respiro. Per la tradizione bizantina e per le consuetudini giuridiche turche, la Chiesa serba a poco a poco divenne una potente organizzazione nazionale : la separazione del temporale dallo spirituale era affatto estranea alla concezione politica dei Turchi, ed il patriarca doveva necessariamente divenire per essi il supremo capo non solo spirituale ma anche, in certo modo, civile dei cristiani. La Chiesa si appoggiò, secondo la tradizione bizantina, allo Stato, ricambiandone l'appoggio con il farsi strumento di controllo dei Serbi in sede politica, e garante, quasi, della loro fedeltà. Con il termine "terre serbe" dal ' 300 in poi si designarono quei territori religiosamente soggetti al patriarcato di Peć e che si estendevano dalla Macedonia sino al Banato e alla Bačka. Grasie alla conquista turca e alla riconosciuta giurisdizione del patriarcato nazionale serbo i Serbi acquistarono una estensione etnica mai avuta in passato e saranno in condizione nel sec. xix di aver una funzione direttiva nel risorgimento nazionale degli Slavi del sud. Dalle "terre serbe" periferiche, infatti, cominciarono a partire i primi segni di riscossa man mano che, dopo Passarowitz (1718), la Turchia si restrinse in una semplice posizione di difesa. Con i primi del sec. xix i Serbi sono maturi per una rivolta generale: fra il 1804 e il 1815 cominciano una dopo l'altra le insurrezioni che vedono emergere due famiglie, quella di Karagjorgje Petrović e di Miloš Obrenović, che si contenderanno il potere, in S., a colpi di pugnale sino agli inizi del sec. xx.

Miloš (che nel 1817 aveva fatto assassinare il Karagjorgje) il 29 ag. 1830, grazie all'appoggio russo, ottiene il riconoscimento del titolo di principe (knez). Monarca assoluto non diverso dai pascià ottomani, Miloš comincia a inserirsi, per quanto gli era possibile, nei contrasti fra le potenze, allo scopo di far progredire la S. sulla via dell'indipendenza, Nel giugno 1839, non volendo governare con il limite di una Camera vitalizia dai poteri molto vasti, imposta da Russia e Turchia, potenze protettrici, egli abdica a favore del figlio Milan; morto questi dopo due settimane, gli succede il secondogenito Michele, che, continuando la politica del padre, fu deposto nel 1842 da una insurrezione armata. Fu cosi chiamata al trono la famiglia dei Karagjorgjević, nella persona di

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Alessandro. Sotto di lui il suo primo ministro I. Garas̀anin prospetta con il Naćestanije quello che sarà, per settant'anni, il programma di politica estera della S., quale «Pimmonte dei Balcani e e centro unificatore degli Slavi meridionali, al di là di ogni contesa dinastica interna. Alessandro rimase sul trono sino al 1858 , diede al paese una sua struttura amministrativa, ma in politica estera la sua remissività di fronte ad Austria e Turchia (nonostante che dal 1856 il protettorato russo fosse stato sostituito dalla garanzia delle Potenze) gli alienò gli animi. Cacciato appunto nel 1858 , venne richiamato sul trono il vecchio Milos Obrenovic e, morto questi, nel 1860 gli successe il figlio Michele. Egli, nel fare proprio il programma del Garasanin, si inserì nel gioco della politica europea, creò un esercito e, appoggiato da Francia e Sardegna (poi Italia), ridusse quasi a nulla i vincoli di dipendenza dalla Porta, sollecitando all'unificazione Montenegrini, Croati, Bosniaci, ecc. Assassinato nel 1868 da un emissario dei Karagiorgiević, nel 1872 gli successe Milan Obrenovic. Con il Congresso di Berlino la S. ottenne notevoli ingrandimenti, che ne elevarono l'importanza nei Balcani, tanto che Milan poté assumere il titolo di re. La sconfitta subita contro la Bulgaria e dissidi interni lo costrinsero a cedere il trono al figlio Alessandro. Soppresso questo nel 1903, insieme alla regina Draga, da una congiura militare, sali al trono Pietro Karagiorgiević, con cui la S. si diede una consuetudine di vita parlamentare. Ormai decisamente orientata contro Austria e Turchia, soprattutto dopo l'annessione della Bosnia Erzegovina da parte dell'Austria (1908), la S. uscì ingrandita dalle guerre balcaniche (1912-13). L'uccisione dell'arciduca ereditario Francesco Ferdinando da parte del bosniaco G. Princip ( 28 giugno 1914) aprì la strada alla prima guerra mondiale, al termine della quale - a seguito della dichiarazione di Corfù (20 luglio 1917) - Croati e Sloveni si unirono alla S. sotto lo scettro di Alessandro Karagiorgiević per formare il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi denominato Jugoslavia. In esso la S. - e l'elemento nazionale serbo - hanno avuto sino ad oggi una posizione direttiva, spesso di sopraffazione nazionale e religiosa, tanto da mantenere in vita con i Croati cattolici un aspro dissidio che è esploso durante la seconda guerra mondiale, assumendo l'aspetto di una grave e sanguinosa guerra a carattere nazion. de. Con l'avvento del regime di Tito la S., dal 1945, costituisce una delle sei repubbliche della Federativa jugoslava. Per le relazioni giuridiche con la S. Sede, la letteratura e l'arte, v. jugoslavia. - Vedi tav. XXII.

BimL.: B. Von Kallay, Geschichte der Serben, 2 voll., Budapest 1872; C. Jindzá, Geschichte der Serben, 2 voll., Gotha 1911-18; E. Denta, La Grande Serbie, Parioi 1015; A. Pernice, Origine ed evoluzione storica delle nazioni balcaniche, Milano
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(fts. Felici)
Serboi, György Justinianus - Ritratto.

1913; St. Stanojević, Istorija srpskoga naroda (1 Storia del popolo serbo-), Belgrado 1926. Sulla Chiesa serba cf. : R. Grubić, Pra svelasina srpska crkca (1 La Chiesa ortodossa serba -), ivi 1920; C. Marjanović, Istorija srpske crkce (1 Storia della Chiesa serba -), 2 voll., ivi 1929-30; J. Mousset, La S. et son Eglise (1830-1904), Parigi 1938; L. Hadrovics, Le people serbe et son Eglise sous la domination turque, ivi 1947. Angelo Tamborra
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SERCAMBI, Giovanni. - Spe-
ziale, soldato, cittadino ragguardevole, scrittore, caro ai Guinigi, n. a Lucca il 18 febbr. 1347, ivi m. il 27 maggio 1424.

Scrisse un Monito per Lazzaro Guinigi, una Cronaca di Lucca dal 1164 al 1424 e un Novelliero. Di buon senso e di nobile animo si mostra nelle prime due opere; rozzo e scorcio quasi di continuo nell'altra, nonostante le proteste a difesa del bene e le punizioni di chi fa il male. Il Novelliero raccoglie novelle raccontate da un gruppo di persone sfuggite da Lucca durante la peste del 1774 : 100 novelle distinte in 10 giornate con intermezzi in fine, in una prima redazione; 155 non distinte in giornate ma legate da intermezzi, in una seconda redazione; la prima non tocca che di fatti lucchesi e i peregrini non varcano la Toscana; la seconda allarga a tutta Europa gli avvenimenti, e il pellegrinaggio a tutta Italia.

Bial.: A. D'Ancona, Novelle di G. S., Bologna 1871; R. Renier, Novelle inedite di G. S. tratte dal cod. Trivulz. CXCIII, Torino 1889; A. G. Dinucci, G. S. e le sue cronache, in Ravi. naz., $2^{\circ}$ serie, luglio-sett. 1927 e luglio-ag. 1928; G. Petrocchi, Il novelliero medievale del S., in Consirium, nuova riscoilta, 3 (1949), p. 74 sgg.; A. Chiari, La fortuna del Boccaccio, in Questioni e correnti di st. letter., Milano 1930, pp. 296-99 e 343-46. Alberto Chiari

SEREDI, György Justinianus. - Cardinale benedettino e giurista ungherese, n. a Deáki il 23 apr. 1884, m. a Strigonia (Esztergom) il 29 marzo 1945. Assolti gli studi ginnasiali in grande povertà fu ammesso tra i novizi dell'archäobezza di Pannouhalma. Alunno poi del Collegio S. Anselmo a Roma, fu ordinato sacerdote il 14 luglio 1908.
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Ina N. Okaneh, Monumenta arita Serbiere. Ingebria 200, tav. III. Serbia - La Vergine in trono e un angelo, Particolare dell' Adorazione dei Magi, affrescata nella $2^{2}$ metà del sec. xiv nel monastero di Marko.

Appena laureato in teologia fu nominato professore nel Pont. istituto internazionale di S. Anselmo, poi consultore della Pont. commissione per la codificazione del diritto canonico. Dopo la guerra 1914-18 fu nominato primo consigliere ecclesiastico della legazione d'Ungheria presso la S. Sede e professore nella Pont. scuola di archivistica e paleografia. Il card. Gasparri gli affidò il compito dell'edizione delle Fonti del CIC, i tre ultimi volumi delle quali sono a lui dovuti interamente e gli procurarono fama mondiale di scienziato. Il papa Pio XI lo nominò il 30 nov. 1927 arcivescovo di Strigonia e il 19 dic. dello stesso anno lo creò cardinale del titolo dei SS. Andrea e Gregorio al Monte Celio, consacrandolo personalmente l'8 genn. 1928. Fu doctor honoris causa in teologia ed in diritto canonico del/ Università Pietro Pázmány di Budapest e in diritto civile nell'Università di Oxford.

Le sue manifestazioni come supremo pastore ed altissimo dignitario del paese furono sempre testimonianza di altissime sentire e dimostrazione di animo intrepido in difesa della fede e della civiltà. Famosissime

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(per cortesia dei dolt. B. Degeokart)
Sergio I, papa, santo - Sogno di S. I relativo a s. Uberto, di Roger van der Weyden (ca. 1420) - Nuova York, collcz. Friedsam.
sono le sue dichiarazioni condannanti le leggi razziali. Negli ultimi mesi della sua vita le preoccupazioni per la sorte della patria e del suo popolo prediletto, insieme alla malattia, lo impedirono nella sua attività. Uno dei suoi ultimi scritti fu il Pro memoria sulla validità dell'abdicazione del Reggente, questione di grande portata nella valutazione di atti di Stato, presentato al Consiglio Supremo di Stato, di cui S. fece parte. Morì mentre le truppe russe occupavano la sua sede ed i Russi che apparirono nel Palazzo primaziale, per effettuarvi una perquisizione, non trovarono che il suo cadavere.

Bial.: A. van Hove, Prolegomena, $2^{2}$ ed., Malines-Roma 1945, pp. 398, 621, 632.

Giulio Magyary
SERGIO I, patriarca di Costantinopoli. - Di origine sira, fu consacrato l'8 apr. 610 , m. il 9 dic. 638. Mise a disposizione dell'imperatore Eraclio i tesori delle chiese per sussidiare la guerra contro i Persiani durante la quale governò quale reggente l'Impero. Szlvò Costantinopoli dall'assedio posto dagli Avari e dai Persiani nel 626.
S. si fece promotore del monoenergismo, allo scopo di ricondurre all'unità i monofisiti giacobiti restii al Concilio di Calcedonia, ma cadde in una grave eresia, poiché ammise in Cristo una sola energia o attività. Verso il 621 guadagnò Eraclio alla sua dottrina e tutti e due la propagarono in Armenia, Mesopotamia, Siria e in Egitto dove nel 633 fu posto nella sede alessandrina Ciro, vescovo di Phasis, una delle prime conquiste di S. Fra gli oppositori di S. si segnalarono s. Sofronio patriarca di Gerusalemme e s. Massimo Confessore. S. scrisse (634) a papa Onorio una lettera poco sincera proponendo che nessuno parlasse più né di " monoenergismo " né di " dioenergismo \%. Onorio incautamente consentì mentre s. Sofronio pubblicava la sua lettera sinodale contro il monoenergismo. Un Editto imperiale del $634 / 35$ confermò il divieto delle dispute. Ma dato l'insuccesso di questo decreto, Eraclio pubblicò nel 638 l'Echresis, opera di S. e di Pirro, che parla di due nature ma di una sola volontà in Cristo. S. ebbe tempo ancora di convocare a Costantinopoli un Concilio che accettò l'Echresis. Gli editti imperiali considerati come opera di S. furono condannati nel Concilio del Laterano (649) e dal VI Concilio ecumenico $(680-8 \mathrm{r})$.

Bial.: Krumbacher, pp. 671-73; V. Grumel. Recherches sur l'hist. de monothélisme, in Echos d'Orient, 27 (1928), pp. 6-16; 237-87; 28 (1929), pp. 19-34, 272-82; 29 (1930), pp. 16-28; id., Regestes du patriarcal byzantin, Istanbul 1932, pp. 113-18; Fliche-Martin-Frutaz, V, nn. 71-87, v. indice.

Ignazio Ortiz de Urbina
SERGIO, patriarca di Mosca. - Ioann Nikolaevič Stragorodskij, n. a Arzamas nell'eparchia di NižnijNovgorod da famiglia sacerdotale l'ri genn. 1867, m. a Mosca il is maggio 1944.

Nel 1905 arcivescovo di Finlandia, nel 1911 membro del S. Sinodo, nel 1917 arcivescovo di Vladimiro, nominato metropolita; poi, fino al 1924, metropolita di NižnijNovgorod. Dopo la morte del patriarca Tichon (8 apr. 1925), in dic. succedette come vicario al posto dell'incarcerato metropolita Pietro (Poljanskij), luogorenente del patriarcato. Nel 1934 fu eletto metropolita di Mosca e Kolomna, e dopo la morte del metropolita Pietro (fine del 1936) divenne dal $1^{\circ}$ genn. 1937 luogotenente del patriarcato. Nel 1943, il 4 sett., fu ricevuto, insieme ai metropoliti di Leningrado, Alessio, e di Kiev, Nicola, in udienza da Stalin; l'8 sett. fu eletto patriarca.

L'importanza di S. sta nel fatto che egli, uomo ancora del vecchio regime, ristabili rapporti possibilmente normali con il governo sovietico, cercando anche di tenere sudditi i Russi all'estero. Celebre è l'enciclica del S. Sinodo ispirata da lui ( 16 -29 luglio 1927), in cui si chiede fedeltà incondizionata al regime sovietico, e la sua stupefacente dichiarazione (marzo 1930), all'occasione di un'intervista, che in Russia non vi fosse persecuzione religiosa. Durante la guerra, dal 22 giugno 1941, pubblicà 23 lettere encicliche ed organizza collette di danaro, tra l'altro per una colonna di carri armati, per aeroplani, ed anche per i feriti di guerra, vedove, orfani, ecc.
S. è anche noto come teologo e scrittore missionario. La sua opera principale teologica è La dottrina ortodossa sulla salvezza ( $1^{\text {a }}$ ed., Serghiev Posad 1895); come nota il sottotitolo Soggio di spiegazione del lato morale-soggettivo della salvezza sul fondamento della S. Scrittura e delle opere dei ss. Padri, tratta piuttosto del lato soggettivo della Redenzione, sottovalutandone il lato oggettivo, specie la soddisfazione vicaria di Cristo. Scrisse inoltre sulla salvezza e la fede secondo la dottrina "ortodossa" e quella cattolica e protestante (Mosca 1913). Il 7 sett. 1935 il patriarcato di Mosca (cioè praticamente il metropolita S.) condannò la dottrina dell'arciprete Sergio Bulgakov sulla Sofia o Divina Sapienza. Le sue vedute sul primato del papa appaiono in un suo articolo (nella rivista mensile del patriarcato di Mosca, febbr. 1944) dal titolo : Ha Cristo un Vicario nella Chiesa? ; vi dà una risposta negativa; ammette però che tutta la Chiesa universale terrestre potrebbe trovarsi un giorno ad avere un solo supremo dirigente (si sottintende : il patriarca di Mosca, la terza Roma).

Bial.: anon., Il patr. S. e la sua eredità spirituale (in russo). Mosca 1947 (con ampio materiale illustrativo): autori vari, Il cristianesimo nell' Unione Sovietica, Roma 1948, passim; B. Schultze La nuova neteriologia russa, in Orient. christ. periodica, 11 (1945), p. 171 sgg . Bernardo Schultze

SERGIO I, PAPA, santo. - Oriundo antiocheno, n. a Palermo da un certo Tiberio, m. a Roma l'8 sett. 701.

Durante il pontificato di Adeodato (672-76) venne a Roma dove si ascrisse tra il clero e nel 683 Leone II gli conferì il presbiterato incardinandolo al titolo di S. Susanna. Alla morte di Conone (687) fu eletto ( 15 dic.) al sommo pontificato dalla parte più sana degli elettori, contro i candidati delle due opposte fazioni: l'arcidiacono Pasquale e l'arciprete Teodoro, e, condotto al Laterano, fu intronizzato. Teodoro fece atto di sottomissione, ma Pasquale non volle rassegnarsi e con promesse e doni indusse l'esarca Giovanni Platyn a venire a Roma per sostenerne la causa. L'esarca riconobbe la regolarità dell'elezione di S., ma pretese, nonostante le proteste del Papa, le 100 libbre d'oro promessegli da Pasquale. Nel 689 S. ebbe la gioia di conferire il Battesimo al re dei Sassoni Ceadwalla e nel 690 autorizzava s. Willibrordo, che nel 695 egli stesso consacrava vescovo, ad evangelizzare la Frisia. Nel

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(fol. Ene. Catt.)
I NOVE CORI ANGELICI. I SERAFINI, MINIATI IN ROSSO, OCCUPANO L'ULTIMO CIELO ROSSO CON STELLE D'ORO. Miniatura di scuola francese della prima metà del sec. xv, posta all'inizio del II libro di Le miroir historial di Vincenzo di Beauvais, tradotto da Jean de Vignay - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 538 , f. 10 r.

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(da K. Hielscher, Jugoslavien, Berlino 1926, tav. 164)
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(da K. Hielscher, Jugoslavien, Berlino 1926, tav. 164)
In alto: VILLAGGIO DI CAPANNE, presso Kumanovo.
In basso: CHIESA DEL MONASTERO, presso Pec.

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699 con l'aiuto del re longobardo Cuniberto riusci ad eliminare i residui dello scisma di Aquileia e confermò il patriarcato di Cormons per la giurisdizione longobarda. Per le chiese anglossassoni concesse il pallio a Bertwald arcivescovo di Canterbury. Nel 692 Giustiniano II aveva convocato un concilio, il Quinisesto, quasi complemento del V e VI Concilio ecumenico per la parte disciplinare, nel quale furono promulgati 102 canoni; l'Imperatore pretendeva che il suo Concilio avesse valore in tutta la Chiesa, ma incontrò un'energica opposizione in S. i parecchie decisioni infatti erano assolutamente contrarie alla tradizione romana. Gli atti del Concilio, in 6 copie, furono inviati a Roma perché S. li firmasse, ma il Papa non solo non lo fece, ma non volle neppur vedere l'esemplare destinatogli. Per rappresaglia Giustiniano fece arrestare e condurre a Costantinopoli il vescovo di Porto, Giovanni, ed il consiliarius Bonifacio. Poi ordinò al protospatario Zaccaria di catturare lo stesso S., ma le milizie di Ravenna e di Roma insorsero in difesa del Papa che dovette intervenire per calmare gli animi e salvare la vita a Zaccaria che ignominiosamente lasciò Roma.

Molteplice fu l'attività edilizia di S. diretta al restauro ed abbellimento di parecchie basiliche, e non meno importante quella liturgica : stabili infatti che nella Messa si contasse l'Agoua Dei dal clero e dal popolo insieme, e che nelle quattro festività della Vergine (Natività, Presentazione, Annunciazione, Assunzione) si facesse una processione dalla chiesa di S. Adriano alla basilica di S. Maria Maggiore. Fu sepolto in S. Pietro. Nel Martirologio romano è commemorato il giorno 9 , dove per primo lo inserì Adone.

Bibs.: Lib. Pont., I, pp. 371-82; Hefele-Leclercq, III, pp. 560-81; Acta SS. Sept., III, Parigi 1868, pp. 423-45; Martyr. Romanum, p. 388; V. Görcs, Justinian II. und das römische Papsttum, in Reganzl. Zeitschr., 17 (1908), pp. 422-24; L. Duchesne, L'Eglise au VIIe siècle, Parigi 1923, pp. 477-80; C. Diehl, Choses et gens de Byzance, ivi 1926, pp. 173-211; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna (1941), pp. 398-409; Pliche-Martin-Frutaz, V, pp. 202-205; 424-27. Agostino Amore.

SERGIO II, PAPA. - Appartenente a nobile famiglia da cui era già uscito papa Stefano V, fu ordinato prete da Pasquale I ( $817-24$ ). M. il 27 genn. 847.

Pare fosse già anziano e malato quando alla morte di Gregorio IV, che l'aveva fatto arciprete di S. Martino sull'Esquilino, fu detto papa dal partito aristocratico, in concorrenza con un diacono Giovanni, non meglio qualificato, che fu espulso a forza dal Laterano, dove già si era insediato (genn. 844). Ad evitare sorprese, S. fu subito fatto consacrare dai suoi fautori, senza attendere la conferma imperiale della elezione come richiedeva il Constitutum Lotharii dell'824.

L'imperatore Lotario, tutt'altro che disposto a tollerare tale infrazione, mandò a Roma il figlio Ludovico, che già era stato delegato a governare l'Italia. Questi si mosse con un esercito, accompagnato da Drogone di Metz, come consigliere, dagli arcivescovi di Milano e di Ravenna, da una ventina di altri vescovi ed entrando nel territorio romano permise devastazioni e saccheggi come prova della collera imperiale. Accolto tuttavia in Roma con onore, Ludovico fece esaminare dai suoi vescovi le circostanze dell'elezione di S., che fu ratificata soltanto dopo che questi ebbe prestato il giuramento di fedeltà all'Imperatore, secondo la Costituzione dell'824. Riconosciuta così la legittimità del Pontefice, Ludovico si fece incoronare solennemente re il 15 giugno dell'844 e ottenne per Drogone di Metz il vicariato apostolico nei paesi franchi.
S. diede il vescovato di Albano al fratello Benedetto, uomo avido e senza scrupoli, e gli affidò il governo dello Stato. Ricorse ad ogni mezzo per procurare denaro per le grandi costruzioni che faceva spogliando chiese, monasteri e privati, e si disse che arrivò anche a concessioni simoniache di dignità ecclesiastiche. L'incursione suracena che si abbattè nell'ag. dell'846 su Roma e sulle basiliche di S. Pietro e S. Paolo, malgrado i tentativi di resistenza dei Romani, viene presentata dalla storiografia contemporanea come meritato castigo di tante colpe. Morì senza rimpianti.

## 13. - Enciclopedia Cattolica. - XI.

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cès Gh. S. Ladner, I Bitratti dei Papi nell' Antichità e all Medioevo. Cittè del Vaticano (II). I-XXV, e.
Sergio III, papa - Denaro con la effigie di S. III.
Bibs.: Ann. Bertiniani, ed. G. Waita, in MGH, Script. in usum scholarum, V, Hannover 1883, pp. 30, 35; Lib. Pont., II, pp. 86-105; Pseudo-Liutprando, De vitis Pontif. Roman.: PL 129, 1246; L. Duchesne, Les premiers temps de l'état pontifical, $3^{\text {e }}$ ed., Parigi 1911, pp. 209-16; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 282-88. Gina Fasoli

SERGIO III, PAPA. - Romano d'origine, m. il 15 apr. 911. Ordinato suddiacono da Marino I (882-84), diacono da Stefano V (885-91), vescovo di Cere "per vim", assicura S., da Formoso (ca. 893); dopo il Concilio del Cadavere dell'897, cui prese parte attiva, si fece riordinare sacerdote da Stefano VI, perché aspirava al papato.

Alla morte di Teodoro II (dic. 897) fu eletto papa assieme con Giovanni IX (v.), che riusci a farsi consacrare per primo. Spossessato e condannato nel Concilio Romano dell'898 (can. 8: Mansi XVIII, 226), aspettò in esilio la rivincita : nel genn. 904 con l'appoggio, a quanto sembra, di Alberico di Spoleto e dei suoi amici romani rovesciò l'antipapa Cristoforo e, considerando valida la sua prima elezione (stimò sempre Giovanni IX e i suoi successori degli intrusi) si fece consacrare il 29 genn. Probabilmente era ancora vivo l'autentico papa Leone V, incarcerato dall'antipapa Cristoforo, onde gli inizi del suo pontificato, per non parlare della sua elezione, non sarebbero legittimi; ma fu poi giudicato quale vero papa. Uno dei suoi primi atti fu di abrogare le decisioni prese dai Concili di Roma e di Ravenna dell'898 che riabilitavano Formoso e le sue ordinazioni e proclamò nuovamente nulle, anche per giustificare il suo passaggio dalla sede di Cere a quella di Roma, tali ordinazioni; la decisione fu tradotta in pratica con una severità mai sino allora vista : vescovi, sacerdoti, diaconi ordinati da Formoso dovettero o farsi riordinare o abbandonare il loro posto e perfino fu proibito di chiamare sacerdote il predetto Papa (cf. Jaffé-Wattenbach, n. 3534). Il suo atto suscitò scandali e proteste in Roma e fuori, ma nell'Urbe tutto fu fatto tacitare con la forza. Del grave disagio verificatosi nella Chiesa si hanno testimonianze dell'epoca, certo appassionate ma nell'insieme attendibili, nelle opere dei sacerdoti formosiani Ausilio e Vulgario (cf. E. Dümmler, Auxilius u. Vulgarius, Lipsia 1866, testi, p. 95 sgg.), nell'Invectiva in Romam, composta tra il 914 e 928 (PL 129, 823-38) e nelle opere di Liutprando di Cremona (Antopodosis, I, 29-31; II, 48; III, 43 ; ed. J. Becker, Hannover 1915, pp. 23, 58-59, 96). Nel 906 l'imperatore Leone ricorse a S. contro il patriarca Nicola per la questione delle sue quarte nozze; i suoi legati gli concessero quanto richiedeva. Continuò i lavori di riedificazione della Basilica Lateranense, crollata al tempo di Stefano VI, lavoro già iniziato da Giovanni IX. Come già Adriano I, fece riprodurre il suo ritratto sulle monete romane (cf. G. Ladner, I ritratti dei papi nell'antichità e nel Medioevo, I, Città del Vaticano 1941, pp. 111, 159-61). Ebbe stretti rapporti di amicizia con il vestarorius Teofilatto e sua moglie Teodora. In quanto alla relazione di S. con la loro figlia Micozia e alla sua conseguente paternità di Giovanni XI, il Fedele credette di poternelo scagionare, ma il Duchesne, sul fondamento dei cataloghi pontifici inseriti nel Liber Pont., ne sostenne con buone prove la realtà. S. fu se-

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(da A. Silvagni, Men. epig. christ., I. Roma. Citio del Vaticano 1833. tan. 2. 7) Sergio IV, papa - Epitaffio di S. IV. I vv. 1-2 sono parzialmente rifatti, e cosi pure alcune lettere - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano.
polto in S. Pietro; la tomba non è conservata, però se ne conosce l'epitaffio encomiastico, cui si è ispirato Flodoardo (De Christi triumphis, apud Italiam, XIII, 7: PL 135, 831) per tracciare il profilo di S., che non sembra rispondere a quanto si conosce della vita del Pontefice.

BibL.: Lib. Pont., II, pp. 236-38: Jaffé-Wattenbach, nn. 3534-40; P. Fedric, Riceccbe per la storia di Roma e del Papato nel sec. X, 1. Sergio III, in Arch. della Soc. rom. di st. patria, 33 (1910), pp. 177-247; L. Duchesne, Les premiers temps de l'état pontifical, 3 eed., Parigi 1911, pp. 310-16; id., Serge III et Jean XI, in Mélanges d'arch. et d'hist., 33 (1913), pp. 25-25; gli studi di P. Venni (1936), G. Fasoli (1949), cit. alla voce ritrovato; x; Fliche-Martin-Frutaz, VII, nn. 18-28, 129 ; P. Brezzi, Roma e l'Impero medioevale, Bologna 1947, pp. 103-105 e passim.
A. Pietro Frutaz

SERGIO IV, papa. - Pietro Boccaporco vescovo di Albano, m. il 12 maggio 1012. Fu eletto Papa il 31 luglio 1009, tempo in cui i Crescenzi tenevano ancora il predominio di Roma. Il suo epitaffio in S. Giovanni in Laterano lo elogia come soccorritore del popolo e difensore dei diritti della Chiesa, senza che si sappia a quali fatti specifici intenda alludere.

BibL.: Lib. Pont., II, pp. 266-67: bolle e diplomi in PL 139, 1499-1528; Fliche-Martin-Frutaz, VII, nn. 83-84. Gina Fasoli

SERGIO di Radonesc, santo. - Al secolo Bartolonneo, uno dei grandi santi russi. N. fra il 1314-19 e m. nei dintorni di Radonesc il 25 sett. 1392.

Portato alla pietà fin dall'infanzia, ottenne a 20 anni il permesso di farsi monaco, ciò che attuò dopo la morte dei genitori. Non contento dello spirito dei contemporanei monasteri russi, S. insieme al fratello iniziò vita eremitica in una foresta vergine nei pressi di Radonesc e vi eresse con le proprie mani una cappella in onore della S.ma Trinità, fatto allora singolare in Russia. Poco dopo S. fu abbandonato da suo fratello, ma proseguì superando ogni pericolo di corpo e di anima. Ricevette nel 1337 la tonsura e il nome monastico. Presto la fama di santità attrasse discepoli attorno a S. Si formò una piccola comunità, nocciolo della celebre Laura della Trinità, di cui S. fu eletto superiore. Fu anche ordinato sacerdote. Continuò tuttavia a dedicarsi ai lavori manuali dando mirabili esempi di mansuetudine, povertà e fiducia nella Provvidenza, diventando l'incarnazione dell'ideale di perfezione per il popolo russo. S. introdusse la vita conobitica allora scaduta dando un esempio che fu imitato da molti monasteri nella Russia e diventò meta di numerosi pellegrinaggi e una faccola della restaurazione della patria dopo la catastrofe dell'invasione mongola.

Egli fu, secondo Kliucevskij, i il grande educatore nazionale del popolo russo s. Ebbe un dono speciale per toccare i cuori e ristabilire la concordia fra i principi; seppe armonizzare una intensissima vita interiore con l'azione di portata nazionale; benedisse e incoraggiò il
principe Dimitrij nella guerra contro i Tatari e apprendendo per rivelazione la sua vittoria in luoghi lontani fece cantare ai suoi monaci un Te Deum. Il nome di S. va collegato a questa vittoria e figuro come protettore della patria. Mentre S. era ancora in vita, dalla Laura della Trinità derivarono ben altri 25 monasteri, numero che dovrebbe essere triplicato per misurare quello dei conventi eretti per iniziativa del Santo. Egli fu canonizzato nel 1452 e il suo culto è stato riconosciuto dalla Chiesa cattolica con l'inserzione del suo nome nell'Epistolario slavo del 1942. Festa il 25 sett.

BibL.: Epifanio il Savio. Vita di S. di R. (in russo), Pietroburgo 1882; E. Golubinskij, S. de R. e la sua Laura (in russo), T. Possed 1892; N. Zornel, S. S. Builder of Russia, Londra [s. d.]; D. Barsotti, Cristianesimo russo, Firenze 1948, v. indice.

Giovanni Kologrivol
SERGIO e BACCO, santi, martiri. - Molto venerati nell'