volume-12

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vazione delle cellule dei vari t. da uno o dall'altro dei vari foglietti germinativi embriocali. Secondo tale classificazione i t. vengono distinti in: 1) t. ectodermici, derivati dall' ectoderma embrionale propriamente detto; 2) t. mesodermici, derivanti dagli epireli del rene, corteccia surrenale, ovaio, utero, prostata; dagli endoteli delle sierose; dalle fibre muscolari striate; 3) t. entodermici, degli epiteli tegumentari e ghiandolari dell'apparato respiratorio e digerente, t. del timo e della tiroide, della vescica urinaria; 4) t. mesenchimali, derivanti dai tessuti connettivali di sostegno, dai tessuti vascolo-sangiigni, dai tessuto muscolare liscio, dai residui mesenchimali indifferenziati; 5) t. da residui embrionali complessi.

Attualmente vengono incluse nel grande gruppo dei t. anche alcune malattie sistemiche, interessanti il sangue e gli organi emopoietici (leucemie, eritreoise) interpretandole come t. del midollo osseo. La diagnosi delle varie forme tumorali è quanto mai ardua, data la necessità che questa venga fatta al primo insorgere del male, quando ancora possono essere utili i mezzi terapeutici di cui oggi dispone la medicina. La maggior parte dei t. maligni, però, all'infuori di quelli localizzati sulla cute e sulle mucose direttamente accessibili all'occhio umano, non dà alcun segno clinico caratteristico, altro che quando ha ormai raggiunto un tale sviluppo e una tale diffusione da rendere inutile ogni sussidio terapeutico. Questo fatto induce oggi i medici e gli specialisti dei vari enti predisposti, a cura dello Stato, in tutte le nazioni, per la lotta contro i t., a scoprire e a combattere i cosiddetti "stati precancerosi", ossia quelle alterazioni croniche ad impronta iperplastica e displastica, ma non ancora neoplastica, che spesso costituiscono la base su cui viene ad impiantarsi ad un dato momento il t. in senso stretto. Rientrano in questo gruppo alcune suppurazioni croniche, la leucoplachia boccale, le ulceri gastriche, i porri e le verruche, i nèi cutanei. Al momento attuale, però, la diagnosi certa di una più o meno sospetta forma tumorale può farsi solo con la biopsia, ossia con l'esame istologico di un frammento della massa sospetta prelevato direttamente dall'ammalato.

Il problema dei t. non può assolutamente dirsi risolto dal punto di vista terapeutico. Un indice edito dall'Istituto nazionale Bethesda (U.S.A.) e dovuto al Dyer, riferisce che alla fine del 1948 erano già state sperimentate con risultati più o meno nulli oltre 5000 sostanze nella lotta contro i t. La terapia attuale si fonda principalmente su : 1) mezzi fisico-chimici (irradiazioni röntgen o radium, ionoforesi, diatermia, elettroforesi, folgorazione, elettrocoagulazione); 2) mezzi chirurgici (intervento precoce, radicale, demolitore, attuato prima che il t. abbia già prodotto delle metastasi); 3) cura medica; oltre alle normali cure palliative e sintomatiche atte a mitigare le sofferenze dell'organismo e a sostenere l'individuo, sono state recentemente sperimentate varie sostanze ad azione cancerolitica ed antimitotica (mostarde di azoto, aminopterine, uretano, cianato di sodio, triplafavina, atebrina) con risultati però modesti e per lo più momentanei; anche i tentativi fatti con lisati di organi o stimolando la milza, mediante raggi X, alla produzione di sostanze antiblastiche, non hanno portato a risultati migliori.

Al momento attuale pertanto il problema del cancro deve considerarsi ancora insoluto, pur essendosi potuto ottenere indubbi risultati dal punto di vista pratico. Una statistica di Smiles (U. S. A.) riferisce infatti che la sopravvivenza media dei cancerosi è passata da 60 anni (nel 1920) a 64 (nel 1940). Questo fatto ha tanto più valore se si considera che il cancro colpisce gli individui al di sopra dei 65 anni solo nella percentuale del 0,83 per mille.

Boll.: G. Perez, Trait. di patol. chirurg., Roma 1940; P. Valdoni, Patol. chirurg., Milano 1946; G. G. Palmiori, Il problema del cancro nel momento attuale, in Responsabilità del sapere, marzo-apr. 1948; G. Vernoni, Appunti dalle lez. di patol.

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(da J. Braun, Die liturgische Geuardung, Friburga in Br. 1887, fig. 121)
Tunicella - T. del sec. xiv. conservata nella parrocchia di Castel S. Elsa.
gener., Roma 1949; M. Bufano, Tratt. di patol. ipec. med. e terapia, Milano 1949; C. H. Androwes, The bearing of recent works on the virus theory of cancer, in Brit. Med. Journ., 4645 (14 genn. 1950), p. 81 sgg.; G. Vernoni, s. v. in Enc. Ital., XXXIV, pp. 474-81 e in App., II, pp. 1030-34. Alessandro Marolla
«TU NATALE SOLIUM PROTEGE». - Inno delle Lodi nell'Ufficio di s. Martina, composto da Urbano VIII. E il proseguimento del «Martinae celebri» (v.).

E una preghiera alla martire romana perché difenda il patrio suolo dal pericolo islamico impellente sui popoli cristiani. Tutti i principi si uniscano sotto il vessillo della Croce per debellare i nemici di Cristo.

Bibl.: M. Barberini (Urbano VIII), Poémata, Roma 1642, p. 202; G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, ivi 1856, p. 230; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 244-47; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 191. Silverio Mattei
TUNGCHOW, prefettura apostolica di. - Al -centro della provincia dello Shensi (Cina settentrionale).

Fu eretta in missione sui iuris il 3 nov. 1931 con 12 sottoprefetture civili del vicariato apost. di Sian (v.); d'8 apr. 1935 fu elevata a prefettura apost. e come tale dipende direttamente dalla S. Sede. Fin dall'inizio fu affidata all'Ordine dei Frati Minori, che, per il lavoro missionario, vi manda i religiosi italiani della provincia regolare di S. Giacomo nelle Marche.

Su una superficie di ca. 17.000 kmq . contava al 30 giugno 1950 ca. 1.370 .000 ab., di cui 6650 cattolici; 19 sacerdoti, di cui 7 indigeni, 9 suore, tutte cinesi, 8 scuole e 6 istituzioni di beneficienza e carità.

Vecchie cristianità che risalgono a due secoli da oggi, si trovano nelle sottoprefetture di Weinan, Pucheng e Paishui, formate da fedeli immigrati dallo Shantung. La città di T. al momento della erezione della missione aveva solo 3 cristiani. Il maggiore sviluppo si ebbe nel primo quinquennio di vita indipendente, durante il quale si poté lavorare abbastanza tranquillamente.

Bibl.: AAS, 24 (1932), pp. 228-20; 28 (1936), pp. 89-90; GM, p. 211; MC, 1950, pp. 333-34; G. B. Tragella, Italia missionaria, Roma-Milano 1939, pp. 143-47; Archivio S. Congr. de Resp. Fide, Relazione T., 1947.

TUNICA. - Voce dalla radice indo-europea tun, - coprire, stringere, legare »; diminuitivi : tunicula, tunicella; ital. : tonaca. Corrispondente al $\chi \iota \tau \hat{\omega} \boldsymbol{\alpha}$ dei Greci, era un indumento intimo usato presso i Ro-
mani tanto dagli uomini quanto dalle donne quale abito di casa e sotto la toga e la palla in pubblico. Nelle statue togate si vede sotto la toga la t. che copre il petto fino al collo. Era la sola fra le vesti che si infilasse dalla testa.

Per lo più le t. si confezionavano con stoffa di lino (vestis linea o liutea), ma per i malati e per l'inverno si usava anche la lana (t. lanen). Augusto per la sua malferma salute soleva portarla di lana e, al dire di Svetonio, quando il freddo era intenso, ne indossava fino a quattro. Comunemente se ne portavano due; la t. aderente alla pelle dicevasi t. interior, interula o subucula; su questa si indossava la seconda detta iudusium o supparus. I senatori ed i membri dell'ordo senatorius avevano quale parte dell'abito ufficiale, oltre alla toga proetesta, la t. distinta da una larga lista purpurea, che dal collo scendeva fino al lembo inferiore (laticlavius), i membri dell'ordo equestris avevano invece una o due liste più strette (angusticlavius). La t. poteva essere cinta ai fianchi (t. praecincta) o portarsi disciolta (t. discincta o soluta). Era segno di distinzione portarla bene cinta; Mecenate era criticato perché andava in giro di notte con la t. discinta (Seneca, Ep.. 114). L'andare vestiti con la sola t. era proprio del popolo minuto (il tunicatus popellus di Orazio); fuori di città, in campagna, era lecito, anche a persone di rango elevato, andare per una maggiore libertà, deposta la toga, con la sola t. (la tunica quies di Marziale). I braccianti, i pastori ed i servi portavano una t. di fatica senza maniche (t. exomis), sostenuta da un cingulum, che lasciava scoperti gli omeri ed il petto; essa rendeva più spediti i movimenti e, al dire di Seneca (De brevit. vitae, XIII), anche più ossequienti i servi verso i padroni. La t. dei militari era più corta dell'ordinario e portata sotto il sagum. Nel sec. III dell'Impero, con l'accrescersi del lusso, divenne di alta moda il portare t. intessute di porpora e d'oro, benché fossero incolnode per la loro rigidità e per essere aspre quali cilizi.

La t. era l'indumento più in uso presso i cristiani, in gran parte appartenenti alle classi umili. Di un solo pezzo, non cucita (inconsutilis) era quella che indossava il Salvatore nell'ascesa al Calvario. Vestito di sola t. succinta è rappresentato il Buon Pastore (v. pastore, buon). Nelle pitture cimiteriali sono raffigurate t. anche con maniche non oltre i gomiti, scendenti fino al ginocchio per gli uomini, alquanto più lunghe per le donne (v. orante), semplici od ornate di strisce di porpora dal collo ai lombi (t. clavata). Altri tipo di t., cortissima e senza maniche, fu il colobium ( $[\mathrm{v}$.$] x 0 \lambda 6 \beta 10 \mathrm{v}$, cf. $x 0 \lambda 0 \beta 6 \varsigma$ $=$ mutilo, accorciato); con tale indumento sono rappresentate le più antiche immagini di Cristo crocifisso. Una t. scendente fino ai piedi (t. poderis : $\sigma \tau \imath \chi \dot{\alpha} \rho \iota \nu v$ ) alla foggia orientale, di bianco fino (alba), fu indumento ecclesiastico e da essa deriva il comice liturgico; sue modificazioni sono il rocchetto e la cotta.

Bibl.: G. Wilpert, Un capitolo di storia del vestiario, in L'Arte, I (1808), pp. 90, sgg.; id., Pitture, p. 38 sgg.; W. Amelung, Die Gewandung der alten Griechen und Römer, Lipsia 1903. Giosechino Mancini
TUNIGELLA (tunica, tunica linea, tunica striscia; subtile; dalmatica minor, dalmatica subdiaconula). - Sopravveste liturgica del suddiacono, di forma e stoffa uguale alla dalmatica (v.) del diacono.

Usata a Roma nel sec. vi, venne abolita da Gregorio M., ma ritornò nel sec. IX e si propagò anche fuori di Roma. In quel frattempo (secc. VI-IX) i suddiaconi portavano, come gli altri chierici, la pianeta; oggi è rimasta la pianeta (piegata) soltanto nei tempi liturgici di penitenza dell'Avvento e della Quaresima. Da quando il suddiaconato venne annoverato tra gli Ordini maggiori, si dava ai suddiaconi, per distinzione dagli altri Ordini, un abito ordinario di servizio simile a quello diaconale : una tunica discinta, di ampiezza minore, a maniche strette, senza clavi. In seguito si assomigliava a poco a poco alla dalmatica e ne seguiva l'accorciamento e la deformazione. La consegna ai neo-suddiaconi s'introdusse nel sec. xIII. Da questo tempo occorre anche il nome "t. »; dapprima, specialmente fuori di Roma, si diceva subtile

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(1) - Diveriina Giondente de la Prenae, Ankara
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(1) - Diveriina (i) 10 dente de la Prenae, Ankara)
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(1) (1) - Diveriina (i) 10 dente de la Prenae, Ankara)

In alto a sinistra: L'ACQUEDOTTO di Dafne allo Hatay. In alto a destra: LA SULTANAHMET; in primo piano la porta di S. Sofia - Costantinopoli. In basso a sinistra: "KARATAY, Sultan-Han a Kayseri (Cesarea). In basso a destra: PORTA della cittadella di Ankara.

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In alto a sinistra: VEDUTA DI IZMIR. In alto a destra: VEDUTA DELLE MURA D'EPOCA BIZAN. TINA - Costantinopoli. In basso: IL PALAZZO DELLA CERAMICA (Çinilikösk), 1466 - Costantinopoli.

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La t. appartiene all'ornato pontificale del papa già nel sec. viII. I vescovi portano sotto la pianeta fino al sec. xir o la dalmatica diaconale a maniche lunghe, o la t. suddiaconale a maniche strette : poco a poco tutte e due, ma soltanto nella Messa pontificale e in quella dell'Ordinazione. Agli abati fino al sec. xili fu concesso di rado l'uso della t., di regola soltanto quello della dalmatica diaconale. - Vedi tav. LVIII.

BibL.: J. Braun, Die liturg. Gewandung im Occident und im Orient, Friburgo 1907, pp. 247-302; id., I parum. sacri, Torino 1914; M. Righetti, Mon. di iter. liturg., I, Milano 1930, p. 509 .

Pietro Siffrin
TUNISIA. - Stato arabo dell'Africa settentrionale, indipendente fino al 1881 , poi (Trattato del Bardo) protettorato francese, e dal 1946 Stato associato nell'Unione francese: la Francia vi tiene, accanto al Bey (sovrano nominale), un suo residente.
I. Geografia. - Il territorio ( 12.180 kmq .) della T. abbraccia l'estremità orientale della regione dell'Atlante, i cui cimali s'aprono a ventaglio in direzione normale alla costa (dal C. Bon a Ras Agedir) : tra le valli che guardano al mare la più importante è quella percorsa dal Megerda, che mette capo all'ampio Golfo di Tunisi. Il clima è tipicamente mediterraneo, con piogge invernali copiose a N. (Tell), ma sempre più scarse a S., dove, oltre l'alto Atlante, predomina la steppa e poi il deserto. Il Tell è regione di foreste (sughero) e di agricoltura (cereali, vite, olivo); il Sahel (litorale orientale) dell'olivo; il centro, del pascolo (ovini e caprini); l'estremo S., della palma da datteri. Il sottosuolo, ricco di fosfati, dà anche ferro, piombo, zinco e sale. Notevole la pesca, esercitata da italiani. Modeste le industrie, dedite sopratutto alla manipolazione dei prodotti agricoli.

Dei 3.4 milioni di ab. ( 26 a kmq.) meno di $1 / 8$ è rappresentato da europei, di questi una metà ( 100.000 ab., ca.) sono italiani, accanto ad altrettanti francesi ed a 30.000 israeliti. Gli italiani sono in grande maggioranza contadini siciliani, che cominciarono a trasferirsi in T. nel secolo scorso. Tunisi ( 365.000 ab.), la capitale, sorge non lungi dal sito dell'antica Cartagine; degli altri centri urbani notevoli Gerba, o Djerba ( 80.000 ab.), Sfax ( 55.000 ) e Susa, o Sousse ( 37.000 ), tutte sul litorale orientale.

Bibs..: A. Mori, La T., Roma 1930; J. Despois, La T., Tunisi 1931; H. O. Slahn, T.: Einst. Hrute und Morgen, Berlino 1940; I. Klein, La T., Parigi 1948.

Giuseppe Caraci
II. Storia civile. - L'odierna T., dopo essere stata sotto il dominio di Cartagine, entrò a far parte della provincia romana dell'Africa proconsolare e dopo un mezzo secolo e più di soggezione ai Vandali passò nel 533 sotto l'Impero di Bisanzio. Verso il 670 la regione fu invasa dagli Arabi che si vi stabilirono fermamente e vi fondarono la città di Kairouan, che divenne un importante centro religioso e culturale.

I nuovi occupanti dovettero lottare lungamente contro i Berberi, ed i governatori dipendenti dai califfi di Damasco e di Bagdad ripetutamente furono costretti a richiedere aiuto ai loro signori: infine, durante il califfato del celebre Hārūn ar-Rašīd, contemporaneo di Carlomagno, i Berberi furono debellati grazie all'energia del governatore Ibrāhīm ibn al-Aglab, fondatore della dinastia degli Aglabiti che mantenne il potere in T. fino al 909. Nello spazio di tre secoli altre quattro dinastie si susseguirono: i Fātimiti dal 909 fin verso la fine del secolo, gli Ziridi fino al 1160 ca., gli Almohadi a loro volta seguiti dai Hafsidi, signori della T. fino al 1574. Al tempo di Carlo V imperatore la T. cominciò a destare l'interesse delle potenze europee, quando di fronte alle mioacce del corsaro Barbarossa, il quale aveva occupato Biserta e Tunisi, il sultano hafaida si recò in Spagna per invocare l'aiuto armato di quel sovrano. Carlo V mosse con una numerosa flotta alla volta di Tunisi, obbligò il Barbarossa a rinunciare alle conquiste e restituì il trono al Sultano. In virtù del Trattato del 6 ag. 1535 il sovrano di Tunisi
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(ist. Canepa-Carcciano, Genova)
TunicelLa - T. a ricamo policromo intrecciato a ricamo in rilievo d'oro (metà del sec. xviII) - Savona, Cattedrale.
fu ridotto a vero e proprio vassallo dell'Imperatore. Non solo il Sultano si impegnò a liberare tutti gli schiavi cristiani, a concedere agli Europei piena libertà di commercio e di religione, ed a vietare ogni atto di pirateria marittima, ma cedette a Carlo V anche La Goletta, assumendosi le spese per il mantenimento della guarnigione spagnola di quella base mediante l'esborso annuo di 12.000 scudi d'oro, e diede in perpetua concessione all'Imperatore la pesca del corallo. Carlo V, da parte sua, prese l'impegno di proteggere il Sultano contro ogni aggressione. Di li a poco il Sultano, minacciato da diverse insurrezioni scoppiate in seguito alle sue intese coi cristiani, richiese di nuovo l'appoggio dell'Imperatore. Recatosi egli stesso in Spagna, il figlio approfittò dell'assenza per farsi proclamare sovrano. Il Sultano, fatto prigioniero dal proprio figlio che lo fece accecare, riuscì a fuggire in Europa, dove morì nel 1542. Sul mare intanto continuò la guerra tra Andrea Doria ed il corsaro turco Dragut. Nel 1574 Sinān pascià, inviato con una gran flotta dal sultano Solimano I, affermò la sovranità turca sulla T. Rappresentante della Porta in T. divenne un governatore con il titolo di pascià, ma in realtà i veri capi furono i dey, eletti dai giannizzeri, ed i bey, comandanti delle truppe. L'Impero ottomano non fu tuttavia in grado di mantenere la sua diretta sovranità sulla T., che di giorno in giorno si affermò sempre più indipendente da Costantinopoli, finché nel 1705 Husejo, capo dei giannizzeri, non soppresse le funzioni di pascià e di dey e si proclamò bey, conferendo a tale carica attributi sovrani e rendendola ereditaria in seno alla propria famiglia tuttora regnante. Nel corso del sec. xix, occupata l'Algeria, la Francia dimostrò un interesse sempre maggiore per la T. e si adoperò per attuarsi un programma di riforme. Così nel 1857 fu emanato dal bey Mohammed il cosiddetto Patto fondamentale, che garantì agli abitanti l'eguaglianza dinanzi alla legge ed ammise i cristiani alla proprietà terriera. Quattro anni dopo il successore di Mohammed, il bey Mohammed es-Sabbok, promulgò una Costituzione che determinava le funzioni del beylicato, ereditario tra i componenti della famiglia busejnita non in linea diretta, ma tenuto conto del membro più anziano della famiglia, ed istituiva un Consiglio dei ministri e un Consiglio di notabili. L'interesse politico della Francia alla T. determinò, malgrado l'avveraità dell'opinione pubblica italiana, che vedeva nella T. uno sbocco per la sue emigrazione, nel 1881 l'occupazione militare della Reggenza, seguita dalla conclusione del Trattato del Bardo ( 12 mag-

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(da E. Kuhmel, L'Afrique du Nord, Bertino 1821, tav. 7)
Tunisia - Una strada della città vecchia di Tunisi.
gio 1881), che mise la T. sotto un protettorato francese. Sebbene l'azione svolta dalla Francia in seguito tendesse a idotare la T. di una struttura moderna con tutti i benefici della civiltà occidentale, si fecero vive all'indomani della prima guerra mondiale le forze nazionaliste, rappresentante dal partito del Destour (Costituzione) che sulla base dei "quattordici punti " di Wilson reclamava, come reclama tuttora, l'introduzione del sistema rappresentativo parlamentare nel paese e praticamente quindi la decadenza del protettorato francese. Il programma del Destour incontrò anche le spiccate simpatie di più di un bey e durante la seconda guerra mondiale Moncef bey, salito sul trono nel giugno 1942, ne divenne strenuo assertore, profittando anche della situazione assai difficile e precaria della Francia (il protettorato era rimasto sotto il controllo del governo di Vichy). Occupata la T. da forze italo-tedesche nel nov. 1942, in seguito allo sbarco alleato in Algeria e in Marocco, essa divenne campo di battaglia. Dopo la cacciata delle forze dell'Asse dall'Africa il primo atto del generale Juin, facente le funzioni di residente generale, fu di imporre l'abdicazione di Moncef bey. Ma anche il successore di costui, Lamin bey, considerato all'atto della sua ascesa sul trono personaggio di scarso rilievo, dimostrò ben presto apertamente il suo appoggio al Destour.

Bibl.: A. Rousseau, Annales tunisiennes, Algeri 1864; N. Fauson, La Tunisie, Parigi 1893; R. Darmon, La situation des cultes en T., Tunisi-Parigi 1930; P. Hubac, T., Parigi 1948; H. Cambon, Hist. de la Régence de Tunis, ivi 1948; G. Barré, T. (1940-43), ivi 1950.

Silvio Furioni
III. Evangelizzazione. - Per la storia ecclesiastica dalle origini allo sterminio della Chiesa cattolica nei secc. XI e XII e per la relativa parte archeologica, v. africa, III. Storia cristiana antica, V. Monumenti cristiani; cartagine, arcidiocesi e concili. L'ultima notizia della Chiesa della T., già fiorente e poi distrutta dagli Arabi, si ha con il breve indirizzato da Gregorio VII nel 1076 a Ciriaco, arcivescovo di Car-
tagine, per lamentarsi che sul posto non vi fossero neanche i tre vescovi necessari per consacrarne un altro. Anche quest'ultima Chiesa fu poi sterminata e non si ebbero più vescovi a Cartagine.

Nel 1219 i primi francescani, fra' Egidio con altri compizzi, giunsero in T., ma i cristiani colà residenti, par paura di piroecuzioni da parte dei Saraceni, il consigliarono di tornare in Italia. Più tardi, probabilmente in conseguenza del Trattato tra Pisa e la T. (1229-30), nel quale ai Pisani furono concessi una chiesa e un cimitero nel fondaco, vi si trovano nel 1235 domenicani e francescani, il cui ministero, però, era ristretto ai negozianti e schiavi cristiani. Si hanno pure testimonianze della presenza di domenicani in T. negli anni 1236-70. La Crociata di Luigi IX di Francia contro la T. distrusse questa missione. Terminata la Crociata, il Trattato tra la T. e la Francia permise a quest'ultima una chiesa e un convento, che fu costruito dai francescani. Raimondo Lullo vi giunse nel 1291 e di nuovo nel 1314 per predicare il Vangelo ai Maometani : subl il martirio nel 1315 nel Regno di Bugis. Il convento dei Francescani durò fino alla metà del sec. xiv. Dal 1392 al 1427 vi si trova un benedettino Placido. Non vi sono documenti provanti un'ulteriore presenza di sacerdoti in T. durante i secc. xv e xvi, perché il paese nel 1574 era caduto definitivamente sotto il dominio turco. Sono menzionati, però, sacerdoti schiavi come Jeronimo Gracian de la Madre de Dios, O.C.D. ed altri, che si occupavano della cura dei numerosi schiavi cristiani della regione. Le spedizioni di Carlo V nel 1535 e di Juan de Vega nel 1550 contro la T., uno dei principali punti d'appoggio della caccia agli schiavi, non ebbero risultati nel campo missionario.

Solo nel 1637 Propaganda decretò una missione di agostiniani scalzi per la T., Bona e Costantina con sede in Bastion de France. Nel 1636 e di nuovo nel 1638 la medesima decretò una missione di Cappuccini per la T., la Numidia, Bona e Costantina con sede in Tabarca. Ambedue le missioni sparirono, quella degli Agostiniani nel 1658 e quella dei Cappuccini nel 1652. Dal 1645 visse in T. come cappellano del console francese il lazzarista Juline Guérin. Come in Algeria, così in T. i Lazzaristi dal 1647 funzionarono da consoli francesi. Ma tale posizione permetteva loro il ministero tra gli schiavi cristiani e il riscatto. Jean Le Vacher C. M. fu nominato prefetto apostolico nel 1648 , vicario apostolico della T. nel 1650 e ritenne questa carica anche quando passò in Algeria, dove nel 1683 fu martirizzato. Nel 1672 Propaganda affidò par la seconda volta la missione di T. ai Cappuccini, che, dopo il Trattato del 30 luglio 1685 tra la Francia e la T., esercitavano la loro attività sotto il protettorato francese. Nel 1720 i Trinitari spagnoli eressero un ospizio in T. per il riscatto degli schiavi. Esso durò fino al 1818.

La missione dei Cappuccini si consolidò durante il sec. XIX con l'arrivo di molti immigranti italiani. Nel 1843 la T. fu eretta in vicariato apostolico. Sotto la direzione energica di mons. Fedele Sutter si sviluppò molto bene. I Fratelli delle Scuole cristiane e le Suore di S. Giuseppe dell'Apparizione fondarono nella città di T. e in altri luoghi fiorenti scuole. Nel 1881 la T. cadde sotto il protettorato della Francia e mons. Sutter dovette dare le dimissioni. Mons. Lavigerie fu allora nominato amministratore, e nel 1884 arcivescovo di Cartagine, di nuovo eretta arcidiocesi. I Cappuccini italiani e maltesi pian piano dovettero lasciare la T. : nel 1891 partì l'ultimo cappuccino.

Per gli sviluppi ulteriori della storia della Chiesa in T. v. cartagine, arcidiocesi di. - Vedi tav. LIX.

Bibl.: Anselme des Arcs, Mémoires pour servir à l'histoire de la mission des Capucins dans la régence de Tunis, Roma 1889; Clemente da Terzorin, Le Missioni dei Minori Cappuccini, X. Africa, Roma 1938, pp. 562-628; A. Ardoin, La Mission de Tunis, Bone et Constantine des Augustins Déchaussée de France (1637-38), in Rev. Hist. Missions, 16 (1939), pp. 540-53; Streit, Bibl., XV, XVI, XVII.

Giovanni Rommerskirchen

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TUNJA, diocesi di. - Diocesi e città nella Repubblica di Colombia (America del Sud).

Ha una superficie di 29.034 kmq . con una popolazione di 924.000 ab., tutti cattolici, distribuiti in 118 parrocchie, servite da 157 sacerdoti diocesani e 71 regolari, ha un seminario, 11 comunità religiose maschili e 50 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 436).

La diocesi di T. (Tunquenensis), suffraganea di Bogotà, fu creata da Leone XIII il 19 luglio 1880. T., prima dell'arrivo degli Spagnoli, era conosciuta sotto il nome di Hunza, quale residenza del zague, sovrano dei Muisca. La città fu fondata il 6 ag. 1538 dal capitano Gonzalo Suárez Rondón, ma ne ebbe titolo soltanto nel 1681.

L'immagine di Nostra Signora del Refugio nella cappella del Rosario della chiesa di S. Domenico è molto venerata dal popolo, specie nella sua festa della seconda domenica di nov. La cappella è un gioiello architettonico. Pio XI con lettera apost. del 18 ag. 1927, ha elevato a titolo e dignità di basilica minore la chiesa della Madonna del Rosario a Chiuquinra (AAS, 20 [1928], pp. 18-19).

Bibl.: J. Moreno-Lacalle, s. v. in Cath. Enc., XV, p. 90; R. Vargas Ugarte, Hist. del culto de Maria en Ibero-America y de sus imágenes santuarios mas celebrados, Buenos Aires [1947], pp. $385-88$.

Gastone Carriere
TUNKERS. - Nome spregiativo dato ai battisti tedeschi, detti anche Dunkers.
I. Storia. - Questo ramo di battisti fu fondato a Marienborn (Wetterau) nel 1708 da Alessandro Mack, il quale nel 1719 emigrò in America dove la setta si sviluppò. Un altro ramo di battisti fu fondato da Giovanni Gerardo Oncken nel 1834 in Germania e si estese in piccoli gruppi in Danimarca, in Svezia, in Svizzera, in Austria e in Russia.

In America, una setta derivata da quella di Mack, fondò nel 1732 per opera di Giovanni Beissel, i fratelli di Sion, che costituirono una specie di monastero a «Ephrata» nel territorio di Cocalico (Pennsylvania). In questa comunità si attendeva soprattutto alla stampa, per la diffusione della Bibbia. I t. fondarono missioni in India, Cina e Giappone e nel 1821 anche in Liberia; nel 1930 il loro numero ascendeva a 156.768 adulti, suddivisi in 1327 chiese.
II. Dottrina e culto. - I t. si distinguono dagli altri battisti principalmente per il rito battesimale. Occorre notare, d'altra parte, che presso i battisti in genere, la più piccola divergenza di dottrina e di culto ha contribuito a dare origine a una nuova setta. Il rito battesimale dei t. è il seguente: il neofita si pone in ginocchio nella vasca battesimale (non in piedi, come nelle altre sètte battiste), poi viene completamente immerso. I t. riconoscono come Sacramenti, oltre il Battesimo e la Cena, la lavanda dei piedi e la Sacra Unzione fatta con l'olio. Per il resto accettano quasi tutti gli articoli dei battisti, cioè : 1) le Chiese particolari sono completamente autonome e sovrane nei loro affari locali; 2) ci dev'essere netta separazione tra Chiesa e Stato; 3) la libertà di religione è un diritto di natura inerente allo spirito umano; 4) una Chiesa è un organismo formato dai rigenerati, che sono stati battezzati in seguito a una personale professione di fede e di attaccamento al Vangelo; 5) il Battesimo dei bambini non solo è contrario alle Scritture, ma è anche dannoso alla vita spirituale della Chiesa; 6) il rito necessario del Battesimo è l'immersione nell'acqua; 7) i ministri della Chiesa, secondo la Scrittura, sono i pastori e i diaconi; 8) la Cena del Signore deve essere osservata in ricordo delle sofferenze e della morte di Gesù Cristo (v. battisti). I t. respingono l'uso del giusnmento, condannano il servizio militare e insegnano l'apocatastasi (v.) universale, per la quale tutti gli spiriti, uomini o demoni, dovranno essere in ultimo salvati.

Bibl.: J. Lehmann, Gesch. des deutsch. Baptismus, 1922-23; M. Heimbucher, Die Baptisten, Friburgo in Br. 1924; K. Algermissen, Christl. Sekten und Kirche Christl. ivi 1922; id., Die Baptisten, ivi 1924; C. Algermissen, La Chiesa e le chiese, trad. it., $2^{4}$ ed., Brescia 1944, p. 653.

Leone Cristiani

TUNKI, PREPETTURA APOSTOLICA di. - Nella parte sud-orientale della provincia dell'Anhwei, nella Cina centrale.

Fu eretta il 22 febbr. 1937 con 6 sottoprefetture civili della missione di Wuhu (v.) e fu affidata ai Figli del Cuore Immacolato di Maria (Claretiani), che si trovavano sul posto fin dall'ott. 1933. Ha una estensione di ca. 12.000 kmq . Al 30 giugno 1948 , su una popolazione totale di ca. 2.500 .000 ab., i cattolici erano 2116 e i catecumeni 652 ; i sacerdoti 18, i fratelli laici 5 ; le suore 18 , di cui 8 cinesi; i seminaristi 5 . Tra le opere figuravano 5 dispensari di medicinali, 9 scuole con 28 maestri e 801 alunni.

La natura montagnosa del territorio di T., la mancanza di strade fino a questi ultimi anni e più ancora la poca disponibilità del personale, hanno limitato il progresso del cristianesimo in questa regione. Al momento della sua erezione, T. contava 1902 battezzati e 1804 catecumeni, distribuiti in 12 cristianità, di cui solo 7 avevano la residenza per il missionario.

Bibl.: AAS, 29 (1937), pp. 293-94; Arch. di Prop. Fide, Incarto erezione T. 1937; Relazione T. 1948; MC. 1950, p. 345.

Adamo Pucci
TUNSTALL, Cuthbert. - Teologo e vescovo, n. ad Hackforth ca. il 1474, m. a Londra il 18 nov. 1559. Laureatosi ad Oxford, fu nominato da Enrico VIII vescovo di Londra nel 1522, poi trasferito a Durham (1530).

Non amava il Papato e stette con Enrico VIII nelle sue lotte religiose. Sotto Edoardo VI fu deposto dal vescovato ( 3 ott. 1552); ristabilito nella sua sede sotto la regina Maria nel 1553, pubblicò a Parigi nel 1554 il trattato De veritate corporis et sanguinis D. N. J. C. L'opera è scritta contro i tigurini (i firmatari del Consensus Tigurinus antieucaristico), soprattutto contro Ecolampadio (v.), e riflette la vasta cultura umanistica e teologica dell'autore : vi sono largamente citati i Padri da edizioni che il T. possedeva nella sua ricca biblioteca e la trattazione è condotta con chiarezza e ordine, e pertanto supera le opere analoghe di s. Giovanni Fisher (v.) e del Gardiner (v.). Scrisse inoltre il Contra impios blasphematores Dei praedestinationis (Anversa 1555). Deposto una seconda volta sotto la Regina Elisabetta nell'ott. 1559, morì poche settimane dopo.

BibL.: Hurter, II, coll. 1463-64; J. Mercier, s. v. in DThC, XV, col. 1296; P. Polman, L'élément histor. dans la controc. du XVIe siècle, Gembloux 1932, pp. 445-46 e passim; P. Janelle, L'Angleterre cathol. à le veille du schisme, Parigi 1933, pp. 13, 141, 144, 115, 320.

Antonio Piolaeti
TUNTANG, ARCIDIOCESI di: v. PECHINO, ARCIdiOCESt di.

TURA, Cosimo, detto Cosmé. - Pittore, n. a Guarda Ferrarese verso il 1430 e m. a Ferrara nell'apr. 1495.

Dall'esame delle sue opere giovanili, come la preziosa tavoletta della Madonna col Bambino (raccolta Harold J. Pratt di Nuova York), con vistosi motivi ornamentali sul fondo verde di un aranceto, si desume il suo spontaneo assorbimento dei valori insiti nel tardo gotico fiorito.

Ma già in quell'epoca la figura della Vergine, con l'espressionismo delle lunghissime dita congiunte e la malinconia del volto, preannunzia il peculiare mondo affettivo e poetico del pittore. Più tardi egli rinsalda le sue capacità formali sugli esempi di Pier della Francesca, operante a Ferrara verso il 1450, mentre assume splendori di rapporti cromatici dal fiammingo Ruggero Van der Weyden, anch'egli al servizio di Lionello d'Este. Sotto i successori, Borso ed Ercole I, il T. svolse una quasi ininterrotta e febbrile attività, impiegato alla corte in ogni sorta di lavori, anche di puro artigianato, dal ciclo di tavole allegoriche decorante la delizia di Belfiore, ai finimenti da cavallo e ai disegni per argenteria da tavola. Sembra che dipingesse tavole con soggetti umanistici anche nella biblioteca dei principi Pico, a Mirandola.

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Ma insieme con quelle andarono distrutte numerose e importanti opere ferraresi di lui.

Malgrado le disparate influenze stilistiche, il caposcuola padano assume nella storia della pittura quattrocentesca un rilievo tutto particolare, per le spesso congiunte e coerenti virtù di plastica imponenza, forbitissima esaltazione lineare, autonomia di accenti cromatici, ora smaltati e araldicamente vivaci, ora lividi e mesti, ma sempre in funzione espressiva, dal più adorno esteriamo alla più straziante passionalità popolaresca. Oltremodo caratteristici del T. sono i contorni rotondeggianti e le aspre movenze dei paoneggi con lumeggiature o aloni irrazionali, che hanno lo scopo di far emergere i profili dei corpi ogni qualvolta si trovano accostate tonalità similari (procedimento analogo a quello degli incisori e particolarmente degli sclografi) e con il risultato di conferire alle figure effetti di sbalzo e di monocromato su lamina metallica. Fra i capolavori di questo suggestivo maestro, che trasmise parte dei suoi inconfondibili requisiti ai migliori rappresentanti della scuola ferrarese fin verso la metà del Cinquecento, si annoverano: i quattro pannelli con l'Annunziata e il S. Giorgio (ante di un organo demolito) nel Museo del Duomo a Ferrara; due piccoli tondi, con episodi della vita di s. Maurelio, nella Pinacoteca di quella città; le tavole superstiti dello smembrato sitare Roverella, già in S. Giorgio suburbano, e cuà: La Madonna in trono, nella Galleria naz. di Londra, il lunettone della Pietà al Louvre, lo sportello con i SS. Paolo e Maurelio e un monaco olivetano orante, nella Galleria Colonna a Roma, il frammento con la testa di S. Giorgio, nella Galleria di S. Diego in California; le tavole del polittico della chiesa suburbana di S. Luca, disperse fra l'Accademia Carrara di Bergamo (Madonna in trono), la Galleria degli Uffizi (S. Domenico), il Friedrich Museum di Berlino (S. Sebastiano e s. Cristoforo), il Museo del Louvre (S. Antonio di Padova); l'allegoria della Primavera e il S. Girolamo penitente nella Galleria nazionale di Londra; la Madonna col Cristo morto nel Museo Correr di Venezia; il Cristo morto sorretto dagli angeli del Museo di Vienna; il S. Nicola da Bari del Museo di Nantes; il B. Giacomo della Marca nella Galleria di Modena, ultima opera nota del maestro. - Vedi tav. LX.

BISL.: L. N. Cittadella, Ricordi e documenti intorno alla vita di C. T., Ferrara 1866; Venturi, VII, III, pp. 506-58; id., Studi dal vero, Milano 1927, p. 156; G. Gruyer, L'Art ferrarais à l'époque des princes d'Este, II, Parigi 1897, pp. 56-84; C. Ricci, Tavole sparse di un polittico di C. T., in Russ. d'arte, ott. 1905. pp. 143-46; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, pp. 53-40; id., Ampliamenti nell'officina ferrarese, Suppl. all'a. $4^{2}$ della Critica d'arte, Firenze 1940; F. Gombosi, s. v. in Thieme-Becker, XXXIII (1930), pp. 480-83; O. Hartzsch, C. T., in Pantheon (Monaco), luglio 1940, pp. 133-61; S. Ortolani, C. T., $F$. del Caste, E. dei Roberti, Milano 1941, passim; H. Tietze, The St. George ke C. T., in The Art Quarterly, 1944, fasc. 1, pp. 63-67; D. G. Sheperd, The lamentation. A tapestry antependium derigned by C. T., in Bulletin of the Cleveland Museum of Art, febbr. 1931, pp. 40-42; A. Nappi, C. T., Milano 1933. Alberto Neppi

TURATI, Filippo. - Uomo politico, fondatore del Partito socialista italiano, n. a Canzo (Como) il 27 nov. 1857, m. esule a Parigi il 30 marzo 1932.

Esordì nel 1883 con alcuni opuscoli di carattere po-litico-sociale, e con Anna Kuliscioff, una nikilista russa che aveva poi accettato le dottrine marxiste, collaborò alla rivista sociale Cuore e critica che nel 1891 cambiò il titolo in Critica sociale, e ne assunse la direzione. Nel 1892 fondò con Claudio Treves (v.), a Genova, il Partito socialista italiano, e nel 1896 fu eletto deputato in uno dei collegi di Milano. Processato e condannato per i moti del 1898 e scarcerato nel 1899 (di quell'epoca sono le Lettere alla madre, dal reclusorio di Pallanza: Nuova antologia, 81 [1926], pp. 105-20, 219-40), impresse al partito, in cui ebbe sempre un posto preminente, una tendenza riformista. Avversò la guerra di Libia (1911-12) e l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale 1914 1915. Tuttavia a Reggio Emilia, al Congresso del partito, di fronte a Mussolini, allora focoso rivoluzionario, egli con Treves prese la direzione delle forze che divennero poi il partito riformista.

Nel dopoguerra non riusci a mantenere il partito entro le linee del suo programma (cf. Rifare l'Italia, [del 1920], Roma 1944). Con una minoranza diede origine al Partito socialista unitario (Congresso di Roma, 1923), ed intinse di sentimentalismo, derivatogli dalla tradizione della democrazia lombarda, i principi marxistici, non decidendosi nel campo pratico né a una collaborazione con il governo liberale-democratico, né ad un'azione apertamente rivoluzionaria. Solo all'avvento del fascismo al potere, egli, con la minoranza, propose l'accettazione delle responsabilità di governo, in difesa delle libertà costituzionali. Ma era troppo tardi; ed egli fuggì esule a Parigi. Accanto alla sua attività giornalistica, sta la sua attività oratoria. Alcuni discorsi sono stati di nuovo editi dopo la caduta del fascismo, come i due in cui commuonò Giacomo Matteotti (Milano 1945, Cremona 1945). Anche nelle sue idee religiose si ha un temperamento del materialismo marxista in un vago sentimentalismo religioso (cf. la prefazione al libro di M. Bakunin, Dio e lo Stato, Roma 1946).

BISL.: R. Michelis, Storia critica del movimento socialista it., Firenze 1926; S. Mariotti, F. T., ivi 1946; I. Silone, Socialisti e repubblicani, in Mercurio, 3 (1946), pp. 13-20 (dal 1948 in poi); U. G. Mondolfo-E. Gonzales-P. Nomi, F. T. Discorsi, Milano 1947; A. Schasvi, F. T. attraverso le lettere ai corrispondenti, Bari 1947.

Michelc Lecce
TURCHI, ADEGdato. - Cappuccino, oratore, vescovo. N. a Parma il 5 ag. 1724 , m. ivi il 2 sett. 1803. Entrò tra i Cappuccini a Carpi il 21 ag. 1739.

Nel suo Ordine sostenne tutti gli uffici più onorifici dal letterato al provincialato. Dal 1768 fu predicatore della corte di Parma; nel 1778 percettore dei Reali Infanti e confessore della Reale Famiglia; nel 1788 vescovo di Parma. Fu accusato di essere stato un tempo libero pensatore e favorevole alla politica giurisdizionalista del Du Tillot. Oggi però l'artodossia e la devozione del T. alla S. Sede sono state pienamente riconosciute.

Oltre le prime città dell'Emilia, l'udirono con plauso Arezzo, Pisa, Firenze, Genova, Roma, Napoli, ove pure predicò alla corte nel 1767. Tra i primi levò la voce contro gli errori del "filosofismo "francese. La necessità dei tempi lo indirizzò alla predicazione apologetica. Suoi argomenti preferiti sono il senso comune e la rettitudine naturale. Tutte le sue opere: Quaresimali, Omelie, Prediche alla corte, Lettere pastorali, Orazioni funebri, Panegirici, dimostrano originalità, forza di argomentazione, franchezza di parola; il suo capolavoro è però considerata l'Orazione funebre per Maria Teresa. Delle sue opere (in tutto 493), oltre le numerose edizioni parziali, è da citare quella completa e fondamentale di Modena ( 10 voll., 1818-20; Venezia, 20 voll., 1832-34) alla quale tutte le posteriori si sono ispirate.

BISL.: Nouvelles excléiastiques, ou mémoires pour servir à l'histoire de la constitution "Unigenitus "pour l'année 1788, Utrecht 1788, p. 208 (si allude ad un precunio ricorso contro il T. de parte di alcuni prelati delle diocesi di Parma); [Vittore Soprano, giansenista], Riflessioni sulle Omelie di fr. T. vesc. di Parma, 2 voll., s. n. t., all'Indice il 3 sett. 1825); G. Giac. Andrà, Apologia delle Omelie di mons. A. T., vesc. di Parma, o Apologia della Verità e della Religione, 2 voll., Assisi 1803-1804 e Carmagnola 1804; G. Ferrari Moroni, Il cappuccino T. e la Corte di Parma, Modena 1870; G. Drei, Notizie sulla politica ecclesiast. del ministere Du Tillot, sua corrispondenza espress. col vesc. di Parma, in Arch. st. per le Prov. Parmenti, nuova serie, 15 (1915), pp. 197-230; E. Santini, L'eloquenza it. dal Conc. Tridentino ai nostri giorni, I, Palermo 1923, pp. 197-210; C. A. Jemolo, Il giansenismo in Italia prima della Rivoluzione, Bari 1928, pp. 391-93; Placido da Pavullo, A. T. fu giansenista?, Reggio Emilia 1933; P. Savio, Devozione di mons. A. T. alla S. Sede, Roma 1939; G. Natali, Il Settecento, II, $2^{2}$ ed., Milano 1947 (v. indice); Lex. Capucc., Roma 1921, coll. 1743-44.

Fellco da Mareto
TURCHIA. - La Repubblica turca, proclamata il 31 ott. 1923, è lo Stato uscito dalla dissoluzione dell'Impero Ottomano e dal risorgimento nazionale promosso da Mustafà Kemal dopo il Trattato di Sèvres ( 10 ag. 1920). Ridotta a territorio quasi esclusivamente asiatico, con un'appendice europea (la Tracia orientale, ampia poco più della Lombardia), che le conserva Costantinopoli (Istanbul) e perciò

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![img-46.jpeg](img-46.jpeg)
(propr. Ene. Catt.)
Turchia - 1) Confini di Stato; 2) ferrovie; 3) rito armeno; 4) rito caldeo; 5) vicariato patriarcale caldeo; 6) rito bizantino; 7, 8, 9) rito siro; 10) vicariato patriarcale di rito melchita.
gli Stretti, non ha tuttavia dimesso la sua funzione di ponte fra Europa ed Asia, per la quale segna il passaggio dal Mediterraneo alla Transcaucasia, alla Mesopotamia ed all'altopiano iranico.
I. Geografia. - Il suo territorio, misurante in complesso 776.727 kmq . (dei quali 23.975 in Europa), la mette in contatto con Bulgaria, Grecia, Irān, 'Irāq, Siria e Unione Sovietica, ma i confini non costituiscono quasi mai una netta e solida frontiera, anzi han lasciato dietro contestazioni e rivendicazioni tutt'altro che sopite. Questo territorio risulta in sostanza da un vasto altopiano, la cui elevazione media ( 700 m .) va aumentando da O . ad E., attraversato da vari dossi montuosi e di regola costituito da bacini chiusi; due serie di rilievi paralleli, o quasi, alle coste settentrionali (M. Nero) e meridionale (Mediterraneo) lo segregano dalle influenze marittime, determinando un chiaro contrasto fra le regioni costiere e l'interno. Mentre le prime sono favorite da abbondanti o moderate (a S.) precipitazioni, e perciò rivestite di rigogliosa vegetazione o di macchia, l'altopiano interno e le montagne dell'Est (Armenia) sono aridi e stepposi, fatta eccezione delle brevi strisce prossime ai fiumi, che peraltro sono pochi e tutti a carattere torrentizio. Forte è anche il contrasto termico tra il clima mite, specie d'inverno, dei litorali, e quello rude e tipicamente continentale degli altipiani, dove il suolo è coperto per varie settimane dalla neve.

Poco meno della metà ( $47,2 \%$ ) della superficie territoriale è rappresentata da pascoli, ca. $1 / 7$ da foreste, ed un po' più di $1 / 4$ da arativi e colture legnose. L'interno è dominio della pastorizia: ma l'allevamento si volge essenzialmente agli ovini ( 26 milioni di capi) ed ai caprini ( 19 milioni); vi sono tuttavia 10 milioni di capi bovini e 3 di equini. In Anatolia notevole l'allevamento del baco da seta. Le colture cerealicole si vanno estendendo con l'irrigazione artificiale e dànno buoni quantitativi di cereali. Nelle regioni marittime prevalgono tabacco, mais e nocciole lungo il Ponto; cotone, vite, olivo, agrumi ed alberi da frutta lungo il Mediterraneo. Varie e cospicue le riserve minerarie, la cui conoscenza è ancora imperfetta e lo sfruttamento agli inizi, fatta eccezione per il carbon fossile, che si estrae nella regione di Ereğli ( $4-5$ milioni di tonn. negli ultimi anni). Per la cremite (Anatolia centrale) la T. occupa il secondo posto nel mondo; notevole anche la produzione di rame, di ferro, di zolfo, di manganese, di piombo e di zinco. In
via di sfruttamento, fra l'altro, il mercurio, il molibdeno e l'antimonio. Però l'industria è ancora assai lontana dalle sue possibilità; tuttavia ha fatto molti progressi dopo il 1923: in alcuni rami (cemento) copre già il fabbisogno nazionale, mentre per altri le attrezzature si vanno ampliando notevolmente (tessili, vetrerie, ceramiche, carta, cuoio, chimiche) ed i quantitativi si fanno più cospicui anche per quanto riguarda le industrie pesanti.

La popolazione ( 20,9 milioni di ab., 27 a kmq. nel 1950) è abbastanza omogenea dal punto di vista nazionale e religioso. Delle minoranze etniche la più cospicua è quella curda ( 1,5 milioni di anime); vi sono poi, fra gli altri, più di 150 mila Arabi, più di 100 mila Greci (Costantinopoli), e forse altrettanti Armeni, e minori gruppi di Circassi, Lazi, Georgiani, Israeliti, ecc.

Dei centri urbani, Istanbul ( 1 milione di ab.), pur essendo il più popoloso e il più importante, ha ceduto ad Ankara ( 287 mila ab.), nel cuore dell'altopiano, la funzione di capitale dello Stato (1923). Smirne (Tamir) conta 230 mila ab., Adana 118 e Bursa 100 mila.

Birl.: E. Anchieri (ed altri), La nuova T., Roma 1930; E. Lengyel, Turkey, Nuova York 1941; B. Ward, Turkey, Londra 1942; C. M. Tobin, Turkey: Key to the East, Nuova York 1944; M. W. Thornburg, e altri, Turkey: an economical appraisal, ivi 1949; T. S. A. Muniz, Economic and commercial Conditions in Turkey 1927-30, Londra 1951. Giuseppe Caraci
II. Storia. - Per le origini etniche, v. turcoMONGOLI.
I. L'Impero ottomano e le sue origini. - Nella seconda metà del sec. xili i Bizantini della famiglia dei Paleologi (dal 1261) tenevano da Costantinopoli gli ultimi avamposti sul continente asiatico, ridotti a poco più dei confini della Bitinia; un'altra dinastia bizantina, quella dei Comneni, regnava a Trebisonda. Tutto il resto dell'Anatolia (eccettuata la Cilicia costiera ancora in mano degli ultimi re della Piccola Armenia) era in mano dei Turchi musulmani che l'avevano invasa dal sec. xi.

Ma non v'era uno Stato turco unitario; i Selğ̄̄qidi, che da Conia avevano predominato per ca. un secolo e mezzo, erano stati ridotti a vassallaggio dai Mongoli, i quali avevano conquistato la Persia, abbattuto il Califfato di Bagdad ( 1258 ) e occupata l'Anatolia orientale e centrale. Nei territori marginali dello Stato selğūqide d'Anatolia s'erano formati molti emirati turchi : di Qaramān al sud

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(nella Cappadocia), che verso il 1300 , con l'estinguersi dello Stato selğūqide, aspirò ad assumerne l'eredità; di Menteše (Caria), di Äjdīn (regione del Meandro), di Sārujjān (Magnesia), di G.rrmijān (Frigia), di Qarasi (T'roade) dei Gandar (Paffagonia) e altri minori. Di questi emirati uno, che prese nome dal fondatore 'Osmān, nella Bitinia, al confine con l'Impero di Bisanzio, prevale in una lotta durata oltre un secolo, dando origine all'Impero ottomano. Fu l'emiro 'Osmān (arabo 'Oţman, nei cronisti bizantini Othoman, da cui il nome "ottomano") il primo a dare consistenza considerevole all'emirato e a estenderlo fino a Brussa (nel 1326, che è ritenuto anche l'anno della sua morte). Il suo successore Órḥān (1326-62) occupò il resto della Bitinia: Nicea (Iznlq) nel 1321, Nicomedia (Ismld) nel 1337, e passò in Europa conquistando la penisola di Gallipoli nel 1354 .

Chi erano questi Turchi raccolti intorno alla famiglia di 'Osmān? Quando i sultani ottomani nel sec. xv si compiacquero di sentir raccontare le origini della loro dinastia e del loro regno, si formarono leggende e genealogie che furono accolte poi nella storiografia aulica ottomana. Tra queste la più accreditata in seguito fu quella che faceva discendere 'Osmān da un Ertogrul e questo da un Sulejmān, principe turcomanno della schiatta degli Oguz e precisamente della tribù dei Qaji, venuto in Anatolia da Mahan (Asia Centrale) al principio del sec. xili per sfuggire alla pressione dei Mongoli. La famiglia di 'Osmān si sarebbe stabilita ai confini della Bitinia nel sec. xili come vassalla del sultano selğūqide di Conia. Questa versione è in gran parte leggendaria; non si hanno notizie sicure degli antenati di 'Osmān e si deve escludere che siano venuti nel modo su spiegato dall'Asia centrale nel sec. xili. Piuttosto è da ritenere che, comunque, un emirato di frontiera, il quale verso il 1300 era sotto il comando di 'Osmān, si formò nel sec. xili ai confini con la Bitinia e che l'ordinamento del nascente Stato non fu quello di una omogenea tribù degli Oguz, ma piuttosto di una signoria militare costituita da Turchi penetrati da tempo in Anatolia (invasione oğuz, cioè selğūqide, del sec. xi) e da nativi turchizzati, animata dallo spirito cavalleresco e religioso dei conquistatori musulmani (i gäzi "combattenti per la fede ", antagonisti naturali del corpo degli akritoi " solidati di confine" stanziati dai Bizantini sulle loro frontiere). In questa loro situazione gli Ottomani, eredi delle tradizioni di conquista armata dell'alām, portarono a compimento nell'Anatolia e nella penisola balcanica la conquista che gli Arabi musulmani avevano tentato nei secc. viI-IX in Asia Minore e che i Bizantini e poi le Crociate avevano fermato determinando uno stato di equilibrio nei secc. xI-xili.

La conquista di Adrianopoli (la data non è sicura, ma suoi collo