LO ( $1^{\circ}$ ventennio del sec. xII) - Troia, Cattedrale.
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In alto a sinistra: TUNICELLA RICAMATA IN SETA, opera della badessa benedettina di Gōsa (Stiria), Cunegonda II (1239-69) - Vienna, Museo storico industriale. In basso a sinistra: TUNICELLA DEL PARATO DI BONIFACIO VIII (sec. xiII) - Anagni, Tesoro della Cattedrale. A destra: TUNICELLA IN BROCCATELLO BIANCO, a fitti disegni gialli e violacei (sec. xvi) - Monreale, Duomo.
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(du E. Kahuol, L'Afrique du nord, Berlinu 1824. iav. 89)

(du E. Kahuol, op. cit., iav. 82)
In alto: L'ANTICO PORTO DI CARTAGINE. In basso: L'OASI DI GABES.
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(fol. Alianri)
In alto: LA PIETÀ. Cimasa della Pala Roverella (ca. 1474) già in S. Giorgio a Ferrara - Parigi, Museo del Louvre. In basso: CATTURA E MARTIRIO DI S. MAURELIO - Ferrara, Pinacoteca.
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In quel tempo 7 vescovi suffraganei erano soggetti a T., cioè i vescovi di Mayo, Killala, Roscommon, Clonfert, Achonry, Clonmacnoise e Kilmacduagh. Attualmente l'arcivescovo di T. ha come suffraganei i vescovi di Achonry, Elphin, Clonfert, Killala e Galway. Nel 1152 Ugo O' Hession divenne primo arcivescovo di T.; alla sua morte nel 1161 gli successe Cathal O' Duffy, che fu presente al Concilio Lateranense del 1179. Maurizio O' Fihily, francescano che fu fatto vescovo nel 1506 e mori a Galway nel 1513, fu conosciuto come Flos mundi a causa della sua grande erudizione; egli commentò molte opere di Giovanni Duns Scoto. Un altro francescano, Florence Conry, fu arcivescovo dal 1609 al 1629 ma non visitò mai la sua sede; fu molto versatile nelle opere di s. Agostino e difese gli interessi dei cattolici irlandesi alla corte di Spagna e altrove mentre era arcivescovo. Malachy O' Queely, che fu arcivescovo dal 1630 al 1645 , riconciliò molti eretici alla vera Chiesa e amministrò il sacramento della Cresima a roo.ooo anime; fu un ardente patriota e fu ucciso sul campo di battaglia presso la città di Sligo. Il vescovo più rappresentativo fu John MacHale (v.). John Mac Evilly, che mori nel 1902, fu pure un colto e zelante prelato : scrisse commentari in inglese di quasi tutto il Nuovo Testamento.
Nella diocesi di T. vicino alla città di Westport vi è la montagna santa di Croagh Patrick, dove s. Patrizio (v.) digiunò e pregò per 40 giorni e natti; l'ultima domenica di luglio ogni anno migliaia di fedeli vi vanno in pellegrinaggio. Un altro luogo di pellegrinaggio nella diocesi è Knock dove la B. Vergine con s. Giuseppe e s. Giovanni Evangelista sembra siano apparsi alla fine dello scorso secolo; fedeli provenienti da molte regioni visitano Knock ogni anno.
Bral.: W. Masiere Brady. The Episcopal succession in England, Scotland and Ireland, II, Roma 1876, pp. 128-so; O. J. Burke, The history of the catholic archbishops of T., Dublino 1882; U. J. Burke, The life and times of most rev. John MacHale, ivi 1882; P. J. Joyce, John Healy, archbishop of T., ivi 1931. Per le fonti v. J. Lynch, De Praesulibus Hiberniae, II, ivi 1944, pp. 213-61; T., in Commentarios Rinascimentoa (ed. Kavanagh), VI, ivi 1949.
Cataldo Giblin
## TU AUTEM, DOMINE, MISERERE NOBIS.
- Con queste parole, a cui il coro risponde "Deo gratias " il lettore termina le singole lezioni dell'Ufficio divino e le letture nel refettorio, in uso già nel sec. viII (Ordo Romanus XIX, 13 [ed. Andrieu]).
Per finire la lettura, dapprima più estesa, dell'Ufficio, il superiore dava un segno, un colpo sul tavolo (loc. cit., 11; Carlo Magno si dice aver dato il segnale "baculo aut sono gutturis") o secondo gli Ordines Romani XI, 8, e XII, 14 (ed. Mabillon) il diacono richiamava al lettore le prime parole "Tu autem", e il lettore continuava ripetendole e dicendo il verso intiero. Perciò dopo "Tu autem" non si sottintende : "cessa", "desine" né simili parole. Oltre il T. a. erano in uso anche altri finali, come tuttora nel primo Notturno del triduo sacro dopo le lamentazioni di Geremia "Jerusalem, Jerusalem, convertere ad Dominum Deum tuum", o dopo la lettura dei profeti "Haec dicit Dominus..." o dopo quella dell'Apostolo "in Christo Jesu Domino nostro" ecc. I Capitoli brevi dei Vespri, delle Lodi e delle Ore minori, perché già dapprima determinati e detti a memoria, non finiscono col T. a., ma sono seguiti dal "Deo Gratias".
T. a. si spiega come domanda di perdono a Dio per gli eventuali difetti durante la lettura o, meglio, come preghiera per ottenere i frutti della lettura. Analogicamente a questo ringraziamento finale della lettura precede la benedizione al lettore.
Come accenna s. Benedetto (Regola, capp. 9 e 11), il lettore riceve dal superiore una benedizione o una specie di autorizzazione, chiesta con la formula "Jube, domne, benedicere", "Benedic pater", o simili, benedizione già adoperata da s. Ambrogio. Formulari di questa benedizione ne esistono in grande varietà. Anche il vescovo o il papa, prima di leggere, chiede la benedizione col "Iube, Domine, benedicere», rivolgendosi col "Do-

(let. Tides)
Tsitsikar, prefettura apostolica di - La Cattedrale - Tsitsikar.
mine" a Dio stesso (il termine contratto domne, indica il signore terreno e temporale), ma nessuno benedice e il coro risponde immediatamente "Amen".
Bial.: C. Callewaert, De Brev. Rom. Liturgia, Bruges 1939, nn. 282 e 283 ; id., T. a. D. m. n., in Sacris Erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 189-88; A. Wilmart, Séries de Bénédict. pour l'Off. dans un recueil de Nonantola, in Eph. lit., 45 (1931), pp. 354-67; M. Righetti, Man. di Stor. lit., II, Milano 1946, pp. 342-44; M. A. Olivar, Série de "Benedictiones Lectiomun" en Cod. Montserrat. 72, in Eph. lit., 62 (1948), pp. 230, 234; id., Les Benediciones Lectiomun Off., d'après les docum. de Montserrat aux environs de 1300, ibid., 65 (1949), pp. 42-56. Pietro Siffrin
TUBALCAIN (ebr. Tûbhal qájin, Settanta Өoßż $\chi$ xal $\tilde{\eta} \boldsymbol{\eta}$ ). - Figlio di Lamech (v.), discendente in quinto grado di Caino. Egli "affilava (cioè, cominciò l'arte di affilare) ogni strumento di rame e ferro" (Gen. 4, 22) : un particolare nel complesso di formazione della civiltà materiale, attribuita ai Cainiti. Delle origini antidiluviane della lavorazione dei metalli parlano anche le tradizioni babilonesi (frammento "Quando Anu creò il cielo" in H. Gressmann, Altur. Texte, Berlino-Lipsia 1926, p. 129).
Singolare è il doppio nome ebraico, in cui alcuni critici ritengono secondaria la seconda parte -qájin.
Giovanni Rinaldi
TUBERCOLOSI. - Malattia infettiva ad andamento per lo più cronico, ma talvolta tumultuoso e fulminante, prodotta da un particolare bacillo (Mycobacterium tubercolosis) individuato da R. Koch nel 1882.
La malattia ha una diffusione pressoché ubiquitaria e colpisce tutte le età, tanto che si considera che, esclusi
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i lattanti, il $40-50 \%$ dei cadaveri presenti lesioni da t. come causa di malattia palese o latente. Clinicamente la malattia è più frequente tra il $2^{\circ}$ e il $7^{\circ}$ anno di vita, ma la mortalità raggiunge l'acme tra il $14^{\circ}$ e il $30^{\circ}$ anno.
Tutte le età possono però essere colpite, anche la vecchiaia, con lesioni a carico dei più svariati organi ed apparati, pur essendo di gran lunga più frequente delle altre la localizzazione nei polmoni ( $70 \%$ negli adulti). L'enorme diffusione della t. è attestata anche da alcune recenti statistiche anatomopatologiche di Naegeli (Zurigo) secondo le quali lesioni da t. si riscontrerebbero in una percentuale del $15 \%$ nella prima decade della vita, del $30-60 \%$ nella seconda decade e addirittura del $99 \%$ nelle ultime decadi della vita. Secondo Hamburger e Monti (Vienna), poi, la cutireazione alla tubercolina (indice di una infezione tubercolare manifesta o latente, in atto o già superata), sarebbe positiva in una percentuale del $99 \%$ dei soggetti, già dal $14^{\circ}$ anno di vita.
Il bacillo di Koch, a forma di bastoncello leggermente ricurvo, è caratterizzato da una particolare resistenza agli acidi e ai comuni antiaettici, in virtù di una capsula cerea di rivestimento di cui è fornito. Questa stessa capsula è probabilmente responsabile anche della scarsa efficacia dei vari mezzi terapeutici oggi conosciuti e della lunga sopravvivenza del germe nell'ambiente esterno. Oggi sono stati individuati tre tipi differenti di bacilli della t. : l'umano, il bovino e l'aviario, ma solo i primi due pare abbiano importanza nella patologia umana. Questi germi, penetrati nell'organismo, per lo più per le vie respiratorie ( $96 \%$ dei casi), o anche per via ingestoria ( $1,4 \%$ dei casi, per lo più lattanti allattati con latte di vacche tubercolotiche) determinano caratteristiche alterazioni dei tessuti, con la formazione dei cosiddetti "tubercoli" o "granulomi tubercolari", che si evolvono costantemente verso un tipo particolare di necrosi dei tessuti, la "necrosi caseosa". Consecutivamente, a seconda della virulenza del germe e della capacità reattiva dell'organismo, si potrà avere una evoluzione relativamente benigna, con trasformazione fibrosa e calcificazione del precesso tubercolare (forme produttive), o, al contrario, potrà intervenire una colliquazione della sostanza caseosa preformata con ulcerazione e distruzione dei tessuti dell'ospite e formazione di caverne ed ulceri (forme essudative e caseose). Naturalmente non sempre si ha uno schematismo cosi rigoroso, per cui nella pratica clinica può darsi una contemporanea presenza o un alternarsi dei due processi, si che Micheli parla più giustamente di "forme prevalentemente produttive" e "forme prevalentemente essudative".
La t. è stata per lungo tempo considerata una malattia ereditaria e familiare, ma attualmente le idee si sono notevolmente modificate. La t. ereditaria, infatti, legata ossia ai "geni" (elementi preformati vettori dei caratteri ereditari, contenuti nello spermatozoo e nell'ovulo) e trasmissibile secondo le leggi mendeliane, è oggi esclusa da tutti gli autori. In rarissimi casi si può parlare di t. congenita, potendo questa ammettersi solo dimostrando una fase ultravirale del bacillo di Koch, capace in tal modo di varcare il filtro placentare dalla madre al feto, cosa per altro non dimostrata. Gli unici casi possibili, quindi, sono quelli determinati dal passaggio del germe attraverso eventuali lesioni placentari, durante il corso della gravidanza; vale pertanto oggi la regola generale: tubercolotici non si nasce ma si diventa. Esiste però senza dubbio una particolare predisposizione ereditaria ad ammalare di t., dimostrata dalle statistiche che affermano che i figli sono tubercolotici nel $43 \%$ dei casi se ambedue i genitori sono ammalati, nel $33,15 \%$ se è infermo uno solo, nel $24,6 \%$ nel caso di genitori sani. Più dunque che di vera ereditarietà della malattia, si deve parlare di predisposizione ereditaria, legata alla particolare costituzione che l'individuo presenta alla nascita e che lo rende più soggetto a soccombere di fronte all'infezione tubercolare. Si è visto infatti che due biotipi (v.) particolari sono quelli che forniscono il maggior numero di malati : il biotipo longilineo astenico (abito tisico ippocratico, abito astenico di Soller), e il biotipo linfatico con diatesi essudativa (abito pastoso di Czerny). Mentre il primo, però, per la scarsa reattività dei suoi tessuti, soccombe facilmente di fronte al germe,
presentando le più gravi forme ad evoluzione ulcerativa e necrotizzante, il biotipo linfatico, dotato di un tessuto connettivo di difesa iperattivo, presenta per lo più forme croniche, circoscritte, ad evoluzione fibrosa e quindi relativamente benigna. Accanto però ad una predisposizione alla t., si deve constatare la coesistenza di una relativa immunità verso la malattia, testimoniata dal fatto che le popolazioni precedentemente immuni dall'infezione tubercolare, una volta venute a contatto con il bacillo di Koch, hanno dimostrato una mortalità molto più elevata di quella delle popolazioni dove la t. è considerata malattia endemica. Basta a questo proposito il caso degli abitanti dell'isola di Taiti, i quali, venuti accidentalmente a contatto con il bacillo di Koch, ad opera della colonizzazione portoghese, hanno subito in poco tempo una mortalità per t. dell' $87,5 \%$, riducendosi la popolazione da 80.000 a 7.000 individui.
Fatti, pertanto, contrastanti, che vengono spiegati oggi con le moderne teorie dell'allergia e dell'immunità (v. microbiologia), tanto che nel campo della t. si parla proprio di una "allergia tubercolare", nel senso di una reazione deviata dal normale. Ranke, che molto si è occupato del problema, distingue tre fasi del processo allergico dell'organismo venuto a contatto con il bacillo della t. Un primo stadio caratterizzato da intensa reazione del tessuto colpito e formazione del " complesso primario "; un secondo con tendenza alla generalizzazione del processo per ipersensibilità dei tessuti all'azione nociva del germe; un terzo stadio, infine, caratterizzato da una relativa immunità e dalla tendenza delle lesioni a localizzarsi in un solo organo. Questo semplicismo e schematismo è forse eccessivo e non può chiarire in pieno il complesso problema allergico della t., pure giova non poco a chiarire la diversità del comportamento, non solo dei singoli individui, ma delle popolazioni intere, di fronte all'infezione tubercolare. Tra le popolazioni europee, infatti, è molto più frequente che fin dai primi anni di vita la ricerca dell'esistenza di una infezione tubercolare riesca positiva, ma, d'altra parte, il continuo contatto con il germe e con le sue tossine, fa si che prevalgano clinicamente le forme produttive benigne dovute allo stato di relativa immunità.
Dal punto di vista clinico, la malattia tubercolare può distinguersi in t. primaria (caratterizzata dal " complesso primario" per lo più localizzato al polmone) e in t. post-primaria, la quale, pur prediligendo i polmoni, può localizzarsi in qualunque altro organo o distretto (sierose, sistema nervoso, organi peritoneali, ossa, apparato urogenitale, ghiandole endocrine). Il decorso delle varie localizzazioni è per lo più cronico; ma talvolta la t. assume un andamento tumultuoso e rapidamente mortale, sia nei riguardi dell'estensione del processo (forme miliarriche), sia della gravità in sé (visi galoppante o broncopolmonite caseosa confluente), sia dell'importanza dell'organo interessato (moningite tubercolare, t. delle surrenali), sia in rapporto alle condizioni particolari di energia del soggetto (t. dei lattanti, degli alcoolisti). Altre volte la t. può decorrere del tutto asintomatica e passare inosservata all'individuo, ma tali forme subdole hanno tuttavia grande importanza dal punto di vista medico e sociale, costituendo una fonte continua di contagio per la collettività. La t. riveste infatti la massima importanza dal punto di vista sociale, sia per i danni che essa produce all'eugenetica e al movimento demografico di una nazione (da alcuni autori viene attribuita all'intossicazione tubercolare del feto la capacità di determinare anche stati di psicodegenerazione), sia per il danno che può apportare dal punto di vista economico per la sua caratteristica cronicità, sia anche per la contagiosità e l'alta mortalità già sopra ricordata.
La lotta contro la t. si svolge in primo luogo attivamente in senso profilattico. Tale prevenzione viene oggi attuata da per tutto direttamente dallo Stato, o per lo meno sotto il suo controllo, secondo due direttive: rafforzare l'organismo in modo da aumentare le sue capacità di resistenza all'infezione, particolarmente durante l'età dello sviluppo (istituzione di colonie per predisposti, razioni supplementari, vaccinazioni, norme igieniche
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varie); ridurre al minimo possibile la probabilità di contagio mediante l'isolamento dei malati (sanatori, villaggi costruiti appositamente come quelli di Papworth in Inghilterra e di Clairevivre in Francia) e la disinfezione degli ambienti.
Oltre che nel campo profilattico, in quello terapeutico sono stati realizzati in questi ultimi decenni notevoli progressi. L'attuale terapia mira principalmente a tre scopi : aumentare i poteri difensivi dell'organismo, combattere il bacillo di Koch, circoscrivere e ridurre in ogni modo, anche chirurgicamente, le lesioni già provocate, in modo da evitare la diffusione della malattia e determinare la formazione di una cicatrice permanente. Importanti sono state, pertanto, le scoperte di alcuni farmaci dotati di potere batteriostatico e battericida sul bacillo di Koch quali il "solfone", la "streptomicina", l'"acido para-amino-salicilico" e l'"idrazide dell'acido isonicotinico", i quali hanno permesso di modificare in senso benevolo la prognosi di alcune forme tubercolari considerate un tempo ad esito costantemente infausto, quali la t. miliare e la meningite tubercolare. Risultati non ugualmente soddisfacenti si sono avuti con i suddetti farmaci, nelle forme cavitarie polmonari, nelle quali ogni terapia chemioterapica va associata alla collassoterapia. Questa terapia, iniziata dal Forlanini, si basa essenzialmente sul principio di mettere a riposo la parte del polmone ammalato in modo di permettere una facile cicatrizzazione della lesione tubercolare. Metodo essenziale è pertanto il pneumotorace (pnx) con il quale si immette nel cavo pleurico l'aria in quantità tale da neutralizzare la pressione negativa normalmente esistente nel cavo pleurico. Con il tempo tale metodo si è andato sempre più perfezionando e ha subito anche modificazioni, si che oggi non solo si distingue un pnx ipertensivo da uno ipotensivo, uno omolaterale da uno controlaterale e uno bilaterale, ma si attua anche un pnx extrapleurico quando la presenza di eccessive aderenze tra pleura parietale e pleura viscerale impedisca l'immissione dell'aria nel cavo pleurico. Esistono inoltre oggi numerosi altri metodi di collassoterapia di spettanza prettamente chirurgica, ma non privi di benefico effetto in determinate circostanze (pleurolisi, intrapleurica, frenicectomia, ablazione parziale o totale del polmone malato, ecc.). Secondo la maggior parte degli autori moderni, la terapia tubercolare deve essere sempre fondata, nelle forme polmonari, sulla collassoterapia, ma non si può negare il benefico effetto dei farmaci antitubercolari, specialmente dal lato sociale, data la capacità che essi hanno di rendere non più contagianti i tubercolotici, che, come si sa, trasmettono la malattia nell'ambiente mediante le microscopiche goccioline di saliva prosettate con la tosse e contenenti bacilli di Koch.
Un ultimo accenno occorre fare ai problemi medicamentali connessi con la t. Essi riguardano particolarmente : l'internamento dei malati, l'imposizione di un accertamento sulla presenza o meno dalla malattia, il matrimonio e la gravidanza. In tutti questi casi è evidente l'urto inevitabile che una legislazione coercitiva, che ponga in primo piano l'interesse della collettività, può avere nei riguardi dei diritti della persona umana. Bisogna infine ricordare che, fino a qualche anno fa, la t. costituiva una delle indicazioni più frequenti per praticare l'aborto (v.) terapeutico. Attualmente però la maggior parte dei tisiologi e dei ginecologi ritiene che se pure da un lato, in alcune forme gravi, sia consigliabile evitare la gravidanza, d'altra parte l'aborto terapeutico è da proscriversi per il grave danno che inevitabilmente porta con sé l'interruzione della gravidanza; tanto più che nelle forme più gravi si ha facilmente l'aborto spontaneo, meno traumatizzante e pericoloso di quello provocato.
Bib.: F. Micheli, T. polmonare, in A. Ceconi, Medic. interna, $2^{2}$ ed., Torino 1937; L. Ferrin, Comp. di patol. med. e terapia, $3^{2}$ ed., ivi 1944; M. Sposito, Appunti di patol. med., Roma 1947; Congres national des 2-3 avril 1949 de la Soc. médicale belge de St-Luc, cf. J. Van Rossum, La lutte antituberculeuse, in St-Luc médical, 21 (1919), pp. 148-56; IV Congr. internaz. dei Medici coll., Roma 1949, cf. H. Grénot, Les droits et les limites de la médecine soc. vis-à-vis de la personne hu-
maine, in Minerva medica, 41 (1920), p. 23 sgg.; M. Bufano, Tratt, di patol. speciale med. e terapia, $2^{2}$ ed., Milano 1949; G. Motta, Aborto terapeutico e the polmonare, in Gazzetta sanitaria, 22 (1951), nn. 8-9; G. de Ninno, Onest. medico-morali, $4^{2}$ ed., Roma 1951.
Alessandro Marolla
TUBILUSTRIUM. - Festa romana che compare due volte nel calendario "numano", la prima celebrata il 23 marzo (ultimo giorno delle Quinquarrie), la seconda il 23 maggio.
Riguardo alla prima la nota del calendario Prenestino riporta : «Festa di Marte». Questo giorno è così chiamato perché nell'atrio Sutorio si fa la lustrazione delle trombe (tubae) usate nelle sacre cerimonie. Secondo Lutazio, tra le rovine del Palatino incendiato dai Galli sarebbe stato ritrovato il bastone (claxa) con il quale Romolo avrebbe inaugurato la città (cf. Varrone, De lingua lat., VI, 14). Il T., pertanto, era una cerimonia religiosa di carattere militare (cf. Lydus, De mens., IV, 42; Ovidio, Fasti, III, 850), cui prendevano parte i Salii e i tubicines sacrorum populi Romani (Festo, 482; Varrone, op. cit., V, 117), nella quale si purificavano con il sacrificio di una pecora (Festo, 480) le trombe usate nei riti religiosi e nella guerra.
Il fatto che il T. celebrato a maggio fosse, invece, sacro a Vulcano - il protettore della forgiatura dei metalli è forse spiegabile con le parole stesse di Ovidio (Fasti, V, 725-26): "Lustrantur purse, quas facit ille, tubae».
Bibl.: Th. Mommsen, in CIL, I (1893), p. 313; W. Warde Fowler, The roman festivals, Londra 1899, pp. 63, 123; W. Ehlers, s. v. in Pauly-Wissowa, VII A 1 (1939), coll. 755-756.
Cesare D'Onofrio
TUBINGA. - Città della Germania nel Würtemberg; celebre per la sua Università, che la rese fin dal periodo umanistico uno dei fari principali delle scienze.
I. L'Università. - Fu fondata il 13 luglio 1477 , in virtù dei pieni poteri concessi da Sisto IV con la bolla del 13 nov. 1476, dal duca di Württemberg, Eberardo im Bart, dietro consiglio del suo antico amico e maestro Giov. Naucfero ed ottenne la conferma imperiale da Federico III nel 1484. Primo rettore ne fu (1482-1509) lo stesso Nauciero; commissario papale Enrico Fabri, abate di Blaubeuren. Si ebbero 4 Facoltà: teologia, legge, medicina e filosofia, disimpegnate da 14 scelti professori (tra cui, oltre al Nauclero, J. Heylin, J. Stöffler, J. Reuchlin, E. Bebel, F. Melantone) che la portarono presto a splendida fioritura.
Nel 1534 tutta la regione dovette passare alla riforma per volontà del duca Ulrico; quindi anche l'Università mutò orientamento e divenne soltanto istituzione statale; molti professori furono destituiti, e altri sottentrarono, favorevoli alle nuove idee (J. Camerarius, P. Phrygius, S. Schnepf, A. e L. Osiander) che la trasformarono in una roccaforte della ortodossia luterana. A darle fama e allievi cooperò l'erezione, nel 1536, del cosiddetto «Stipendium» (più tardi chiamato «Stift» e oggi seminario evangelico). Nel sec. xvili la rigida ortodossia cedette il passo ad una più ampia libertà di pensiero nella Facoltà teologica, finché verso la fine del secolo si spiegò la profonda influenza di Christian Gottlieb Storr, il quale diede origine a quella che viene chiamata la «Scuola di T.».
Celestino Testore
II. La «Scuola di T.». - La «Scuola di T.» ebbe due periodi : il primo (scuola antica), iniziato da G. Ch. Storr (1777-97) con l'abbandono della rigida posizione ortodossa, che aveva caratterizzato la Facoltà di T. nei secc. XVI-xviI durante le controversie interne del luteranesimo (v.), e con l'accoglimento di punti di vista illuministici e del criticismo kantiano, ma mantenendo fermo il fondamento biblico del sistema dogmatico, cosi che il suo orientamento può essere definito un soprannaturalismo razionale; fu in quest'atmosfera che si formarono, tra gli altri, Hegel e Schelling, alunni del celebre Collegio universitario (Stift), riservato agli aspiranti alla professione di pastori luterani.
Il secondo periodo (la «Nuova scuola») ebbe inizio con la ripresa della Facoltà teologica, dopo la crisi dell'epoca napoleonica, nel quadro della riorganizzazione
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delle università, che si ebbe intorno al 1830 con una nuova redistribuzione degli insegnamenti tra le diverse cattedre, accresciute di numero. Di essa è da considerarsi fondatore e capo F. C. Baur (v.), che, sulla linea della sinistra hegeliana, diede il massimo sviluppo alla revisione critico-razionalistica del sistema dogmatico e delle sue basi storico-bibliche. Ma chi ha dato maggiore risonanza alla scuola di T. fu D. F. Strauss (v.) che negò il valore storico dei testi neotestamentari, affermandoli espressione della fede delle primitive comunità nel Cristo e una storia del «mito di Cristo». Lo Strauss giustificava così lo spostamento del centro della storia del cristianesimo da Gesù a Paolo, in quanto formulatore e testimonio della fede delle comunità primitive.
Queste posizioni, che crearono la rinomanza della scuola, non rimasero però senza contestazione neppure nella Facoltà di T.; lo stesso Strauss non riusci ad avere la cattedra e rimase "ripetitore" nel convitto teologico; la Facoltà dalla metà del sec. xix ebbe così un orientamento eclettico, in quanto nel corpo docente furono rappresentati tutti gli indirizzi teologici. Però i docenti che ebbero più fama furono quelli dell'indirizzo storico-critico radicale, con maggiori o minori sforzi di trovare un compromesso con la teologia ufficiale della chiesa, a cui la facoltà doveva fornire i pastori. Tale il caso dello storico delle religioni A. Bertholet (1913-14), titolare della cattedra di Vecchio Testamento; dello storico della Chiesa G. Weizsäcker (1861-99); dei professori di esegesi del Nuovo Testamento A. Schlatter (1898-1922) e W. Heitmüller (1923-25); la chiamata di quest'ultimo suscitò polemiche analoghe a quelle intorno al nome di D. F. Strauss, per il radicalismo della sua posizione storicocritica. Organo della nuova scuola di T., rappresentativo del periodo del suo più accentuato liberalismo teologico, sono stati i Theologische Jahrbücher (1842-57).
III. La "Facoltà teologica cattolica di T.". Sorse nel 1817 , quando re Guglielmo I di Württemberg trasportò a T. I' "Accademia teologica fondata nel 1812 da suo padre, Federico I, a Ellwangen e la incorporò all'Università, come Facoltà teologica cattolica, fondando anche un collegio o seminario per gli alunni cattolici in riscontro del seminario per quelli protestanti. L'indirizzo caratteristico della nuova Facoltà (che viene spesso chiamato "Scuola cattolica di T.") sta, quanto alla teologia, nella fusione armonica del metodo storicopositivo con il metodo speculativo; quanto alla filosofia, nello studio approfondito delle correnti spirituali moderne e nello sfruttamento della moderna filosofia, debitamente corretta e vigilata dal pensiero cattolico, in favore della teologia. L'influsso esercitato su tutta la Germania da scelti professori (tra cui è bene citare : J. S. Drey, J. B. Hirscher, J. A. Möhler, J. G. Herbst, J. Kuhn, C. J. Hefele e da numerosi alunni, tra cui F. A. Staudenmayer, F. Probst, P. B. Gams, F. X. Funk, P. Schanz, ecc.) è sempre stato assai notevole. La Facoltà cattolica ha per suo organo la rivista: Theologische Quartalschrift (v.).
Bibl.: F. C. Baur, Die Gesch. der theol. Fakultät 1777-1812, in Gesch. der Univers. Tübingen. Tubinga 1849; K. Weissb/ser, Lehrer und Unterricht an der evang.-theol. Fakultät T., ivi 1877; J.-M. Lagrange, Le sens du Christianisme d'après l'exégèse allemande, Parigi 1918; M. Leube, Gesch. des Tübinger Stifts, Tubinga 1921-36; G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, introduzione critica, Milano 1940, pp. 207-46.
Mario Bendiacioli
TUGSON, DIOCESI di. - Città e diocesi nella provincia ecclesiastica di Los Angeles, Stato di Arizona, U.S.A.
Ha un territorio di 57.000 kmq ., con una popolazione totale di 600.000 ab. dei quali 200.000 sono cattolici. Vi sono 122 parrocchie servite da 90 sacerdoti diocesani e 68 religiosi; 4 comunità religiose maschili e 19 femminili (4II suore), I seminario e 3 ospedali (Ann. Pont. 1953, p. 435).
Fino al 1853 il territorio dell'Arizona era parte delle diocesi di Durango nel Messico e nel 1859 veniva annesso alla diocesi di Santa Fé. Fu poi elevato a vicariato apost. nel 1868 ed elevato a diocesi da Leone XIII l'8 maggio 1897 per tutto il territorio dell'Arizona come suf-
fraganea di Santa Fé. Il primo vicario apost. fu mons. G. B. Salpointe. Pio XI con la cost. apost. Nimis amplas ecclesiasticas provincias, dell'it luglio 1936 eresse l'arcidiocesi di Los Angeles, e T. venne separata dalla provincia ecclesiastica di Santa Fé per formare la nuova provincia di Los Angeles.
Gli indigeni furono visitati fin dal 1539 da fra' Marcos de Niza ed evangelizzati nei secc. xvir e xviri dai Francescani e dai Greuiti. Delle varie chiese da essi fondate non rimangono che quella di Tumacacuri, ora in parte caduta in rovina, e quella di S. Xavier del Bac, fondata dal celebre p. Chino nel 1699 , il migliore esempio dello stile missionario del Rinascimento spagnolo nel Messico settentrionale, ora ancora conservata e ufficiata.
Bibl.: H. Grandion, s. v. in Cath. Enc., XV, pp. 84-85; AAS, 23 (1936), pp. 488-90; Th. Boemas, The Cath. Church in the Un. States, St. Louis-Londra 1950, p. 314; The Offic Cath. Direct., Nuova York 1951.
Gustano Carrière
TUCUMAN, DIOCESI di. - Città capitale e diocesi nella provincia omonima in Argentina.
Su una superficie di kmq. 27.000 conta una popolazione di 660.000 ab. dei quali 600.000 cattolici; il clero è formato da 55 sacerdoti diocesani e 86 regolari distribuiti in 30 parrocchie; ha un seminario; 17 comunità religiose maschile e 40 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 435).
La diocesi fu eretta dal papa Leone XIII il 15 febbr. 1897, con il territorio della diocesi di Salta, quale suffraganea di Buenos Aires. Suo primo vescovo fu mons. Pablo Padilla y Barcena (m. nel 1921). Attualmente è suffraganea di Santa Fe. La cattedrale è dedicata a s. Michele.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LXIV, pp. 1319-22; A. A. Mac Erlean, s. v. in The Cath. Enc., XV, p. 85.
Enrico Josi
TUDELA, diOcesi di : v. tABazona, diOcesi di.
TUGUEGARAO, diOcesi di. - Diocesi e città capitale della provincia di Cagayan, nell'isola di Luzon (Isole Filippine).
Comprende la parte nord-est dell'Isola abbracciando le province di Cagayan, Isabela, Nueva Vizcaya e Batanes. Ha una superficie di 11.841 kmq . con una popolazione di 673.550 ab. dei quali 545.000 sono cattolici; conta 49 parrocchie servite da 35 sacerdoti diocesani e 42 regolari; ha seminario maggiore e minore; i comunità religiosa maschile e 5 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 435-36).
La diocesi fu eretta dal papa b. Pio X il 10 apr. 1910 per smembramento dalla diocesi di Nueva Segovia. Suo primo vescovo fu mons. Maurice Patrick Foley, nominato il 10 sett. 1910. Nel 1917 furono fondati i Seminari maggiore e minore nel Collegio di S. Giacinto sotto la direzione dei Domenicani. La diocesi è suffraganea di Nueva Segovia.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LXIV, p. 1351; M. Foley, s. v. in Cath. Enc., XV, pp. 85-86.
Enrico Josi
TUKI, Rafáel. - Vescovo copto di Arsinoe, letterato e liturgista, n. in Girga (Alto Egitto) da famiglia copta eterodossa nel 1701, m. in Roma il 16 ott. 1787 .
Diacono diciannovenne, abiurò l'eresia nelle mani del p. Claudio Sicard S. I. I Francescani della prefettura apost. dell'Alto Egitto lo inviarono nel 1724 al Collegio Urbano di Propaganda Fide, in Roma, dove conseguì la laurea in teologia il 27 maggio 1735 . Ordinato sacerdote il 5 giugno dello stesso anno, ebbe subito incarico dalla Congregazione di Propaganda dell'edizione dell'Euchologium, contenente le tre anefore del rito alessandrino copto (Roma 1736). Ritornato in Egitto nel maggio 1737, attese all'apostolato per l'adesione del patriarca copto Giovanni XVII alla Chiesa romana. Chiamato a Roma dalla Congregazione nel 1739, fu professore di lingua copta nel Collegio Urbano per oltre 40 anni. Frutto del suo insegnamento sono: Rudimenta linguae coptae sive aegyptiacae ad unum Collegii Urbani de Propaganda Fide (Roma 1778). Attese alla monumentale edizione dei libri liturgici della Chiesa
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(per cortesia del p. Giulio Basctli O.F.M.)
Tukl, Rafáel - Ritzatto. Copia del quadro esistente nel Patriarcato copto-cattolico di Kubbe (Cairo) - Roma, Collegio di Propaganda Fide.
alessandrina: il Salterio con i cantici (1744); il Diurno (1750), la prima parte della traduzione della Volgata in arabo, Pentateuco, Giudici, Rut, i Re, Paralipomeni, Esdra e Tobia (1752); la prima parte del Pontificale copto nel 1761 e la seconda parte nel 1762; il Rituale dei Sacramenti (1763) e le Theotokie (1764).
Alla Biblioteca Vaticana attese a ricopiare manoscritti e codici arabi e copti. Preparò una revisione e correzione del \& Sinnassario copto = ancora inedita, ed una traduzione araba del Martirologio romano (1763). Tradusse in arabo i commenti di s. Gregorio Nisseno al Cantico dei Cantici, all'Ecclesiaste e sull'Oratio Dominica. Fu nominato vescovo titolare di Arsinoe nel 1761.
Bibl.: A. Giorgi, Fragmentum Ebung. s. Ioannis groecosopto-dedaticum, Roma 1769, p. 12; E. Qustromèrn, Rech. critiques e. histor. sur la langue et la littér. de l'Egypte, Parigi 1808, pp. 91-93; Leonardo da Leonessa, S. Stefano Maggiore degli Abissini e le relaz. romano-etiopiche, Città del Vaticano 1929. p. 292.
Giulio Basetti Sani
TULANCINGO, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Hidalgo (Messico).
Si estende su una superficie di 20.000 kmq . con una popolazione di 641.800 ab., dei quali 636.000 cattolici; ha 56 parrocchie servite da 83 sacerdoti diocesani e 2 regolari; conta 2 comunità religiose maschili e 17 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 436).
I primi a predicare il Vangelo in quello Stato furono nel sec. xvi i Francescani, che vi fondarono un convento retto dal p. Juan Padilla. Anche gli Agostiniani lavorarono molto in quelle regioni. Il papa Pio IX elevò la città di T. a diocesi il 22 genn. 1862, quale suffraganea dell'arcidiocesi di Messico, formandola con 38 parrocchie di Messico e 16 della diocesi di Puebla.
Bibl.: C. Crivelli, s. v. in Catb. Enc., XV, p. 86; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LXIV, pp. 1363-64.
TULLE, diOCESI di. - Diocesi e città capoluogo del dipartimento della Corrèze, già del Basso Limosino in Francia.
Ha un'estensione di 5887 kmq . con una popolazione di 254.000 ab., dei quali 245.000 cattolici, distribuiti in 293 parrocchie, riunite in 3 arcipreture. E servita da 228 sacerdoti diocesani e 16 regolari; ha grande e piccolo seminario, 6 comunità religiose maschili e 55 femminili (Ann. Pont. 1953, pp. 436).
Sembra che il nome derivi da un'antica divinità locale Yatela. La diocesi fu creata dal papa Giovanni XXII il 15 ag. 1317. Gli inglesi l'occuparono nel 1346 e nel 1369. Un terribile incendio devastò la città il 24 maggio 1524 ; essa soffrì inoltre durante le guerre di religione. La diocesi è suffraganea di Bourges e suo patrono è S. Martino di Tours. Nel luogo sorse un'abbazia fondata secondo alcuni da s. Martino, secondo altri da s. Calmino esule di Alvercia; la diocesi sorse per amembramento da quella di Limoges, e primo vescovo ne fu l'abate Arnaldo di St-Astier; ma il Capitolo fu secolarizzato solo nel 1517. Fra i suoi successori si ricordano: Ugo Roger, detto il card. di T. (1342-43); J. Fabri (13701371) poi cardinale; J. Mascaron (1671-79) che morì vescovo di Agen nel 1703; Ch. Duplessis d'Argentré (17231740); J. B. Berteaud (1842-78).
La Cattedrale è l'antica chiesa abbaziale di S. Martino del sec. xit. Un portico ad archi immette al portale di tipo limosino; la torre campanaria si eleva a 75 m . e termina con una freccia del sec. xiv; sulla sua faccia settentrionale nel timpano delle finestre è una Madonna assisa tra due angeli e in due nicchie sono s. Martino e un abate. L'interno è diviso in tre navate da pilastri formati da fasci di 4 colonne; l'abside non esiste più. La venerata statua lignea dipinta e dorata di S. Giovanni Battista veniva portata in processione la sera del 24 giugno per il voto fatto nel 1348 durante la pestilenza; essa veniva detta "procession de la lunade", perché nel 1348 la sera del 24 giugno fu il plenilunio. A destra della Cattedrale sono il chiostro del sec. xili e la sala capitolare che conserva affreschi del sec. xiv con l'Ingresso del Signore in Gerusalemme e l'Ultima Cena. Nel chiostro è stata disposta parte del Museo archeologico; vi si notano la statua di Notre-Dame-du-Bois-des-Moines e frammenti architettonici della Cattedrale. Annessa alla Cattedrale è l'artistica casa "de Loyac" o "maison de l'abbé" del sec. xvi. Il monastero della Visitazione del sec. xvir, con la sua cappella ottagonale, è stato trasformato in ospizio. L'antica chiesa di S. Pietro, già dei Carmelitani, ha forma ottagona circondata da cappelle dalla fine del sec. xvir.
Nacquero nel territorio della diocesi s. Martino di Brive (sec. v), discepolo di s. Martino di Tours; s. Sacerdote, n. ad Argentat, poi vescovo di Limoges (sec. vi); s. Liberale, n. a Brive e ivi m. nel 940, che fu vescovo di Embrun; s. Stefano di Aubazine, che vi fondò alla fine del sec. xi un monastero cistercense (Cottineau, I. col. 185); s. Bertoldo di Mabefayde, generale dei Carmelitani (sec. xit); il missionario Dumolin Borie (18081838) martire nel Tonchino. Nella diocesi e precisamente a Maumont nacque Pierre Roger, poi Clemente VI (v.) e a Château-des-Monts nacque Stefano Aubert, poi Innocenzo VI (v.).
I principali santuari venerati nella diocesi sono Notre-Dame-de-Belpeuch a Camps, Notre-Dame-deChastre a Bar, Notre-Dame-du-Pont-du-Salut (pellegrinaggio l'8 sett.); Notre-Dame-du-Roc a Servières; Notre-Dame-de-la-Buissière-Lastards; Notre-Dame-de-la-Chabanne a Urssel con statua lignea della Madonna; Notre-Dame-de-Penacor a Neuvic, antica chiesa (secc. xit-xv).
In onore di s. Antonio di Padova, che dimorò a Brive nel 1226, fondandovi un convento francescano, si compie un pellegrinaggio alle Grotte di Brive; la sua statua, mutilata dagli Ugonotti, è stata restaurata. S. Rodolfo di Turenne (845-66), arcivescovo di Bourges, fondò ca. l'anno 840 l'abbazia benedettina di Beaulieu-sur-Mémoire dedicata ai santi apostoli Pietro e Paolo e a s. Felicita,
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Tulle, diocesi di - La torre della Cattedrale (sec. xit-xvi) e la a maison de l'abbé (sec. xvi) - Tulle.
con chiesa romanica; passò ai Cluniacensi nel ro96; ai Maurini nel 1663 (Cottineau I, coll. 296-97). La Chartreuse di Notre-Dame di Glandier fu istituita nel 1219 da Archambaud de Comborn; venne soppressa nel 1790, ricostituita dopo il 1869 ; soppressa di nuovo nel 1905 (Cottineau, I, col. 1290). L'abbazia benedettina di S. Pietro Uzerche fu fondata tra il 958 e il 991 dal vescovo Ildegario; venne secolarizzata nel 1745. La chiesa abbaziale del sec. XII è a tre navate, con cinque cappelle a raggera, cripta e campanile romanico (Cottineau, II, col. 3248). Il priorato di Meymac, fondato da Arcibaldo III visconte di Comborn nel ro8o, divenuto abbazia nella prima parte del sec. XII; passo ai Cluniacensi nel 1662 e ai Maurini nel 1670 (Cottineau, II, coll. 1839-40).
Notevole è la chiesa dell'antica abbazia benedettina di Beaulieu-sur-Dordogne, fondata da Rodolfo di Turenne arcivescovo di Bourges, ca. l'anno 885 ; è un cospicuo esempio della scuola romanica della Linguadoca nel sec. XII; il suo portale sud, del tipo di quello di Moissac, offre pure nel timpano il Giudizio universale; ha una torre quadrata in facciata e una ottagona sul transetto. L'interno è a tre navate con gallerie superiori e due absidi terminali nel transetto al cui centro sorge una cupola. Il coro è circondato da un deambulatorio con tre cappelle radiali; nell'abside bassorilievi dell'Assunzione e incoronazione della B. Vergine. Nella sacristia è un'immagine lignea della Madonna rivestita d'argento (sec. XII); inoltre reliquiari del sec. xiri.
Bibl.: J. Niel, Hist. des évêques de T., in Bull. de la soc. hist. de la Corrèze, 1880; I. B. Poulbrière, Hist. de la dioc. de T., Tulle 1886; J. B. Champeval, Cartulaire de l'abbaye St-Martin de T., in Bull. de la Soc. d'hist. et d'archéol. de Corrèze, 9-21 (18871899); R. Fage, Le vieux T., Tulle 1888; Bull. de la soc. hist. de T., passim; Bull. de la soc. hist. de Brive, passim; Bull. de la soc. hist. de la Corrèze, passim; A. Deloche, Mémorie sur la procession dite de la lunade et les feux de St-Jeon à T., in Mém. de l'Acad. des Inscriptions et Belles lettres, 32 (1891); X. BarbierDe Montault, Le trésor de la cathédr. de T., Tulle 1894; Dict. arch. et hist. des paroisses du diocèse de T., 2 voll., Tulle 1894-
1899; R. Fage, La vie à T. au XVIIe et XVIIIe siècle, ivi 1902; Eubel, I, p. 505; II, p. 284; III, p. 342; IV, p. 351; V, p. 396; Cottineau, II, pp. 3230-31; Guide de la France chrét. et mission., 1948-49. Parigi 1948, pp. 402, 785-86, 1114. Enrico Josi
TULSA, diocesi di : v. Oklahoma e tulSA, diocesi di.
TUMACO, prefeTtura apostolica di. - E situata sulle coste sud-occidentali della Colombia.
Il territorio è stato cretto in prefettura il $1^{\circ}$ maggio 1927 ed affidata agli Agostiniani Recolletti. Ha una superficie di ca. $25.000 \mathrm{kmq}$. con una popolazione di ca. 200.000 ab., tutti cattolici ad eccezione di pochi protestanti. I missionari sono 11 , le suore 26 , le quasiparrocchie 5 , le stazioni missionarie 115 . Vi è un seminario, 3 collegi, 162 scuole.
Bibl.: MC, 48 (1950), pp. 45; Aunario de la Iglesia Catól. en Colombia, 1931, Bogotá, pp. 333-34. Saverio Foventi
TUMORE. - Da tumor $=$ intumescenza, meglio detto $»$ neoplasma $>$ (dal greco = neoformazione) è una proliferazione atipica di elementi di tessuti dell'organismo, a sviluppo autonomo, incessantemente progressivo. Caratteristica essenziale di queste formazioni è la tendenza a svilupparsi a spese dell'organismo ospite, sì da poter essere considerati dei veri parassiti.
Tale tendenza non è però della stessa intensità per tutti i t. i quali, anzi, a secondo della maggiore o minore tendenza a questo parassitismo, vengono distinti in benigni, ad accrescimento limitato, con assenza di diffusione in altre sedi (metastasi) e di recidiva dopo asportazione, e $t$. maligni o $v$ cancri $s$, dotati di particolare aggressività verso l'organismo ospite e caratterizzati da una profonda atipia cellulare, così da essere ravvicinati biologicamente solo alle mostruosità. L'atipia nei t. maligni è al tempo stesso morfologica (riguardo alla struttura delle singole cellule fra loro) e biologico-funzionale (essendo le cellule dotate di un particolare metabolismo e di funzionalità sempre diversa dalla norma). I t. vanno pertanto ben differenziati dai fenomeni di ipertrofia (aumento di volume delle cellule senza contemporaneo aumento del loro numero) e di iperplasia (aumento di numero delle cellule e non di volume), in quanto tali fenomeni non rivestono sempre un carattere decisamente patologico, ma possono essere espressione di difesa o compenso dell'organismo, mentre nella loro struttura riproducono sempre le caratteristiche morfologiche e funzionali delle cellule adulte dell'organo o tessuto interessato. Il t. non va considerato neppure un fatto puramente displasico (cioè di anormale trasformazione degli elementi del tessuto) essendo una neoformazione piuttosto che una displasia; pur tuttavia bisogna osservare che i confini tra questi due fenomeni non sono assolutamente netti e precisi specie nei riguardi dei t. benigni.
Nonostante i numerosi studi fatti anche recentemente per chiarire il problema etiopatogenetico dei t., si può dire che nulla si sa ancora di preciso né sulle cause né sul meccanismo di azione delle cause stesse; per cui, accanto a un gruppo di scienziati che considerano il t. come una malattia di un singolo organo o tessuto interessante solo in un secondo tempo tutto l'organismo, vi sono altri che considerano il fenomeno tumorale come una malattia primitiva di tutto l'organismo, manifestantesi in questo o quell'organo per l'azione diretta di particolari fattori ancora ignoti. Numerose sono state pertanto le teorie emesse per spiegare la genesi dei t. e tra queste si deve ricordare: la teoria irritativa del Virchow, la teoria virale, cioè da uitravirus (che in questi ultimi tempi ha raccolto molti sostenitori), quella dello squilibrio oncogeno di Fichera, la teoria dei residui embrionali di Colmheim-Durante, quella dell'anaplasia di Hansemann, quella dell'iperpotassiemia, quella dell'induzione vitale. La scoperta della possibilità di poter ottenere cancri sperimentali ponendo l'organismo a contatto con determinate sostanze (dibenzopirene) e la costatazione dell'esistenza di cancri professionali (es.: cancro del polmone dei minatori) o vo-
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luttuari (cancro delle labbra o della lingua dei fumatori), aveva fatto sperare di aver individuato in questa o in quella sostanza l'elemento capace di determinare l'insorgenza dei t. Gli ulteriori studi hanno però moderato i primi entusiasmi specie per l'impossibilità di chiarire il problema con l'intervento esclusivo di fattori esogeni, ed hanno spinto i vari autori a considerare i t. come una malattia dovuta a particolari fattori genetici predisponenti (è nota la familiarità del cancro), sui quali il t. verrebbe ad impiantarsi ad un dato momento della vita, per azione di particolari fattori esogeni non ancora individuati (chimici, fisici, parassitari, virali, alimentari). Sorge così il problema dell'ereditarietà del cancro. Soltanto alcune forme di t. (ad es., il glioma della retina) compaiono frequentemente nella stessa famiglia e dimostrano di possedere una notevole ereditarietà. In genere si ritiene che anche per gli altri t. pur non verificandosi un ripetersi similare del male in membri della stessa famiglia, si eredita però un "quid " predisponente; alcuni autori parlano così addirittura di una "diatesi neoplastica", basandosi principalmente su alcune considerazioni statistiche di indubbia importanza; il cancro dello stomaco prediligerebbe l'abito alpino e il nordico (secondo Niceforo e Pittard), mentre altri (Benecke e Benedetti) avrebbero osservato una certa predilezione dei t. per gli individui paracentrali (normolinei lievemente macro o microsplancnici), apparendo un certo antagonismo tra tbc e t. Viene indicato anche uno speciale terreno umorale proprio di tale diatesi: lo stato preneoplastico o terreno precanceroso, caratterizzato da aumento del colesterolo nel sangue e nei tessuti, da un'alcolosi relativa, e dall'inversione del rapporto albu-mine-globuline. N. Fende ritiene vi siano alcuni temperamenti (v.) particolarmente predisposti ai t. (ipertiroideo parasimpaticotonico, iperpituitarico nelle donne).
Bisogna poi ricordare che l'ipotesi di una certa ereditarietà del cancro ha trovato ulteriore convalida nelle numerose ricerche condotte specialmente sui cancri dei topini. L'ipotesi più probabile è pertanto che esista una qualche famigliarità del cancro di grado variabile secondo la famiglia, il sesso, l'organo colpito.
Dal punto di vista epidemiologico, si deve osservare che nessun fatto sicuro depone per la contagiosità del cancro nelle condizioni ordinarie di vita. Un tempo si parlava di "case del cancro", ma queste oggi vengono escluse da quasi tutti.
Circa la diffusione, il cancro deve essere oggi considerato come una malattia ubiquitaria che colpisce ogni razza ed età della vita, pur avendo una certa predilezione per l'età senile ( 35 - 56 ) anni. L'O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha recentemente dichiarato che in questi ultimi anni vi è stato un aumento di mortalità specie per cancro del polmone. In Italia, recenti statistiche riportano che nel 1944 morirono per cancro 37.495 individui, mentre nel 1950 i morti ascesero a 49.607 . Statistiche compiute in questi ultimi anni nei paesi anglosassoni hanno dimostrato che i t. non sono rari neppure nell'età infantile. In Inghilterra dal 1945 al 1947 si sono avuti 2260 casi di morte per cancro tra i bambini al di sotto dei 15 anni, costituendo così il cancro la seconda causa di morte, dopo la tubercolosi (con 6075 decessi). A Nuova York dal 1942 al 1948 la mortalità per t. nei bambini è stata superiore a qualunque altra causa.
Gli organi più colpiti sono il polmone e lo stomaco per il sesso maschile e l'utero e la mammella per il sesso femminile, ma si può dire che nessun organo e sistema è assolutamente indenne da questa malattia, all'infuori della milza che, secondo la maggior parte degli autori, sembra possedere proprietà oncolitiche (cioè capaci di distruggere gli elementi cancerigni) per cui non permetterebbe l'impianto e lo sviluppo del neoplasma.
Data la molteplicità degli organi interessati, la varietà dell'aspetto macroscopico e microscopico e del decorso clinico che può assumere questa malattia, cosi poco conosciuta nella sua natura intrinseca, è naturale che siano state proposte numerose classificazioni, tutte però più o meno incomplete. Oltre alla distinzione tra t. benigni e maligni, già sopra accennata e che si basa principalmente sul decorso clinico, i t. vengono distinti in vegetanti,
a placca e ulcerativi in base all'aspetto macroscopico, mentre a seconda del tessuto colpito possono esservi t. epiteliali, ghiandolari, connettivali, endoteliali, nervosi, muscolari, ossei. La classificazione però più precisa ed attualmente in uso è quella che ricorre al criterio istologico ed embriogenetico, basandosi sulla derivazione delle cellule dei vari t. da uno o dall'altro dei vari foglietti germinativi embriocali. Secondo tale classificazione i t. vengono distinti in: 1) t. ectodermici, derivati dall' ectoderma embrionale propriamente detto; 2) t. mesodermici, derivanti dagli epireli del rene, corteccia surrenale, ovaio, utero, prostata; dagli endoteli delle sierose;