Pietroburgo 1882; E. Golubinskij, S. de R. e la sua Laura (in russo), T. Possed 1892; N. Zornel, S. S. Builder of Russia, Londra [s. d.]; D. Barsotti, Cristianesimo russo, Firenze 1948, v. indice.
Giovanni Kologrivol
SERGIO e BACCO, santi, martiri. - Molto venerati nell'antichità in Oriente; i loro nomi figurano nel Martirologio geronimiano, nei libri liturgici romani compaiono soltanto nel sec. xI. Festa il 7 ott., sia presso i Greci come presso i Latini.
Oriundi romani, erano militari e prestavano servizio nel palazzo di Massimiano. Scoppiata la persecuzione furono invitati ad apostatare, ma poiché si rifiutarono furono degradati e per scherno condotti in giro per la città con vesti muliebri. Affidati al prefetto d'Oriente Antioco, furono sottoposti ad acerbi tormenti durante i quali R. mori. S. fu condotto a Roşăfa ed ivi, riuscite vane tutte le minacce e le lusinghe per farlo sacrificare, fu decapitato. Sul suo sepolcro fu edificata una Basilica che divenne ben presto mèta di pellegrinaggi e centro di un agglomerato urbano che dal martire prese il nome di Sergiopoli. Molte altre chiese furono edificate in loro onore sia in Oriente che in Occidente. Nel periodo bizantino i due martiri furono venerati ed invocati come protettori dell'esercito. A Roma sotto il pontificato di Adriano I esisteva una diaconia (v.) dedicata ai due martiri. La loro Passio è leggendaria.
BibL.: Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 833-83; Martyr. Hieronym., p. 545; Martyr. Romanum, p. 439; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, pp. 209211; A. Poidebard-R. Mouterde, A propos de si d., in Annl. Ball., 67 (1949), pp. 109-16, cf. anche pp. 104-105.
Agostino Amore
SERGIO PAOLO. - Proconsole romano a Cipro durante il primo viaggio missionario di s. Paolo (Act. 13, 7-12).
Luca ne loda l'intelligente prudenza. S. chiamò a sé Paolo e Barnaba. Un mago ebreo, Bariesu (v.), cercò di distoglierlo dalla fede; ma un miracolo di Paolo tolse ogni indugio. E la prima autorità romana, di cui si ricorda l'adesione al cristianesimo.
Non è documentata l'identificazione di questo S. P. con il suo omonimo, che fornì a Plinio notizie di storia naturale (cf. Nat. hist., I. De auctoribus), oppure con un Lucio Sergio Paolo soprintendente agli argini del Tevere (cf. CIL, VI, 21.545). Probabilmente falsa è l'ipotesi che l'Apostolo cambiò il nome Saulo in quello di Paolo in seguito alla conversione del proconsole, sebbene la si legga in scrittori antichi (cf. Gerolamo, Comm. in epist. ad Philem., 1: PL 26, 640-41; Agostino, Confess., VIII, 4: CSEL, 33, p. 177) ed anche in recenti (cf. H. Dessau, Der Name des Apostels Paulus, in Hermes, 45 [1910], pp. 347-68).
BibL.: Groag, L. Sergius Paulus, in Pauly-Wissowa, II A. coll. 1712-18.
Angelo Penna
SERIO, Rosa Maria, venerabile. - Carmelitana, n. a Ostuni (Lecce) il 6 ag. 1674, m. nel Carmelo di Fasano (Bari) il 9 maggio 1726, dove era entrata sedicenne nel 1690 , ricoprendovi in seguito gli uffici di maestra delle novizie e di priora.
Di grande spirito di orazione, cercò di riflettere in sé
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con una costante penitenza e mortificazione la Passione del Redentore. Ebbe molti doni carismatici, tra cui la corona di spine e le stimmate. Morì sorridente dopo sette anni di martirio fisico congiunto a grandi pene mixtiche, ripetendo - Sanctus, Sanctus - Ne fu introdotta la causa di beatificazione nel 1741.
Biol.: G. Gentili, Vita della ven. Madre R. M. S., Roma 1741; Gabriela v. H.Sacr., Lebon der Ehre, R.M.S., Innsbruck 1903; P.T. Quagliarola, Ssar R.M.S., Taranto 1927; Valentino di Maria
SERIPANDO, Girolamo.-Troiano S. (nell'Ordine Girolamo) discende da una famiglia nobile napoletana, appartenente al seggio di Capua. Felice Milensio ed altri autori anteriori dànno come suo luogo di nascita Troia di Puglia; egli dice però sua patria Napoli, dove passò la giovinezza (n. nel 1492 o nel 1493) e dove nel 1507 entrò nel convento degli Agostiniani di S. Giovanni a Carbonara, convento principale dell'omonima Congregazione di Osservanti.
Dopo essere stato segretario del generale dell'Ordine Egidio Canisio di Viterbo, nel 1516 passò reggente dello Studio dell'Ordine a Bologna, ma nel 1523 ritornò a Napoli per dirigere la Congregazione di S. Giovanni a Carbonara. A Napoli, stimolato dagli appartenenti all'Accademia Pontaniana e dall'umanesimo napoletano, di cui faceva parte anche il fratello Antonio, perfezionò il suo platonismo con 109 Quaestiones, ma verso il 1535 si allontanò dai circoli vicini all'evangelismo italiano, in opposizione a Juan Valdés. Nelle sue prediche si risente ormai lo spirito del paolinismo. Egli interviene nella controversia sull'agostinianismo che, dopo le prediche tenute a Siena dall'agostiniano Agostinus Musaeus, era sorta nel 1538 tra don Timoteo da Verona. Contarini, Lattanzio Tolomei e Marcantonio Flaminio.
Frattanto Paolo III, dopo la morte del generale delI'Ordine Giovanni Antonio Apeutino, nominò il S. quale vicario generale dell'Ordine stesso; nel 1539 nel Capitolo generale di Napoli il S. fu eletto generale. Per riformare l'Ordine pericolante per la penetrazione del luteranesimo e altri inconvenienti, il S. iniziò un'ispezione che lo portò tra il 1539 e il 1542 attraverso quasi tutta l'Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo, e fu in vi.vace corrispondenza epistolare con il vicario generale degli Agostiniani tedeschi Giovanni Hoffmeister. Espulse dall'Ordine i maestri Giulio della Rovere, Agostino Mainardi, Ambrogio da Milano e Niccolò di Verona, tendenti al protestantesimo.
Il primo atto culminante della sua attività fu la partecipazione al Concilio di Trento-Bologna, 1545-48, di cui lasciò Commentarii incompleti (Conc. Trid., II, 399-488). Come fiduciario del card. Cervini partecipò molte volte alla redazione dei decreti, e specialmente proviene da lui il secondo abbozzo del Decreto della giustificazione, che fu pubblicato nella sesta sessione, invero con molti mutamenti. Le opinioni del S. sulla concupiscenza, sulla posizione della Fede nel processo di Giustificazione e sull'essenza del merito, nelle cui difesa si appellò fra l'altro alla dottrina della Duplex iustitia rappresentata dal Gropper e dal Contarini, furono combattute specialmente dai Lainez e non ebbero l'approvazione del Concilio. Ma ciò non diminuisce il suo influsso, come dimostrano i numerosi suoi voti e trattati (in Conc. Trid., V, XII e XIII, 1).
Il progetto di Paolo III di nominarlo cardinale falli; poco dopo un colpo apoplettico, che lo colpi nel 1550 in séguito ai gravi strapazzi, lo costrinse a rinunziare al generalato (1551). Migliorata la sua salute, andò nel 1553 alla Corte di Carlo V nei Paesi Bassi, per ottenere dall'Imperatore, nella sua qualità di ambasciatore della città di Napoli, il ristabilimento dei privilegi violati più volte dal viceré Pietro di Toledo. Il 30 marzo 1554 per nomina imperiale divenne arcivescovo di Salerno, dove tenne una visita apostolica secondo lo spirito della Riforma cattolica e prediche sul Pater Noster e il Credo.
Nella guerra dei Carafa contro Filippo II fu dalla parte spagnola. Pio IV, in considerazione dell'imminente prosecuzione del Concilio di Trento, il 26 febbr. 1561 lo nominò cardinale, e poco dopo legato del Concilio.
Per la sua grande esperienza nelle questioni riguardanti il Concilio era la mano destra del presidente Ercole Gonzaga ma nel maggio 1562 cadde in disgrazia di Pio IV a causa della sua presa di posizione nella contesa sullo ius divinum dell'obbligo di residenza per i vescovi.
Il Gonzaga e il S. non poterono superare la grossa crisi scoppiata nell'inverno 1562-63 durante il dibattito sul sacramento dell'Ordine e su una nuova forma del decreto di residenza. Le energie del cardinale non ressero al dibattito; e pochi giorni dopo il Gonzaga, anche il S. morì il 17 marzo 1563 a Trento, e fu sepolto in S. Marco, chiesa degli Agostiniani. Anche i suoi avversari dovettero riconoscere quanto integra fosse stata la sua personalità, la finezza del suo spirito, la sincera pietà e la grande dottrina. Egli è un rappresentante della Riforma cattolica, non della Controriforma, e tanto meno è un precursore del giansenismo.
Bial.: opere: carteggio e opere manoscritte nella Bibl. naz. di Napoli; il Commento ai Gal.: Anversa 1567, Venezia 1569; insieme con quello ai Rom. e con una biografia di F. Milensio, Napoli 1601. Le prediche sul Simbolo: Venezia 1567, Roma 1585, Salerno 1856. Biografie: G. Algranati, G. S., Napoli 1923; H. Jedin, G. S., a voll., Würzburg 1937, trad. inglese (senza i documenti) Nuova York 1947. Nuove ricerche intorno alla posizione del S. a Trento: E. Stakemeier, Der Kampf um Augustin und dem Tridentinum, Paderborn 1937; C. Boyer, Il dibattito sulla concupiscenza, in Gregorianum, 26 (1945), pp. 66-84: A. Trapé, La doctrina de S. acerca de la concupiscencia, in Ciudad de Dios, 139 (1946), pp. 301-33. Uberto Jedin
SERLIO, SEBATTANO. - Architetto e teorico dell'architettura, n. a Bologna il 5 sett. 1475, m. a Lione nel 1554.
Lo si trova tra il 1509 ed il 1514 a Pesaro come pittore di prospettive; poi a Roma, dove studiò la scenografia e determinò quella che doveva rimanere la sua visione spaziale: prospettica e basata su rapporti geometrici. Da Roma il S. passò a Venezia, dove era nel 1532 e dove pubblicava, nel 1537, Regole generali di architettura.... sopra le cinque maniere degli edifici (IV 1. del

(fei. Enc. Catt.)
Seripando, Girolamo - Busto dedicato nel 1759 - Roma, chiesa di S. Agostino.
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(da S. S., Libro IV di Prospettiva, Veneris 1565, p. 87)
Serlio, Sebastiano - Disegno per una facciata di casa veneta. Esemplare della Biblioteca nazionale - Roma.
suo trattato, di cui uscirono in seguito il III nel 1540 , il I e II nel 1545 , il V nel 1547 ; il libro "delle porte" nel 1551 - questi ultimi quattro in Francia, dove il S. si era recato fin dal 1541 -; il VII, postumo, nel 1575, a Francoforte; l'VIII è perduto e se ne trova un abbozzo, assieme al VI, nella Biblioteca di Stato di Monaco.
Il fondamento della cultura serliana è un disinvolto dilettantismo che su una larga base di spregiudicata cultura settentrionale accoglie esperienze diversissime, con l'intento di costituire un repertorio di forme pronte a piegarsi facilmente ai più svariati scopi del costruire. In questo tentativo di sintesi Vitruvio non è affatto intangibile, come del resto nessuna delle componenti proposte ; ma tutto deve essere vagliato con l'aiuto della ragione.
L'opera del S. esercitò una influenza notevole sulla teoria e sulla prassi dell'architettura nella seconda metà del ' 500 , in Italia, specialmente nel Veneto, dove la sua teoretica venne a collimare con le aspirazioni dell'ambiente colto vicentino, legato all'Accademia Olimpica, e versato con intendimenti umanistici nei problemi di architettura. Sull'architettura francese del secondo ' 500 il S. ebbe influenza notevolissima: perché divulgò in una terra, momentaneamente tesa verso la novità del Rinascimento, ma di fondo anticlassico e "gotico", le forme costruttive, rese decorative ed esteriori, di un classiciamo da parata, vera bardatura sovrapposta ad una struttura irriducibilmente diversa.
Per le pratiche realizzazioni del S.architetto, più dei lavori di Fontainebleau, di Ancy-le-France e di Lione, certi per via documentaria, ma finora non identificati, o dei Palazzi veneziani Zen, più interessante rimane, sia pure per via indiretta, il Palazzo Testoni-Migliorini a Vicenza, dove il fedele G. D. Scamozzi ingenuamente ripeteva ( 1550 ca .) lo schema pensato dal S., senza poterlo attuare, per un palazzo veneziano.
BibL.: manca una monografia completa sull'artista, si tengano presenti specialmente: G. C. Argan, s. v. in Enc. Ital., XXXI (1936), p. 443 ; id., S. S., in L'arte, 3 (1932), pp. 183-99: per i problemi particolari: A. Foratti, S. S. ed il barocco, in Atti e Mem. della R. acc. di lett., alunno ed arti di Padova, 1929; J. Schlusser, Sull'antica etoriografia ital. dell'arte, Palermo 1932, pp. 32-83; id., La letter. artist., Firenze 1933, pp. 332-36 e 364-365 (interessante soprattutto per la cronologia delle edd. serliane); F. Barbieri, V. Scamozzi, Vicenza 1932, pp. 28-33 e 41-50 (per i rapporti con l'ambiente vicentino).
Franco Barbier
SERMINI Gentile, da Siena. Tradizionale ma non sicuro autore di "uno paneretto d'insalatella", una specie di zibaldone e di libro di ricordi in versi e in prosa, con intramezzate 40 novelle, di cui l'ultima incompiuta, sentite raccontare ai Bagni di Petriolo.
Dalla novella XII si sa che il S. da Siena rifugiatosi, per la peste del 1424 , su una vicina montagna, vi trovò un simpatico sacerdote, ma cosi rozzi montanari da esser costretto a ritornare nella sua città, vicino alla donna amata; li per compiacere ad un amico raccolse i suoi scritti sparsi "per scartabelli e squarciafogli". Raccoglie e racconta senza un disegno preciso, senza influenze palesi a cominciare da quella del Boccaccio, con stile spontaneo e lingua piassana; ora icastico ed ora prolisso, ora delicato ed ora sconcio, ora moraleggiante ed ora lubrico.
BibL.: Le novelle di G. S. da Siena ora per la prima volta racr. e pubbl. nella loro integrità, Livorno 1874; $2^{\circ}$ ed., a cura di A. Colini, Lanciano 1911; G. Fatini, Novelle del Quattroc., Torino 1929; A. Chiari, La fortuna del Boccaccio, in Quest. e correnti di stor. lett., Milano 1950, pp. 308 10 e 346.
Alberto Chiari
SEROUX d'AGINCOURT, Jean-Baptiste-Louis-Geonors. - Archeologo e numismatico francese, n. a Beauvais (Francia) il 5 apr. 1730, m. a Roma il 24 sett. 1814 e sepolto in S. Luigi de' Francesi.
Nel 1778 partì per l'Inghilterra, l'Olanda e la Germania; l'anno seguente visitò l'Italia e si stabilì a Roma dove preparò la sua grande opera Histoire de l'art par les monuments depuis sa décadence au IVe siècle jusqu'à son renouvellement au XVI ${ }^{e}, 6$ voll., Parigi 1810-23, con 325 tavole; l'opera fu tradotta in italiano da St. Picozzi (Prato 1829) e ancora a Mantova nel 1841. Alcune tavole analitiche furono curate da Gence. S. d'A. pubblicò in quest'opera alcune pitture inedite; disgraziatamente, seguendo il malcostume iniziato da M. A. Boldetti, contribuì a rovinare gli affreschi cimiteriali cercando di distaccarli dalle pareti, come fece a Priscilla nella cappella greca con le personificazioni delle stagioni, lasciando sulla parete anche la sua firma. Il manoscritto originale è conservato nella Biblioteca Vaticana (codd. Vat. lat. 9839-49). Per l'archeologia cristiana sono interessanti le tavv. 9-13 per l'architettura, le tavv. $4-8$ per la scultura e le tavv. 6-12. Nel 1814 apparve l'ultimo suo lavoro: Recueil de fragments de sculpture antique en terre cuite.
BibL.: G. Ferretti, Note stor.-bibliogr. di archad. crist., Città del Vaticano 1942, pp. 306-307.
Cirillo Vogel
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contrassegnata da un nome speciale con riferimento a benefattori, al quartiere, a caratteristiche etniche, ecc. Ciascuna di queste s. aveva il suo luogo di preghiera ( $\pi \rho 002 \nu \chi \zeta$ ), cui fu riservato in seguito il termine dapprima generico di s. (ebr. bèth hènéseth; aramaico bèth hènistá" o semplicemente hènistáa).
Il sorgere delle s. segnó una rivoluzione notevole nel giudaismo. Al Tempio unico di Gerusalemme si uniscono questi centri di pietà più individuale e più interiore. Essendo impossibile offrire sacrifici fuori del Tempio, ivi si prega, si studia la Legge e si fomenta l'amore per una vita sempre più perfetta. Non si conosce l'origine delle s.; ma esse dovettero già funzionare durante l'esilio di Babilonia ( $587-538$ a. C.). A Schedia presso Alessandria è attestata la presenza di un tale edificio già al tempo di Tolomeo II Evergete ( 264 -22I a. C.); e senza dubbio in Egitto ne sorgevano diversi (cf. Enoch 46, 8; 53, 6). Ma i più antichi resti archeologici noti sinora non risalgono oltre il sec. it. Fra i più antichi ed i più rappresentativi vanno considerati quelli delle s. di Sejìy Abrēq, di Cafarnao, di Dura Eúropos, di Bejt Alfah, di Bethsan, di Gerico, di 'Ajn Dûq, di Gerasa, di Corozain, di Emath, di Kefr Bir'im, di Aleppo.
Non si può parlare dal lato architettonico di un tipo uniforme né di uno stile sinagogale. In origine la s. non si distingueva da una camera a sala ordinaria; unico particolare era un'arca (ebr. 'árán haq-qâdhel) per la custodia dei rotoli della Scrittura. Nel sec. iti all'arca si sostituisce uno serigno od armadio (ebr. tébhâh), fissato in una parete o nell'abside. Sotto l'influsso dell'architettura cristiana, la s. prende spesso la forma basilicale, nella quale in luogo dell'altare si trova l'armadio per i recoli sacri. Tutta l'abside spesso era separati dal resto con una cortina. A scopo ornamentale vicino all'armadio si notano di solito due candelabri a sette bracci e, talvolta, decorazioni di animali o di piante. Il rimanente generalmente era molto semplice; ma sono stati trovati esempi di pitture e di musaici non solo con motivi desunti dalla natura (animali, piante, segni dello zodiaco, ecc.), ma anche con rappresentazioni di personaggi celebri nel giudaismo, come è avvenuto nella s. di Dura Eúropos (v.). In seguito, però, si evitò ogni figura. L'orientazione dell'edificio verso Gerusalemme, anche se appare molto frequente, non si può considerare una regola assoluta. Il podio o pulpito per la lettura della Bibbia, i sedili di pietra o scanni per il coro e per le persone di riguardo, sono comuni alle chiese cristiane ed alle s. Il primo, detto bémah con termine greco, sembra fosse la "cattedra di Mosè" ai tempi del Nuovo Testamento (cf. Mt. 23, 2); i secondi costituivano i posti di onore (greco $\pi \rho \omega \tau \pi \alpha \alpha \theta \varepsilon \delta \rho i \alpha i ;$ Mt. 23, 6), mentre quelli lungo le pareti erano per tutti. Il matroneo, riservato alle donne, è abbastanza comune; mentre molto più rara è la presenza del nartece.

(da Du Monnil du Batean. Les orimures de la synagogue des Doura Eúropos, Roma 160, tar. 26)
SINAGOGA - Decorazione pittorica della s. di Dura Eúropos (245-56 d. C.).

(da J. B. Frag. Une ancienne synagogue de Galilée récemment décevantée, in Bie, de arch. etut., 16 (1616), p. 261, sq. 7) SINAGOGA - Pianta della s. di Beit Alfah (ca. 318-27).
La comunità era responsabile del culto e della preghiera sinagogale. Mancando un corpo sacerdotale con funzione ufficiale, quali dirigenti del culto funzionavano individui preparati appositamente, detti fin dal medioevo rabbini (v.), non essendo facile trovare fra i comuni fedeli persone qualificate per la lettura o per il canto di testi ebraici. Nell' antichità si parla solo di un arcisinagogo (Mc. 5, 22; Lc. 13, 14; Act. 13, 15; 18, 8), detto in ebraico râs bèt hak-hènéseth, cui spettava di dirigere le riunioni, e di un ministro od inserviente ( $L c .4,20$ ), chiamato in ebr. bazzah ed in greco ǖ $\pi \rho \dot{\varepsilon} \tau \varepsilon \zeta$, che non raramente si occupava anche della scuola dei bambini, quasi sempre annessa all'edificio sacro. La s. era un luogo di preghiera e di insegnamento. Il primo scopo si raggiungeva con la recita di formole, che furono presto fissate con precisione, come lo Sèmo e lo Sèmèneh 'eirēh, e con il canto dei Salmi. La lettura di brani biblici, che nel periodo più antico sembrano lasciati alla scelta dell'arcisinagogo o del lettore ( $L c .4,16$ ), ma che in seguito furono determinati in una pericope del Pentateuco (pârdâdh) ed in una dei «Profeti» (haphpârah), offriva spunti per una pia elevazione della mente a Dio oppure istruiva circa la condotta morale da seguire. Quest'ultima caratteristica spesso era accentuata da qualche dottore della Legge o da un semplice ascoltatore, che commentava il testo letto o esortava in genere i propri correligionari. Sia Gesù (cf. Mt. 4, 23; Lc. 4, 16 sgg.; 13, 10) sia i suoi discepoli (Act. 9, 20; 13, 5.14; 14, 1; 17, 1.17; 18, 4.19.26; 19, 8) approfittarono di tale usanza per diffondere la nuova dottrina. Le riunioni avvenivano il sabato (Lc. 13, 10; Act. 18, 4) e nelle feste; ma in seguito vi furono adunanze
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(da J. B. Frey, Une ancienne synagogue de Gaislis récemment découverte, in Bie. di arch. crist., 10 [1918], p. 884. 89. 8) Sinaagoga - I segni dello zodiaco e il carro del sole. Musaco della s. di Bejt-Alfah (ca. 518-27).
anche quotidiane. La s. era il centro delle varie comunità ebraiche, specialmente nella diaspora. I suoi costruttori erano considerati benefattori di tutto il gruppo (cf. Le. 7, 4), mentre l'allontanamento di un ebreo da questo luogo di preghiera comune era ritenuto un grave castigo (cf. Jo. 9, 22; 12, 42; 16, 2).
Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, 11, 4* ed., Lipsia 1907, pp. 497-544; W. Bacher, Synagogue, in Jew. Enc., XI, pp. 619-28; S. Krauss, Synagogaie Altertümer, Berlino 1922; H.-L. Strack - P. Billerbeck, Kommentar zum N. Test. aus Talmud und Midrasch. IV, Monaco 1928, pp. 113-88; I. Elbinger, Der jüdische Gottesdienst in seiner geschichtlichen Eutwichtung, 3* ed., Berlino 1931; E. L. Sukonik, Ancient synagogues in Palestine and in Greece, Oxford 1934; K. Gelling, Biblisches Reallexikon, II, coll. 305-10; Ed. Kolt, Biblisches Reallexikon, ibid., coll. 806-808; F. Nötscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 300-303; U. Holzmeister, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., Torino 1950, pp. 204-15.
Angelo Penna
Archeologia. - Oltre le numerose menzioni epigrafiche di s., le esplorazioni archeologiche hanno messo in luce anche gli antichi edifici adibiti a s.
Ad Hamman-Lif (Tunisia) si trovò tra il 1883-84 una s. formata da una sala di m. $9 \times 5,25$, con un pavimento a musaico con decorazioni in parte di animali in mezzo a tralci di piante, in parte di pesci e anatre, in parte ancora di un cantaro ansato a cui si appressano due pavoni; il campo è limitato da due palme dattilifere. Nel mezzo è posta l'iscrizione: "Sancta Sinagoga Naron[itana) pro salutem suam ancilla tua Iulia Nap. de suo proprium teselavit n. L'epigrafe è racchiusa tra due medaglioni con il candeliere eptalieno (a sette braccia) a sinistra sono anche l'etrog e il lulab. In una seconda sala, nel pavimento pure a musaico, è l'iscrizione aAsterius filius Rustici arcosinagogi Margaritari d[omus) D(e)i paterni portici tesselavit n. In un terzo ambiente pure nel pavimento a musaico si legge: "Istrumenta servi tui Naritanus; Istrumenta servi tui Amaroni n. Si ritenne dall'epigrafe che in questo ambiente fossero conservati i rotoli della Thorak. Explorazioni compiute nel 1908-1909 misero in luce parecchie lampade in terracotta con il candelabro a sette braccia. Nel 1916 H. Kohl e C. Watzinger pubblicarono le esplorazioni di sedici s. del II o III sec. d. C., cioè di Tadj Hūm (Cafarnao), Kerāzeh (Corozain), Irbid (Arbela), Umm-el 'Amad, Meron, Kefr Bir'im, enNebratajn, el-Giš (Giscala) in Galilea; di ed-Dikkeh et Umm el-Kanātir in Transgiordania, di Hirbet Sem-
makah, al Monte Carmelo. Nella s. di Noarah alcune iscrizioni in ebraico-aramaico ricordano i collaboratori come, p. es. : "alla buona memoria di Beniamin Phinecs figlio di Giuseppe. Che siano anche in felice memoria coloro che si sono associati, hanno collaborato con doni o hanno preso parte al lavoro per questo luogo santo; gente fortunata, gente di buona volontà, gente di ogni condizione; che sia loro concesso, se a Dio piace, la loro parte in questo luogo santo. Amen"; ancora: "alla buona memoria del presbitero Pinchas, figlio di Josbah il quale ha dato con i suoi denari il prezzo del musaico e il tetto" (Revue biblique, 30 [1921], p. 581); "alla buona memoria di Khalifon figlia del rabbi Safrah che ha collaborato a questo luogo santo. Amen" (loc. cit.). "Che siano in felice memoria tutti coloro che si sono associati ed hanno dato o daranno per questo luogo santo sia oro, sia argento, sia non importa quale valore. Che essi non perdano il loro contributo in questo luogo santo. Amen" (ibid., 28 [1919], p. 540).
La s. di Bejt-Alfah, nella Valle ad occidente del Giordano e al sud del Monte Thabor, fu scoperta nel 1929; l'edificio, nel suo complesso, misura m. $27.70 \times 14.20$; la sala delle adunanze di m. $10.75 \times 12.40$ è divisa in tre navate da due file di pilastri quadrilateri. L'arca contenente il rotolo della legge e il candelabro a sette braccia stavano nell'abside. Alla seconda colonna ad oriente era il bemo, sopraelevato, dove il rabbino dava lettura della legge. Tutto il pavimento della nave centrale era decorato di musaico. Nella parte prossima all'abside era rappresentato il santo armadio ('drdu luay-gōdhel) tra due candelabri a sette braccia e i simboli del culto giudaico, cioè il lulab, l'etrog, il corno sacro, l'astuccio contenente il rotolo della legge. L' 'drdu è sormontato da un timpano triangolare e in due angoli sono posati due uccelli; a guardia dell'arca sono rappresentati due leoni a fauci spalancate. Nel centro del musaico sono rappresentati i dodici segni dello zodiaco, con i loro nomi in ebraico, intorno al carro solare; agli angoli sono i simboli delle quattro stagioni. Al disotto è rappresentato il sacrificio di Abramo, secondo il testo biblico con i due servi (Gen. 22, 3), l'asino, un ariete attaccato all'albero e le parole in ebraico "ed ecco un ariete" (ibid. 22, 12); al disopra di Abramo, distinto con il nome in greco, è la mano divina che lo ferma e le parole pure in ebraico "non portare la tua mano"; (ibid. 22, 13); vicino sono Isacco con il nome in ebraico e l'ara accesa per il sacrificio. Il bordo in musaico che circonda le rappresentazioni citate contiene uccelli ed animali; un paniere di frutta, grappoli d'uva, decorazioni geometriche e due iscrizioni, una in greco l'altra in aramaico.
Nella s. di Noarah si è trovato un musaico con Daniele nella fossa dei leoni; in quella di Geraē in Transgiordania l'uscita degli animali dall'arca; ivi erano rappresentati Sem e Japheth con i loro nomi in greco e certo gli altri membri della famiglia di Noè.
Quanto alla s. di Dura: v. DURA EĖPOPOS.
Bibl.: E. Renon, Les mosaïques de Hamman-Lif, in Rev. archéol., $3^{4}$ serin. 1-2 (1883), pp. 157-63; 3-4 (1884), pp. 273-76 e

(da J. B. Frey, Une ancienne synagogue de Gaislis récemment découverte, in Bie. di arch. crist., 10 [1932], p. 200. 89. 21 Sinaagoga - Sacrificio di Abramo. Musaico della s. di Bejt-Alfah (ca. $518-27$ ).
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tavv. VII-X: J. Icard, Fouilles dans l'antique synag. juive d'Hamman Lif, in Bull. arch. du comité, 1908. pp. 210-21, 288-89; 1910, pp. 170-72; H. KohlC. Watzinger, Antike Synagogen in Galilea, Lipsia 1916; L.-H. Vincent, La synagogue de Noarah, in Revue biblique, 28 (1919), pp. 579-601; id., Le sanctuaire juif d'Ain Doug, ibid., pp. 232-63; 30 (1921), pp. 442-43; id., Vestiges d'une synagogue antique à Yafa de Galilée, ibid., 30 (1921), pp. 434-38; id., Les fouilles juives d'el-Hamman à Ti bériade, ibid., 30 (1921), pp. 438-42; 31 (1922), p. 121 sgg.; S. Krauss, Synagogule Altertümer, Berlino-Vienna 1922; G. Ortali, Capharnaum et ses ruines d'après les fouilles accomplies à Tell-Houm par la custodie Franciscaine de Terre Sainte (15051511). Parigi 1922; E. Cohn Wiener, Die jüdische Kunst. Ihre Geschichte von den Anfängen bis zur Gegenwart, Berlino 1929; C. Watzinger, Die antiken Synagogen Galiläas Neue Ausgrabungen und Forschungen, in Der Morgen, 6 (1930), pp. 356367; A. Barron, La découverte d'une synagogue à Déraah, in Revue biblique, 39 (1939), pp. 257-65; E. I. Sukenik, The ancient synagogue of Beth Alpha. An account of the excavations conducted on behalf of the Hebrew University, Gerusalemme-Londra 1932; J. B. Frey, Une ancienne synagogue de Galilée récemment découverte, in Riv. arch. crist., 10 (1933), pp. 287-305; E. L. Sukenik, The ancient Synagogue of el-Hammel, in Journal of the Palestine Oriental Society, 13 (1935), pp. 101-80. Per Dura v. anche: I. Sonne, The paintings of the Dura Synagogue, in Hebrew Union College Annual, 20 (1947), pp. 233-362; R. Wischnitzer, The messianic theme in the Dura Sinagogue, Chicago 1948; H. Kiesenthal, The resurrection in Ezechiel XXXVII and in the Dura-Europos paintings, in Uppsala Universitets Archiv(1), 11 (1948); A. Grabar, Images bibliques d'Apanée et livrques de la Zemag. de Doura, in Cahiers archéol., 5 (1951). Per quanto riguarda l'organizzazione delle s. in Roma, v. J. B. Frey, L' organisation de la juiverie de Rome, in Corpus Inscriptionum Indaicarum, I, Città del Vaticano 1936. pp. LXIX-LXXXI ; ici lo stesso autore illustra L'administration des communautés juives, pp. LXXXII-XCVI e Les services religieux dans les communautés, pp. XCVI-CI.
SINAGOGA, GRANDE. - Nella Mišnā' ('Abhōth, I, I) si afferma che rappresentanti della genuina tradizione ebraica furono Mosè, gli anziani da lui scelti, i profeti, gli «uomini della g. s. " l'anšē kénēseth hag-gēdhōlāh), quindi Simone il Giusto ed i suoi successori. Dal testo risulterebbe che la g. s. fu l'anello di congiunzione fra l'antico profetismo e le prime coppie dei famosi sapienti (Giosuè ben Jó'ezer, Giosuè ben Jôhānān, ecc.).
Nel medesimo testo si riportano tre massime degli uomini della g. s. : 1) siate cauti nel giudicare; 2) procuratevi molti discepoli; 3) ponete una siepe intorno alla Legge. E il programma del fariseismo più genuino. Più tardi si attribui loro anche un'attività legislativa, finché in Bābhā̄ Bāthrā̄ 15 a si additarono come autori dei seguenti libri: Ezechiele, 12 profeti minori, Daniele, Ester. Perché il legame apparisse più evidente anche i profeti Aggeo, Zaccaria e Malachia vennero considerati membri della g. s.
Sebbene anche in epoca piuttosto recente (S. Krauss, H. Englander) si sia presentata ancora la g. s. come il supremo organismo nazionale-religioso al tempo della dominazione persiana, ora si ritiene comunemente che si tratti di una pura leggenda, sorta forse sotto l'influsso di Neh. 8-10. Secondo il Bickerman l'espressione 'anšē kénēseth hag-gēdhōlāh sarebbe equivalente a bénē hag-gōlāh ( $=$ figli della deportazione $s$, $=$ esiliati $n$ ). Quanti tornarono dalla Mesopotamia realizzarono "il grande raduno». Questa generazione costituì l'anello di congiunzione fra gli ultimi profeti e Simone il Giusto ed Antigono di Socho, giacché secondo una cronologia rabbinica fra Ciro ed Alessandro Magno sarebbero trascorsi solo 52 anni.
Biss.: W. Bacher, Synagogue the great, in Tev. Enc., XI, pp. 640-43; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, II, $4^{2}$ ed., Lipsia 1907, pp. 416-418; H. Englander, The men of the great synagogue, Cincinnati 1925; E. Bickerman, "Viri magnae congregationis", in Revue biblique, 55 (1948), pp. 397-402.

(fel. Alinari)
SinaI - Mosè riceve le Tavole della Legge sul monte S. Particolare della "Porta del Paradiso di L. Ghiberti (1423-52)" Firenze, Battistero.
SINAI (ebr. Sīnaf, gr. $\Sigma \mathrm{ov} \bar{a}$, arabo Ṭūr Ṣinā). Regione montuosa, detta anche Horeb (v.), dove gli Israeliti, tre mesi dopo la loro uscita dall'Egitto (Ex. 19,1), si accamparono per ca. un anno (Num. 1,10), ricevendovi da Mosè, loro condottiero, l'organizzazione religiosa e civile.
Oscura rimane l'etimologia del nome; è poco probabile che l'appellativo sia sorto dalla venerazione sulla montagna del babilonese dio lunare Sin, giacché per i Cananei e Semiti occidentali il dio Luna era Jerah; non è però da escludersi che derivi dal nome dell'attigua steppa chiamata Sin (Ex. 16,1; Num. 33,1) per l'abbondanza di cespugli spinosi (ebr. sēneh).
La montagna, distante da Qades Barne ( $=$ 'Ajn Qudejs) 11 giornate di cammino per la via del Monte Seir (Deut. 2,9), aveva ai suoi piedi una piana capace di contenere l'adunata israelita (Ex. 19, 16.18), donde si poteva scorgere la cima del monte. Con impressionante teofania (ibid. 19, 16-25) fu sul monte promulgato il Decalogo (ibid. 20, 1-18) seguito dal Codice d'Albranza (ibid, 21-23) e da altre comunicazioni divine concernenti la costruzione e l'arredamento del tabernacolo (v.) destinato alla dimora e al culto di Dio (ibid. 24-30). Ivi fu suggellato il patto d'alleanza con Dio, per cui il popolo s'impegnava ad osservarne la Legge (ibid. 23, 25-31). Vari secoli dopo, il profeta Elia, per sfuggire alle minacce della regina Iezabel, si recò in 40 giorni «a Horeb, monte di Dio" (I Reg. 19, 8).
La tradizione sia giudaica sia cristiana ha costantemente indicato il sito del S. biblico nella penisola che da esso è detta sinsitica. Di forma triangolare, delimitata a N. del Mediterraneo, a sud-ovest dal golfo di Suez, a sud-est da quello di el-'Aqabah, ambedue dipendenti dal Mar Rosso, è lunga dal Rās Mohammed, punta meridionale, sino al Mediterraneo ca. 400 km . e larga ca. 250; politicamente dipende dall'Egitto. Precisamente nella parte centro-meridionale si eleva una catena di montagne granitiche che culmina nel Ċebel Kuṭerin ( 2602 m .) e nel Ċebel Umm Sōmer ( 2575 m .), che sono a sud e sud-ovest del Ċebel Mūsā ( 2244 m .), il quale ha a nord-ovest il Ċebel Serbāl (2050 m.).
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(da W. F. Albright. The rarly alphabetic inseruptions from Sinai and their dechipherment, in Bulletin of the An. Schools of Or. Research, 16 (1938), p. 50)
SINAITICHE, ISCRIZIONI - I. 2, nn. 349 e 357 nel disegno di W. F. Albright.
Il Ġebel Mūsā, chiamato dagli Arabi Ġebel et-Tūr "la montagna per eccellenza" rappresenta il tradizionale S. Horeb. Di forma quasi rettangolare, orientato da nordovest a sud-est, lungo ca. 3200 m . e largo 1600 m ., con alle estremità i due picchi più elevati del Rās es-Safşāf ( 1194 m .) a nord e, con il nome stesso della montagna, del Ġebel Mūsā ( 2244 m .) a sud, è separato dai circostanti monti dai profondi Wādi ed-Dejr a nord-est, esSabā̄ijjeh a sud, el-Leğ̄̄ a sud-ovest, e dalla pianura di er-Rāhāh a nord. Questa pianura, su cui il Ġebel Mūsā sovrasta di soli 644 m ., percorsa da wädi e irrigata da sorgenti, lunga ca. 1200 m . e larga ca. 900 m ., con grandi possibilità di pascoli, viene identificata con il midhbar Sinaj (Ex. 19, 2; Num. 1, 1; 35, 15), da dove il popolo assisté alla divina proclamazione della Legge. Scoscesi dirupi impediscono l'ascesa al monte (Ex. 19, 72.93); a due terzi dell'altezza di esso è un pianoro, dove poté fermarsi Aronne con i 70 anziani (ibid. 24,9); sulla parete della vetta, una grotta offri dimora a Mosè (ibid. 24,18) e più tardi ad Elia (I Reg. 19,8).
L'identificazione, oltre che soddisfare alle esigenze topografiche della narrazione biblica, è sostenuta da una ininterrotta tradizione cristiana. La pellegrina Egeria (v.), che nel 395 visito la santa montagna e ne raccolse tutte le indicazioni a lei date dai monaci, dice che il nome di S. designa non solo tutto il sistema montuoso, ma in specie un monte con due picchi, contrassegnati entrambi da oratóri, a ricordo dell'apparizione divina il primo, della roccia di Horeb di secondo. Dice che questo monte è a 35 miglia da Pharan; la distanza che esattamente corre da Pharan al Ġebel Mūsā.
Si scostò dalla tradizione comune nel sec. vi il monaco nestoriano Cosma (v.) Indicopleuste, sostenendo l'identificazione del S.-Horeb con il Ġebel Serbāl nella regione di Pharan, perché, appoggiandosi all'opinione allora comune che l'oasi di Fejrān rappresentasse il Raphidim (v.), ne deduceva che il Horeb-S. fosse nelle vicinanze. Ma questa identificazione, preferita ancora da
scrittori recenti, male si adatta alla topografia della narrazione biblica: il monte è quasi inaccessibile e non ha sotto di sé una pianura vasta da contenere una massa di popolo. La maggior parte degli esegeti pongono Raphidim a Erfājid, sull'itinerario del Ġebel Mūsā. Non sono riuscite ad affermarsi contro l'identificazione tradizionale le ipotesi recenti che pongono il sacro monte a nord della penisola sinaitica o nelle vicinanze, sia nell'oasi di Cades, sia nella regione di Petru, sia in quelle vulcaniche ad est del golfo di el-'Aqabah nell'Arabia settentrionale.
BibL.: M.-J. Lagrange, Le S. bibl., in Rev. bibl., 8 (1899), pp. 369-92; A. Legendre, S., in DB. V, coll. 1751-83; L. Ubach, El S., Barcellona 1913; id., La Biblia. Illustracio pels monies de Montserrat, XXIV, II, Montserrat 1934, p. 132 sgg.; L.-H. Vincent, Un vancous S. bibl., in Rev. bibl., 39 (1930), pp. 73-83; L. Prevost - L. Dennefeld - D. Gorce, Le S. hier... aujourd'lui. Etude topograp. bibl. hist. arch., Parigi 1937. Denaro Biddi
Monastero e vescovato del S. - Il grande monastero di S. Caterina situato a pie' del Monte S. fu fondato dall'imperatore Giustiniano I; esso fu dedicato alla Madre di Dio, ma fin dal sec. xiv prese il nome dis. Caterina (v.) di cui vi si venerano le reliquie.
Fu ed è retto da un igumeno (abate) che fin dal sec. ix fu anche vescovo e che più tardi venne onorato con il titolo di arcivescovo. Un gruppo di stabilimenti monastici è sottomesso a questo grande monastero, cui si può attribuire un carattere internazionale, come dimostrano i pellegrinaggi dell'età patr.atica, del medioevo e dei secoli recenti, promossi dai ricordi biblici e dal culto di s. Caterina, le molte lettere dei papi, i dom dei principi, le oblazioni dei fedeli, l'estensione dei possessi monastici e finalmente i tesori culturali di codici, carte e immagini. I papi accordarono ai monaci sinaitici molti favori già dai tempi di Gregorio Magno. Onorio III, Gregorio X, Giovanni XXII, Innocenzo VIII, Giulio II, Leone X, Paolo III, Pio IV, Gregorio XIII, Paolo V, Urbano VIII, Innocenzo XII, Clemente XI scrissero in favore del monastero del S. lettere, ancora conservate, di protezione, di indulgenze, o di beneficenza caritativa; due riguardano la concessione di cardinali protettori da parte di Innocenzo XII e Clemente XI.
L'igumeno del monastero centrale godette e gode di una certa autocelalia. Oggi, dall'abate-vescovo dipendono ca. 50 monaci, dispersi nei vari stabilimenti sinaitici: S. Caterina, Faran, Tor, Suez, Cairo, Asmara, Tripoli in Siria, Kirinia, Papho, Rizo Karpasso nell'isola di Cipro, Candia (Herakleion), La Canea, Messara, Spileotissa nell'isola di Creta, Zante, Chios, Iatina, Costantinopoli, Atene. Ancor oggi, nel S. si trovano molti manoscritti : 2289 greci, 580 arabici, 276 siriani (dei quali però 15 dispersi), 5 palestinesi, 98 georgiani (dei quali 8 dispersi), 41 slavi (dei quali i latino), 6 etiopici; ed inoltre più di 2000 diplomi, rotoli, firmani in lingua araba e turca; dei documenti latini si deve fare ancora ricerca. Oltre i codici sono conservate ancora iconi; e nella chiesa un celebre musaico. - Vedi tav. XLI.
Greg. Papanichael, 'H $\mu \varepsilon v \dot{\eta} \tau \dot{\eta}$ "Uppuç Livâ, Atene 1932; G. Hofmann, S. und Rom. in Orientalia christ., 9 (1927), 213-30; K. Amantos, Livą̄̄tıkā $\mu \nu \varepsilon \mu \alpha i \alpha$ ávix6970, Atene 1928; M. H. L. Rabino, Le monastère de la Ste Catherine du Mont S., Le Caire 1938; G. A. Soteria, Lomas byzantines du monastere du S., in Byzantion, 14 (1939), pp. 325-27; G. Garitte, Expédition paléograph. au S., in Le Muséon, 63 (1950), pp. 119-21; G. Hofmann, Lettere pont. edite ed inedite intorno ai monast. del Monte S., in Orient. christ. period., 17 (1951) 283-303. Giorgio Hofmann
SINAITICHE, ISCRIZIONI. - Iscrizioni rinvenute nel 1905 da Flinders Petrie a Serābit al-Hādim (Sinai), nelle miniere di turchese presso il tempio di Hathór. Scoperte ulteriori, fatte dalle spedizioni della Harvard University (1927, 1930, 1935) e da una missione finlandese (1929), fanno assommare a ca. 25 le iscrizioni usabili per il deciframento, a cui se ne aggiungono alcune peggio conservate.
L'interpretazione delle i. s. è particolarmente difficile. Si è pressoché certi che la scrittura usatavi sia alfabetica e che in essa si esprima una lingua semitica
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nord-occidentale. Su questa via, un passo decisivo nel deciframento è stato compiuto nel 1915 da A. Gardiner, che individuò l'espressione spesso ricorrente $l b^{\prime} l t$ e la interpretio a la alat s. nome semitico della dea Hathor. Ulteriori studi sono stati fatti (K. Sethe, R. Butin, H. Grimme) ed ulteriori progressi sono stati compiuti (A. E. Cowley, M. Sprengling) successivamente, finché nel 1948 W. F. Albright ha pubblicato larghi saggi di traduzione.
Quanto alla data delle i. s., essa è da porsi secondo alcuni (Gardiner, Butin) ca. il 1880 a. C., secondo altri (Flinders Petrie, Albright) ca. il 1500 . Autori delle i. s. furono probabilmente semiti prigionieri o schiavi che lavoravano nelle miniere.
BibL.: W. F. Albright. The early alphabetic inscriptions from Sinai and their deebipherment, in Bulletin of the Am. schools of oriental research, 110 (1948), pp. 6-22 (con bibl. precedanse). Sabatino Moscati
SINALOA, diocesi di. - Città e diocesi dello Stato omonimo nel Messico (America settentrionale).
Su una superficie di $58.488 \mathrm{~kmq}$, comprende una popolazione di 550.000 ab . dei quali 495.000 cattolici distribuiti in 25 parrocchie servite da 48 sacerdoti diocesani e 3 regolari; ha un seminario; 2 comunità religiose maschili e 21 femminili (Ann. Pont. 1932, p. 380). La diocesi fu creata dal papa Leone XIII il 27 genn. 1884 quale suffraganea di Durango.
BibL.: C. Crivelli, s. v. in Cath. Enc., XIV, pp. 12-13; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., 26 (1927), pp. 475-78. Enrico Josi
SINASSARIO. - Dal greco ouva $\xi \alpha \dot{\alpha} \rho \omega$, da ou$\alpha \dot{\alpha} \gamma \omega=$ radunare, e $\sigma \dot{\alpha} \nu \alpha \xi \iota \varsigma=$ adunanza. Questo termine designava un "libro liturgico che si leggeva nelle adunanze religiose ". Tale accczione è puramente cristiana, quindi anche il significato varió seguendo gli sviluppi liturgici delle adunanze cristiane. Però, il significato fondamentale di « libro liturgico " gli rimase sempre.
Anticamente il s. costituiva una specie di lezionario che racchiudeva specialmente pericopi bibliche senza escludere altri scritti di natura edificante. Tali pericope intercalavano la sesta e la settima $\dot{\omega} \delta \dot{\eta}$ (inno) dell'ó $\varphi$ bpos (ufficio divino dell'alba, landes del rito latino).
A poco a poco dalla prevalenza biblica si passo a quella agiografica. Quindi il s. divenne un libro liturgico che in Occidente potrebbe essere paragonato al martirologio, in cui la memoria del santo era accompagnata da una breve notizia biografica edificante, come nel II Notturno dell'Ufficio del rito latino. In questo caso si chiama "grande s. ". Qualora, invece, i santi del giorno siano semplicemente ricordati, si ha il "piccolo s. ". Il s. è la parte storica dell'Ufficio divino.
BibL.: H. Delehaye, Symposium Ecclesiae Constantinopolitanae, in Prokylasum ad Acta SS. Novembris, Bruxelles 1902, ed. critica fondamentale; A. Couturier, Cours de liturgie grecque. melhite, II. Office divin, Gerusalemme-Parigi 1914, pp. 27. Martiniano Roncaglia
SINCERO, Luigi. - Cardinale, n. a Trino Vercellese il 26 marzo 1870 , m. a Roma il 7 febbr. 1936.
Studiò a Vercelli e a Roma, laureandosi in filosofia, teologia e diritto canonico. Fu ordinato sacerdote nel 1892. Dopo essere stato Vice-Rettore del Collegio Lombardo in Roma, fu canonico teologo di Vercelli e professore in quel Seminario. Si laureò in giurisprudenza all'Università di Torino con pieni voti e lode. Tornò a Roma nel 1908 come uditore della S. R. Rota e fu consultore apprezzato in molte congregazioni. Nel 1912 ottenne l'ascrizione all'Albo degli avvocati di Roma, con facoltà di patrocinare le cause presso la Cassazione. Nel 1917 fu nominato segretario della Pont. Commissione per l'interpretazione del CIC e nel 1920 assessore della S. C. Concistoriale, per cui nel 1922 fu segretario del Conclave. Il 23 maggio 1923 fu creato cardinale diacono di S. Giorgio in Velabro, che egli riportò al primitivo splendore. Nel 1926 fu nominato pro-segretario e nel 1927 segretario della S. C. pro Ecclesia Orientali. Nel 1929 ricevette la consacrazione episcopale per
le mani del S. Padre Pio XI. Nel 1933 optò per la Chiesa suburbicaria di Palestrina, ove svolse un efficace ministero episcopale, restaurando il Seminario e alcune chiese della diocesi.
D'ingegno acutissimo, di cultura profonda, lavoratore instancabile, amò l'Oriente cristiano e ne promosse l'incremento. Pio XI lo ebbe valido collaboratore nella fondazione in Roma dei Collegi Russo, Ruteno, Humeno, Armeno ed Etiopico. La Codificazione canonica orientale fu da lui portata a buon punto; mentre a lui si deve la riorganizzazione della Chiesa malankarese, ritornata all'unità.
BibL.: anon., Il card. L. S., Parma 1936. Giuseppe Mojol
SINCLAIR, Margaret. - In religione Maria Francesca delle Cinque Piaghe, n. ad Edimburgo il 25 marzo 1900, m. a Londra il 24 nov. 1925.
Caratteristica fu la sua devozione, fin da fanciulla, verso l'Eucaristia; visitava il S.mo Sacramento il più frequente possibile; da operaia e commessa, allo scopo di non privarsi della Comunione quotidiana, rinunziava spesso alla colazione per non mancare di puntualità all'impiego; anche in ambienti protestanti, che le avrebbero potuto creare assai noie, portava sempre ben visibile sul petto il distintivo H. S. ( $=$ Hand-maid of the Blessed Sacrament ). Per aiutare la famiglia povera, dovette impiegarsi fin dai 14 anni; ma sempre, nei diversi ambienti, anche avversari, riscosse la stima di una santa. Nel 1923 entrò come sorella coadiutrice fra le Clarisse di Londra; ma poco durò in monastero, perché dovette essere trasportata (maggio 1925) nel sanatorio di Warley per una tubercolosi alla laringe, che la condusse dopo pochi mesi alla fine. Dopo la morte, le grazie e i fatti straordinari dovuti alla sua intercessione si sono moltiplicati talmente da farla paragonare alla piccola Teresa di Lisieux. La causa di beatificazione fu introdotta il 15 febbr. 1942.
BibL.: T. J. Agius, M. S., Londra 1926: F. A. Forbes, M. S., ivi 1927; E. Lavulle, Une - petite fleur écouai -. M. S., Parigi 1928, tutte con numerose versioni; AAS. 34 (1942), pp. 207-209.
Celestino Testore
SINCLETICA, santa. - Oriunda della Macedonia, n. ad Alessandria e m. ivi ca. il 400.
Rinunciato al matrimonio per consacrarsi a Dio, distribuì alla morte dei genitori la sua assai pingue eredità ai poveri e si ritirò con la sorella cieca in una caverna sepolcrale abbandonata, dove alla presenza di un sacerdote rinnovò la sua piena rinuncia al mondo e la sua definitiva consacrazione a Dio. Avrebbe voluto condurre la sua vita di preghiera e penitenza nel più grande nascondimento; ma la fama delle sue virtù, sparsasi presto intorno, raccolse sotto la sua direzione gran numero di persone, alle quali con molta fermezza e profondità insegnava i doveri del loro stato e specialmente l'umiltà e la fiducia in Dio. Negli ultimi anni della sua vita, oltre a molte vessazioni del demonio, fu torturata da un cancro alla bocca, che la sfigurò e ne rese insopportabile la vista; ma tutto ella accolse con serenità e con gioia fino alla morte, che la colse a 84 anni. Festa, presso i Greci, il 4 genn.; nel Martirologio romano, il 3 genn.
BibL.: BHG, n. 1694; una Vita, attribuita senza fondamento a s. Atanasio, scritta però da persona che sembra aver conosciuta la Santa, si trova nelle opere di s. Atanasio: PG 28, 14881557; e anche in J. B. Coelerius, Ecclesiae graecae monumenta, I, Parigi 1677; cf. anche: A. Butler, Lives of the Saints, ed. a cura di H. Thurston, I (genn.), Nueva York 1942, pp. 76-78; F. Halkin, Le ménologe grec de Gothenbourg, in Anal. Boll., 60 (1942), pp. 216-20.
Celestino Testore
SINCRETISMO. - Fenomeno universale, in relazione con i problemi religiosi più gravi, specialmente nei riguardi del giudaismo e del cristianesimo.
Sommario: I. Nozioni preliminari. - II. Il s. nelle religioni pagane. - III. Il s. nell'ialâm. - IV. Il problema del s. rispetto alla religione d'Iersele e al cristianesimo. - V. Da Abram a Mosè. - VI. Sotto il dominio degli Assiri e dei Persiani. - VII. Il periodo ellenistico. - VIII. Il cristianesimo primitivo. - IX. Dai primi apologisti alle invasioni barbariche. - X. L'epoca dei barbari. - XI. Il medioevo. - XII. Rinascimento e - Riforma ., XIII. Dal sec. xvir ai nostri giorni. - XIV. Conclusioni.
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I. Nozioni preliminabi. - 1. Storia della parola a) Originariamente "s." significò l'unione temporanea dei Cretesi allo scopo di resistere contro un comune nemico (Plutarco, Movalia, ed. Bernardakis, III, 271). b) Nei primi tempi della "Riforma" il termine fu talvolta adoperato ad esprimere l'unione degli umanisti e dei "riformati": "Voi vedete con quanto odio alcuni cospirino contro le belle lettere scriveva Erasmo a Melantone -; è giusto che anche noi sincretizziamo: aequum est nos quoque $\sigma u \gamma \kappa \rho \eta \tau i \zeta \alpha v$ " (Melantone, in Corpus Reformatorum, I, 78. c) Nel sec. svir, il termine, come se derivasse da $\nu \varepsilon \rho \dot{\alpha} v v \mu \mathrm{u}$, indica l'unione proclamata dal teologo protestante G. Calixr (1586-1656) e dai suoi partigiani, i quali sostenevano che luterani, calvinisti e cattolici dovevano giungere ad un'intesa su alcuni articoli fondamentali. Di qui lunghe controversie, che non approdarono a nessun risultato. d) Al presente, si chiama sovente "sincretista" una filosofia che deriva da autori diversi dai suoi iniziatori, suggerimenti e tesi: neo-stoicismo, neo-platonismo, ecc. e) Più comunemente il termine "s." indica un sistema religioso costituito da elementi attinti a differenti culti o differenti filosofie. Qui il termine viene adoperato in quest'ultimo senso.
Bibl.: P. Tschackert, Synhretismus, in Realenc. für protestant. Theol., $3^{4}$ ed., XIX (1907), pp. 239-43; id., Synhretist. Streitigkeiten, ibid., pp. 243-62; J. Dodmu, Calixte G., in DHG, II (1939), pp. 399-401.
2. Distinzioni necessarie. - A chiarimento della questione importa osservare che l'assorbimento di elementi estranei, sotto molti aspetti, è la legge stessa non solo della vita fisica, posto il compito dell'alimentazione, ma anche dell