estese le sue conquiste e i suoi scrittori inaugurarono le loro controversie con gli intellettuali, l'influsso dell'ellenismo si fece più sensibile: abbondanti citazioni di autori pagani, uno sfoggio addirittura in Clemente Alessandrino, specialmente nei suoi Stromato (o "Tappeti"), in Eusebio di Cesarea nella sua Preparazione evangelica, ecc.; manifesta dipendenza di pensiero in Clemente rispetto a Musonio, nel Pedagogo; in s. Ambrogio riguardo al De officiis di Cicerone; in Gregorio di Nissa e Agostino rispetto al neoplatonismo, ecc.. Dionigi, lo pseudoareopagita, arriva perfino a inserire nel suo testo passi interi di Proclo. Fatti di questo genere, di cui sarebbe facile moltiplicare
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gli esempi, non provano affatto un'alterazione della fede primitiva; a convincersene basta considerare : a) i motivi che diressero questi scrittori; b) i limiti delle loro concessioni; c) la norma che dirige la loro scelta e il fine a cui miravano.
a) Infatti, qualunque ne sia la ragione, non può essere cosa reprensibile trarre profitto da ciò che è vero, bello e moralmente buono. Si loda Virgilio perché ha saputo "ricavare perle dal letamaio di Ennio ". Così pure Seneca rivendicava, occorrendo, il diritto di citare Epicuro: - Quod verum est, meum est... Sciant (omnes) quae optima sunt, esse communia» (Ad Lucil., Epist., XII, 10; XVI, 6). Lo stesso dichiara s. Giustino: "Ciò che di bene è stato detto, non importa da chi, è di noi cristiani ". E giunge a pretendere che i pagani abbiano derivato queste loro idee sane dai Libri Santi (tesi del "plagio", derivata dal giudaismo e sfortunatamente ripresa da altri). Meglio ispirato e deformando la teoria stoica dei $\lambda \delta$ ' $\gamma \omega \sigma \pi \varepsilon \rho \mu \alpha \tau \iota \alpha o i$, egli li presenta come "semi del Verbo" (II Apol., nn. 8, 10, 13 : PG 6, 380, 457, 460 sgg.); analoghe concezioni in Clemente Alessandrino (Protrept., 6, 7: ibid. 8, 173, 184); in Agostino (De doctrina christ., II, 18, 25 sgg., 40 sgg.: PL 34, 49 sgg., 54 sgg., 63).
Altro motivo di citare autori pagani : la carità, che comanda di farsi tutto a tutti, omnibus omnis factus sum, ut omnes facerem salvos " (I Cor. 9, 19-23), e perciò di cominciare a rendere loro giustizia e rilevare i punti di accordo (Clemente Alessandrino, Strom., I, 1, 19; V, 3: PG 8, 705, 805 sgg.; 9, 37; Origene, Contra Celsum, VII, 46 : ibid. 11, 1588; s. Giovanni Crisostomo, In ep. ad Timot., homilia 3 : ibid. 62, 677 ecc.).
b) D'altra parte le approvazioni e gli elogi sono accompagnati, quando è necessario, da espresse riserve e da vigorose confutazioni. Tutti questi apologisti, anche quelli che su questo o quel punto hanno prestato, come Origene, il fianco a critiche, dichiarano: la regola che essi intendono seguire è la S. Scrittura, e la Scrittura quale fu compresa dalla Chiesa primitiva (Tertulliano, De praescript., capp. 6, 14, 21 : PL 2, 18, 27, 33; Clemente Alessandrino, Strom., I, 19: PG 8, 808-13; Origene, De principiis, I, nn. 1-4: PG 11, 115-18; Ep. ad Gregor., ibid., 88-92). "Quanto ai filosofi, scrive s. Agostino, se accade che abbiano detto qualche cosa di vero, in accordo con la nostra fede, soprattutto in mezzo ai (neo-) platonici, non c'è da allarmarsi, ma da riprendere quelle verità da essi, come da ingiusti possessori e volgerle a nostro uso" (De doctr. christ., II, 40: PL 34, 63; cf. s. Girolamo, Ep., 119, n. 11 : ibid. 22, 978 sgg.; Ep., 62 : ibid., 606; Ep., 70 : ibid., 664-68; Teodoreto, Graec. affect. curatio, I: PG 83, 821-25, ecc.). Del resto la Chiesa intervenne per fermare il contagio dell'ellenismo, "à $\dot{\alpha} \lambda \eta \nu \iota \alpha \dot{\alpha}$ voovūvтвs (s. Basilio, De Spir. Sancto, 17, 43 : PG 32, 148) V. adozianismo; arianesimo; doceri; gnosi; origene e origenismo; pelagio e pelagianesimo.
c) Lo scopo comune degli apologisti è di sfruttare i punti di accordo per condurre gli avversari alla "vera gnosi ", alla "vera filosofia", la sola suscettibile di una dimostrazione rigorosa ( $\mu \dot{\sigma} \boldsymbol{\sigma} \boldsymbol{\alpha} \mu \varepsilon \tau \dot{\alpha}$ ãnoð̌̌̌̌̌̌̌̌sıs; Giustino, I Apol., 1, 20: PG 6, 357), un eclettismo, se si vuole (Clemente Alessandrino, Strom., I, 7 : ibid. 7, 732), ma un eclettismo attuabile soltanto alla luce della fede (Origene, Contra Celsum, III, 81 : ibid. 11, 1025; Lattanzio, Divin. instit., VII, 7: PL 6, 759).
Sarebbe tuttavia cosa straordinaria, se questi primi tentativi di teologia e di filosofia religiosa fossero stati invariabilmente felici. Infatti, si possono, p. es., rilevare negli scrittori antenizeni espressioni e spiegazioni, che sembrano attribuire al Logos, nella Trinità, un posto secondario (subordinazionismo; cf. J. Tixeront, Hist. des dogmes, 11 e ed., Parigi 1930, pp. 244-57, 290-403). Tuttavia resta pur sempre chiaro, anche se non si vogliono interpretare con indulgenza, che essi hanno voluto difendere la dottrina tradizionale, specialmente la divinità di Cristo. Resta pur sempre vero, come già si esprimevano Giustino (I Apol., n. 60: PG 6, 420) e Ireneo (Adv. haer., I, 10, 2 : ibid., 7, 553), che i semplici pro-
fessavano questo dogma, come i dotti, e perciò provano che questi non l'avevano ricevuto dall'ellenismo (J. Lebreton, Le désaccord entre la foi et la théol. savante au XIIIe siècle, in Rev. d'hist. eccl., 19 [1923], pp. 481-506; 20 [1924], pp. 5-37; id., più brevemente in Fliche-MartinFrutaz, II, cap. 14, § 2, pp. 353-65).
In questo modo, mentre i dossografi pagani si limitavano a stendere cataloglii di opinioni ( $\delta \dot{\xi} \xi \mathrm{s}$; H. Diels, Doxographi Graeci, Berlino 1879), adatti propriamente ad accreditare l'eclettismo, l'indifferentismo e per mezzo di questi il s., i rappresentanti della Chiesa creavano parecchi generi letterari nuovi : trattati apologetici, ordinati alla dimostrazione di una religione appoggiata ad una rivelazione recente e controllabile e perciò esclusiva nelle sue pretese; cataloghi di eresie, denuncianti talora con qualche eccesso l'influsso della speculazione profana (Giustino, Egesippo, Ireneo, Ippolito, Eusebio, Epifanio, Teodoreto, ecc.); trattati dogmatici di Atanasio, Ilario, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, Cirillo, Ambrogio, serie che viene ad incoronare, per cosi dire, il De Trinitate e il De civitate Dei di s. Agostino.
Inoltre è da considerare la creazione di una lingua nuova. I vocaboli, che i suoi dottori derivarono dalla lingua greca, tradurono sfumature di pensiero che sono loro propzie, esattamente come i termini cristiani conservati dalle Chiese separate da Roma non esprimono più esattamente, per un buon numero, ciò che esprimevano per essi.
BibL.: L. Montant, De ratione qua christ. theslogi linguam Graecorum philos. suae philosophiae accomodarin: Perini 1878, opera largamente sorgezzata dagli studi riuniti in G. Kittel, Theol. Wörterb. zum Neuen Testament, Stoccarda 1933 sgg. Lo stesso autore fin dal 1931, segnalava l'importanza di codeste ricerche: Religionigeuth. und das Unibristrot. (Günsrich 1931, pp. 80-106) e reagiva nettamente contro le tesi sinceriste (pp. 11-41). Per uno sguardo sommario: S. Lyonnet, Hellenisme et christ., in Biblica. 26 (1945), pp. 116-34; G. Robeau, Lestigographie sacra, in Bull. de litter. ecclés., 49 (1948), pp. 57-60. Nello stesso senso: J. Dupont, Gnosis, Lovanio 1949; L. Bouyer, Mystique, Essai sur l'hist. d'un mot, in Vie spiril., supplon, al maggio del 1949, pp. 3-23 ecc. Il dio supremo dell'ellenismo, anche quando alcuni suoi attribuiti gli si avvicinano (A.-J. Festugière, La révélation d'Hermès Trismégiste, II, Parigi 1949, p. x. n. 1) non è affatto identico al Dio della Rivelazione cristiana: non è l'Infinito di tutte le perfezioni sia fisiche che morali, lo stesso Amore ( $I$ Io. 4, 16), la cui sapienza, santità e bontà spiegano nello stesso tempo il fine ed il modo della redenzione (mediante la morte del proprio suo figlio; Gal. 2, 29; Eph., 4,4: 5, 2; Io. 3, 16 ecc.) o le condizioni della sua applicazione. Ora la nossone di "Dio" si ripercuote su tutti i particolari della speculazione. Studi d'insieme: B. Allo, L'Evangile en face du syncretisme palen, Parigi 1910; P. de Labriolle, La réaction palenne, ivi 1934.
2. La liturgia cattolica - a) A poco a poco la Chiesa ha sviluppato ugualmente i suoi riti. Posta la costanza con cui i suoi apologisti hanno combattuto tutte le sète gnostiche, dovrebbe sembrare impossibile che, anche solo sotto questo aspetto dei riti, la Chiesa li abbia copiati. Tuttavia il Renan lo sostenne, contro l'avvertimento formale del dotto di cui ha sfruttato le ricerche, J. Matter. W. Bousset (v.) riprese la stessa tesi, senza però renderla accettabile; Hauptprobleme der Gnosis, Gottinga 1907 (severa recensione di A. Harnack, in Theol. Literaturzeitung, 33 [1908], pp. 10-13).
Numerosi dotti si rivolsero ai culti orientali di Iside e di Osiride, di Cibele e di Attis, di Mitra ecc. "Anche quando non avessimo alcun indizio per rendere questa ipotesi accettabile», dichiarava Salomone Reinach, l'autore di Orpheus, "bisognerebbe ricorrervi per stabilire, al di fuori di ogni intervento trascendente, la continuità della evoluzione religiosa" (Rev. archéol., $5^{2}$ serie, 11-12 [1920], p. 150). Parole chiare! Infatti ogni indizio serio manca. Quei "misteri" commemoravano miti fuori del tempo e incontrollabili, mentre la liturgia della Chiesa commemorava avvenimenti recenti: Christus, Tiberio imperizante, per procuratorem Pontium Pitatum supplicio affectus (Tacito, Annales, XV, 44). I loro riti potevano sembrare "un ritorno allo stato selvaggio" (Fr. Cumont, Religions orient., $1^{\circ} 4^{2}$ ed., Parigi 1929, p. 191); non avevano quindi nulla che potesse attirare e sedurre i discepoli di Gesù (id., Lux perpetua, ivi 1949, p. 428); perciò
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li hanno aspramente criticati. E si noti soprattutto questo: nessuno degli dèi orientali era morto per espiare il peccato, nessuno per amore dell'umanità, nessuno con tanto splendore morale, nessuno per provare in seguito con la sua risurrezione la sua uguaglianza con il Dio unico, santità infinita. Si è forse, percio, condotti a domandarsi se questo ricorso ai misteri orientali non abbia avuto per causa, almeno presso taluni eruditi, la loro impotenza a comprendere oppure la loro ripugnanza ad ammettere il mistero del Calvario, apparentemente follia, ueopia, in realtà opera di una sapienza trascendente (I Cor. 1, 18-25; 2, 12-16, ecc.), considerando la capacità di rivelare la malizia di ogni rivolta contro Dio, il rigore dei castighi che richiamo, l'amore del Creatore per le sue creature (Rom. 5, 8-11; 8, 32-39), la convenienza di accettare, come giusto ricambio, le vessazioni e le persecuzioni alle quali non possono sfuggire i più fedeli suoi servi (Ia. 13, 18-21; Rom. 8, 35-39; I Pt. 4, 12-19, ecc.).
BibL.: E. Jacouler, Les mystères et le Paul, in DFC, III, coll. 964-1012; bibl., coll. 1012-14; W. Goossens, Les origines de l'Euchar., Parigi 1931, pp. 252-83, bibl. pp. 256-58; J. Cuppens, Euchar., in DBs, I, coll. 1199-1212, bibl. coll. 1214-15; J. Des, Palizgennesia, Münster 1937, bibl. pp. xi-xir; K. Prümm, Religionsgerie, Handbuch, Friburgo in Br. 1934, pp. 213-238; v. arcano; battesino; eucaristia: misteri.
b) Gli eruditi cattolici, invece, sono d'accordo in questo: la Chiesa ha fissato alcune feste cristiane allo stesso giorno di feste pagane per distorsarne i suoi fedeli; così ai Ludi Apollinares, dal 5 al 13 luglio, sostitui la festa delle Collette (cf. s. Leone Magno: PL 54, 158-68), alla Cava cognotio dii 22 febbr. sostitui la festa Natale Petri de cathedra; e avrebbe scelto il 25 dic. per opporre il Natale alla festa del Sol invictus. Sono questioni di fatto; in linea di diritto il reagire a questo modo è tutt'altra cosa che capitolare; si dirà forse che i nazisti e i senza Dio russi si sono avvicinati alla fede cristiana, perché ban sostituito le loro feste a quelle della Chiesa?
c) Ma almeno il culto dei santi non sarebbe la continuazione del culto delle divinità subalterne? Lo hanno preteso nei primi secoli alcuni polemisti pagani, un gran numero di protestanti nel sec. xvi, e ai nostri giorni molti altri con più erudizione che critica, specialmente E. Lucius, Die Anfänge des Heiligenkults, ed. G. Anrich, Tubinga 1904. In realtà il culto dei santi cominciò con quello dei martiri (v.); il culto dei confessori sorse più tardi. La glorificazione degli uni e degli altri aveva lo scopo di attirare i fedeli ad imitare il rifiuto, opposto da essi, alle partecipazioni ai riti e ai costumi del paganesimo. Ma questo non è affatto s., né cesaropapismo. Nonostante le proteste della Chiesa, si ebbero eccessi, superstizioni e molte leggende; il Newmann ne ha esposta la ragione.
3. Sullo sfruttamento dell'arte pagana, che è questione accessoria, v. architetura ecclesiastica; chiesa, B) La C. come edificio. III. Arte.
Bibl.: G. Semeria, Dogma, gerarchia e culto nella Chiesa primitiva, Roma 1902, $2^{\circ}$ ed. 1907; Dom F. Cabrol, Culte chrétien, in DFC, I, coll. 832-48, bibl. coll. 848-51; id., Fêtes chrét., in DACL, V, coll. 1412-52, bibl. col. 1452; K. A. Kellner, Haortologie, $3^{e}$ ed., Friburgo in Br. 1911; H. Delehaye, Les légendes hagiogreses., $3^{e}$ ed. Bruxelles 1927, vers. it., $2^{\circ}$ ed. Firenze 1910; G. Vacandard, Etudes de critique et d'hist. relig., $3^{e}$ serie, Parigi 1912, pp. 59-212; H. Delehaye, Sanctus, Bruxelles 1927; id., Les orie. du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed. ivi 1933; K. Prümm, Der christl. Glaube. II, Lipsis 1935, pp. 193206, 445-51; P. Séjourné, Saints, in DTSC, XIV, coll. 879978; H. Leclercq, Saints, in DACL, XV, coll. 373-462.
X. L'epoca dei barbari. - a) Le invasioni successive dei barbari minacciavano di rovinare per sempre la civiltà greco-romana, già migliorato dal cristianesimo. La Chiesa dovette impegnarsi a convertire quelle rudi nature. A questo scopo, fedele alla tattica di s. Paolo di «farsi tutto a tutti» (I Cor. 9, 19-23; cf. s. Tommaso, in h. I., Opere, ed. di Parma, XIII, 222-23), accetto le nuove forme politiche e solo proibi gli usi incompatibili con la sua fede e la sua morale. Caratteristica, fra tutte, è a questo riguardo l'accondiscendenza suggerita da Gregorio Magno all'apostolo degli Inglesi, Agostino: mutare la destinazione dei templi piuttosto che distruggerli;
proscrivere i sacrifici ai falsi dèi, ma tollerare festini e divertimenti in uso in alcune feste, ut dum aliqua exterius gaudia reservantur, ad interiora gaudia consentire facilius valeant (Ep., 76 ; PL 77, 1215-16; Ep., 64: ibid., 1187; cf. R. Aigrain, in Fliche-Martin-Fruta2, V [1938], cap. 10, § 1, pp. 286-89). La Congregazione di Propaganda, richiamando un decreto del 1659, dava recentemente analoghe consegne ai missionari (AAS, 28 [1936], pp. 406409; cf. 31 [1939], p. 269; J. Schmidlin, Kath. Missionslehre, $2^{\circ}$ ed., Münster 1923, pp. 216-38, 352-59, 378-80; P. Charles, Tactique missionnaire, in Nouv. rev. théol., 67 [1940], pp. 385-96).
Una relazione presentata nel 1908 alla Conferenza di Lambeth riconosceva che la cristianizzazione aveva portato con sé, in passato, una certa proporzione di snazionalizzazione e che i missionari anglicani erano stati troppo proclivi a scoraggiare o a sopprimere usanze indigene che in sé non avevano alcuna connessione necessaria con l'idolatria e la superstizione. Perciò il Comitato delle missioni ricordava la risoluzione $19^{\circ}$ della Conferenza del 1897: adattarsi alle circostanze locali, incoraggiare le persone a far le cose a loro modo, in their own ways, anche se questo non fosse il migliore, even though it may not be ideally the best way (Conference of Beltoys of the Anglican Communion, Londra 1908, pp. 114115; cf. tutto il testo in H. Pinard de la Boullaye, op. cit., II, pp. 131-32 e bibl.; cf. inoltre Report of the Commiss. on Christian higher education in India, Londra 1931, p. 240; vers. Iv. in Etudes, 215 [1933], p. 476). Confessioni di questo genere non sono forse, almeno in larga parte, la condanna implicita delle accuse rivolte contro il pagano-papismo? Per dimostrarne tutta l'ingiustizia, basterebbe richiamare i decreti dei concili generali e regionali contro tutte le sopravvivenze del paganesimo. Il semplice elenco è troppo lungo per potersi citare qui (v. amuleto; divinazione; magia; SUPERSTIZIONI).
b) Riguardo alle credenze e alle speculazioni teologiche ci si limiterà a qualche cenno. Nel sec. viI le controversie trinitarie, cristologiche e pelagiane erano sensibilmente sopite. Le scuole cristiane, ben lontane dal restare inattive, si applicarono a giustificare e approfondire i dati della fede. Per farlo con pieno successo, avrebbero avuto bisogno di una filosofia strettamente razionale e completa; ora esse non avevano quasi altro che quella di s. Agostino, penetrata di neoplatonismo. I copisti dei monasteri riuscirono a salvare dall'oblio testi preziosi, ma non le opere capitali di Platone e di Aristotele. Anzi Aristotele, assai male conosciuto, è ordinariamente giudicato con estrema severità (A.-J. Festugière, L'idéal religieux des Grecs et l'Evangile, Parigi 1932, Exxunius C, pp. 221263). Questi filosofi per l'ampiezza della loro inchiesta e le loro profonde concezioni avrebbero stimolato il pensiero; alcune loro tesi, evidentemente inammissibili, avrebbero obbligato a scrutare di nuovo molti problemi. Ma la situazione stava per cambiare.
XI. Il medioevo. - Gli Arabi, in Oriente, specialmente al-Fēribī (v.) e Avicenna (v.), e in Occidente Avempace (v.) e Averroè (v.) e d'altra parte i Giudei della Spagna, Avicebron (v.) e Maimonide (v.), si diedero tardi alla filosofia. Il s., a cui gli uni e gli altri approdarono, provocò, soprattutto nell'islam e nell'Occidente cristiano, una crisi delle più gravi : l'averroismo (v.).
Dai principi di Aristotele Averroè dedusse chiare le seguenti conseguenze: nessuna Provvidenza (dunque neanche Rivelazione), eternità del mondo, carattere necessario della sua evoluzione, unicità dell'v intelletto agente e nella intera umanità; nessuna immortalità personale, né ricompensa, né castigo nell'oltretomba. Queste tesi furono volgarizzate negli ambienti parigini da Sigieri di Brabante (v.) e Boezio di Dacia (v.). Fu necessaria, perciò, una confutazione; intraprenderla e condurla a buon termine fu l'opera di Alberto Magno e soprattutto di Tommaso d'Aquino (v.). La filosofia di quest'ultimo è un aristotelismo corretto e approfondito, per conseguenza un s., ma in pieno accordo con la Scrittura e la Tradizione. Il suo intellettualismo, il suo metodo sillogistico, la sua secchezza, porta alcuni spiriti moderni, per i quali
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la fede è sentimento, slancio del cuore, esperienza intima, a ritenerlo un'alterazione del cristianesimo primitivo. Ma altro è il tono della predicazione, altro il tono della scienza pura. I sistemi filosofici e le ragioni del medesimo ordine, su cui si appoggiano le definizioni conciliari, non fanno una cosa sola con la fede: non aggiungono nulla ai $\times$ dogmi $x$; ma dispongono ad accettarli e a difenderli meglio. D'altra parte, convinzioni solidamente appoggiate e non effusioni sentimentali sono le sole a preparare le energie a tutta prova.
Che infine la teologia più ragionatrice non intralci affatto lo slancio matico, ne sono prova Tommaso d'Aquino e numerosi dottori formati alla sua scuola.
BibL.: Uberweg, parte $2^{2}$, specialmente $\$ \$ 28-44$, pp. 293 291, bibl. pp. 720-78; M. de Wulf, Hist. de la philos. médite., $6^{2}$ ed., 3 voll., Lorenzo-Parigi 1934-47, specialmente I, cap. 4, pp. 297-312; II, cap. 2, pp. 129-266 (con scelta bibl.); R. Gar-riqua-Lagrange, St Thomis commentateur d'Aristote, in DTbC, XV (1946), coll. 641-50, bibl. col. 631; E. B. Gillon, Signification histor. du thomisme, ibid., coll. 651-93, bibl. coll. 693; Et. Gilson, Le Thomisme, $5^{2}$ ed., Parigi 1948; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XIII, ivi 1951, specialmente I. II, cap. 4, pp. 217 -328.
XII. Rinascimento e s Riforma. s. - a) I capolavori dell'antichità greca rivelati all'Italia dal sec. xiri e più abbondantemente ancora, dopo la presa di Costantinopoli per opera del Turchi (1453), la loro diffusione favorita dalla recente invenzione della stampa, portarono alla concezione di un ideale nuovo di eleganza e di bellezza: l'umanesimo. L'entusiasmo fu generale; lo condivisero papi e principi della Chiesa. Ma abbastanza rapidamente, parecchi letterati passarono dall'ammirazione delle forme artistiche a quella delle idee. L'essgesi allegorizzante, rinnovata dagli etnici, permettava loro di attribuire alla mitologia pagana speculazioni profonde, anzi sublimi. E quindi, in maniera più o meno velata, alcuni si pronunciarono in favore dell'equivalenza, in ultima analisi, delle religioni. E forse questa una cosa diversa dal tornare alle soluzioni del s. ellenistico?
Erasmo, p. es., che più tardi doveva riprendersi, scriveva: «Se si vuol aspettare questa pace e questa concordia che sono l'ideale della nostra religione, bisogna, in quanto si può, parlare poco delle definizioni dogmatiche e permettere a ciascuno, su molti punti, un giudizio libero e personale $x$. Faceva anzi capire che la folla ignorante non può essere mantenuta nel dovere, se non la si inganna con pie menzogne. Corrado Mudt, canonico di Gotha, dichiarava che «la sapienza del Padre (J Cor. 1, 24) non era stata devoluta esclusivamente agli Ebrei, ma aveva brillato presso i Greci, gli Italiani, i Germani, quantunque avessero usanze religiose assai differenti» (testi citati con molti altri da J. Janssen, Gesch. des deut. Volkes, $13^{2}$ ed., II, Friburgo in Br. 1886, pp. 1-36; più in breve in H. Pinard de la Boullaye, Etude comparée des relig., $3^{2}$ ed., I, Parigi 1929, pp. 143-55; cf. Uberweg, parte $3^{2}, 12^{2}$ ed., $\S \S 1-22$, pp. 1-215, bibl. pp. 621-53; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XV, Parigi 1951, pp. 211 -74.
6) La Riforma non deriva dall'umanesimo, ma approfittò del culto di esso per i testi originali, del suo disdegno per il medioevo, per l'aridità e le sottigliezze di una teologia scolastica di fatto in decadenza, come pure degli abusi introdottisi nella Chiesa e degli scandali dati da una parte del clero. Lutero e Calvino hanno la pretesa di ritornare al «puro Vangelo». Per giustificare l'abbandono dei dogmi cristiani - dei quali conservano ancora un buon numero (Trinità, Divinità di Gesù Cristo, ecc.) si appellano al libero esame, alla \&testimonianza dello Spirito Santo», dice Calvino, e presentano la Chiesa di Roma come la grande prevaricatrice. J. Gerhard (v.) ne denuncia i delitti: « agiolatria, iconolatria, artolatria, angelolatria, staurolatria, scheletrolatria, papolatria» (Loci theolog., ed. Preuss, Berlino 1867, De Ecclesia, n. 251, p. 153 sgg.). "Tra l'idolatria pagana e l'invocazione dei santi», afferma M. Chemnitz (v.), \& c'è soltanto differenza di vocaboli» (Exumen Conc. Trid., Berlino 1861, p. 711). Questo genere di accuse era alla portata dei talenti più modesti e serviva a discreditare perfino i
dogmi stimati da prima «essenziali» o "fondamentali». Ogni tentativo di concordia era d'altra parte preventivamente votato ad uno scacco certo, poiché ciascun dissidente per interpretare la Scrittura poteva appellarsi con ugual diritto a lumi soprannaturali. Donde una progressiva riduzione delle credenze cristiane e il ritorno, più o meno rapido secondo le regioni, alla opinione che tutte le confessioni e tutte le religioni si equivalgono. Si sa come la Chiesa romana ha reagito nel Concilio di Trento, il card. R. Bellarmino nelle sue Controversiae, il P. Canisio nella sua De corruptelis verbi divini, ecc.
BibL.: per i primi tempi della Riforma, previone indicazioni presso il bibliografo protestante G. Walch, Bibliotheca theol. selecta, 4 voll., Jena 1727-65; controversie sull'insieme dei dogmi, I, pp. 648-75; contro gli indifferentiati, pp. 976-92; cf. C. Schell, Latitudinariar, in Realenc. für protest. Theol. und Kirche, $3^{2}$ ed., XI (1902), pp. 298-300; G. H. Joyce, Fondamentul. artistos, in Cath. Enc., VI (1909), pp. 310-21; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XV, Parigi 1951; XVI, ivi 1950; XVII, ivi 1948; v. anclluanesimo; Calvino; Lattituomani, lutero.
XIII. Dal sec. xvir ai nostri giorni. - La rapida moltiplicazione delle confessioni cristiane e il loro comune appello al libero esame aprirono la via al sorgere del deismo inglese, dell'Aufklärung tedesca, del filosofismo francese(v. deissin; ilusmimismo; nazionalismo). Poiché l'arbitrarietà e il disaccordo delle loro conclusioni portava al discredito della stessa ragione, ecco comparire sulle loro tracce l'agnosticismo (v.). Per salvare almeno qualche idea religiosa, altri gruppi fecero oppello sia alla coscienza morale e alla ragione pratica con Kant (v.), sia al sentimento con J. Fr. Fries, G. de Watte, A. Sabetier, sia all'esperienza intima di consolazione con W. James (v.) ecc. Eliminata naturalmente dai razionalisti, l'ispirazione delle Scritture, dogma sacro agli occhi di Lutero e di Calvino, fu ugualmente eliminata dai protestanti liberali in nome della critica biblica e della storia delle religioni, l'una e l'altra sempre più in favore. E. Troeltsch si prese l'incarico di spiegarlo con perfetta lucidità : per ritrovare il «cristianesimo autentico», vale a dire ciò che si desidera ritenere per tale, bisognava spogliarlo di tutti gli accrescimenti ulteriori; Paolo esercitò sulla Chiesa primitiva un influsso manifesto; bisognava perciò separarlo da Gesù; restava ancora a provare che il Cristo stesso, rifletteva per una parte tradizioni contestabili, idee del suo tempo (Protestant, Christentum und Kirche in der Neuzeit, in Hinneberg, Kultur der Gegenwart, parte $1^{2}$, sez. IV, Berlino-Lipsia 1906, p. 383 sgg.). A questo compito si dedicarono specialmente i rappresentanti della Religionsgeschichtliche Schule (W. Bousset, H. Gunkel, ecc.), quelli della Formgeschichtliche Methode (M. Dibelius, P. Wetter, G. Bertram, ecc.; v. FORMA); il loro scopo è liberare il cristianesimo dai suoi «miti» (Entmythologisierung). Molto rappresentative a questo riguardo le opere di R. Bultmann, Theologie des Neuen Testament, Tulunga 1948-51; Das Urchristentum in Rahmen der antiken Religionen, Zurigo 1949. Compita l'epurazione, non resterebbe della religione di Gesù, oltre ad un'ammirazione più o meno viva per diversi tratti del suo carattere e qualche termine derivato dal vocabolario dei suoi primi compagni - magni nominis umbra? - se non press'a poco quello che, come idee religiose e morali, ammettevano i filosofi dell'età ellenistica. Alcuni critici protestanti lo vedono essi stessi chiaramente e ne restano allarmati : la smitologizzazione progettata farebbe capo ad una «cristianizzazione.
Chi si renda conto delle varietà di opinioni nelle Chiese separate può giudicare da sé a quale genere di s. condurrebbero ugualmente, qualora trovassero credito, suggestioni come queste: "Celui che realmente, fosse pure con un malinteso, adopera (i termini della Bibbia) come la terminologia sacra della cristianità, che non potrebbe escludere, anche se avesse per lui un significato diverso da quello inteso da molti fedeli del tempo passato e dell'attuale, o addirittura esprimesse per lui qualcosa di inaudito, qualcosa che nessuno ha ancora trovato... meriterebbe riconoscenza per la sua pietà... C'è da rallegrarsi nel vedere tutti i teologi raccogliersi intorno alle medesime parole» (F. Kattenbusch, Von Schleier-
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macher zu Ritschl, $3^{2}$ ed. modificata, Giessen 1903, p. 27). Da parte sua il pastore M. Boegner, affermava: "La prima condizione di ogni ecumenismo fecondo sta nel rifiuto di ogni equivoco, in una fedeltà alla verità rivelata tale, che ciascun cristiano, incontrandosi con cristiani di altre confessioni, creda che la sua Chiesa ne ha ricevuto il deposito" (cf. Foi et vie, 49 [1951], p. 12).
A quale s. non perverrebbe anche l'Occidente se si lasciasse sedurre dalla propaganda del neo-induismo? (B. Allo, Plaies d'Europe et baumes du Gange, Juvisy 1931; P. Fallon, Spiritualité neo-hindouiste, in Vie spirit., suppl. di nov. 1947, pp. 362-67).
Quanto alla Chiesa romana, si sa con quale fermezza non ha mai cessato di condannare, fin dai primi anni del sec. XIX ai nostri giorni, gli eccessi del razionalismo (Denz-U, nn. 1655-56, 1701-14, 1798-1800; A. Günther, G. Hermes); l'indifferentismo religioso (ibid., nn. 16131614, 1617, 1646-48, 1715-18; v. sillabo; vaticano, concilio); le intemperanze della critica biblica (ibid., nn. 1788, 1942-45; v. divino afflante spiritU; proviDENTISSINUS); la trasposizione dei dogmi cristiani (ibid., nn. 201-65, 2071-2109; v. lamentabili; MORRENISMO; pascendi) e tutte le tesi in disaccordo con la Tradizione (v. humani CENERIS).
XIV. Conclusiomi. - Non si è potuto, posto i limiti fissati alla voce, discutere in particolare, come fa la maggior parte delle opere citate, le analogie di espressione o di pensiero, di cui si servono tanti eruditi per spiegare, mediante il s., l'evoluzione delle religioni, specialmente l'origine tutta umana di quella che gode le loro preferenze e l'illusione del giudaismo e del cristianesimo, che pretendono un'origine soprannaturale. Si sono semplicemente richiamati principi di critica e fatti storici troppo spesso dimenticati.
In fondo, il s. è un fenomeno universale; ma, mentre la fusione delle razze e dei popoli ha determinato nell'ordine materiale un evidente progresso, ha condotto, invece, il più sovente, le religioni pagane ad una morale sempre meno severa, ad un politeismo più o meno gerarchizzato o ad un panteismo tollerante i culti di dèi subalterni; non mai, invece, ad un monoteismo stretto ed esclusivo. Soltanto un buon numero di popolazioni dette "arretrate" o "primitive", ha mantenuto finora la sua fede in un Essere supremo, distinto per natura sua da tutti i geni, spiriti o demoni, creatore e legislatore dell'ordine morale. Anche gli ebrei e i musulmani professano questo dogma capitale. Fra le Chiese cristiane, quella di Roma è la sola a ritenere, da venti secoli, come regola assoluta e irreformabile in tutto quanto riguarda il dogma e la morale, nel senso originale di questi testi, il Vecchio e il Nuovo Testamento e i decreti di tutti i concili ecumenici.
Senza dubbio il cattolicesimo deve molto, quanto alle scienze storiche ed esegetiche, a molti eruditi di altre confessioni; ogni lavoro, veramente critico, finisce con tornare a suo vantaggio. Deve molto anche, si può dire, alla maggior parte dei movimenti di idee che si sono prodotti al di fuori di esso e spesso contro di esso. "La necessità di difendere dottrine ardentemente attaccate", spiegava s. Agostino, "porta a studiare con più cura, a farsi idee più chiare, a predicarle con maggiore insistenza : il dibattito sollevato diventa occasione di progresso" (De civitate Dei, XVI, 2: PL 41, 477; cf. s. Tommaso, in I Cor. 11, 19 [opere, ed. di Parma, XIII, 240 a]). Verosimilmente per questo motivo, e per prevenire un ristagno dei più pericolosi, la Provvidenza ha lasciato sussistere nella sua Rivoluzione qualche oscurità e ha permesso le eresie, ut vel sic excutiamus pigritiam et divinas Scripturas nana capiamus (s. Agostino, De Gen. contra Manichaeus, I, 1, 2: PL 34, 373); la lotta per la vita non resta mai senza profitto.
Per gli esseri viventi non vi è progresso che alla condizione di mantenere il loro tipo specifico, di astenersi in particolare da alimenti deleteri. Conforme all'avvertimento dell'Apostolo : "Passate tutto al vaglio! Omnia probate; quod bonum est tenete! " (I Thess. 5, 22), la Chiesa cattolica ha dunque fatto una
scelta. Essa fu diretta da norme esteriori : la Scrittura e la Tradizione, e il suo principio vitale, che è lo Spirito Santo. Le Chiese, che rivendicano questa assistenza dello Spirito per ciascun individuo (sotto una forma attenuata: per ciascun gruppo) possono poi negarla precisamente alla Chiesa gerarchica "fondata su Pietro", che è la Chiesa a cui fu promessa (Mt. 16, 18-19; Lc. 22, 32; Is. 21,15-17).
Gli alimenti sani presi ogni giorno non sono, propriamente parlando, aggiunti all'organismo, ma trasformati da esso. Dai primi tempi alle ore dolorose delle grandi secessioni e anche dopo, la Chiesa ha trasformato ciò che aveva accettato dalle speculazioni profane. Il suo potere di assimilazione è ben lontano dall'essere esaurito, l'espansione delle sue virtualità non è pienamente avverata, perciò, pur richiamando, come Vincenzo di Latrins (v.) al sec. v (Commonitarium, n. 22: PL 50,668) il principio essenziale del vero progresso, in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia (Conc. Vatic., Denz-U, n. 1800), ha cura, quando deve condannare errori o reprimere imprudenze, di incoraggiare le ricerche ulteriori dei suoi figli. La sua docilità ai suggerimenti dello Spirito Santo, così giudiziosamente esposta in particolare da J. A. Moehler ([v]. (Die Einheit der Kirche, Tubinga 1825) e da J. H. Newman (An Essay on the development of christian doctrine, Londra 1845) le ha permesso di salvare, dalle filosofie più disparate, ciò che meritava di essere salvato. A queste stesse condizioni, per quanto ardenti e dolorosi possano essere gli attacchi e le crisi previdibili, essa ha l'assicurazione di lavorare usque ad consummationem saeculi (Mt. 28,20; 16,18) al progresso e alla salvezza dell'umanità (v. DOGMA, II).
Enrico Pinard de la Boullaye
SINDACALISMO e SINDACATO. Sono forme di organizzazione professionale, che attualmente, nelle varie lingue, sono chiamate di solito: sindacati, syndicats, sindicatos, trade unions, gewerkschaften.
1. Filo conduttore per un'indagine storica del SINDACALISMO. - L'ordinamento della popolazione per gruppi professionali ha qualche elemento caratteristico, che può servire da filo conduttore per un'indagine storica: dal lato strutturale : con il fatto che il gruppo sia formato da persone, che esercitano una stessa attività produttiva o attività affini, e proprio in quanto esercitano tale attività, indipendentemente dal rinnovarsi dei singoli membri; dal lato funzionale: con il fatto che, fondamentalmente, il gruppo tenda alla difesa ed al potenziamento economicosociale degli associati, in quanto appartenenti ad una determinata categoria o gruppo di produttori.
L'associazionismo professionale è un fenomeno che ricorre nelle più varie epoche e nei paesi delle più diverse civiltà. Si ha così una conferma sperimentale della naturale tendenza verso di esso, come manifestazione particolare della complessa natura sociale dell'uomo. Ne segue che la proibizione del detto associazionismo, proclamata dai principi informatori della Rivoluzione Francese e dalle legislazioni ad essi ispirate, costituisce nella storia una parentesi piuttosto che una tradizione, e ne segue pure che una simile proibizione è da ritenersi, almeno in via generale, contraria al diritto di natura, eccessiva e pericolosa. Per grande che possa essere l'importanza economica, giuridica e politica delle associazioni professionali, occorre che controlli e limiti siano posti ad esse (in quanto hanno scopi limitati, pur se intensamente perseguiti) da una autorità politica superiore, tutrice dell'interesse generale della collettività in un dato momento ed insieme nelle sue future proiezioni, ed in specie occorre che sia arginato lo sfrenamento anarcoide (cf. in diritto romano: Lex de collegiis restituendis novisque instituendis; Lex Julia ecc.) e arginata pure la tendenza verso la formazione di corpi chiusi, esclusivistici per i loro privilegi senza corrispon-
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denti funzioni, contrastanti con il progresso sociale (cf. le legislazioni soppressive delle degenerate s arti a medievali).
II. Ssoccio e maturazione del sindacalismo contemporaneo - Limitandoci ad una rapidissima traccia degli avvenimenti più vicini nel tempo, è noto come le corporazioni artigiane, dopo un periodo di splendore, andassero decadendo. La decadenza, già notevole nel sec. xiv, continuò poi sempre. L'ambiente economico subiva trasformazioni radicali sia per l'ampliarsi e lo spostarsi dei principali centri economici, produttivi e commerciali, a causa, in specie, della scoperta dei paesi d'America e della formazione di grandi imperi coloniali; sia per una accentuata concentrazione di capitali; sia per l'affermarsi e lo svilupparsi, rapido e intenso, del macchinismo e in genere per l'adozione di nuovi mezzi tecnici di produzione, in seguito a mirabili invenzioni e scoperte; sia per l'intenso raggruppamento di masse di lavoratori, sempre più numerose, intorno a nuove industrie, in condizioni di puro salariato, insieme a una crescente specializzazione e divisione del lavoro. E, mentre s'invocava sempre più una maggiore libertà nella vita pubblica, le corporazioni si irrigidivano invece in corpi chiusi, privilegiati, senza corrispondenti funzioni di utilità pubblica. La loro gretta ed arretrata regolamentazione dell'attività produttiva era di grave intralcio al progresso. Di qui si ebbero prima dei provvedimenti sporadici di riforma, e poi altri di soppressione, culminanti questi ultimi in Francia con l'Editto del Turgot (1776) e, dopo varie vicende di quell'Editto, nelle celebri delibere rivoluzionarie del 4 ag . 1789. Il 13 giugno 1791 l'Assemblea costituente arrivò all'estremo, proibendo qualsiasi associazione professionale come contraria ai principi fondamentali della Rivoluzione (cf. la legge che prende il nome dal costituente Le Chapelier).
Anche in questo eccesso la legislazione francese servì di modello per alcuni decenni agli altri paesi europei. In un regime di libertà economica pressoché senza limiti, essendo proibiti i sindacati ed assente il potere pubblico, i singoli lavoratori vennero in realtà a trovarsi in una situazione poco meno che servile, secondo una frase di Leone XIII nella encicl. Rerum novarum (1891), e ciò anche per le sottoconcorrenze del lavoro, meno costoso, di donne e di fanciulli. La lotta di classe andò così fermentando in un ambiente saturo di disuguaglianze sociali e approfondendo ognor più i solchi.
La spinta più efficace verso un nuovo associazionismo e una legislazione protettiva del lavoro deve forse trovarsi, almeno per quel che concerne l'ambiente operaio, più che in dottrine politiche e sindacali, non sempre chiaramente formulate e tanto meno ben comprese, in un certo vivo senso di giustizia, forte e naturalmente zampillante nell'intimo delle coscienze, verso un ordine che meglio equilibrasse i rapporti fra i fattori umani della produzione. Purtroppo le leggi proibitive spinsero i lavoratori ad azioni extra-legali di autodifesa e verso teorie di sovvertimento radicale, e quando quelle leggi saranno abolite (a cominciare dal 1824 in Inghilterra) il movimento sindacale sarà già in gran parte incanalato verso vie divergenti da un'ordinata collaborazione sociale. Si andavano intanto sviluppando, tra accesi dibattiti, teorie economicosociali e politico-giurdiche tra loro divergenti. Estremisti di sinistra vedevano nel sindacato una cellula della nuova società, che attraverso una classe eroica di produttori ed il mito dello sciopero generale (Sorel), avrebbe dovuto sostituire lo Stato con un federalismo di organismi economici. Gli oppositori di estrema destra paventavano invece l'irrompere di un rivoluzionarismo autoritario, oppressivo della libertà individuale, quasi nuova forma di feudalismo. Intermedie le teorie più realistiche (seppure anche esse variamente attegiatesi), dirette ad una azione di immediata tutela economica dei lavoratori e di promozione di riforme (v. legislazione sociale), combinate talvolta ad una azione cooperativistica (ghildismo) e ad un'azione mutualistica, che, col tempo, vanno prendendo più spiccate autonomie proprie.
III. Cattolicismo sociale e sindacalismo. - La ricostruzione delle istituzioni professionali è stato sempre
uno dei cardini della dottrina e della prassi del moderno cattolicismo sociale. E nello Stato pontificio che (dopo provvedimenti limitativi di Pio VII nel 1800-1801) si ripristinano su nuove basi le università e corporazioni di esercenti mestieri o qualunque ramo di commercio (con motu proprio di Pio IX del maggio 1852). Notevole è la relazione di L. Bottini (La questione operaio e la corporazione cristiana) al VII Congresso cattolico (Lucca 1887) ed ancora più la Settimana sociale di Assisi (1911), tutta dedicata all'argomento.
Per il magistero ufficiale sono salienti gli accenni in importanti encicliche ed in numerosi documenti e discorsi da Leone XIII a Pio XII. Una prospettiva sintetica si trova nei cosiddetti Codici di Malines (capp. 3, 4, 7) e di Camaldoli (art. 67 sgg.). La formulazione più recente è quella contenuta nella dichiarazione finale della XXIV Settimana sociale, dedicata anche essa alla organizzazione professionale (Genova 1951). Un'organizzazione sindacale, vi si dice tra l'altro, espressadirettamente dalle categorie professionali; avente come ragione di essere il perseguimento degli interessi delle medesime in armonia con le esigenze del bene comune; dotata di una sua iniziativa e di una sua responsabilità; in rapporto di indipendenza nei confronti dei partiti politici e di autonomia nei confronti dello Stato, implica con il solo fatto della sua esistenza una concezione ed una conformazione organico-pluralistica della convivenza, fondata su una considerazione della persona e sul riconoscimento alla medesima dei suoi fondamentali diritti in campo politicosociale. Coloro che svolgono qualsivoglia attività professionale hanno dalla stessa natura il diritto di cusociarsi. Gli obbiettivi dell'organizzazione sindacale si conureiano nel perseguimento degli interessi propri della categoria da cui è espressa. L'organizzazione sindacale, qualora la contingenza lo acconsenta o lo esiga, può svolgere attività che contribuiscano all'elevazione delle classi lavoratrici. quali, p. es., la mutualità, la ricreazione, l'assistenza, l'educazione morale, la formazione religiosa. Nella tutela dei propri interessi o nel perseguimento dei propri obbiettivi, l'organizzazione sindacale deve ispirare la propria azione al principio della collaborazione: ciò è reclamato dalla stessa naturale socievolezza degli uomini, dalla vitale interdipendenza fra i vari momenti e settori della vita economica, ed è conforme al progresso scientificotecnico.
Affermata la contrattazione collettiva come mezzo normale attraverso il quale i sindacati perseguono gli interessi delle rispettive categorie, e lo sciopero come altro mezzo, nei regimi di libertà economica, quando siano stati prima esperiti i tentativi di composizione, e nel limite delle esigenze del bene comune, si afferma pure la indipendenza dei sindacati dai partiti politici, senza escludere rapporti di collaborazione con gli stessi. Lo Stato riconosce l'organizzazione sindacale in quanto sorta come associazione libera, e pertanto, rispetto allo stesso Stato, nell'ambito delle sue competenze, è per sua natura autonoma. Allo scopo di salvaguardare efficacemente i propri interessi e meglio contribuire all'attuazione del bene comune, l'organizzazione sindacale, in rispondenza alle concrete condizioni di luogo e di tempo, dovrebbe essere presente nella compagine statale in modo continuativo e in forma organica.
In coerenza con la propria visione di vita sarebbe desiderabile che i cattolici istituissero organizzazioni sindacali di ispirazione cristiana. La contingenza storica può acconsentire od esigere che i cattolici si inseriscano in organizzazioni sindacali non confessionali, a condizione che siano rispettati i fondamentali principi della convivenza. In questa ipotesi i cattolici devono creare associazioni di lavoratori, investite del compito di impartire la formazione religioso-morale, così da ispirarne ed orientarne l'azione anche nei problemi economico-sociali.
IV. Il sindacalismo in Italia. - Lungo il sec. xix e poi all'inizio del sec. xx, si diffonde la cultura, si allarga il suffragio politico, s'accrescono le libertà civili, si sviluppano il movimento confessionale e quello mutualistico. Inoltre un'economia di più alti salari, che permette il risparmio; il concentramento di larghe masse inurbate
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e quindi a continuo contatto; il propagarsi di nuove dottrine ed istituzioni sociali, tutto conduce alla formazione di una coscienza di classe, intesa come l'idea ripensata, risentita e praticamente operosa delle moltitudini inferiori, di essere chiamato a comporre una parte omogenea, con proprie speciali funzioni nel corpo sociale, e di possedere il diritto e le forze corrispondenti per tradurre il proposito in realtà concreta, vitale e duratura (G. Toniolo).
In Italia le nuove organizzazioni operaie sorgono tardi, perché tardi si attua e faticosamente si estende la nuova economia capitalistica in grande stile, e ciò per varie cause, tra le quali preminenti le lotte politiche per l'unità nazionale, che assorbono in gran parte le pubbliche e le private attività, e la povertà delle materie prime. Salari depressi, defluenza di istruzione, rigore del codice penale sono elementi che concorrono in un primo tempo ad intralciare la formazione di un ordinato movimento professionale. Ma poi questo si andrà sempre più diffondendo e consolidando, purtroppo però per lo più in forme divergenti da un bene inteso interesse nazionale, e in ciò hanno la loro parte di responsabilità egoismi di classi, debolezze di governi, incomprensione dei ceti colti; (igi gli economisti alla dottrina del lasciar fare e lasciar passare e troppo attaccati i giuristi a rigide dottrine privatistiche del diritto romano, non più rispondenti al nuovo ambiente politico-economico.
Prima del 1860 i nuclei relativamente più numerosi di società si trovano nell'Emilia, parte sino allora dello Stato pontificio; esse hanno un certo carattere religioso; società simili con scopo di mutuo soccorso si trovano anche a Torino. La prima associazione di resistenza sembra sia quella dei compositori tipografici avente lo scopo di opporsi a riduzioni di salario (Torino 1848). Nel 1856 si costituiva ad Altare (Genova) l'Associazione artisticovetraria, prima cooperativa di produzione.
Il Mazzini fin dal 1842 scriveva sulla «necessità dell'ordinamento speciale degli operai italiani e e nel 1861 , proponeva un ordinamento degli operai che dal collegio d'arte salisse, per il tramite dei maestrati comunali e regionali, fino al gran consiglio nazionale, cioè alla rappresentanza delle regioni nell'Associazione artigiana d'Italia. In tale anno il movimento prende un più deciso sviluppo. Contro l'ideologia mazziniana, a carattere nazionale e di collaborazione, è l'incipiente movimento socialista, che ha per principale afflare in Italia il russo Baloumin (tra il 1864 e il 1874 ). Il Mazzini avvertiva il pericolo che stava sorgendo; non così il governo. L'articolo agli operai italiani è un severissimo atto di accusa contro quella Internazionale (Londra 1864) della quale con una certa simpatia, sia pur diffidente, aveva seguito i primi passi. Mentre Garibaldi lanciava la famosa frase: «l'Internazionale è il sole dell'avvenire», il Mazzini rimproverava alla dottrina e all'azione internazionalista la negazione di Dio, della patria, della proprietà privata. In pratica il movimento mazziniano non ebbe però molta rilevanza.
Una caratteristica del movimento italiano è data dai lavoratori agricoli. In Italia infatti, paese eminentemente agricolo, i lavoratori della terra cominciano relativamente presto ad organizzarsi in confronto ad altri paesi. Sono del 1884 alcune organizzazioni mantovane. In gran parte da contadini sono costituiti i Fanci siciliani. Il primo, quello di Catania, fu inaugurato il $1^{\circ}$ maggio 1889 ed ebbe carattere nettamente socialista. Il movimento (piuttosto disordinato) fu fortemente combattuto e si rilevò effimero. Ma non furono caduche le leghe in altre regioni d'Italia. Nella Romagna la propaganda repubblicana si unisce a quella socialista. Nel 1900 si costituisce a Forlì la Fratellanza dei contadini mezzadri e nel 1901 altre organizzazioni si hanno a Ravenna e Cesena. Nello stesso anno è tenuto a Bologna il $1^{\circ}$ Congresso nazionale dei lavoratori della terra ed è costituita la Federazione nazionale.
Altro movimento di particolare rilievo è quello delle Camere del lavoro. Se ne cominciò a parlare in Italia nel 1888 e nel 1890 fu concretato lo statuto della prima Camera che sorse a Milano. Si aveva così una specie di comunità territoriale di lavoratori. I municipi dànno sussidi, mentre d'altro canto sorgono i Segretariati del
popolo, a cura del movimento cristiano-sociale, che contrastano i tentativi monopolistici delle organizzazioni a carattere socialista. La battaglia rimarrà poi sempre ingaggiata, principalmente per quel che concerne il diritto di rappresentanza, invocato, sia pure come minoranza, dalle organizzazioni bianche, in organi della pubblica amministrazione.
Fra il 1900-1906 nel movimento operaio italiano si rivelava una crisi di metodo ed indirizzo generale. Alla divisione del Partito socialista in due frazioni, la riformista e la rivoluzionaria, era seguita la divisione anche nel movimento operaio. Il Segretariato centrale della resistenza, costituito nel 1902, aveva cessato di funzionare; poi, dopo il Congresso del 1903, passò nelle mani degli avversari del metodo riformista. Le organizzazioni riformiste fondarono allora ( $1^{\circ}$ ott. 1906) la Confederazione generale del lavoro, che ha poi avuto la parte più importante nel movimento generale (come, p. es., in occasione dell'occupazione delle fabbriche, conseguente al gravissimo conflitto metallurgico del 1920). Essa era costituita dalle Federazioni nazionali di resistenza (d'industria o di professione) e dalle Camere del lavoro che erano sulla direttiva della lotta di classe. Le organizzazioni aderenti avevano di regola autonomia funzionale e patrimoniale "reggendosi come liberi corpi a costituzione democratica" (art. 45 dello Statuto confederale), salvo il diritto di controllo confederale. Una convenzion