volume-12

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sita presso il Ministero della pubblica istruzione. Affidate da principio a specialisti stranieri, sono ora condotte da insegnanti turchi. I tipi e gli indirizzi di esse sono vari a seconda della importanza delle professioni.
g) Istruzione universitaria. - L'insegnamento universitario, più o meno instaurato, ora, secondo il modello dei paesi occidentali e dell'America, comprende parecchi Istituti :
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(per cortesia del p. 2, Fanni-vii).
Turco-mongoli - Abitazione stabile, in terra battuta, dei mongoli sedentari - Mongolia centrale.

1. ad Ankara: a) l'Università, erettavi dopo il trasporto della capitale da Costantinopoli, che comprende: la Facoltà di lettere, storia e geografia, fondata nel 1935; la Facoltà di legge, fondata nel 1925; la Facoltà di scienze politiche, uno degli Istituti turchi di istruzione superiore meglio attrezzati e più moderni, che richiama le sue origini dal 1848 , dalla Scuola di servizio civile creata dal governo ottomano per preparare i funzionari di Stato; b) l'Istituto di educazione fisica "Oazi", uno dei più perfezionati di Europa; c) la Scuola superiore di Agricoltura; d) il Conservatorio nazionale, che raggruppa i principali insegnamenti musicali.
2. ad Istanbul: l'Università, istituita nel 1923 con la riorganizzazione dell'antica Università di Costantinopoli. Ora comprende: la Facoltà di medicina, ben specializzata con annessi la Scuola di odontoiatria, la Scuola di ostetricia. l'Istituto del cancro; la Facoltà di scienze con annessa la Scuola di farmacia; la Facoltà di lettere, la più importante del genere nel mondo orientale, per la letteratura non solo turca, ma anche araba e iranica, con annessi l'Istituto di turcologia. l'Istituto di pedagogia e la Scuola di lingue estere; la Facoltà di diritto, nella quale s'insegna pure il diritto romano, per cui fu istituito a Istanbul e ad Ankara un corso di lingua latina; la Facoltà di economia per le attività commerciali e finanziarie. - Vedi tsvv. LXI-LXII.

BibL.: G. Assis, Panoruma dell'educazione in T., in Boll. di legislazione scolastica comparata, 1941, pp. 490-506; id., La Scuola di scienze politiche ad Ankara, ibid., 1941, p. 216 sgg.; id., L'insegnamento del diritto romano in T., ibid., p. 573 sgg.; id., La Facoltà di lettere a Istanbul, ibid., 1942; p. 542 sgg.; id., L's Istituto del villaggio " in T., ibid., p. 363 sgg.; Ministry of Education, Education in Turkey, Ankara 1946.

Celestino Testore
TURCO-MONGOLI.-I. I popoli turchi si sono diffusi in Asia e in Europa. Nel sud-est europeo vi sono i Turchi osmali dell'Anatolia, i soli che abbiano conservato la lingua turca, ma culturalmente hanno subito gli influssi mediterranei e sono islamizzati. Degli antichi bulgari del Volga (Russia) e dei Balcani si possono constatare solo tipi antropologici, avendo perduto la loro lingua e cultura originariamente turche. Nel sud-ovest asiastico vi sono molte tribù turche : i Kara-Kirghisi (Kirghisi Neri), i Kazacchi, i Kirei, i Kara-Kalpaki (Beretti Neri), gli Usbecchi, i Taranci, i Sarti, gli Aserbagiani e i Turcomanni, tribù che parlano lingue turche, ma sono state islamizzate, e di cui soltanto una parte sono ancora formate da pastori nomadi, essendo le altre co-

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(per cortesia dei p. L. Furmicelli)
Turco-mongoli - Donne mongole nel loro vecchio costume.
stituite da agricoltori sedentari. Nel Turchestan cinese vi furono i Turchi Uiguri, di cui oggi esistono solo dei gruppi (Yungur), essendo stato distrutto il loro grande regno medievale dai Mongoli.

I Turchi, che hanno conservato la lingua e molto della cultura originaria, sono le tribù turche dell'Asia centrale, che si trovano al nord e al sud dei Monti Altaici e nelle pianure del corso superiore del Yenissei e dei suoi affluenti. Sono stati distinti in quattro gruppi : 1) i Tatari degli Altai meridionali, detti anche Telengut, con quattro sottogruppi; 2) i Tatari degli Altai settentrionali con cinque sotto gruppi; 3) i Tatari dell'Abam con sette sotto gruppi; 4) i Sojoli o Sojoni-Caragassi, detti anche Tuba o Urtankhai, con sei sotto gruppi. I Turchi linguisticamente più puri sono i Telengut, che provengono dagli antichi Turchi Tuküe e dai Uiguri, compresivi i biondi Tingling e i Hakas Kirghisi. Alcuni di questi gruppi sono Samoyedi o Yenisseiani turchizzati, o incroci di tribù turche con Yenisseiani, come i Turchi dell'Abacan, altri sono completamente russizzati, come i Tatari Täolim, o islamizzati, come i Tatari Barabba. In origine l'economia dei Turchi era basata principalmente sull'allevamento del cavallo, da cui avevano il latte, la carne, le pelli ed i trasporti, non conoscevano l'allevamento della capra e del porco, né l'agricoltura. Oggi, invece, un grande gregge di bestiame, p. es., presso i Kirghisi, può arrivare ad avere otto, dieci mila cavalli, ventimila capre e bovini, mille cammelli e cinquanta mila pecore. I Turchi, dediti alla pastorizia, menano una vita nomade nelle steppe, un po' sedentaria negli abbondanti pascoli dei Monti Altaici, detti appunto il paradiso dei pastori. Sono transumanti; l'anno è diviso in due parti, estate e inverno. Prima usavano fare, come gli indoeuropei, grandi fuochi con molto fumo, per difendere se stessi e il bestiame dagli insetti (tafani e zanzare) e dalle malattie. Le loro armi erano l'arco riflesso e la freccia; in un secondo tempo svilupparono la cavalleria e usarono il carro da guerra, che furono ambedue di grande importanza militare e politica. La casa fu la casa sotterranea, ma esisteva nello stesso tempo o esistette ben presto anche la tenda. I Turchi in genere tengono poco al lavoro puramente corporale. L'economia, essendo principalmente maschile e richiedendo molto personale per sviluppare i grandi greggi, ha portato alla formazione della grande famiglia con l'unità di direzione. I figli, dopo lo sposalizio, restano sotto l'autorità del padre, e, morendo questi, passano sotto l'autorità del fratello maggiore, figlio primogenito; si ha il cosiddetto diritto del maggiorasco. Si desiderano molti figli maschi; la donna è in una situazione d'inferiorità sociale, giuridica ed economica, non ha il diritto di proprietà, benché non si possa disporre della sua dote senza il suo consenso.

Si ha un'accentuazione della patria potestas, che spesso diviene dispotica e dà al patriarca una specie di atteggia-
mento maiestatico in famiglia anche rispetto alla moglie. Il matrimonio è monogamico, benché oggi non esclusivamente, ma dalle leggende dei primitivi eroi della tribù appare come il matrimonio ideale. Ciò giustifica pienamente il movimento della Turchia moderna di riportare il proprio popolo a questa monogamia ideale preislamica. Per il matrimonio è richiesta l'integrità della sposa, tanto che si vuole anche la prova della sua verginità. Se alla prova risultasse il contrario, il matrimonio è ritenuto invalido, la famiglia si crede disonorata, lo sposo, p. es., presso i Kirghisi, adirato uccide il proprio cavallo, distrugge la tenda nuziale e ingiuria la famiglia, ma specialmente i genitori della sposa. Il matrimonio è per compra della sposa, ma questa riceve dalla sua famiglia la dote, che mitiga tale carattere. La parentela di consanguineità è molto sviluppata e su essa è fondata l'esogamia; p. es., la parentela di affinità può finire al primo grado collaterale. I Yacuti, p. es., sono raggruppati in clan (aga-usa), in nasleg e in ulus. Un clan è composto talvolta solo di pochi individui, talaltra di poche centinaia. Un nasleg comprende da uno a più di trenta clan. L'ulus è formato spesso da parecchi nasleg. Tutto il clan è responsabile in solido dell'omicidio commesso da un suo membro; si è obbligati o alla vendetta del sangue o al pagamento dei danni. La vendetta del sangue è stata talvolta ereditaria per molte generazioni. Un'ingiuria di una persona del clan verso un'altra persona dello stesso clan non è punita; quando però vi è un omicidio, l'omicida è legato ad un albero nell'interno della foresta e lasciato morire di fame. E molto sentito l'ordine di precedenza della parentela: l'assemblea, p. es., di un ulus è composta di tre circoli. Nel primo circolo siedono i capi di clan (bis-usa-royous) e i sesiny : nel secondo i nobili (toyous) e i guerrieri (batirs); nel terzo il popolo e la gioventù. Ogni clan è raggruppato dietro il suo rappresentante del primo circolo.

I Turchi passarono dalla caccia all'allevamento del bestiame; non esistono presso di loro indizi di matriarcato, né di totemismo. Nella società turca nomade è stata rilevata la divisione in ranghi, detti « osas bianche * e « osas nere». Finché i Turchi sono rimasti nomadi, non hanno manifestato tendenze alla vita statale ed alle formazioni di Stati, ma sono rimasti organizzati in grandi famiglie e clan (gentes). Presso i Turchi degli Altai soltanto è stata notata l'iniziazione della gioventù, che però è ridotta al rito del taglio del ciuffo dei maschi puberi ed è di carattere individuale; niente si fa per le giovani. I Turchi sono molto inclinati all'arte narrativa. Hanno leggende eroiche, rapsodie e canti epici di grande ampiezza. La loro religione è basata sulla credenza e sul culto di Dio, essere sommo personale, creatore del cielo, della terra, dell'uomo e di tutte le cose, chiamato Tengri (Dio del cielo) o Cielo, cui vengono consacrati, oppure offerti in sacrificio gli animali, particolarmente il cavallo. In primavera, che si può paragonare al tempo della raccolta per i pastori nomadi, viene offerto al Dio del cielo il sacrificio primiziale, che consiste nell'offerta del latte fresco di cavalla e d'erba o di muschio fresco. Il Dio del cielo è ritenuto in speciali relazioni con il sole, la luna, il tuono e il fulmine. Oggi vi è uno sciamanesimo bianco e nero, ma originariamente mancava ogni forma di sciamanesimo, come pure la credenza nelle divinità sotterranee (la dea Terra). Il dualismo, che consiste nella credenza in divinità della luce e benevole, immaginate in alto, e in divinità dell'oscurità e malevole, che sono poste in basso sulla terra, è provenuto dal sud con lo sciamanesimo. Anticamente vi erano due esseri mitologici, simili ai disocuri degli indoeuropei, i quali erano concepiti in speciali relazioni con le stelle, il cavallo e il cavicchio; l'oriente era ritenuto il punto cardinale sacro; vi era un particolare culto degli antenati e degli eroi, mancava il culto dell'orso. Presso i Turchi degli Altai si usa fare la riproduzione dei Senso, che rappresentano le anime dei nove antenati, incaricate di pro-

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teggere i loro discendenti. La religione monoteistica del Dio del cielo è stata tanto forte e profonda, che presso gli odierni Yugur, discendenti degli antichi Uiguri, non solo non è stata distrutta dal lamaismo buddista, ma ha esercitato su questo un grande influsso.
II. I Mongoli, da mong-hol (valorosi ?), nome proprio di un'orda di Gengis-Khan, il quale nel 1189 fu dato a tutta la nazione, sono divisi in molti gruppi, basati sulla parentela di consanguineità, dei quali i principali sono i Buriatti, i Chalca, i Sunit, i Cizhar (nelle steppe del Gobi), gli Olidi (Ebkuti, Oirati, Uroti), i Turgoti (Alaecian), gli Ordos, i Tanguti (nell'alto bacino del Kuku-nor), i Sciaro (nel Lop-nor). La cultura dei Mongoli è simile a quella dei Turchi. Dal sec. xili sono lamaisti. Vi sono alcuni gruppi, specialmente marginali, che sono dediti all'agricoltura. Come i Turchi, cosi gli antichi mongoli avevano una religione fondata sulla credenza e il culto del Dio del cielo, ma oggi si osserva che manca loro l'idea di un Essere Sommo, credono in piú esseri spirituali che, p. es., presso i Buriati, sono divisi in classi, aventi ognuna il proprio capo. Gli spiriti più alti abitano in cielo e sono chiamati Tengeri, Tengeriny. I Tengeri sono novantanove e hanno ognuno il proprio nome. Quelli dell'ovest sono chiamati Baruni, quelli dell'est Zuni. I Baruni sono buoni e più numerosi degli altri, essendo 55 , e sono detti Tengeri Bianchi (Sangani Tengeri); i Zuni sono cattivi, vengono chiamati Tengeri Neri (Kharun Tengeri), e sono quarantagnattro. Vi è però ancora oggi qualche gruppo mongolo, che conserva viva la fede avita nel Dio del cielo.
III. I popoli T.-M. sono restati famosi nella storia come forti, terribili, guerrieri e fondatori di vasti imperi e di grandi dinosite. Nel medioevo furono riuniti nell'Asia centrale in una potente nazione da Gengis-Khan, feroce condottiero, definito flagello dell'umanità, nato ca. il 1153 1156. Costituirono il terrore dell'Europa, dove arrivarono fino in Germania e in Ungheria; invasero quasi tutta l'Asia, giungendo fino in Giappone e dominando popoli di alta civiltà, come i Cinesi e gli Indiani. Degni di particolare menzione i tre lihanati da loro fondati in Persia, nel Turchestàn (Ciagatai) e nella Russia meridionale (Kipciar). I T.-M. formano indubbiamente un gruppo di popoli affini per lingua e cultura (oggi una cultura molto complessa), e sono chiamati popoli altaici. Fino dall'origini, però, i Turchi sono, come si è detto, i tipici allevatori di cavalli, i Mongoli appaiono in una situazione intermedia, perché da una parte sono autentici allevatori di cavalli e cammelli, dall'altra hanno una mitologia, in cui è radicato il bovej; i Buriatti, p. es., riconoscono quale loro capostipite mitico un essere a forma di toro, chiamato Bucha nojon babä. Perciò i Mongoli si presentano come un composto di veri elementi di razze e di cultura. Antropologicamente i T.-M. sono due razze distinte: i Turchi sono di razza turanide, appartenente agli europidi; i Mongoli sono di razza runghide dei mongolidi, secondo la classificazione antropologica del Biasutti. Il von Eickstedt rileva nella razza turanide qualche cosa di mongolide, essendosi essa trovata vicina al luogo di differenziazione delle razze e in vicinanza dei paleomongolidi.

Linguisticamente sono stati classificati con i T.-M. nel ceppo altaico anche i Tungusi e i Manciuriani, i Coreani ed i Giapponesi, gli Uralici (Ugro-Finnici) da Trombetti e altri, gli Aleutici e gli Eschinesi da W. Schmidt, formando cosi il gruppo uralo-altaico. Ma vi sono studiosi, che non ritengono ancora sufficientemente provata l'affinità interiore non solo dell'uralo-altaico, ma neanche del gruppo altaico stesso, non reputando sicuramente provata l'appartenenza ad esso del Coreano e del Giapponese.

Bim.: E. Fusco, La Turchia, ossia usi, costumi e credenze degli Oomani, Napoli 1877; H. Vambery, Die primitive Kultur des turba-tatarisc. Fïlhes, Lipsia 1879; id., Das Türkenvolh in seinen elbsal. und etnograph. Beziehungen, iv 1889; N. Przewalski, Die Mongolen und das Land der Tunguten, in Petermanns Mitteil., XXII, 7, Gotha 1876; id., Reisen in der Mongolei, in Gebiet der Tunguten und in den Wüsten Nordribels, Jena 1881; M. A. Casplicks, Aboriginal Syberia. A study in social anthropol., Oxford 1914; id., The Turks in central Asia in hist. and present day, ivi 1918; W. Jochelson, The peoples of asiat. Russia, Nuova York 1918; H. Winkler, Die altaische Völker - und Sprachwelt, Lipsia-

Berlino 1921; W. Schmidt - W. Koppers, Völker und Kulturen, Ratisbona 1924; R. Grousset, Hist. de l'Extrême Orient, Parigi 1929; E. Klockers, Die Sprachstämme der Erde, Heidelberg 1931; W. Koppers, Urtürkentum und Urindogermanentum im Lichte der völkerkundl. Universalsesch., in Belleten, 20 (1941), pp. 481 593; J. Hermanns, Ulyuren und ihre neuentdeckten Nachkommen, in Anthropos, 35-36 (1940-41), pp. 78-99; R. Biasutti, Razze e popoli della terra, 2 voll., Torino 1941, W. Schmidt, Das Eigentum im Prindz-bulturkreis der Herdeneiehsüchler Aisena und Afrikas, in Scientia, 73-77 (1943), pp. 93-106; M. Hermanns, Die Nomaden von Tibet. Die sozial-wirtschaftl. Grundlagen der Hirtenkulturen in d' Mdz und von Innerasten. Ursprung und Entwicklung der Viehzucht, Vienna 1949; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, Th. Die asiat. Hirtenvölker: die gründern Hirtenvöller der Alt-Türken, der Altai- und Abahan-Tataren, Friburgo-Mönster in V. 1949; Th. Chodzidlo, Die Familie bei den Yakuten, Friburgo 1951; C. Oaryll Forde, Habitat, economy and society, Londra-Nuova York 1952, pp. 328-68.

Luigi Vannicelli

TURGENEV, IVAN SERGEEVIČ. - Scrittore russo, n. ad Orel il 28 ott. 1818, m. il 22 ag. 1883 a Bougival in Francia. Trascorse gran parte della sua vita in Francia ed in Germania ed è generalmente considerato il più "occidentale" degli scrittori russi.

Questa definizione, che deriva in parte dalla polemica del Dostoevskij contro di lui, in parte dalla stessa limpidità e chiarezza dei suoi racconti, si è peraltro spesso risolta in luoghi comuni: basta, a questo proposito, pensare alle fini e profonde descrizioni della natura russa e dell'anima russa contenute nelle Memorie di un cacciatore, che è forse l'opera sua piu perfetta.

Fu in relazione con numerosi letterati occidentali del suo tempo. Vastissima è la sua opera di narratore. Accanto a romanzi e racconti che ebbero larghissima diffusione e fama in tutto il mondo come Un nido di nobili e Padri e figli, bisogna ricordare alcuni dei suoi lavori più delicati e perfetti, come Primo amore, Acque primaverili, Il canto dell'amore trionfante e Poemetti in prosa. Finissimo narratore, egli ebbe peraltro lo stimolo di seguire attentamente gli sviluppi della vita culturale e politica in Russia e questo suo interesse si concretó in opere come Padri e figli e Terra vergine in cui, accanto a pagine artisticamente notevoli, predomina talvolta l'accento dell'immediata indagine giornalistica. A T. risale la creazione del termine "nichilista", per indicare la nuova generazione rivoluzionaria russa che andava maturando e che si richiamava appassionatamente a formole prese dal razionalismo e dal materialismo, dall'utilitarismo e dal socialismo. Sinceramente umanitario e democratico, T. collaborò all'estero, per un certo tempo, con Herzen. Padri e figli lo mise peraltro in urto con la "giovane generazione" che lo accusava di aver creato volutamente un personaggio caricaturale nel tipo di Bazarov. Alla visione nazionalista di Dostoevskij, T. appariva dall'altro lato come il gran signore russo che polemizzava dall'Occidente contro il suo paese, vivendo dai frutti di quello "schiavismo " che egli deprecava. Placatesi ormai da tempo queste opposte polemiche, T. è considerato uno dei più grandi scrittori russi, un maestro quasi insuperato della lingua russa, un narratore particolarmente felice e profondo, quando si distacchi dalla tentazione dell'indagine. Fu in tutto equilibrato, e si tenne lontano dalle formole russe del "realismo", come da tutti gli schemi che si venivano affermando tra la gioventú intellettuale del suo paese. Caratteristica la sua posizione di rispetto e di critica insieme, di fronte al Belinski).

Bim., E. Lo Gatto, Storia della lett. russa, Firenze 1944, pp. 289-303 (con ampia bibl.).

Wolf Giusti
TURIBIO (Thoribius, Turribius), santo. - Vescovo di Astorga (Galizia) nella metà del sec. v.

Per lunghi anni assente dalla sua patria a scopo, come sembra, di accertarsi dell'unità della Fede cattolica, al suo ritorno fu impressionato dal risorgere del priscillianismo (v.). La sua azione contro tale errore è documentata : 1) dalla lettera che scrisse nel 445 ai vescovi Idacio (v.) e Ceponio (PL 54, 693-95); 2) dalla lettera con cui s. Leone Magno, il 21 luglio 447 , rispose all's epistolae sermo, et commonitorii series, et libelli textus a di T. (ibid., 677-92);

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![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(da C. Silva-Tarouza, Nuovi studi sulle antiche lettere der Pepi, Roma 1011, 100 di fronte a pn. 101
'Turrbio, santo - Incipit della lettera di s. Leone Magno a T. 121 luglio 447), contenuta in una collezione di canoni della $2^{a}$ meta del sec vi. Parigi, Biblioteca Nazionale, cod. lat 12097, I. 120 '.
e 3) dal suo interessamento per la regola di fede, preparata dal vescovo di Palencia, Pastore (Mansi, III, 10021004). Il Martirologio romano ricorda T. al 16 apr., facendolo morire a Palencia. L'origine di questa incongruenza è ora messa in chiaro dall' Istoria s. Thuribii, compilazione leggendaria del sec. xili ca., che identifica il nostro T. con i T. di Palencia (sec. vi) e di Liebana (di dubbia esistenza). Secondo questa Istoria, T. sarebbe nato a Torino.

Bibl. : Idacio, Continuatio chron. Hieronym., ed. Th. Mommsen, in MGH, duct. antiquiss., XI, 2 (1894), p. 24; Fliche-Mar-tin-Frutaz, IV, nn. 382, 376; Martyr. Romanum, p. 140; B. de Gaiffor, Vie et miracles de st Turibius, in Anal. Boll., 39 (1941), pp. 34-64. Si veda inoltre la bibl. della voce Priscilliano e Priscillianismo.
A. Pietro Frutaz

TURIBOLO. - Dal lat. thus, thuris "incenso ", è un recipiente di metallo per bruciare profumi, il cui uso religioso è attestato, in Occidente come in Oriente, da rinvenimenti archeologici e da figurazioni glittiche, pittoriche, relative anche alle più antiche civiltà (Egizi, Etruschi, Celti, ecc.). Si chiama anche thymiaterium, incensorium, fumigatorium.

Nella liturgia cattolica il suo impiego è documentabile fin dalla $2^{\circ}$ metà del sec. Iv (v. incenso), però solo al sec. xi si può far risalire il generalizzarsi della tipica struttura che il t. conservò fino ai nostri giorni, pur adattandosi, negli accessori formali e nei dettagli della decorazione, alle variazioni di gusto e stile, determinate dal mutare delle stagioni artistiche.

La forma liturgica attuale è quella di un recipiente a forma di coppa con base o piede, d'argento o altro metallo idoneo a contenere un piccolo braciere, su cui si depongono i granelli di incenso. Sopra ha un coperchio con aperture sufficienti a far circolare l'aria e ad emettere il fumo profumato. La sospensione e la manovra dell'ondulazione rituale sono rese possibili da un sistema di quattro catenelle : tre laterali servono a congiungere la coppa con un'impugnatura e a trattenere, mediante appositi scorritori, il coperchio; la quarta, centrale, è collegata con un largo anello che emerge dall'impugnatura e serve a sollevare il coperchio per l'immissione dell'incenso. Gli antichi t. erano aperti, più da portare o appendere o tenere in piedi, che non da agitare; nella liturgia ambrosiana sono tuttora aperti, come in quella orientale. L'apparecchiatura è completata da un piccolo recipiente, che serve ad accogliere la riserva d'incenso, detto "busta", "pixis", "scrinium", "capsula", e dal sec. xili "navicella" dalla sua forma specifica. Per mettere l'incenso si usa (dal sec. xi) un cucchiaino.

I t. primitivi, in uso presso i Greci e i Romani e accolti dalla Chiesa antica, avevano forma di semplici scatole o coppe, sostenute a mano, appoggiate a tripodi, o sorrette da catenelle (come si vede, ad es., nel musaico
di S. Apollinare e in una miniatura del Sacramentario di Gellone, sec. viII). Forme semplici, seppure talvolta geometricamente più articolate, presentano anche i manufatti dell'alto medioevo, adorni con decorazioni geometriche e incisione a sbalzo, compatibilmente con il metallo usato, che è prevalentemente il bronzo.

Nel periodo romanico si fa più frequente l'uso di materie nobili (oro, argento) e di decorazioni complesse, anche al cesello. Si diffonde il tipo a quattro catenelle, che poi prevarrà nel gotico. A quest'ultimo periodo appartengono i più preziosi esemplari artistici che si conservino nei tesori delle basiliche e nelle raccolte italiane (Anagni, Cattedrale; Mozzanello, Parrocchiale; Francavilla a Mare, S. Franco; Mercatello, S. Francesco; Mileto, Cattedrale; Padova, S. Antonio; Siena, Duomo). L'estro degli orali gotici si sbizzarri nell'architettare guglie, pinnacoli, loggette, che simulano tabernacoli, torri, fronti di chiese e palazzi. I manufatti del sec. xvi testimoniano invece
l'accostamento alle forme tardo-cinascimentali, come il t. di S. Giovanni Peresti a Stilo, o l'altro, che può essere considerato il capolavoro del tipo a tabernacolo, della cattedrale di Borgo S. Donnino: la sua finissima esecuzione lo ha fatto assegnare alla bottega del Cellini. Fra gli innumerevoli esemplari dell'argenteria barocca si elevano, per sicurezza di gusto e grazia di ornati, i t. della chiesa arcipretale di S. Pietro a Magisano e della cattedrale di Rossano, entrambi del sec. xvir; e quelli di S. Maria Maggiore a Taverna; di S. Maria Maddalena a Norano Calabro, delle parrocchiali di Monchio e Bivongi, di S. Petronio a Bologna, tutti del sec. xviII. Pregevoli, nel sec. xix, i t. delle cattedrali di Caulonia e Gerace. I migliori esemplari del nostro secolo appartengono all'arte delle missioni.

Strettamente connessa al t. è la navicella, vaso a forma di piccola nave di metallo, raramente di legno o di cristallo, che contiene l'incenso. Fra le navicelle artistiche sono da ricordare, ad es., quella del Tesoro del Santo a Padova, che reca nell'interno dello sportello una fine inci-
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(fol. Alinari)
Turibolo - Diacono con t. Particolare del musaico raffigurante Giustiniano in atto di offrire una patena d'oro per il sacrificio (sec. vi) - Ravenna, basilica di
S. Vitale.

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(fol. Gub. fol. aat.)
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(fol. Alinari)

1.     - TURIBOLO D'ARGENTO (fine del sec. xiv) - Mileto, Cattedrale. 2. - TURIBOLO del sec. xv - Rossano, Cattedrale. 3. - TURIBOLO in bronzo del sec. xit, con l'iscrizione "Haec tu quasso videra, Gonbertus sit, pete vivens" - Treviri, Cattedrale. 4. - TURIBOLO in argento (sec. xviI) - Fidenza (Borgo S. Donnino), Cattedrale. 5. - TURIBOLO E NAVICELLA in argento dorato e cesellato (sec. xvili) Bologna, Basilica di S. Petronio.

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(for. Mime-
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

In alto: FIANCO ED ABSIDE della chiesa di S. Pietro. L'abside è del sec. viII - Tuscania. In basso: FACCIATA della chiesa di S. Maria Maggiore (fine del sec. viII - sec. xII) - Tuscania.

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(1) 191

A sinistra: PORTALE DELLA CATTEDRALE (inizi del sec. xiv) - Tuy. A destra: IL CHIOSTRO DELLA CATTEDRALE (sec. xiv).

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![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
(dal Cattolago della Mostra Ueraias a Monaco, 1947, Iav. 43)
In alto a sinistra: S. TEODOSIO DI PEĆERY di Kiev, fondatore della chiesa e della laura che egli offre a Gesù Cristo. Stampa del 1625 . In alto a destra: I PRINCIPI JAROPEK E IRENE, CON LA MADRE INGINOCCHIATA AI PIEDI DI S. PIETRO. Essi vennero a Roma nel 1075 per ottenere l'appoggio di Gregorio VII per riconquistare al padre il regno di Kiev. Salterio di Egberto (sec. x), f. $5^{\text {v }}$. Questo f. fa parte delle aggiunte della fine del sec. xi - Cividale, Museo archeologico, cod. CXXXVI. In basso: IL "CIUMAK" PORTATORE DI SALE, protagonista di canzoni popolari ucraine. Bozzetto in cera dello scultore esule, vivente, Bohdan Muchyn.

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sione con la Pietà, di autore veneto del sec. xv, quella della cattedrale di Bologna del sec. svitt e quelle del Tesoro di S. Marco a Venezia. - Vedi tsv. XLIII.

Bial.: Moroni, XXXIII, pp. 154-56; D. M. Dalton, Byzantine art and archacology, Oxford 1911, pp. 534-76; H. Leclereu, Enicenmir, in DACL, V (1922), coll. 21-33; I. Braun. Das christl. Altargerät in seinem Sein und in seiner Entsichlung, Monaco 1932, pp. 598-642; anon., Incensiere, in Enc. It., XVIII, pp. $963-64$.

Riccardo Averini

TURIGICATI: v. lapsi.
TURINAZ, Charles-François. - Vescovo, n. a Chambéry il 2 febbr. 1838, m. a Nancy il 19 ott. 1918. A Rome si laureò in teologia ed in diritto canonico al Collegio Romano.

Segretario per qualche tempo del card. Billet, insegnò teologia al Seminario della città natale. Nominato nel 1873 vescovo di Tarantasia, fu promosso il 30 marzo 1882 vescovo di Nancy e di Toul. Nel 1891 propose una commissione episcopale nell'intento di attuare, sul terreno prettamente religioso e al di sopra di ogni divisione politica, un'intesa di tutti i sacerdoti e di tutti i fedeli, sia per fiancheggiare le autorità governative, se disposte a garantire la pace religiosa, sia per opporre resistenza alle stesse autorità se decise a seguire una politica anticattolica. Tale proposta fu dal T. ribadita nell'apr. 1892 con la pubblicazione dell'opuscolo Sauvons la France chrétienne! Appel aux catholiques, aux libéraux sincères, aux honnêtes gens de tous les partis. Il suo invito incontrò l'indicazione dell'episcopato, ma non l'incertezza del governo che, conscio dell'importanza dell'iniziativa di formare un compatto blocco dei cattolici francesi, si affrettò a sospendergli gli assegni con il pretesto che una legge del x germinale vietava ai vescovi di stringere accordi. Altrettanto energico fu l'atteggiamento del T. negli anni successivi. "Vescovo di frontiera", si predipò moltissimo per la sua diocesi, promuovendo la costruzione di nuove chiese ed il rafforzamento della fede. Tra le sue opere si ricordano: Oeuvres pastorales ( 2 voll., 1881-92); Les Concordats et l'obligation réciproque qu'ils imposent à l'Eglise et à l'Etat (1888); Projet de séparation de l'Eglise et de l'Etat (1905); Nouvelles atteintes aux droits et aux libertés des catholiques de France (1908). Nel 1913 fu promosso, pur ritenendo la sede residenziale, arcivescovo titolare di Antiochia di Pisidia.

BibL.: G. Vapereau, Dict. univ. des contemporains, $6^{2}$ ed., Parigi 1893, p. 1532; J. Rambaud, Les avertissements de Mgr T., in Rev. cath. des Institut. et du Droit, 29 (1902), pp. 100-10; A. Lecanuet, La vie de l'Egl. sous Léon XIII, Parigi 1950, passim; id., Les signes avant-coureurs de la séparation, ivi 1930, passim; id., Les premières années du pontificat de Léon XIII, 2e ed., ivi 1931, passim.

Silvio Furlani
TURIO. - Antica città della Magna Grecia nel Golfo di Taranto, fondata dai superstiti di Sibari, a breve distanza dall'antica e opulenta città.

Plinio la colloca "inter duos amnes Crathim et Sybarim", mentre l'Itinerario di Antonino la ricorda a 12 miglia da Rossano. Sia Flinio che Tolomeo la ricordano come città marittima; quindi con molta probabilità in località detta "Le Muraglie", presso l'attuale stazione di T., tra Corigliano e Terranova di Sibari, che ne sarebbe l'erede. Prese notevole incremento si da emulare la città d'origine; ma le guerre di Pirro e di Annibale con i Romani ne determinarono la decadenza. Nel 282 a. C. ebbe un presidio romano e divenne "civitas foederata"; nel 194 a. C. nell'agro turino fu dedotta una colonia latina di 3000 persone con il nome di Copia Thurii, che non si può in nessun modo identificare con S. Marco Argentano, nella Valle del Crati. Dalla guerra sociale in poi fu municipio romano.

Si può fondatamente ritenere che T. accolse il Vangelo fin dai primi tempi. Tuttavia non è provato che ne fossero nativi i papi s. Telesforo e s. Dionisio. La gerarchia vi compare fin dalla fine del sec. v; ma si può ritenere come fondata l'esistenza fin dai tempi costantiniani. Il vescovo Giovanni partecipa al Sinodo romano del 504 e il Lanzoni, insieme con altri, pensa che potrebbe essere il destinatario di alcune lettere di papa Gelasio (492-96), p. es., quella del 13 apr. del 496. Nel

Registro di s. Gregorio Magno T. è ricordata diverse volte. Al Sinodo di papa Agatone del 679 interviene il vescovo Teofane. E l'ultimo presule di T. che la storia ricordi. Dopo di lui non se ne sa più nulla. Sembra che verso la metà del sec. viti T. sia stata distrutta da incursioni longobarde, poiché in quel tempo, al posto di T., figurano nelle fonti bizantine le due diocesi di Rossano e di Cassano; alla prima andò il territorio a sud del Cresti; il resto alla seconda.

BibL.: per il periodo classico: G. Barrio, De antiquitate et vita Calabriae, Roma 1737, pp. 386-401; G. Gaudicano, La secrepoli di Sibari, Milano 1879; R. Pap. pria, Thurii, Berlino 1891; T. Perri, Un'ispatesi su T. e i Bruzi, in Calabria Vera, 3 (1923), n. 9; O. Dito, Calabria, Messina 1934, pp. 183-86; E. Ciaceri, Storia d. Magno Grecia, Milano 1938. Per il periodo cristiano: G. Barrio, op. cit., pp. 401-403; G. Fiore, Calabria ill., II, Napoli 1793, p. 344; C. Minasi, Le chiese di Calabria, ivi 1896, pp. 81, 103-104, 112; Lanzoni, p. 219.

TURREMENISTAN, REPUBBLICA del: v. U.R.S.S.
TURMEL, JOSEPH. - Teologo modernista, n. a Rennes il 13 dic. 1859 , ivi m. il 5 febbr. 1943.

Fu ordinato sacerdote il 3 giugno 1882 e nominato professore di teologia dogmatica nel Seminario di Rennes; nel 1884 incominciò la crisi che doveva allontanarlo dalla fede cattolica. Privato della cattedra nel 1892, ebbe l'ufficio di cappellano delle Petites Soeurs di Rennes, e continuò la sua attività scientifica scrivendo regolarmente la cronaca di storia della Revue du clergé frangais e collaborando con studi e note patristiche a numerose riviste francesi ed estere. Anzi gli fu affidato il primo volume delle Bibliothèque de théologie historique dell'Istituto cattolico di Parigi; cosi apparve accanto alla Théologie de si Paul del Prat e alla Théologie de Tertullien del D'Alès, l'Histoire de la théologie positive del T. (2 voll., Parigi 1904-1906). Non mancarono subito osservazioni da parte di critici e teologi, che ne prepararono la condanna all'Indice ( 7 marzo 1910 e 2 genn. 1911). Anche altre opere erano state criticate, ma non ne potevano ancora compromettere l'ortodossia. Il T., seguendo una tattica adottata sistematicamente dai modernisti, preferì manifestare la sua opinione in articoli firmati con pseudonimi (fino a 14); così nel 1906 scrisse sullo sviluppo del dogma della Trinità nella Revue d'histoire et de littérature religieuses (con firma A. Dupin) svuotando l'argomento di tradizione. L'anno seguente, nella stessa rivista, apparve un articolo con firma G. Herzog, che negava la tradizione riguardo alla verginità di Maria. T. stesso recensendolo lo riconosceva demolitore, ma si asteneva dal cusditarlo col pretesto che ciò esigeva uno specialista.

Il 20 marzo 1908 nel Bulletin de littérature ecclésiastique uscì un articolo di L. Saltet, che dimostrava esi-

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stere una stretta affinità di stile e di pensiero tra lo Herzog e l'Histoire del T., concludendo che il primo aveva plagiato dai manoscritti del secondo. Tutta la stampa cattolica francese fu allarmata dal sospetto che veniva a gravare sull'ortodossia del T. Procedendo con lo stesso metodo il Salter giunse alle medesime conclusioni riguardo all'articolo di A. Dupin, ma T. si chiuse in un silenzio sdegnoso, che scoraggiò i suoi difensori e aggravò i sospetti degli avversari. Sollecitato dall'arcivescovo di Rennes, il T. dichiarò di non conoscere né Herzog né Dupin, e sottoscrisse una formola generale di adesione alla dottrina integrale della Chiesa s. La polemica si chiuse, per allora, a causa del silenzio ostinato del T. e la mancanza di prove dirette e inappugnabili. Seguirono a breve distanza la condanna delle opere di T. ( 5 luglio 1909; 7 marzo 1910) il quale scomparve dal mondo teologico trincerandosi dietro vecchi e nuovi pseudonimi con articoli che impegnavano i migliori rappresentanti della teologia e della critica cattolica francese. Per vent'anni il caso Herzog-Dupin, rimase un enigma. Nel 1929 il Salter, avute prove decisive, pubblicò un nuovo articolo con l'elenco completo degli pseudonimi e delle opere di T. Il 6 nov. 1930 la S. Sede lo dichiarava scomunicato vitando e degradato dallo stato ecclesiastico.

Negli ultimi anni pubblicò un'Histoire du diable (Parigi 1931) nella collezione Christianisme diretta da P. L. Couchoud, un breve studio su l'Apocalisse (ivi 1938) e un attacco contro la Sindone di Torino (ivi 1938), e dal 1930 al 1931 stampo, in 6 voll., una velenosa Histoire des dogmes. Della sua opera demolitrice nulla resta che non sia stato prontamente confutato; della sua persona rimane un giudizio severo per il doppio gioco perseguito sistematicamente per più d'un ventennio.

Le sue opere principali, oltre quelle ricordate, sono: S. Jérôme (Parigi 1905); Histoire du dogme de la papauté des origines jusqu'd la fin du IVe siecle (ivi 1908); (H. Delafosse), Les écrits de st Paul (4 voll., ivi 1925-27); (L. Coulange), Catéchisme pour adultes ( 2 voll., ivi 1929-30 [cf. Indice dei Libri proibiti sotto T., Delafosse, Herzog, Dupin, Coulange]).

Bibl.: E. Portalié, La critique de M. T. et la La question Herzog-Dupin, Parigi 1908; J. Riviere. Le modernisme dans l'Egl., ivi 1929; F. Sartiaux. 7. T., ivi 1931 (con bibl. completa degli scritti); A. Loisy, Mémoires pour servir à l'histoire religieuse de notre temps, III, ivi 1931, pp. 30-32, 258-62 e indice.

Vittorino Deltapiscoma
TURPILOQUIO. - E discorso di cose turpi, che forniscono all'intelligenza ed alla volontà materia di pensieri ed azioni disoneste.

Già s. Paolo metteva in guardia i cristiani contro gli scarrue pagani che divertivano il pubblico con le loro spiritosaggini e i motti equivoci (Eph. 4, 29).

I Padri della Chiesa (cf. Clemente Al., Pedagogo, lib. 2-3; s. Giovanni Crisostomo: PG 56, 263-70) ed i predicatori popolari - come s. Bernardino ed il Savonarola - hanno avuto parole assai forti e richiami efficaci contro il t. (cf. R. Mecacci, L'educazione cristiana nelle opere di s. Bernardino, in Bullettino di S. Bernard., 7 [1941], pp. 21-48, 90-121). Né meno opportuna è la lotta contro il t. ai nostri giorni, dove la sensibilità e l'equivoco inveccondo abbondano in commedie, in spettacoli di varietà ecc.

Il t. ha una gravità maggiore o minore a seconda del suo contenuto, delle persone a cui viene rivolto, del fine per il quale è fatto. Se avviene tra persone rotte al vizio, può essere leggermente cattivo, perché non eccita la sensualità e non dà scandalo; ma lo stesso discorso può essere altamente riprovevole e dannoso, se tenuto alla presenza di persone che potrebbero averne turbamento. Già i pagani osservavano che "magna debetur puero reverentia e e il Vangelo ha una terribile minaccia contro chi scandalizza i fanciulli (Mt. 18, 7). Lo scandalo del t. riveste, poi, una malizia gravissima quando avesse lo scopo di corrompere gli innocenti per toglierli alla purezza ed avviarli alla corruzione ed al pervertimento.

L'articolo 726 del Codice penale italiano stabilisce: -soggiace alla ammenda fino a L. 500 chi in luogo pubblico, o aperto al pubblico, usa un linguaggio contrario alla pub-
blica decenza s. L'articolo è stato introdotto sotto la spinta di una grande campagna nazionale italiana per la difesa dell'onestà del linguaggio, sorta a Verona il 16 apr. 1922 per l'iniziativa di un gruppo di persone, che crearono un Comitato Centrale contro la bestemmia ed il t. Il Comitato lanciò e diffuse in ogni angolo d'Italia un appello, che ebbe la benedizione del papa Benedetto XV, l'adesione del Governo, di tutti i partiti e di tutti gli Istituti più importanti. Tutte le industrie della propaganda vennero messe in moto: dai biglietti di vasto speciali, ai cartelli per i mercati, i campi sportivi, i luoghi pubblici. Nelle scuole vennero introdotte gare scolastiche sulla propaganda. Venne pure indetto un grande referendum nazionale fra le persone più insigni. Quattro congressi nazionali hanno discusso e trattato, sotto tutti gli aspetti, la lotta contro la bestemmia ed il t. Il movimento, diventato nazionale, fece pressione sugli organi legislativi. La legge prese la tutela del movimento.

BibL.: G. Martindale, Il comandamento difficile, Torino 1944, p. 49 sgg.; G. Possinetti, Compendio della Teol. mor. di s. Alfonso M. de' Liquori, II, Torino 1946, pp. 205-206; e tutti i trattati de castitate. Angelo Grazioli

TURRETTINI. - Famiglia lucchese, il cui capostipite, Francesco, abbandonò Lucca nel 1574 e si stabilì a Ginevra nel 1593.

Tra i suoi discendenti si resero celebri : Benedetto figlio di Francesco ( 1588 -1631), ministro della Chiesa italiana calvinista di Ginevra, mandato al Sinedo di Dort (o Dordrecht), della cui dottrina fu ardente difensore e propagatore. Contro il libro del p. Cotton. Ginevra plagiaria, scrisse Difesa della fedeltà delle traduzioni della S. Bibbia fatte a Ginevra; pubblicò anche una Storia della Reforma in Ginevra. Francesco, figlio del precedente (1623-87), esso pure ministro della Chiesa calvinista italiana, scrisse contro il Papa De circulo pontificio e per difendere la giustificazione senza le opere, la Concordia Pauli et Jacobi in iustificationis articulo; inoltre pubblicò l'Institutio theologiae Helveticae, usata in varie accademie calviniste. Giovanni Alfonso, figlio del precedente (1671-1737), è il più celebre; fu successivamente professore di storia ecclesiastica, rettore dell'accademia e della Chiesa di Ginevra. Per tutta la vita lavorò attivamente per l'unione dei protestanti; a questo scopo scrisse: De pace protestantium ecclesiastica e nel 1707 l'Oratio de componendis protestantium dissidiis. Si mise in relazione con Leibnitz, con alcuni cardinali (A. M. Quirini e D. Passionni) ed anche con l'arcivescovo anglicano di Canterbury (Wake). Dalla lettera al Wake prese occasione di scrivere nel 1719 Nubes testium pro moderato et pacifico de rebus theologicis indicio et instituendo tater protestantes concordia. Tentò di sopprimere le formole assolute delle confessioni protestanti ed attenuare le differenze tra le dottrine delle diverse eette, e difatti nel 1725 fece eliminare nella Chiesa di Ginevra la formola assoluta dei calvinisti di Dort * di non insegnare il contrario (ai canoni di Dort) né a voce né in iscritto, né privatamente né pubblicamente *, sostituendoia con quella di Calvino. Protestò di tenere la dottrina dei Profeti e degli Apostoli come è contenuta nei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Però alla fine della vita dovette confessare essere impossibile l'unione tra coloro che discor- davano in punti fondamentali del Vangelo, aggiungendo che pure si potrebbe effettuare tra coloro dove la discordia era solo accidentale. Contro l'opera del Bossuet, Variations des Eglises protestantes scrisse il Pyrrhonismus pontificius o Tesi storico-teologiche sulle variazioni dei pontifcili intorno all'infallibilità della Chiesa. Per i suoi scritti, alcuni chiaramente eretici, altri tendenti a comporre fra loro le diverse dottrine, si disse di lui che fu l'ultimo dei buoni protestanti ed il primo dei cattivi. Le sue opere furono edite in 3 voll. a Ginevra, 1774-76.

BibL.: C. Choisy, s. v. in Real. Enc. für protest. Theol. u. Kirche, 20 (1908), pp. 169-71; F. Di Silvestri-Falconieri, Profili, ricordi e oneddoti di protestanti illustri. Una dinastia di teologi: I T., Roma 1920, p. 215 sgg. Camillo Crivelli

TURSI, DIOCESt di: v. ANGLONA E TURSI, DIOcesi di.

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(fol. Alinari)
Toscania, diocesi di - La crinta del sec. viit. - Tuscania, chiesa di S. Pietro.

TUSCANIA, diOCESI di. - Nel Lazio, in provincia di Viterbo, unita alla diocesi di Viterbo (v., anche per i dati statistici). T. sorge sul pendio di una collina tufacea; di origine etrusca, divenne poi municipio romano e, quando fu costituito lo Stato Pontificio, ebbe notevole importanza fino al sec. xili. Verso il 1130 prese il nome di Toscanella, che conservò fino al 1911.

La predicazione evangelica a T. deve essere avvenuta dopo la pace costantiniana anche se nomi di martiri ivi venerati possano dare impressione contraria. Una Passione (BHL, 7550), composta a Roma, molto probabilmente tra il v e vi sec., ricorda Veriano, Marcelliano e Secondiano come sepolti in S. Pietro di T. e li dice tutti e tre di Roma. Altri martiri, pure venerati in T., hanno una storia oscura, come Tesidio (1 apr.), Potente (7 dic.), Giustina ( 23 dic.). L'iscrizione cristiana più antica trovata nella chiesa di S. Pietro, risale al 407 (CIL, XI, 1, 2994-95). Il primo nella serie dei vescovi noti è Virbonus, nel 595. Alla sede vescovile di T., nel sec. xi, sembra fossero soggetti i vescovati di Civitavecchia e di Bleda. Nel 1192 Celestino III eresse la sede vescovile di Viterbo (v.) e vi unil T., Civitavecchia e Bleda, sicché da allora i vescovi si chiamarono di Viterbo e T. : ciò dovette avvenire tra l'ag. e l'ott. dell'anno suddetto, perché ancora in ag. il card. Giovanni di S. Clemente si sottoscriveva vescovo di T., mentre il 4 ott. si sottoscrisse vescovo di Viterbo e T. Non può negarsi che con la erezione della sede viterbese, T. passasse in secondo ordine, soprattutto per l'importanza che venne ad assumere la città di Viterbo, dove i vescovi fissarono man mano la residenza stabile. Le carte più antiche conservate negli archivi di T. portano le date del ro86 e 1097.

Tra gli antichi monasteri del territorio tuscanese, di cui oggi rimangono solo le rovine, vanno ricordati quello benedettino di S. Giusto, vicinissimo a T., che nel sec. xit passò ai Cistercensi; quello di S. Savino, sul quale nel sec. x si estendeva la giurisdizione dell'abazia di Cluny; quello di S. Stefano dell'isola Martana
del lago di Bolsena, conosciuto già da un privilegio di Leone IV al vescovo Virbono di T., tra l'847 e l'855. Sono invece conservate e ritenute le più belle chiese romaniche del Lazio, S. Maria Maggiore e S. Pietro, presso la via carrozzabile, ai margini dell'abitato di T. S. Maria Maggiore fu anche la prima cattedrale di T., che poi fu trasferita in S. Pietro, e nel 1572 nella chiesa di S. Giacomo. Le due chiese suddetti mostrano il loro divenire architettonico dal sec. viII al xili, ma dovettero sostituire edifici di culto preesistenti.
T. è immediatamente soggetta alla S. Sede e ha il tribunale d'appello al vicariato di Roma. - Vedi tav. XLIV.

Bibl.: F. A. Turriozzi, Mem. istor. della città T., che ora colgarm. d'ossi Toscanella, Roma 1778: E. Sarzana, Della capitale de' Toscanensi e del suo vescovado. M.merdassone 1783 ; Cappelletti, VI, p. 73 sge.; Moroni, LXXVIII, pp. 253-312; CII, pp. 72-73; S. Campanari, Delle ant. chiese di S. Pietro e di S. Mario Maggiore nella città di Toscanella, Montefiascone 1852; id., T. e i suoi monum., 2 voll., ivi 1832-36; G. Di Lorenzo, Ant. monum. di relig. crist. in Toscanella, Rocca San Casciano 1883; P. F. Kehr, Italia Pont., II, Berlino 1907, pp. 196-99; Lanzoni, p. 597. Cf. illustr.: vol. III, tav. 100; vol. X, tav. 84. Benedetto Pesci

TUSCOLO, diOCESI di : v. FRASCATI, diOCESI di.
TUSCOLO, CONTI di. - Grande famiglia del sec. XI, discendente da Teofilatto (v.).

Nell'ansia di contendere il primato ai Crescenzi (v.), la cui fortuna era associata alla difesa dell'indipendenza romana, i Tuscolani aderivano al partito impariale ed il capo della famiglia, Gregorio, aveva ricevuto da Ottose III il titolo e le funzioni di praefectus notatis. Gregorio ebbe tre figli, Alberico, Romano, Teofilatto. Trofilatto aveva abbracciato la carriera ecclesiastica ed era già cardinale nel iola, quando riusci ad ottenere con l'appoggio di Enrico II e della fazione imperiale la cattedra pontificale, prevalendo su di un certo Gregorio, candidato del partito dei Crescenzi, e prese il nome di Benedetto VIII (v.), in memoria forse di Benedetto VII (v.), che a quanto pare era uscito dalla stessa famiglia. Il fratello Romano assunse con il titolo e la carica di Senatore il governo temporale della città. A differenza di quanto avveniva ai tempi di Alberico, strenuo difensore, come poi i Crescenzi, dell'indipendenza romana, i Tuscolani erano strettamente legati all'Imperatore di cui riconoscevano l'alta sovranità e di cui celebrarono solennemente l'incoronazione nel 1014, ricevendone in compenso il titolo di patrizio per Romano. La famiglia dei conti di T. dominava così la città spiritualmente e temporalmente e ne predirścon larghezza per disperdere gli ultimi resti del partito dei Crescenzi. Nel 1024, alla morte di Benedetto VIII, gli successe il fratello Romano, con il nome di Giovanni XIX (v.), che, sempre fedele al partito imperiale, incoronò nel 1027 Corrado II. Alla sua morte, avvenuta nel 1032, come se la dignità papale fosse ormai diventata una proprietà famigliare, Alberico, l'ultimo superstite dei tre fratelli, mise sulla cattedra di S. Pietro il minore dei suoi figli, Teofilatto che aveva appena dodici anni, con il nome di Benedetto IX (v.) e assicurò al primogenito Gregorio il governo civile di Roma con il titolo di console. L'indegnità di Benedetto IX provocò nel 1044 una rivolta che lo scacciò dalla città Leonina, insieme con il fratello Gregorio, e gli sostituì Silvestro III. L'appoggio militare del conte di Galeria, appartenente ad un altro ramo della familia tuscolana, consentil a Benedetto IX di riprendere per un momento il sopravvento; ma riconoscendo di non potersi mantenere né sul trono pontificio né in città, Benedetto IX cedette per danaro, cosa che fin allora non era mai successa, il papato a Giovanni Graziano, che era suo padrino e che prese il nome di Gregorio VI (v.).

La scandalosa situazione che si era cosi determinata provocò l'intervento di Enrico III (v.) che nel 1046, nel Concilio di Sutri, depose i tre papi ed aprì con la nomina di Clemente II la serie dei papi tedeschi di nomina imperiale che furono gli iniziatori di quell'opera di riforma che le ultime vicende avevano reso ancor più necessaria. Nel 1047 però, con l'appoggio del marchese di Toscana, Benedetto IX rientrò in Roma e vi si man-

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tenne per un anno, ma fini con il ritirarsi, e una morte precoce dovuta alla sua vita di stravizi gli impedi di tentare altre avventure, mentre il nuovo clima morale e politico che si andava affermando a Roma limitava le possibilità di primato della casata. La potenza dei conti di T. ando da allora in poi decadendo, per quanto la discendenza continuasse ininterrotta, e da arbitri che erano stati di Roma e del Papato si ridussero al rango di signorotti feudali, nell'ambito del castello avito, finché anche quello non fu distrutto nel 1191 dall'esercito romano.

Bim.: P. Fodelo, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel sec. X, I. Sergio III, in Arch. Soc. romana di it. patr., 33 (1910), pp. 177-247; G. Tomassetti, La campagna romana antica, medievale e moderna, IV, Roma 1926, pp. 387-402; J. Gay, Les papas du XIe siècle et la chrétienté, Parigi 1926, capp. iv-viI; Fliohe-Martin-Frutez, VII, nn. 80-97; A. Fliohe-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, Parigi 1946, pp. 13-27; F. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1948, pp. 189-220. Gina Fa