stant. Theol., $3^{4}$ ed., XIX (1907), pp. 239-43; id., Synhretist. Streitigkeiten, ibid., pp. 243-62; J. Dodmu, Calixte G., in DHG, II (1939), pp. 399-401.
2. Distinzioni necessarie. - A chiarimento della questione importa osservare che l'assorbimento di elementi estranei, sotto molti aspetti, è la legge stessa non solo della vita fisica, posto il compito dell'alimentazione, ma anche della vita psichica, posto il compito dell'educazione, dello studio, dello scambio delle idee: le discussioni più accese non sono per questo le meno utili, almeno per gli spiriti capaci di riflettere senz'altra passione che la passione della verità. Alcuni assorbimenti non sboccano che in amalgame ( $\sigma u \gamma \kappa \rho \alpha \dot{\alpha} \sigma \varepsilon \iota \varsigma$ ) almeno temporanee, spesso deleterie, perché l'organismo si rifiuta di assimilarle; altri sboccano in sintesi ( $\sigma u v \theta \dot{\eta} \sigma \varepsilon \iota \varsigma$ ); in questo caso, essi non solo riparano l'usura del corpo o dello spirito, ma dànno anche al principio vitale il mezzo di sviluppare le sue energie latenti, le sue potenzialità. Pertanto, nel giudicare intorno ai "plagi" e "derivazioni" sia tra filosofie, sia tra religioni, è inammissibile che ci si limiti a rilevare da una parte e dall'altra analogie vaghe e superficiali; inammissibile anche il fermarsi alla constatazione che una religione, ad es., non possedeva inizialmente questo o quel rito o dogma, di cui si rileva l'equivalente in un'altra, perché questa può aver semplicemente attuato le proprie potenzialità o in maniera autonoma (esplicitazione, e non innovazione), donde spesso rassomiglianze che derivano da evoluzioni parallele (puri incontri fortuiti), o sotto l'azione di eccitanti esterni (maturazione talora reciproca). Insomma è il caso di distinguere "imprestiti" di pura terminologia (indispensabili per lo scambio delle idee in una determinata epoca); "imprestiti" puri e semplici o che importano adattamenti più o meno profondi; imprestiti fatti per condiscendenza al gusto dell'epoca e concernenti punti capitali o accessori, come le arti decorative; imprestiti fatti per concorrenza, con o senza modificazioni, allo scopo di assicurare il proprio successo, ecc. (cf. H. Pinard de la Boulleye, L'étude comparée des religions, II, $3^{4}$ ed., Parigi 1929, pp. 119-34).
II. Il s. nelle religioni pagane. - Riguardo alle religioni pagane, i critici sono unanimi nell'ammettere che, per quanto si risalga nel corso dei secoli, esse si sono scambiate, in maniera variabile, credenze e riti.
Questo s. si presenta sotto due forme: automatica l'una, quasi spontanea e popolare, perché la riflessione filosofica non vi ha una parte apprezzabile; sistematica l'altra, o riflessa, per la ragione contraria.
1. Il s. spontaneo. - E determinato dalle circostanze; il contatto delle religioni impone comparazioni e dà luogo a contaminazioni: ciò avviene soprattutto nei centri di scambi commerciali, nei grandi mercati, nei porti. E deriva spesso da "matrimoni misti»; il re Salomone ce ne offre un esempio tipico (III Reg. 11, 1-18). Nell'àmbito di una stessa religione, la rivalità tra santiari indipendenti li spinge ad appropriarsi gli uni gli altri concezioni e pratiche che incontrano il favore dei loro clienti. Le guerre, le grandi invasioni soprattutto, destano ripercussioni consideravoli. I vinti sono propensi a considerare come superiori, o almeno come potenze con cui fare i conti, gli dèi dei vincitori e questi sono indotti dalla prudenza politica ad usare tolleranza e anche a captare a beneficio della classe dirigente le funzioni più splendide dei culti soggiogati (cf. A. Barth, Les religions de l'Inde, in Oeuer. compl., I, Parigi 1914, p. 142; cf. p. 164; F. Cumont, Les relig. orient., $4^{6}$ ed., ivi 1929, pp. 189, 298). Perciò una storia esatta del s. non può scriversi senza la conoscenza dei contatti, spesso anche degli incroci successivi che ogni gruppo etrico ha subito.
Un esempio: l'islàm penetra nell'India ca. il rooo d. C.; gli Arî fra il 1200-1000 a. C.; ora, gli scavi di Mabenjo-daro e di Harappa hanno dimostrato che essi trovarono nella vallata dell'Inde una civiltà distante almeno dal in miliennio, contemporanea a quella degli Assiro-babilonesi e non meno evoluta. Nell'immensa penisola vivevano, oltre i Dravids e i Munda (austroasiatici), le popolazioni arcaiche dei Chenchu, dei Reddi, dei Baiga, dei Bhil, ecc., presso i quali, mescolata ad un guazzabuglio di credenze e di riti che li avvicinano al politeismo, si riscontra ancora la fede in un Essere supremo, creatore e legislatore morale. I brahmani, la cui religione volgeva al formalismo e alla magia, hanno conservata la loro supremazia istituendo il sistema delle caste; non proibivano però la partecipazione ai culti delle caste inferiori, giungendo fino a farsene ministri. Donde lo strano amalgama che è l'induismo.
Bibl.: W. Koppers, in F. König, Christus, II, Vienna 1951, pp. 665-96; id., Probleme der indischen Religionsgesch., in Anthropos, 36 (1941), pp. 761 -814.
2. Il s. riflesso. - Più si allungava la lista degli dèi, più si moltiplicavano i compromessi tra i loro culti e più si sentiva la necessità di mettere un po' di ordine in quel caos. Per arrivarci bastò raggruppare gli dèi in famiglie: padre, madre, figli ecc. Questa, in gran parte è l'origine delle triadi, delle ogdoadi, delle enneadi, che ci sono attestate in un gran numero di religioni. Poste poi le varie suscettibilità in gioco, fu tuttavia inevitabile che molti gruppi di devoti organizzassero queste famiglie secondo le loro preferenze (cf. gli indici generali di A. Bertholet [Chantepie de la Saussaye], Lehrbuch, II, Tubinge 1925, p. 722; Enc. of Rel. and Ethics, XIII [1926], p. 612 [indice]; P. Tacchi Venturi, Storia delle rel., $3^{4}$ ed., II, Torino 1949, p. 837 [indice alle voci triadi, ogdoadi, enneadi]).
Un'altra soluzione permise di rispettare le gerarchie tradizionali e consisteva nell'assimilare da popolo a popolo gli dèi che avevano dignità o attribuzione press'a poco equivalenti (teocrazia) e nello spiegare in modo allegorico i miti che li riguardavano (interpretazione egiziana, greca, romana; cf. P. Wissowa, Interpretatio romana, in Archiv für Religionswiss., 19 [1916-19], pp. 1-49; K. Prümm, Religionsgesch. Handbuch, Friburgo in Br. 1943 [indice VI e VIII, Interpretatio, pp. 885, 901]).
Si poterono, infine, concepire gli dèi, almeno i più notevoli, come manifestazioni diverse di un'unica divinità, adorata sotto aspetti e nomi differenti (polinomia divina); donde il nome di "Panthaus" dato ad alcuni di essi, secondo le preferenze dei gruppi, e la creazione di simboli esprimenti questa credenza (cf. Pantheion, Pantheos, Pantheus, in W. H. Roscher, Ausführlich. Lex., III [1884-86], coll. 1555-57; J. Toutain, Les cultes païens, II, Parigi 1920, p. 8 sgg., 241 sgg.; F. Cumont, Panthea signa, in Daremberg e Saglio, Dict. des antiquités, IV, pp. 314-15). A loro volta, numerosi pensatori dell'età ellenistica: Plutarco, Celso, Apuleio di Madaura, Massimo di Tiro, Numenio di Apamea, Porfirio, Giamblico,
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Sincretismo - Silvanus Pantheus " radiato, con il successo di Apollo, il caduceo di Mercurio, la clava di Erode e il serpe avvolto alftronco, come nel culto di Sabazio - Museo Vaticano, Sala degli animali.
Giuliano l'Apostata, Temistio, Simmaco, Macrobio, ecc. conchiusero per conto loro: una via unica, che conduca alla divinità non ci può essere; ciascuno quindi è libero di scegliersi la sua, libero ugualmente di partecipare ai diversi culti, salvo ad interpretarli secondo le proprie idee (cf. il testo del prefetto Simmaco a proposito dell'ara della Vittoria [384 d. C.] in PL 16, 966-71; la risposta di s. Ambrogio, Ep., 18 : ibid., 974-82; lettera di Massimo di Tiro e risposta di s. Agostino, Ep., 16 e 17 : ibid. 33, 81-85; confutazione di Porfirio in De civitate Dei, 10, 32 : ibid. 41, 312-16).
Al s. riflesso o sistematico sono da riportare certi culti fittizi, di breve durata, organizzati dai capi di Stato; specialmente i seguenti : il culto di Serapide, istituito, pare, da Tolomeo I Sotere ( $323-283$ a. C.), cf. G. Latave, Sèrapis, in Daremberg e Saglio, Dict. des antiquités, IV, s. d., 1248-51; Roeder, in Pauly-Wissowa, $2^{2}$ serie, I (1914), 2394-2426; il culto del "Sol invictus", fondato da Aureliano (v)., cf. J. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, $2^{2}$ ed., Monaco 1912, pp. 365-68; Groag, Demetrius Aurelianus, in Pauly-Wissowa, V (1905), coll. 1399-1400; Marbach, Sol, ibid., $2^{2}$ serie, III (1927), coll. 907-13; la sintesi tentata nell'India dal monarca musulmano Akbar (m. nel 1605), cf. I. Goldziher, Le dogme et la loi de l'Islam, vers. franc., Parigi 1920, pp. 242243 (v. akbar).
Derivano pure manifestamente dal s.: lo gnosticismo (v. GnosI) nelle sue molteplici forme, le une anteriori, le altre posteriori al cristianesimo: l'ermetismo (v.), il manicheismo (v.) e i suoi succedanei, una moltitudine di sètte antiche o moderne e le fantasie decorate con il nome di antroposofia o di teosofia (v.).
Birl.: quantunque abbia alcune conclusioni contestabili, si consulterà tuttavia con profito C. Clemen, Der Einfluss des Christentum auf andere Religionen, Lipsia 1933; in particolare per l'India: J. M. Farquhar, Modern religious movements in India, Londra 1924, v. indice: Christian influence.
III. Il s. nell'islam. - Per il suo monoteismo, questa grande religione deve essere classificata a parte. Il suo carattere sincretista appare fin dalla sua origine.
I Beduini dell'Arabia conservano ancora la fede in un Essere supremo. Aliäh Ta'ālä, il dio che è sempre stato; (cf. A. Palmieri, Coran, in DThC, III [1908], col. 1732; C. Snouck-Hurgronje, in A. Bertholet, Lehrbuch. I [1925], p. 652). Il grande merito di Maometto è di aver prescritto, di fronte al suo, ogni culto idolatrico. E che a questo l'abbia condotto la conoscenza delle altre due "religioni del libro", secondo la sua espressione, è provato ad evidenza dall'analisi del Corano.
"Maometto conosceva cosi bene il giudaismo e il cristianesimo quanto era possibile alla Mecca del suo tempo e si mostra cosi dipendente da queste due religioni, che infatti difficilmente s'incontra nel Corano un'idea religiosa che non sia derivata da esse" (Fr. Schwally, Gesch. des Qardus, $2^{2}$ ed., parte $2^{2}$, Lipsia 1919, p. 121); cf. A. Palmieri, art. cit., in DThC, III, coll. 1786-91 (con bibl., col. 1833); D. I. Margoliouth, Muhamedans, in Enc. of Rel. and Eth., IX (1917), pp. 480-83; H. Lammens, Une adaptation arabe du monothéisme sémitique, in Rech. de sc. relig., 7 (1917), pp. 161-86; W. Rudolf, Die Abhängigkeit des Qardus von Jud. und Christent., Stoccarda 1922 (bibl. pp. vi-viII); T. Andrae, Der Ursprung des I. und des Christent., Uppsala 1926.
Dopo la scomparsa del profeta, le difficoltà provocate dalla interpretazione del Corano, le tradizioni divergenti invocate specialmente dai due grandi partiti dei sunniti e degli šl'iti, le rivalità politiche, le religioni e le filosofie cosi differenti con cui, nel corso della sua espansione, entrò in contatto (cioè : il neoplatonismo, più tardi: l'aristotelismo [v. averroismo], lo yoghismo dell'India, il monachesimo cristiano [v. sātrizato]), le superstizioni inveterate dell'induismo e quelle dell'Africa nera, non potevano mancare di provocare i più strani compromessi. Alcuni più recenti sono dovuti alla crisi generale del "modernismo".
Birl.: sulla filosofia araba cf. Überweg. parte 2*, § 28, pp. 287-323 (bibl., pp. $712^{*}-23^{*}$ ); sommariamente: M. de Wulf, Hist. de la philos. médiñc., I, $6^{e}$ ed., Lovanio-Parigi 1934, pp. 297 309; sull'influsso cristiano, oltre l'opera di C. Clemen, già citata, cf. M. Asín Palacios, El Islam cristianizado, Madrid 1931 e le altre sue opere (v. asin-palacios); sulle sètte più simmetate, bäbismo e bähāismo, druzismo, wahhābismo, nussirismo, iazidismo, v. ampie bibl. in P. Casanova, Mahomèbisme, in DThC, IX (1926), pp. 1648-50; aggiungere specialmente la serta dei Sikh penetrata di induismo (J. N. Farquhar, Modern religious movements in India, Londra 1924, pp. 336-43, bibl. p. 343) e quella dei Parsi, apparentata al mazdeismo, ibid., pp. 81-91, 343-47 (bibl. p. 91); sul modernismo musulmano: H. Lammens, L'islam, Beyrouth 1926, pp. 223-46 (bibl. pp. 239-61). V. islàal.
IV. Il problema del s. rispetto alla religione d'Israele e al cristianesimo. - i. Estensione progressiva dei dibattiti. - Fin dai primi secoli dell'éra cristiana, alcuni pagani, p. es., Celso e l'imperatore Giuliano, pretesero affermare che il cristianesimo aveva largamente attinto alle religioni anteriori. Nel sec. xvi l'accusa venne rinnovata dalla "Riforma".
E infatti, per giustificare l'abbandono delle credenze e delle pratiche "papiste" bastava presentarle come altrettante infiltrazioni pagane, alteranti il "puro Vangelo ". Donde una moltitudine di pubblicazioni, la maggior parte senza alcun valore, tanto più che le religioni antiche erano, in quel tempo, mal conosciute. Poiché
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larma era facile a maneggiare, fu usata costantemente per autorizzare abbandoni sempre più gravi fino ad arrivare ai dogmi della divinità di Gesù Cristo e della Trinità. «Tutti i lavori che si riferiscono alla storia delle religioni, scriveva il razionalista E. Havet, arrivano necessariamente fino a questo punto" (Le christianisme et ses origines, I, $3^{2}$ ed., Parigi 1880, p. xxxit). Infatti, come ogni monismo materialista deve pronunciarsi per l'eternità del mondo e per la generazione spontanea, così ogni razionalismo, escludendo a priori miracoli e rivelazioni soprannaturali, nel senso biblico della parola, deve sforzarsi di spiegare con il s. sia ciò che riprova e sia ciò che approva nelle religioni, a cui riconosce qualche superiorità, o anche, sotto certi aspetti, un valore definitivo o assoluto.
Bibl.: cf. la storia erudita di queste tesi nel protestante W. Glowe, Die Wellenisierung des Christent., Berlino 1912, da completare e rettificare con le opere pia accennate in seligioni, studio comparato delle, VIII. Filosofia delle R.: F. Vigouroux, M.-J. Lagrange, ecc. e H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des relig., 3 voll., $3^{2}$ ed., Parigi 1929-31; v. indice: III, Paganopapisme e Syveretisme.
2. Alcuni principi di soluzione. - a) Conviene evidentemente distinguere fra religione ufficiale e religione o pratiche popolari. Si supponga pure la religione più pura, osservava giudiziosamente Newman, ma finché gli uomini saranno uomini, è impossibile che i meno colti non l'abbassino in parte al loro livello (Lettera a Pusey, in Difficulties felt by Anglicans in catholic teaching. II, $2^{2}$ ed., Londra 1910, p. 81); ma che diritto hanno di essere considerati come rappresentanti di essa, quando essa li condanna e cerca di correggerli? (cf. s. Agostino, De moribus Ecclesiae, cap. 34, nn. 75-76: PL 32, 1342; Contra Faustum, lib. 20, cap. 23 : ibid. 42, 388).
b) Apparenti o reali, le derivazioni sono ben lontane dall'avere il medesimo valore: bisogna pure parlare la lingua delle persone a cui ci si rivolge (come vedremo, termini identici possono anche esprimere realtà notevolmente differenti); bisogna pure adottare quelle forme di arte che esse apprezzano, i gesti che secondo esse esprimono l'adorazione, anche alcuni dei loro riti, se sono espressivi e in se stessi irreprensibili; sono i dogmi a determinare il loro senso.
c) Fin dalla loro comparsa sulla ribalta, gli apologisti cristiani hanno anche fatto osservare che l'Altissimo, salvo a modificarle alquanto e a dar loro un senso nuovo, aveva potuto sanzionare alcune pratiche analoghe a quelle dei pagani, anzi ereditate da essi, perché il " popolo eletto" non era capace di tollerarne di più perfette. Questa tesi, detta della "condiscendenza" ( $\sigma v \gamma \alpha \varepsilon \sigma \alpha \beta \alpha \sigma \alpha$ ), ha il merito di appoggiarsi sopra un'idea molto giusta della prudenza e della bontà infinite e su alcuni fatti molto chiari (istituzione della regalità [I Sam. 8 e 10, 18-28]; tolleranza provvisoria della poligamia, e del divorzio soppresso più tardi [Mt. 19, 3-9] a nisi ob fornicationem», fuori del caso di matrimonio invalido [J. Bonsirven, Le divorce dans l'A. T., Parigi 1948], ecc.). Tuttavia le applicazioni dell'accondiscendenza divina non sono da moltiplicarsi senza sano criterio.
Bibl.: ef. J. Spencer, De legibus Hebraeorum ritualibus, $3^{2}$ ed., Tubinga 1732; sulle controversie suscitate da quest'opera importante, v. la prefazione di Pfaff e H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des relig., I, $3^{2}$ ed., Parigi 1929, pp. 532-71 a complemento di Rech. de sc. relig., 9 (1919), pp. 197-221; F. X. Kortleitner, Formae cultus mosaici, $3^{2}$ ed., Innsbruck 1933, pp. 135-42; più in breve: A. Clamer, in DBs, II (1946), pp. 231-34.
V. Da Abramo a Mosè. - 1. I patriarchi. - Gli antenati di Abramo praticavano certamente, come tutti i "primitivi", i sacrifici delle primizie, sacrifici di animali, verosimilmente con offerta di farina e di olio, come i loro vicini. L'intervento di Dio in favore di Isacco doveva far comprendere che egli riprovava i sacrifici dei neonati (Gen. 22, 1-18). La circoncisione non esisteva tra i Semiti e Abramo l'ha forse derivata dagli Egiziani, fin dal primo soggiorno nel loro paese (Gen. 12); ma essa diventava il segno della loro alleanza con il solo vero Dio (Gen. 17, 9-14 [v. circoncisione]). Né per gli uni, né per gli altri c'è ragione di parlare di totemismo v.). Chiamati da Giuseppe, gli Ebrei, secondo le loro
tradizioni, restano nei paesi del Delta per 430 anni. Nomadi com'erano, vi trovarono una civiltà di sedentari. Tuttavia le arti raffinate di questi e il loro politeismo, per non parlare della loro magia, non poterono mancare di seducì. Ne è la prova l'episodio del vitello d'oro (Ex. 32).
2. Dall'esodo all'esilio. - L'alleanza di Jahweh con Israele fu rinnovata sul Sinai e Mosè ne proclamò le condizioni. Il suo codice di leggi, in molti punti, coincide con quello del monarca assiro Hammurabi, certamente anteriore e testimone di una civiltà sotto alcuni aspetti più progredita; proibisce, p. es., di vendicare da se stessi l'uccisione di un parente (Num. 35, 16-21). Tali indizi autorizzano a pensare che i punti di accordo devono piuttosto spiegarsi con il fatto di tradizioni comuni che non con derivazioni (v. abca della'alleanza; hammurabi; neomenia; sabbato; tempio). Il codice ebraico riprende tutta la sua superiorità nel campo della religione e della morale: monoteismo rigoroso, proibizione delle immagini perché favorivano l'idolatria, stretta osservanza del Decalogo. Dietro espressa domanda del suo popolo, Jahweh istituisce il proletismo (Dent. 15, 22; v. A. Clamer, in h. l., in L. Pirot, La vie Bible, II (1946), pp. 633-35). Di nuovo per condiscendenza, per sottrarlo alla tentazione di rivolgersi agli indovini e alle pionesse (I Sam. 48, 5-22; II Reg. 1, 1-14, ecc.), lo autorizza a consultare egli stesso per mezzo dell'ephod (I Sam. 23, 6-13; 30, 6-8) e degli ûrîm e tummîm (Num. 27, 21, ecc.; v. A. Clamer, loc. cit., p. 422).
Nonostante queste disposizioni, giudici e profeti di Israele dovettero lottare senza posa contro l'invasione degli dèi stranieri, le pratiche talora esecrabili dei loro culti e le molteplici forme della superstizione. Nella religione popolare il s. è dunque evidente.
Bibl.: F. X. Kortleitner, De religione populari Israilitarum, Innsbruck 1927; id., Canonacorum auctoritas..., ivi 1932; id., Acgyptiorum auctaritas..., ivi 1933; studi ripresi in Formac cultus mosaici cum reliquis religion. Orientis antiqui comparator, ivi 1933, con ampia bibl.; L. Spohorn, Egypte, in DBs, II (1934), pp. 917919. Sul s. nelle colonie mercenarie ebraiche in Egitto: v. elefANTINA: LEONTOPOLI.
## VI. Sotto il dominio degli Assiri e dei Persiani. -
1. Durante una cinquantina d'anni, gli Israeliti gemono sotto il dominio dei re di Babilonia; molti di essi vennero deportati; i loro profeti, specialmente Ezechiele, presso gli esiliati, e Geremia nella Giudea, rappresentano loro queste disgrazie come il giusto castigo delle loro infedeltà. I colpevoli si riprendono e si irrigidiscono contro la seduzione dei loro vincitori. Eruditi come, tra molti altri, Ed. Stucken, H. Winckler, H. Zimmern, A. Jeremias, hanno sostenuto il contrario. Quali "babilonisti" estendevano persino l'influsso del grande Impero al mondo intero; ma confutazioni autorevoli da parte di non cattolici e di cattolici hanno ormai fatto giustizia delle loro tesi.
BibL.: A. Jeremias, Die Panbobylonisten, $2^{2}$ ed., Lipsia 1907 (con enumerazione di aderenti, contestabile per parecchi). Critica severa da parte di R. Dussaud, in Rev. d'hist. des relig., 58 (1908), pp. 112-13; di H. Gressmann, in Theol. Literaturzeit., 36 (1911), pp. 36-38; di F. X. Kugler (v.). Del'o stesso A. Jeremias, Das A. T. im Lichte des alten Orients, $3^{2}$ ed., Lipsia 1016; e altre opere citate, per la maggior parte, con le pubblicazioni della scuola, da A. Condamin, Babylone et la Bible, in DFC, I (1914), coll. 329-90; J. Pleasis, stesso titolo, in DBs, I (1928), coll. 713-852: bibl. coll. 848-49.
2. Padrone di Babilonia ( 538 a. C.), Ciro, re dei Persiani, autorizza gli esiliati a tornare in patria. Fra i due popoli le relazioni si conservano cordiali. A loro volta, alcuni specialisti di studi iranici fanno appello al s., fino a pretendere, come Ed. Meyer, che «il giudaismo è una creazione dell'Impero persiano». Esagerazione da dilettante, " dilettantische übertreibung", rispose a buon diritto R. Smend, in Theol. Literaturzeitung, 37 (1912), col. 486.
In realtà, la redazione definitiva dei libri sacri, i due Avesta (v.), l'antico e il recente, ebbe luogo sotto Sapore I (241-71 d. C.). Soltanto le Gātha dell'antico possono risalire a Zoroastro; ma riguardo alla sua riforma monoteista l'Avesta recente segna una manifesta deviazione.
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Ora, più si fa risalire questa riforma verso il sec. vi e sec. vir a. C., tanto meno resta verosimile che Israele abbia trovato in essa qualsiasi cosa che già non gli fosse stata garantita con tutt'altra autorità dai suoi profeti. Lo stesso si dica delle idee religiose e morali, riunite (non si sa secondo quale criterio) e consacrate dall'Avesta recente: antagonismo dei due principi del bene e del male, Ahura-Mazda e Ahriman (dualismo sfruttato più tardi dal manicheismo [v.]), vittoria finale del bene, sopravvivenza e ricompensa dei giusti, angelologia. Tutt'al più l'analogia di alcune dottrine ha potuto favorire, da ambedue le parti, una certa maturazione di idee. Soltanto, pare, la concordanza tra gli Amesha Spenta, personificazioni molto indecise degli attributi divini, e i sette Arcangeli della Bibbia, rende molto verosimile una dipendenza; la quale, come si vede, si riduce a poca cosa. Insomma, conclude uno dei giudici più competenti, W. F. Albright: "Le concezioni dell'Írān non cominciano ad agire sul giudaismo prima degli ultimi due secoli precristiani. E anche cosi, non esercitarono il loro influsso se non nel caso che il terreno fosse pienamente preparato" (From the stone age to christianity, $2^{\text {a }}$ ed., Baltimora 1946, pp. 276-80).
BibL. cf. Ch. de Harlex, La Bible et l'Avesta, in Rev. bibl., 5 (1896), pp. 161-72; M. J. Lagrange, Iran, in DFC, II (1914), pp. 1128-35, bibl. col. 1135, che riproduce Rev. bibl. (1904), studio rimanegnato: id., Le judaisme avant 7.-C., Parigi 1931, pp. 388-409; A. Meillet, Trois conférences sur les Gathes, vi 1925; F. S. Kortlornet, Formae cultur massici... Innvbruck 1933 pp. 214-24 (molto documentato); J. Bidez - F. Cumont, Les mages hellénisés (il e. persiano), 2 voll., Parigi 1938, W. F. Albright, Von der Sleinzeit zum Christentum, vers. ted., Monaco 1949 (ediz. rivcd. e alquanto accresciuta). Fr. König, Christus, II, Vienna 1951, pp. 607-63, bibl., pp. 811-12; R. Reitzenstein (e H. H. Schader) presentano il mito iranico del primo uomo, come la fonte comune di tutte le teorie della Redenzione. Su questo punto, v. M.-J. Lagrange, op. cit., pp. 405-409; R. Primmer, Religiongesch. Handbuch, Friburgo in Br. 1943, pp. 606-10.
VII. Il periodo ellenistico. - Le conquiste di Alessandro Magno sconvolsero il mondo antico. Caduta Gerusalemme (334 a. C.), la Giudea fu ben presto soggiogata. Il prestigio della civiltà greca, le persecuzioni esercitate per instaurare il suo politeismo e i suoi costumi, gli intrighi dei Summi Sacerdoti, e le loro assidue adulazioni verso il potere civile, avrebbero certamente condotto con sé la rovina dell'antica fede, se non ci fossero state le rivolte dei Maccabei, la tenacia delle loro truppe e l'irrigidimento feroce dei Farisci. Idee neopitagoriche e platoniche influirono senza dubbio sugli Esseni (v.); ma questi nel loro insieme si dimostrarono più contrari all'ellenismo, che non i "separati * stessi, cioè i Farisci.
Per ragione di brevità, aggiungiamo ai libri sapienzali più recenti, come la Sapienza, scritta in greco, i più antichi. Che tra le loro massime di buon senso (essai pedesini nell'Ecclesiaste), le loro norme di condotta, le loro speculazioni morali, si notino numerose analogie con quelle di autori pagani, non c'è da meravigliarsi, trattandosi di uno stesso genere letterario. Le rassomiglianze possono essere effetto di puro incontro e non di plagio. Dove la rassomiglianza sembra quasi certa, cioè fra la Sapienza di Anson-om-ape e il Libro dei Proverbi attribuito a Salomone, essa riguarda piuttosto il modo di presentazione, la forma, che non il fondo: si può dire che ci fu una filtrazione (cf. A. Mallon, in Biblica 8 [1927], pp. 3-30).
Per esaltare l'autore del mondo (creatore dal nulla, dio del panteismo, demiurgo subordinato o principio del bene, in un sistema dualista), era necessario rinunciare ad immagini antropomorfe (Gen. 2, 7) e insistere invece sulla sua sapienza e sulla potenza della sua volontà o della sua parola ( $=$ Dixit... et facta sunt $*$ : Gen. 1). Donde, di religione in religione, derivano, su questi diversi argomenti, spirito (intelligenza, fonte d'ispirazione, ecc.), sapienza e parola (l'una e l'altra sia imperative, sia efficaci in se stesse, ecc.), $\pi v \varepsilon \delta \mu \alpha$, $\pi о \varphi i \alpha, \lambda \varepsilon ́ \sigma \sigma \varsigma$, analogie inevitabili e quindi multiple; ma derivano pure sfumature, che vanno dal semplice concetto astratto ad una personificazione ora puramente letteraria, o poetica, ora più netta con o senza divinizzazione. Ora, il pensiero degli
autori del Vecchio Testamento conserva i suoi caratteri distintivi, derivati dal carattere unico dello stesso Jahweh. Se si esaminano gli insegnamenti progressivi della Bibbia intorno allo Spirito, alla Sapienza, alla Parola di Dio, si è in diritto di conchiudere: le speculazioni parallele del mondo pagano hanno potuto, hanno dovuto anche, verosimilmente, stimolare le loro proprie riflessioni; ma in quanto alle credenze o ai dogmi nulla avevano da prendere da esse, molto invece da opporre. Hanno, infatti, eliminato con fermezza il politeismo, la sua mitologia incoerente e la corruzione. Per conseguenza, uno dei giudei più ellenizzati, dopo Filone (v.), cioè Giuseppe Flavio (v.) ha creduto di dover giustificare l'intransigenza dei suoi compatrioti (Contro Apome, II, 36 fine; cf. 17-22). L'esclusivismo di costoro ha attirato sul loro capo lo stesso odio che ad essi s'imputava: "apud ipsos fides obstinata", scriveva Tacito, "sed adversus alios omnes hostile odium" (Historiae, V, cap. 5). Analoghe espressioni in Diodoro Siculo, 1. XL, cap. 3.
BibL.: E. Schürer, Gesch. des jüd. Vahes, im Zeitalter 7. C., 3 voll., Lipsia 1877; $4^{\text {a }}$ ed., ivi 1901-1909: indice, ivi 1911 (molto erudito); J. Touzard, 7 uif (à travers les âges) in DFC, II (1913), coll. 1263-1606: il messianismo e il monossismo giudaico, unici nella storia, coll. 1606-39; L. Dennefeld, 7udaisme, in DThC, VIII (1925), coll. 1622-38; bibl. a col. 1668; A. Vaccari, Sapientinus, in DFC, IV (1927), coll. 1208-13; bibl. a col. 1214; M.-J. Lagrange, Le judaisme avant 7.-C., Parigi 1931; J. Bonnevica, Le judaisme palestre, au temps de 7.-C., 2 voll., ivi 1935 ; id., stesso titolo, in DBs, IV (1940), coll. 1143-1275; bibl. sovealabondante a coll. 1273-83; G. Barde, Hellénisme, in DBs, III (1938), coll. 1442-75; bibl. a coll. 1481-82; H. Duesberg, Les scribes inspirés (et les Livres sapientiaux), 2 voll., Parigi [1938]; K. Prumm, Religiongesch. Handbuch, Friburgo in Br. 1943 (v. indice, Hellenisierung, p. 900); F. W. Albright, op. cit., al § VI; H. Renard, Les Livres sapientiaux, (introd. gener.), in DBs, VI (1943), pp. 7-22; bibl. a pp. 22-23; ai documenti ivi citati a pp. 17-18 aggiungere fra gli altri: J. P. Audet, La sapone de Ménandre l'Egyptien, in Rev. bibl., 39 (1952), pp. 53-81; sul «Logos" (babilonese, egittiano, nel Vecchio e Nuovo Testamento), v. R. Tournay, A. Robert, J. Starcky, C. Mondésert, Logos, in DBs, V (1952), coll. 423-96; v. elenismo.
VIII. Il cristianesimo primitivo. - Razionalisti e protestanti liberali dell'estrema sinistra si sforzano attualmente di provare che, fin dai primi tempi idee pagane hanno alterato profondamente «la religione di Gesù ". Quindi si fa indispensabile una revisione minuziosa delle origini cristiane.
I. La carriera dell'apostolo Paolo. - Supponiamo che si possa contestare il carattere miracoloso del fatto avvenuto a Dimasco verso il 34 d. C. (Act. 9, 1-22; 22, 4-16; 26, 9-20; Gal. 1, 13-17) e quello delle rivelazioni che il convertito rivendica a sé (Act. 22, 17-21; II Cor. 12, 1-4, ecc.). Concediamo che egli conosca certamente, e in misura assai larga, idee e costumi del mondo ellenistico. Ciò che importa è di sapere se l'ellenismo l'ha trascinato, sia pure inconsciamente, od allontanarsi dall'insegnamento trasmesso dal Cristo ai suoi primissimi discepoli intorno alla sua stessa persona, alla sua missione, ai suoi "comandamenti ". Ora due serie di fatti rendono impossibile di ammetterlo: la sua condotta costante fino al martirio (nel 66 o 67 ), la condotta dei «grandi apostoli» (II Cor. 11, 5) e quella di tutte le Chiese più antiche a suo riguardo.
a) Questo zelatore delle tradizioni dei padri (Gal. 1, 13-14; Phil. 3, 4-6), questo persecutore dei cristiani non era affatto preparato ad ammettere un Messia sofferente, la divinità di un uomo mortale, la morale evangelica, la vocazione generale dei gentili, ecc. Per modificare fino a questo punto le sue convinzioni, ci vollero prove decisive: senza alcun dubbio quelle che avevano cagionato analogo cambiamento nei Dodici. Infatti, egli afferma e non cessa di affermare che il suo insegnamento non differisce da quello di essi: «Sive ego, sive illi, sic praedicamus * (I Cor. 15, 11). Lo prova, rallegrandosi con i Romani per la loro fede esemplare: «(quasi assuustiatur in universo mundo»; fede, che è pure la sua: "fidem vestram atque meam" (Rom. 1, 5-12). Quantunque non sia stato egli ad evangelizzarli, tuttavia suppone in essi le stesse convinzioni essenziali che tra i suoi propri discepoli e in tutte le Chiese fondate dai suoi
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fratelli: "in verbo veritatis evangelii quod pervenit ad vos sicut in universo mundo" (Col. 1, 4-7; I Thess. 1, 7-8). Libero com'era di scegliersi il campo di apostolato, si proibisce di predicare il Vangelo là, dove altri l'hanno già predicato (Rom. 15. 20-21; 16, 13-18). Quest'uomo appassionato, che si vanta di aver "resistito in faccia" a Pietro stesso, quanto all'applicazione di un punto di disciplina già regolato di comune accordo (Gal. 2, 11-21), si sarebbe adattato a questa divisione di lavoro, se avesse creduto necessaria ristabilire ciò che le sue speculazioni o pretese visioni gli manifestavano come verità, o avesse creduto che i suoi emuli nell'apostolato alteravano il tipo di catechesi ( $\tau \dot{\tau} \sigma \sigma \circ \delta \iota \delta \alpha \chi \hat{\eta} \varsigma:$ Rom. 6, 17), accettato da tutti? Come mai avrebbe imposto a tutti, in maniera così energica, di non farlo mai? (Rom. 16, 17; Col. 2, 6-9; II Thess. 3, 6; Eph. 4, 13-14).
b) Nonostante i suoi antecedenti di persecutore e i suoi successi, cosi adatti a destare gelosie, ecc., Paolo non ha (dal momento che solo contro di essi si difende), altri avversari che i giudeocristiani, ostinati a mantenere le pratiche mosaiche. Pietro lo copre della sua autorità, dicendo: "Credete che la longanimità di Nostro Signore è per la vostra salute, come anche Paolo nostro carissimo fratello vi ha scritto, secondo la sapienza a lui data. E questo lo fa in tutte le lettere, in cui parla di queste cose. Vi si incontrano passi difficili a intendersi ( $\delta \cup \sigma \nu \dot{\eta} \eta \tau \alpha$ ), che gli ignoranti e gli incerti stravolgono dal loro senso, come fanno anche per tutte le altre Scritture, per loro perdizione" (II Pt. 3, 15-16). Va ben pesata la forza di tali termini e di questo fatto: tutte le lettere di Paolo, salvo parziali esitazioni per la Lettera agli Ebrei, sono state accolte come Scritture da ciascuna delle Chiese. La sua predicazione, anche se più sublime e che meno s'indugiava intorno ai rudimenti della dottrina, "il latte dei bambini" (Hebr. 5, 11-14) era dunque in pieno accoṛdo con il $\tau \hat{\tau} \pi \circ \varsigma \delta \iota \delta \alpha \chi \hat{\eta} \varsigma$, la catechesi dei Dodici.
Bibs.: A. Schweitzer, Gesch. der paulinisch. Forschung, Tubinga 1911 (questo celebre missionario protestante molto erudito e giudizioso nelle sue critiche presenta sfortunatamente una soluzione personale inaccettabile: l'escatologismo di s. Paolo); F. Peat, St Paul et le paulinisme, in DFC, III (1922), coll. 1621-54 (documentas. assai abbondante); id., Théol. de 11 Paul, II, 16* ed., Parigi 1929, pp. 1-52; 467-75; H. Pinard de la Boul-laye, Jésus et l'hist., ivi 1929; vers. it. Torino 1931, pp. 115-51 (v. paolo, apostolo).
2. La testimonianza dei Sinottici. - Tra la morte di Cristo e il primo apostolato di Paolo sono trascorsi venti anni. In questo spazio di tempo la Chiesa primitiva non avrebbe potuto evolversi in modo da trovarsi preparata ad accettare i punti di vista personali del convertito? A provarlo i partigiani della "Religionsgeschichtliche Schule" (v. boumert, willhelm) e quelli della "Forngeschichtliche Methode" (v. forma) accumulano i parallelismi; a sentir loro, ogni illuminato, ogni credente si dà quello di cui ha bisogno per giustificare la propria fede. Infatti esempi di questo genere ce ne sono moltissimi : ma il passare dalla frequenza di alcuni atti alla loro universalità, senza tener conto dei contrasti manifesti, è trasformare il metodo comparativo in metodo arbitrario di assimilazione o di livellamento.
Prima di tutto: la Chiesa primitiva, quella di Gerusalemme, non è affatto una società amorfa di devoti o di illuminati; ha invece i suoi capi incontestati, i Dodici, e un capo supremo, che prende le iniziative (Act. 1, 15-26) e rivendica il diritto di regolare i contrasti (Act. 15, 7 ecc.). I suoi fratelli e lui hanno un identico concetto dell'apostolato : secondo l'ordine avuto da Gesù (Lc. 24, 48; Act. 1, 8), si presentano come i "testimoni" di fatti non avvenuti in angulo, in segreto (Act. 26, 26; 1, 21-22; 2, 32; 3, 15; 4, 19-20; 5, 32; 10, 79), non come spacciatori di favole ingegnosamente inventate, doctas fabulas secuti (II Pt. 1, 16; I Pt. 5, 1-4; I Io. 1, 1-3, ecc.). Per essi, come per Paolo, la fede, condizione della salvezza, non è dunque un sentimento o una concezione generica delle cose, ma una "obbedienza" alla legge di pensiero e di azione imposta ad essi e a tutti dal divino Riauscitato, $\dot{\tau} \sigma \alpha \varkappa \sigma \eta \tau \sigma \tau \varepsilon \varepsilon \varsigma$ (Rom. 1, 5; 16, 17-19. 26, ecc.). Questi testimoni sono arrivati a confermare con il sangue la loro fede. Ecco un punto che li distingue dagli
entusiasti che si appellano sia a tradizioni esoteriche, intemporali, come gli gnostici (v. Gnosı) e gli ermetisti (v.), sia a rivelazioni individuali, come i montanisti (v.) e numerose sète.
Altri contrasti : assenza nei Sinottici di ogni speculazione; le parole e le azioni del Cristo sono riferite senza alcuna glossa che permetta di sospettare l'influenza di Paolo, senza dipendenza apparente dalla sua terminologia: parole e azioni, tuttavia, le più adatte a giustificare la sua teologia; sobrietà nel campo del meraviglioso : sono riferiti miracoli, è vero, ma quanto differenti, nell'insieme dei loro caratteri sia fisici che morali, dai prodigi attribuiti a Budda, agli dèi dell'induismo, a Maometto, ecc.!; morale manifestamente superiore a quella del giudaismo contemporaneo; e finalmente il carattere di Gesù, al cui incanto cosi poche sono le anime che sfuggono.
J.-J. Rousseau conchinde con ragione: "Non è così che s'inventa... Il Vangelo presenta caratteri di verità così grandiosi, cosi sorprendenti, tanto inimitabili, che l'inventore sarebbe più stupefacente che l'eroe" (Emile, IV, in Oeuvres, VII, Parigi 1822, pp. 246-49); v. cristianfismo, in Enc. cati., IV, coll. 895-99; Gesù critto, ibid., VI, coll. 247-61.
I Sinottici non hanno dunque lasciato libero gioco alla loro immaginazione; d'altra parte la loro mentalità di giudei appare felicemente trasformata. Sotto quale influsso, se non quello del Maestro incomparabile, nel quale hanno finito per riconoscere il Figlio prediletto del Padre (Mt. 3, 17; Mc. 1, 11; Lc. 3, 22; Mt. 17, 5; $M c .9,6 ; L c .9,35$ ), il suo eguale ( $M t .11,27$ ), il Giudice dell'ultimo giorno (Mt. 16.27; Mc. 8, 38; Lc. 9, 26; Mt. 11, 21; Mc. 10, 37), il maestro che ha loro imposto la più stretta fedeltà al suo insegnamento (Mt. 28, 19-20; Mc. 15, 16, ecc.)?
3. La testimonianza di Giovanni. - Il quarto Vangelo, più tardivo, si distingue dagli altri tre per caratteri facili a spiegarsi. Come dichiara la stessa conclusione, esso è un supplemento di inchiesta su di un punto aspramente conteso : la divinità di Gesù (Io. 20, 31). Vengono dunque riferiti fatti nuovi, e in parte spiegati; a cagione degli avversari ai quali frequentemente sono rivolti, i discorsi prendono una piega e un tono differenti. Il prologo, poi ( $1,1-18$ ) si distacca più nettamente ancora dalla maniera dei Sinottici; ma, tutto sommato, presenta, sotto la personale responsabilità dell'Apostolo, la sintesi della loro dottrina intorno alla dignità sovreminente del "Figlio dell'uomo" e intorno alla sua missione. Forse Giovanni adopera il termine Logos, come Paolo quelli di gnosi e di epignosi, a motivo delle speculazioni allora in voga; ma non già per adattarvisi, bensì per correggerle.
Non è qui il luogo di abbozzare neppure la storia dei termini $\gamma \nu \delta \alpha \iota \varsigma, \lambda \dot{\alpha} \gamma \circ \varsigma, \varepsilon \lambda \varepsilon \rho \delta \alpha \alpha$, $\pi \nu \varepsilon \delta \alpha \alpha$, dell'antitesi $\pi \nu \varepsilon \mu \mu \alpha \tau \iota \varsigma, \dot{\alpha} \nu \chi \iota \kappa \dot{\varsigma}$, presso s. Paolo, ecc.; cf. gli autori citati qui, $\S 3$ e più oltre, $\S 4$. Solo è da ricordare che le dipendenze di vocabolario più nette non provano affatto l'identità dei concetti. Il senso delle parole deve determinarsi dal contesto, e il contesto può rivelare divergenze notevoli e in certi casi una intenzione di opposizione.
Giovanni si astiene dal ripetere quello che i suoi predecessori hanno già riferito, salvo a portare qua e là alcune precisszioni ai loro scritti. Segno che ritiene per vera la loro relazione. Del resto la sua consegna ai fedeli coincide con la loro : li rimanda all'insegnamento dei primi anni : quod fuit ab initio (I Io. 1, 1-4; 2, 7; II Io. 5), raccomanda loro di non credere a pretese suggestioni o rivelazioni dello Spirito Santo: Nolite omni spiritui credere, sed probate spiritus si ex Deo sint. E uno spirito di mensogna, spiega, come Paolo, un anticristo, colui che altera la dottrina su Gesù : qui soluit Christum (I Io. 4, 1-6; 2, 22-25; I Cor. 12, 3). "Se qualcuno non vi porta la parola di Cristo, non accoglietelo tra voi, non salutatelo" (II Io. 7, 11).
Si richiama ancora un tratto che lo dispone meno ancora dei suoi fratelli, al s. Più di essi egli insiste su questo principio: "amare il Cristo è prima di tutto restar fedeli al suo insegnamento" (Io. 14, 15, 21-24, $31 ; 15,10,14)$; "in colui che conserva la sua parola, in lui veramente (dunque in lui solamente) l'amor di Dio
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(da Le Sinal hier... aujourd'hui, a cura di L. Prévost, Parigi 1936)

(da Le Sinal, op. cit., p. 78)
In alto: VEDUTA.
In basso: VEDUTA D'INSIEME DEL MONASTERO DI S. CATERINA.
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In alto a sinistra: IL SANTO VOLTO, come appare dal negativo fotografico. In basso a sinistra: IL DORSO (spalle e parte lombare), come appare dal positivo fotografico con le tracce dei flagelli. A destra: LA SINDONE, come appare dal positivo fotografico - Torino, Cattedrale, cappella della S. Sindone.
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è perfetto" (I Io. 2, 3-6; II Io. 6; cf. Mt. 5, 19; 7, 21-23; 12, 46-50; Lc. 11, 27-28). Simili raccomandazioni, proporzionate all'attrattiva esercitata sopra di essi, impedivano che coloro che il Cristo aveva costituito suoi "testimoni" si permettessero, specialmente su punti capitali, imprestiti dall'ellenismo, dallo gnosticismo, ecc.
Bibl.: v. locos e inoltre: C. Mondésert, Logos (Vetus Testamentum), in Dib., V (1992), coll. 465-79; J. Starchy (Nomen Testamentum), ibid., coll. 479-96; in forza di un analogo pensiero di reazione, vari scrittori cristiani hanno chiamato Gesù il "vero Zeus", il "vero Apollo", ecc. (cf. J. Dölger, in Antike und Christentum, 3 (1932), pp. 225-30) quando pure il popolo cristiano riceneva questi dei altrettanti demoni : ibid., pp. 13376. Sulla dottrina dello Spirito: K. Prümme, Der christl. Glaube, II, Lipsia 1935, pp. 113-62: G. Verbeke, L'évolution de la doctrine du Pneuma, Parigi 1945: C. K. Barret, The Holy Spirit and the Gospel tradition, Londra 1947; v. spirito santo.
4. Il "quinto Vangelo". - Prima di essere consegnato per scritto, il messaggio di Gesù è stato predicato: vangelo orale, adatto a controllare gli altri, almeno quanto all'essenziale della sua vita terrestre e del suo insegnamento. Ora, fatto straordinario, gli altri quattro Vangeli, nonostante gli apporti e le sfumature che li distinguono, sono stati ricevuti, senza contestazioni, da tutte le Chiese dei primi giorni. E questo, mentre i Vangeli detti "apocrife" (v.), ben più seducenti per le loro leggende, non hanno ottenuto che un'autorità infima e una diffusione ristretta; questo, inoltre, senza alcuna revisione ufficiale o alcun intervento della suprema autorità, come invece è accaduto per le Scritture buddhiste sotto il re Azoka, per l'Avesta dei Persiani sotto Sapore I, per i Libri sibillini sotto Augusto, per il Corano sotto il califfo 'Ottimo, ecc. Fatto davvero straordinario, consacrazione più decisiva sotto il punto di vista critico che non un decreto emanato da Pietro o da qualunque concilio arcaico. Le primissime comunità cristiane, infatti, erano state fondate ciascuna da un apostolo, un evangelista, o qualche "testimone" qualificato, e se ne gloriavano (I Cor. 1, 12; 3, 1-7). Secondo le leggi che la Religionsgeschichtliche Schule si compiace di invocare, ciascuna avrebbe dovuto avere, entro breve tempo, i suoi usi, le sue speculazioni, i suoi miti propri e ingegnarsi di manteneri. Ora, esse non hanno ricevuto come espressione della vera fede che gli scritti di Paolo, dei quattro Evangelisti, le poche lettere di Pietro, Giacomo, Giovanni e Giuda; l'Apocalisse è di altro genere. Donde può provenire questo esclusivismo se non dall'accordo dei Dodici e dei primi discepoli tra di loro, dal principio alla fine della loro carriera, e dalle uniformi consegne ricevute? Eccole: "Non vi siano tre voi sciami ( $\sigma \chi \dot{\varepsilon} \sigma \mu \alpha \tau \alpha)$ !" (I Cor. 1, 10-13). "O Timoteo, custodisci il deposito; evita le empie discussioni della falsa gnosi, $\tau \tilde{\eta} \varsigma$ фev $\delta \omega v \dot{\eta} \mu o u \gamma \psi \omega ́ \sigma \varepsilon \omega \varsigma$; alcuni, che vi hanno aderito, sono andati lontano dalla fede" (I Tim. 6, 20-21; 1, 3-4; 4, 7; II Tim. 1, 13-14; 4, 2-4). "Da chi fomenta le divisioni, sepàrati dopo un primo e secondo avviso" (Tit. 3, 10-11). "Se qualcuno non vi porta la dottrina del Cristo, non ricevetelo nella vostra casa; non salutatelo!" (II Io. 7, 11). Pietro denuncia le sotte e eresie di perdizione (II Pt. 2, 1) e dichiara che sarebbe stato meglio per i fautori di esse non aver mai conosciuta la verità, che non abbandonare la legge santa, ricevuta dalla tradizione (ibid. 2, 21-22; cf. Ind. 3, 4; 17, 23). Altre direttive altrettanto ferme nella Didaché ( 4,$13 ; 6,1 ; 11,1-2$ ); verso il 95 , nella prima lettera di Clemente ( $7,1-2$; cf. 42); verso il 100 in quella delle pseudo-Barnaba ( 19,11 ); tra il 107-17 in quelle del martire s. Ignazio (Eph. 6, 2; 9, 1; Trull., 9, 1); ca. la stessa data, in quelle del martire s. Policarpo (Phil. 7, 2).
Che il controllo esercitato dal "quinto Vangelo", la tradizione vivente, non sia stato privo di efficacia, eccone l'ultima prova: alcune fonti estracunoniche hanno tramandate pretese "parole di Gesù"; ora, appena qualcuna la critica usa ritenere come autentica (J. Jeremias, Diebeheunte Tessensorte, Zestigo 1948; v. adRAPHON; LopUA).
Bibl.: J. V. Bainvel, De mazisterio vivo et traditione, Parigi 1903; A. d'Alès, La tradition chrét. dans l'hist., in Etudes, 111 112 (1907), tre articoli; id., stesso titolo, in DFC, IV (1928), coll. 1740-83; P. Batiffol, L'Eglise naissante, Parigi 1909; 11* ed. ivi 1927 ; dalla $5^{2}$ ed., prefaz. che risponde alle critiche di A. Har-
nack; vers. it. Firenze 1914; id., Cathedra Petri, Parigi 1938, prefaz., pp. 4-10; A. Deneffe, Der Traditionsbegriff, Münster 1931; J. Ranft, Der Ursprung des hath. Traditionsprinzips, Würzburg 1931, con discuss. delle analogie; bibl., pp. 21-22; id., Die Traditionsmethode als älteste theol. Methode des Christent., ivi 1934, p. 36; D. van den Eynde, Les normes de l'enseignement chrét. dans la littér, des trois prem. siècles, Parigi 1933; H. Pinard de la Boullaye, L'Ecriture est-elle la règle unique de la foi?, in Nous. rev. théol., 65 (1936), pp. 839-67. Di qui le "lettere di comunione "che garantivano sia l'accordo delle Chiese tra di loro, sia l'ortodossia dei chierici itineranti e dei mendicanti; C. Du Jonge, Glossarium med. et inf. graecitatis, Lione 1688, s.v. $\tau \iota \tau \tau \alpha \tau \varepsilon \alpha \alpha$ [ $\tau \iota \tau \tau \alpha \lambda \alpha$], coll. 1495; Martigny, Dict. des antiq. chrét., $2^{2}$ ed., Parigi 1887, pp. 420-23 (Lettres) e pp. 753-57, (Tessères); A. Harnack, Epistolae formatae, in Realenc. für protest. Theol., $3^{2}$ ed., XI (1912), pp. 336-38. Sull'importanza di quest'uso cf. W. Ward, Le card. Wiseman, vers. fr., I, Parigi 1900, pp. 341-54; v. tertulliano; vincenzo di lérins.
5. Conclusione. - Resta fuori di ogni dubbio che nessuno dei vangeli canonici può essere qualificato come "relazione storica" nel senso stretto della critica moderna. In Matteo e Marco soprattutto l'ordine cronologico non è rigorosamente rispettato. Consigli riguardanti una medesima classe di doveri sono artificialmente accostati, in vista della catechesi. Inoltre ogni Evangelista riassume i fatti a suo modo, salvo ad aggiungere questo o quel particolare, o questo o quel miracolo che deve alla sua informazione personale. Tali libertà, ben lontane dall'infirmare il valore della loro testimonianza, non fan che renderla più efficace quanto all'essenziale: esse manifestano non la loro indipendenza totale riguardo alle fonti comuni, ma la revisione a cui le fonti sono state sottiposte (cf. Ch. Langlois, Introd. aux études histor., $2^{2}$ ed., Parigi 1899, p. 173; E. Bernheim, Lehrbuch der histor. Methode, 6* ed. Lipsia 1908, pp. 80 sgg., 195 sgg., 524 sgg.).
Fin dalla pubblicazione del suo Lehrbuch der Dogmengeschichte ( 3 voll., Tubinga 1886-90) Harnack riconosceva che i tratti distintivi del cattolicesimo dovevano riportarsi molto più indietro che non l'ammettessero comunemente gli storici protestanti, e lo ricorda nella sua recensione all'importante opera di mons. Batiffol, sopracitata: L'Eglise naissante; ciò nonostante persiste a sostenere che la religione di Gesù, quale è presentata dal cattolicesimo, è diventata "essenzialmente un'altra". Al cattolicesimo rimprovera in particolare di aver eliminato un elemento della massima importanza: la sottomissione a Dio senza alcun intermediario: das der unmittelbaren göttlichen Gebundenheit, e la libertà personale che esso consacra : und der durch sie gesetzten individuellen Freiheit (Theol. Literaturzeit., 34 [1909], coll. 51-53). La stessa accusa ritorna di frequente sotto altre penne. Ma è facile rispondere che tante divisioni, tra le Chiese cristiane, divisioni da essi sempre più deplorate, derivano da questo appello ad una libertà individuale interamente sottratta al controllo della gerarchia istituita per prevenire le illusioni o almeno le loro conseguenze, in una intera fedeltà al tipo di catechesi fissato fin dalle origini, $\tau \dot{\tau} \tau \omega$ $\delta \iota \delta \alpha \chi \tilde{\eta} \varsigma$ (Rom. 6, 17), $\varepsilon^{\prime} \tau \tilde{\eta} \delta \iota \delta \alpha \chi \tilde{\eta} \tau \tau \tilde{\alpha} \chi \rho \alpha \tau \tau \tilde{\alpha}$ (II Io. 9); la tradizione (cf. E. Pinard de la Boullaye, conferenze dette nel 1935, vers. it., L'eredità di Gesù, Torino 1937, pp. 185-264; bibl., p. 253).
IX. Dai primi apocapisti alle invasioni barbariche. - I. I dogmi. - Da quando la Chiesa estese le sue conquiste e i suoi scrittori inaugurarono le loro controversie con gli intellettuali, l'influsso dell'ellenismo si fece più sensibile: abbondanti citazioni di autori pagani, uno sfoggio addirittura in Clemente Alessandrino, specialmente nei suoi Stromato (o "Tappeti"), in Eusebio di Cesarea