ica, medievale e moderna, IV, Roma 1926, pp. 387-402; J. Gay, Les papas du XIe siècle et la chrétienté, Parigi 1926, capp. iv-viI; Fliohe-Martin-Frutez, VII, nn. 80-97; A. Fliohe-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, Parigi 1946, pp. 13-27; F. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1948, pp. 189-220. Gina Fasoli
TUTELA-TUTORE. - La tutela (tutela, patrocinium, praesentia) è secondo il giureconsulto Servio (fr. I, pr. D. 26, 1): «vis ac potestas ad tuendum cum, qui propter aetatem sua sponte se defendere nequit, iure civili data ac permissa ». Il tutore è colui che è destinato a prendere cura della persona del minore non emancipato o dell'interdetto e a rappresentarlo in tutti gli atti civili ed a gestirne i beni da buon padre di famiglia, compiendo non solo atti di ordinaria amministrazione, ma, con le debite cautele, anche atti di amministrazione straordinaria e di disposizione (Inst. 1, 13).
I caratteri della tutela sono: a) la natura pubblica dell'ufficio (mimus publicum; nam et tutelam et curam placuit munus publicum esse; Inst., I, 25); b) la obbligatorietà della funzione, non essendo consentito a chi vi si è chiamato di rifiutarsi d'assumerla e, assuntala, di rinunziarvi, se non sussistano cause legittime per ottenerne la dispensa; c) la gratuità; secondo il diritto romano la tutela è un officium pietatis, quindi non sembra conforme alla dignità dell'ufficio ed alla punità con cui deve essere esercitato il mettere a prezzo l'opera; d) la generalità del potere conferito al tutore : esso ha carattere generale nel senso che investe sia la persona come il bene del tutelato (pupillo); e) la individualilità ed unità del potere che è assegnato ad una persona e non può mai scindersi o frazionarsi tra più titolari.
Possono stabilirsi diverse classi della tutela, sotto due punti di vista: a) della persona a lei soggetta; b) dei modi di conferimento, ossia della maniera come si designa il tutore, che è la persona incaricata ad esercitarla. Per la persona sottomessa a tutela (pupillo) può essere: 1) dei minori d'età; 2) dei maggiori d'età; qui ha luogo per gli infermi di mente dichiarati interdetti. Per il conferimento la tutela può essere: i) testamentaria, che è conferita per testamento del padre; 2) legittima, che è conferita naturalmente per legge al più prossimo parente, tranne il caso che qualche impedimento lo escluda da tale incarico oppure legittime ragioni lo dispensino dall'accettare; 3) dativa, che in mancanza delle due precedenti viene conferita dal Tribunale o magistrato ad una persona idonea e capace.
I. La tutela nel diritto italiano. - Nel diritto italiano il tutore è sempre nominato dal giudice tutelare (art. 346 Cod. civ. ital.) il quale, però, nella scelta della persona deve seguire alcuni criteri e cioè, se si tratti di minore non emancipato, deve designare innanzi tutto la persona eventualmente determinata dal genitore, che ha esercitato per ultimo la patria potestà; se manca questa designazione oppure se gravi motivi si oppongono alla nomina della persona designata, la scelta del tutore deve essere fatta di preferenza tra gli ascendenti o tra gli altri parenti o affini del minore e dopo aver sentito il minore stesso, se questi abbia raggiunto l'età dei 16 anni. Comunque la scelta del tutore deve cadere su persona idonea all'ufficio, di ineccepibile condotta, la quale dia affidamento di educare e di istruire il minore (art. 348). Se si tratta di nominare il tutore di un interdetto, è da
preferirsi gradualmente dal giudice il coniuge di maggiore età, a meno che sia separato legalmente, il padre, la madre, il figlio maggiore di età o la persona eventualmente designata dal genitore superstite con testamento o con atto pubblico o con scrittura autenticata (art. 424). A tutore, in alcuni casi, può anche essere nominato un ente di assistenza (art. 354).
Alcune categorie di persone sono invece dalla legge stessa dichiarate incapaci a svolgere l'ufficio di tutore, come, ad es., i falliti che non siano stati cancellati dal registro dei falliti; coloro che abbiano perduta la patria potestà, gli esclusi dalla tutela per disposizione scritta del padre, gli esclusi da altra tutela ecc. (art. 350).
L'ufficio di tutela è di per se stesso obbligatorio e non può essere quindi rifiutato, salvo i casi di dispensa prevista dalla legge. Fra i dispensati sono i cardinali, i presidenti delle assemblee legislative e i ministri (ma possono rinunciare alla dispensa). Da dispensarsi su richiesta sono gli arcivescovi e i vescovi, i ministri del culto con cura d'anime, i militari, chi ha compiuto gli anni sessantacinque ecc. (artt. 351-52). Il tutore ha sul minore poteri analoghi a quelli del genitore esercente la patria potestà (art. 357). Ma la legge stabilisce maggiori cautele e più intensi controlli.
La legge in genere regola l'esercizio della tutela con le seguenti garanzie : a) il giuramento del tutore di esercitare la tutela con fedeltà e diligenza (art. 349); b) la formazione da parte del tutore dell'inventario dei beni del pupillo (artt. 362-67); c) la prestazione da parte del tutore di una garanzia proporzionata alla natura ed entità del patrimonio del pupillo, salvo che vi sia una giusta causa per esintere da tale obbligazione (art. 381); d) l'autorizzazione del giudice tutelare o del Tribunale affinché il tutore possa compiere determinati atti (artt. 372, 374376); e) la resa dei conti del medesimo tutore annualmente al magistrato o alle persone che la legge determina, o, in tutti i modi, al termine della gestione tutelare (artt. $385-86$ ).
Data la natura di rapporti che esistono tra tutore e minore o interdetto, fra tutore e minore emancipato la prescrizione viene sospesa e quindi non corre (art. 2941). Tra i diritti che competono al tutore nei confronti dei suoi pupilli c'è quello della patria potestà (v.), che importa anche doveri di educazione, di vigilanza, di amministrazione ecc.
Nonostante la gratuità dell'ufficio di tutore, il giudice tutelare può assegnare un'indennità, tenuto conto del patrimonio e delle difficoltà di amministrazione (art. 379).
Ai diritti di patria potestà nel tutore, corrispondono doveri nel suo pupillo, che sono di rispetto, di obbedienza ecc. (art. 358). Queste prescrizioni hanno evidentemente un contenuto soprattutto morale, da obbligare anche in coscienza, prima di qualsiasi intervento del giudice.
II. La tutela nel CIC - Il diritto canonico per la disciplina di questo istituto si rimette in massima parte alle leggi civili; ha però talune prescrizioni che prendono in considerazione il curatore, per taluni effetti, specie processuali; di più nella terminologia è alquanto incerto, usando promiscuamente i termini di tutore e curatore.
In rapporto alla patria potestà il minore, anche di fronte al tutore, ne è esente in tutti quei casi in cui ne sarebbe di fronte ai genitori (can. 89; cf. cann. 542, 974, 1352, $1648 \S 3$ ). Ha il domicilio del tutore, ma dopo i sette anni può avere quasi-domicilio proprio (can. 93 §§ 1-2). Il tutore agisce e risponde in giudizio per il pupillo (can. 1648 § 1). In caso di conflitto di diritti tra il tutore ed il pupillo, quest'ultimo starà in giudizio per mezzo di un curatore dato dal giudice (curator ad litem : can. 1648 § 2). Nelle cause del pupillo il tutore è incapace di rendere testimonianza (can. 1757 § 3), di esercitare l'ufficio di perito (can. 1795 § 2) e di giudice (can. 1813). Per il diritto canonico il tutore ha la facoltà di scegliere la chiesa del funerale o la sepoltura del pupillo impubere (can. 1224, n. 1).
Sempre in base alla patria potestà il tutore può irritare i voti religiosi dei suoi pupilli. Questi voti possono essere irritati perfino quando i votanti, usciti di tutela, li
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rinnovino, presupposto che i votanti non intendano legarsi di nuovo indipendentemente dai voti precedenti.
BibL.: cf. i testi di teologia morale, nel de controcribus; i manuali di dir. civ. o can. e inoltre: O. J. Chardon, Traité des trois puissances, paternelle, maritale et tutélaire, Parigi 1842-43; G. Dufour, Traité de la tutelle et de l'administration légale, Lilla 1887; G. Boggio, Persone fisiche incapaci agli atti civili..., Torino 1888-89; G. Piola, Persone incapaci, Napoli 1910-13; M. Roberti, Ricerche intorno alla tutela dei minori, Padova 1904-1905; Werra-Vidal, VI, p. 176 sgg.; F. Roberti, De processibus, I, ivi 1941, n. 200 sgg., p. 450 sgg.
Guglielmo Felici
TUTICORIN, diocesi di. - Situata nell'India sud-orientale si affaccia sul golfo di Mannar (antica Pescheria o Costa dei Pescatori di perle) nel mare che separa l'India dall'isola di Ceylon.
Eretta il 12 giugno 1923, con territorio distaccato dalla diocesi di Trichinopoly (ora Tiruchirapally); ebbe unite, per la Convenzione addizionale del 29 giugno 1929 tra la S. Sede e il Portogallo, 9 parrocchie della diocesi di S. Tommaso di Meliapor. E affidata al clero indiano. Su di una superfice di 6400 kmq . conta 2.100 .000 ab. di cui 117.107 cattolici, 70.200 protestanti, 25.000 musulmani, 1.350 .000 indú. I sacerdoti cattolici sono 78 , dei quali 72 diocesani indigeni e 5 religiosi. Il clero è condiovato da 16 fratelli del S. Cuore (istituto diocesano originario di Madhurai) e 17 fratelli rosariani e da ca. 260 suore quasi tutte indigene. Vi è pure un seminario minore. Ecclesiasticamente la diocesi è divisa in 4 vicariati foranci, 48 parrocchie e 356 stazioni secondarie (statistiche del 1952). Ha 300 catechisti; 686 maestri e 240 maestre. Opere di carità: I ospedale, I lebbrosario di recente fondazione, 7 orfanotrofi, I ricovero di mendicità. Fiorenti sono le confraternite, i sodalizi e le associazioni di Azione Cattolica. La diocesi possiede anche una tipografia dove si stampa il giornale Gnatathutha abbastanza diffuso.
BibL.: MC (1950), pp. 248-49; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide., Prospectus Status Missionis 1930, pos. prot. n. 669/32. Pompeo Borgna
"TU TRINITATIS UNITAS ". - Inno del Mattutino del venerdi, d'autore ignoto del sec. v. Si trova in codici del sec. IX.
È una professione di fede e un canto d'amore alla Trinità delle persone divine che nella misteriosa unità regge e governa il mondo.
BibL.: G. S. Pimont, Les hymnes du Bréviaire romain, I. Parigi 1874, p. 242-49; F. Vandersturf, Les hymnes de l'Ordinaire du Bréviaire, Parigi 1912, p. 100; A. Mirra, Gli imni del Brévioirio romano, Napoli 1947, p. 74 .
Silverio Mattei
TUY, diocesi di. - Città e diocesi nell'estrema parte occidentale della Spagna; suffraganea della metropolitana di S. Giacomo di Compostella.
Ha una superficie di 1895 kmq . con una popolazione di 350.125 ab. dei quali 349.875 cattolici, distribuiti in 267 parrocchie, servite da 282 sacerdoti diocesani e 94 regolari; ha un seminario, 12 comunità religiose maschili e 39 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 437).
È l'antica Tude iberica, ricordata da Strabone, Tolomeo e Pomponio Mela. La diocesi fu fondata nel sec. vi essendone primo vescovo un tale Avola; fu distrutta nell'invasione maomettana, la capitale rasa al suolo e dispersi i suoi abitanti. Restaurata nell'89o dal re Ordoño la città, si trovano di nuovo alcuni vescovi tudensi, che però dovettero avere altrove la residenza, essendo T. teatro di continue guerre e di invasioni come quella dei normanni nel 1022.
La cattedrale, dedicata a Maria S.ma Assunta, fu iniziata nel sec. xI sullo stile di Compostella, ma subí poi l'influsso dello stile ogivale e fu molto restaurata. Ha un

(fot. Fides)
Tuticorin, diocesi di - Mons. Roche, vescovo di T., con il nipote sacerdote, tra la madre e la sorella, Dietro, i due fratelli del vescovo, sacerdoti (12 g00n. 1938).
portale a occidente del sec. xiv e romanico a nord; nell'interno sono numerose tombe dei vescovi dei secc. xivxv; il chiostro annesso ricorda quello dell'abbazia di Fontfroide, presso Barbona. Titolare è l'Assunta; si celebra anche s. Epitacio, che la leggenda vorrebbe discepolo dell'apostolo s. Giacomo. Altre chiese sono quella di S. Bartolomeo, romanica; di S. Francesco, neo-classica, con resti della primitiva in stile ogivale; e in barocco portoghese la cappella di S. Pedro Telino (sec. XVII); mentre è del sec. xiv la chiesa di S. Domenico con facciata neo-classica e chiostro adorno di bassorilievi. Il Seminario fu fondato nel 1850 nell'antico convento dei Francescani.
Nel territorio della diocesi è situata la città di Vigo, il più importante porto spagnolo sull'Atlantico. Fu un antico porto iberico; dai Romani detto Vicus. La chiesa collegiata di S. Maria è in stile neoclassico (1814-16). A 2 km . al sud della città si eleva il monte S. Tecla, cosiddetto da una cappella dedicata alla santa, luogo di pellegrinaggio il lunedi prima dell'Ascensione. - Vedi tav. LXV.
Bibl.: Prudenzio da Sandoval, De la iglesia y los obispos de T., Braga 1610; E. Florez, España Sagrada, XXII-XXIII, Madrid 1770-71, v. indice; P. B. Gams, Series Episc. ecel. cath., Ratisbona 1873, p. 83; Eubel, I, p. 501; II, p. 258; III, p. 321; IV, pp. 341-50; V, p. 394.
Giuseppe M. Pou y Marti
TUZIORISMO. - Da opinio tutior ( $=$ opinione più sicura-), è uno dei sistemi morali (v.) sorti per risolvere i problemi relativi alla coscienza (v.), quando si trovi in stato di dubbio, per dirigerla a raggiungere la certezza pratica, indispensabile per determinarsi ad agire senza peccato. E assoluto se sta sempre per la legge; mitigato se sta per la libertà nel solo caso che questa abbia dalla sua la massima probabilità.
I. T. assoluto. - Insegna che in caso di conflitto tra due opinioni, di cui una in favore della legge e l'altra in favore della libertà, si è tenuti a seguire sempre quella che sta per la legge, anche se l'opposta, che sta per la libertà, è probabilissima, e ciò in base al principio: in dubio via tutior est eligenda. Il t. assoluto perciò, in quanto non accorda alcuna rilevanza alla probabilità nella soluzione del problema, misconosce le soluzioni indirette (v. PRINCIPI RIFLESSI) e si attiene sempre al partito più sicuro, anche speculativamente.
Il t. assoluto ha goduto tutte le simpatie dei teologi giansenisti; basti ricordare Giovanni Sinnigh (m. nel 1666) autore della proposizione condannata da Alessandro VIII (7 dic. 1690) : Non licet sequi opinionem vel inter probabiles probabilissimam (Denz-U, 1293), P. Nicole (1625-95), Go-
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(Int. Anderson)
Tyche - La T. di Antiochia. Copia marmorea romana da originale bronzeo di Eutichide (inizio sec. III a. C.) - Musei Vaticani.
maro Huygens (1631-1702), Pascal, Sancirano, Arnauld, ecc. Tutta la lotta suscitata contro il probabilismo in tutte le sue forme, è stata condotta da loro anche sotto i più vari pseudonimi.
I tuzioristi sostengono la loro tesi con vari argomenti. Non è mai lecito esporsi al pericolo di peccare; ma chi segue l'opinione, anche probabilissima, contro la legge, si espone a tale pericolo; dunque non è mai lecito optare per l'opinione che sta per la libertà, anche se probabilissima. Ma più che argomenti sono sofismi, che hanno le loro ultime radici in errori più manifesti intorno alla libertà, alla Grazia, agli effetti del peccato, ecc. Tra l'altro, infatti, i giansenisti insegnavano che i precetti divini sono impossibili per l'uomo (cf. Denz-U, 1298, 1301, 1303) e su questa linea avevano tutto l'interesse a sostenere il primo errore con l'altro errore dell'ostinato rigorismo.
Una confutazione del t. assoluto non si presenta difficile. Alessandro VIII ha condannato la citata proposizione del p. Sinnigh, la quale è la quintessenza del t. assoluto. Confondendo supinamente il peccato formale con il materiale, ed esigendo che nel dubbio si segua sempre la parte più sicura, che vengano osservate anche le leggi dubbie e che si eviti anche il pericolo del solo peccato materiale, il t. assoluto ha per lo meno tante probabilità di imporre obblighi inesistenti, quante ne hanno i probabilisti di esonerare da obblighi reali. E ciò considerando la cosa da un punto di vista strettamente oggettivo, mentre dal punto di vista pratico, rende la vita cristiana difficilissima e intollerabile. Ora il giogo di Cristo è quello che è; egli stesso lo ha qualificato come leggero e nessuno ha il diritto di renderlo più pesante, solo per rimanere coerente ad altri suoi errori, ancora più perniciosi. Giustamente dunque la Chiesa, i santi e tutti i teologi più equilibrati hanno levato la loro voce di condanna nei confronti del t. assoluto (cf. s. Alfonso, Theol. moral., I. I, n. 82, ed. L. Gaudè, I, Roma 1905, p. 61).
II. T. mitigato. - Il t. mitigato - o rigorismo mitigato - insegna che in caso di conflitto tra due opinioni, di cui una è per la legge e l'altra per la libertà, si è tenuti a seguire sempre quella che sta per la legge, a meno
che l'opposta non sia probabilissima. La differenza con il t. assoluto non è grande, ma è chiara: il primo non riconosce alcun diritto alla probabilità, qualunque ne sia il grado, mentré il secondo se ne avvale contro la legge nel solo caso che sia massima; il primo è sempre per la legge, il secondo è per la libertà, solo se ha dalla sua tutta la probabilità.
Quantunque proposto da Antonio da Cordova verso l'anno 1572, pure anche la maggioranza dei fautori del t. mitigato sta proprio tra i simpatizzanti del giansenismo. Basti ricordare: Giovanni Opstraet (m. nel 1720), la cui Dissertatio theologica de praxi administrandi Sacramentum poenitentiae fu messa all'Indice; Martino Steyaert (1701); Enrico di S. Ignazio (m. nel 1719) e più recentemente il card. Gerdil (1802). D'altra parte, la posizione di alcuni probabilioristi quali l'Antoine, il Gazzaniga, Patuzzi, il Fagnani, il Concina, il Contenson, il Gonzales, ecc., è difficilmente discernibile in pratica da quella dei tuzioristi mitigati (J. Noldin, Summ. theol. mor., I, 20a ed., Innsbruck 1929, pp. 227, 232). Questi autori provano la loro tesi con gli stessi argomenti dei rigoristi assoluti. Non è un sistema condannato dalla Chiesa, ma ormai pure abbandonato da tutti i teologi per gli stessi motivi per cui viene rigettato il t. assoluto. Anzi secondo alcuni (Noldin, op. cit., n. 232, p. 227) l'opinione probabilissima richiesta per poter agire contro la legge, o equivale a certezza speculativa, e si è nel t. assoluto, o non equivale, ed allora i suoi fautori devono ammettere la liceità di agire con una coscienza praticamente incerta, in quanto rifiutano di servirsi di principi indiretti per uscire dall'incertezza.
III. T. Dei Padri e degli scolastici. - Per ciò che concerne il t. o rigorismo dei Padri e dei primi scolastici, va notato che al massimo può parlarsi di un t. mitigato. L'uso esplicito dei principi riflessi (v.) è stato conosciuto piuttosto tardi: ma fin dai primi secoli si trovano nei Padri e negli altri autori soluzioni pratiche, che suppongono necessariamente l'uso implicito di simili principi (cf. Lattanzio, De divin. ist., 3, 27; s. Gregorio Nazianzeno, Oratio 37, In sancta lumina, 18 sgg.; s. Girolamo, Tim., 3, 2; Tit. 1, 6; Apol. adv. Rufin. 1, 32; s. Agostino, Contra Faustum, 22, 75; De fide et operibus, 10, 35). Quanto ai teologi del medioevo va osservato che il loro t., oltre all'ignoranza dei principi riflessi, è in gran parte dovuto all'eccessiva attenzione fatta alla moralità oggettiva, venuta come reazione al soggettivismo morale di Pietro Abelardo e a cui non sfugge neppure s. Tommaso (cf. O. Lottin, Principes de morale, I. Lovanio 1947, pp. 177-83; II, ivi 1948, pp. 236-37). Ma anche qui non mancano soluzioni pratiche che preludono l'applicazione del principio Lex dubia non obligat (cf. V. Cathrein, Quid senserit s. Thomas de principio: Lex dubia non obligat, in Gregorianum, 3 [1922], p. 449 sgg.).
Bom.: tutti i manuali di teologia morale nel trattato De conscientia; s. Alfonso M. de' Liguori, Theologia moralis, I, nn. 55-89, ed. L. Gaudè, I, Roma 1905, pp. 25-70.
Luigi Macali
TYCHE (Töz̃). - Divinità greca simboleggiante la sorte avversa o favorevole (il suo nome è corradicale di $\tau \cup \chi \chi^{\prime} \psi \nu \omega=$ avere in sorte), parallela quindi alla romana Fortuna (v.).
Ricordata nell'omo omerico a Demetra (v. 420) ed in Esiodo (Teogonia, v. 360) che ne fa una oceanide compagna di Persefone, T. è ancora un'assai vaga astrazione. Con Pindaro ( $O$ I 209 , 12, i sgg. e in Pausania, VII, 26), invece, definita "salvatrice" (Gortiōes), T. è collocata tra le Moire (che presiedono al destino degli uomini, corrispondenti alle Parche [v.] romane), di cui sarebbe la più potente (cf. Archiloco, frg. 56 Bergk); e da queste Moire - anche quando essa andrà sempre meglio definendosi assumendo il contenuto di vera e propria divinità (forse dal sec. v a. C., cf. Eschilo, Agam., 661) con le funzioni di un sacerdote e l'erezione di templi - T. non riuscirà mai completamente a distaccarsi. Essa inoltre fu associata, se non sostituita, ad altre divinità quali Temi, Nemesi, Latons, Ecate, Persefone, ecc. ed invocata quindi come dea della nascita, della morte, ecc.
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Dalla stessa epoca (sec. v), T. oltre che di moira è sinonimo di $\delta \alpha i \mu \omega \nu$ (il genius romano), per cui la dea fu protettrice del singolo individuo ( $\dot{\alpha} \gamma \alpha \vartheta \dot{\eta} \mathrm{~T} \dot{\eta} \chi \eta$, frequente espressione sulle tombe) e, forse dall'età dei Diadochi, protettrice delle città (Tü $\chi \alpha$ т $\sigma \dot{\alpha} \alpha \omega \nu$ ), il quale ultimo aspetto fu poi accentuato all'epoca romana.
Delle numerosissime raffigurazioni di T., che spesso sono perfettamente identificabili con le dee soprammaszionate, sono da ricordare quella più antica, menzionata da Pausania (IV, 30, 4), opera di Bupalos per il tempio di T. a Smirne: la dea è raffigurata con il corno di Amaltea; e la T. di Antiochia, bellissima opera di Eutichide, allievo di Lisippo.
BibL.: P. Gardner, Countries and cities in Ancient Art, in Fourn. Hall. Studies, 1888; F. Allègre, Etude sur la déesse grecque Tyche, in Bibl. de la Fac. des Lettres de Lyon, 14 (1892), pp. 163-217; W. Drexler, Fortuna, in Roscher's Lexikon, I, p. 1322 .
Cesare D'Onofrio
TYNEMOUTH, diocesi di: v. Hexham e Newcastle, diocesi di.
TYROPOEON. - Nome dato da Fl. Giuseppe (Antiq. Ind., V, 4, I: $\dot{\eta} \tau \hat{\omega} \nu \tau \omega \rho \circ \pi \circ \iota \hat{\omega} \nu \varphi \dot{\alpha} \rho \alpha \gamma \xi$ " valle dei formaggiai ") alla valle che al suo tempo divideva la collina della città alta da quella della città bassa di Gerusalemme (v.) detta oggi dagli Arabi el-rodd ("la valle"), che dalla Porta di Damasco scende sino alla fontana di Siloc, dove si riunisce alle valli del Cedron e di Hinnom.
Nell'antichità il T. formava il limite ovest qena città cananea di Gerusalemme, occupata poi da David e Salomone, ristretta sulla collina orientale dell'Ophel (v.), e non pochi palestinologi opinano che il suo primitivo nome fosse Gé Ben Hinnôm, quello cioè della "valle" che dal sud al nord, lungo "il fianco del Gebuseo, cioè di Gerusalemme ", delimitava i confini della tribù di Giuda e di Beniamin (Ios. 15, 8; 18, 16). Più tardi, dilatatasi la città sulla collina occidentale, il vecchio nome geografico di Gé Ben Hinnôm sarebbe passato ad indicare la valle (v. GENENNA), oggi er-Rabâbî, che circonda ad ovest la città alta, sulla collina occidentale. Questa interpretazione esegetica e topografica è però ancora controversa.
BibL.: H. Vincent, Jérusalem, I. Parigi 1912, pp. 124-34; J. W. Crowfoot - G. M. Fitzgerald, Excavations in the T. valley (Pal. fund, annual, 5), Londra 1929, p. 22; A. Fernandez, Problemas de tapogr. palestinense, Barcellona 1936, pp. 181-82, Donato Baldi
TYRRELL, George. - Teologo modernista inglese, n. a Dublino il 6 febbr. 186 r , m. a Storrington (Sussex) il 15 luglio 1909.
Cresciuto nel calvinismo, ancor giovane si orientò verso la Chiesa alta, per entrare poi nel cattolicesimo (1879), e, l'anno dopo, nella Compagnia di Gesù. Ordinato sacerdote il 20 sett. 1891, dopo avere per un biennio (1894-96) insegnato filosofia presso il Collegio di Stonyhurst, divenne collaboratore del Month, la rivista dei Gesuiti inglesi, imponendosi al pubblico sia per i saggi d'apologetica, sia per i suoi primi libri di meditazione religiosa, nei quali era visibile l'influsso newmaniano. In seguito ad una profonda crisi che la lettura del Blondel, Laberthonnière e Loisy, cui era stato iniziato dall'amico Fr. von Hügel, non fecero che accelerare, il T. passò al modernismo; intendeva però rimanere in seno alla Compagnia e alla Chiesa per operare la riforma dal di dentro, svolgendo attività clandestina di scrittore, finché la Compagnia decise la sua espulsione ( $1^{\circ}$ febbr. 1906), indotta dalla scoperta di $A$ letter to a friend e dal rifiuto del T. di ritrattare gli errori. L'espulsione importava la sospensione a divinis, per essere egli
congedato s sine episcopo receptore s; si aggiunse da Roma, per la reazione da lui capeggiata contro l'enciel. Pascendi, la sentenza del 22 ott. 1907, che lo privava dei Sacramenti. Morì senza essersi riconciliato con la Chiesa.
Le opere del periodo pre-modernista sono: Nova et Vetera (Londra 1897); Hard sayings (ivi 1898); On external religion (ivi 1899); Oil and wine (1900, in circolazione privata); The faith of the millions (Londra 1901): raccolta dei principali saggi apparsi sul Month. Nel periodo modernista clandestino scrisse : Religion as a factor of life (Exeter 1902 : pseud. Dr. Ernest Engels); The Church and the future (s.1. 1903, pseud. Hilaire Bourdon); Lex orandi (Londra 1903); Lex credendi (ivi 1906). Del periodo apertamente modernista sono: $A$ much abused letter (ivi 1906); Through Scylla and Charybdis (ivi 1907); Mediaevalism (ivi 1908); Christianity at the cross-roads (ivi 1909, postuma); Essays on faith and immortality (ivi 1914, postuma).
La filosofia religiosa del T., benché non si presenti come sistema organico coerente, traccia tuttavia le grandi linee di una nuova vasta sintesi teologica che, escluso il tomismo per una scolastica pragmatico-immanentista, valesse a conciliare le istanze del pensiero moderno con la fede cattolica, sotto il segno dell'antimethetualismo e del relativismo. Negata alla ragione ogni capacità di sapere scientifico e metafisico, il trascendente, secondo il T., è dato attraverso una esperienza vitale, vera rivelazione che si compie normalmente nella coscienza di ognuno e, in grado straordinario, in quella del profeta, interprete dell'anima collettiva. Tale rivelazione o esperienza del divino, consistente essenzialmente in elementi affettivi e dinamici, tende ad iscriversi in immagini e concetti, originando, per la continua evoluzione di questi, sempre nuovi dogmi i quali, per la loro origine e natura di elemento mentale non rivelato, non possono pretendere, non diversamente da ogni altro umano sapere, ad un valore speculativo e ritengono solo un valore pratico divocionsie, nel senso che la verità di essi consiste solo nella loro utilità per la vita religiosa, ch'è la Lex orandi normativa della Lex credendi (simbolismo dogmatico). L'errore della Chiesa, dal T. denominato teologismo, sta nell'attribuire un valore di verità speculativa e rivelata ai dogmi ed alla teologia razionalmente dedottane, per cui essa tradisce la missione affidatale da Cristo, ponendosi come scuola di dottrina invece che di vita, determinando cosi un inutile conflitto con la scienza e l'assolutismo di un pontificato infallibile, richiesto a salvaguardia della pretesa uniformità dogmatica, unidiuitosi si constenta fidelium, unico organo di verità dello Spirito, che si rivela nell'esperienza religiosa collettiva. La riduzione della sopra-natura a natura, la pratica equivalenza dei dogmi e, per ciò, delle religioni, condussero il T. a un naturalismo religioso, secondo il quale il cattolicesimo non sarebbe che una forma storica transeunte della religione universale.
BibL.: R. Gout, L'affaire T., Parigi 1910; M. D. Petre, $A u$ tabiography and life of G. T., Londra 1912; id., G. T.'s letters, ivi 1920; Fr. von Hügel, Selected letters, ed. Holland, ivi 1927; J. Rivière, Le modernisme dans l'Eglise, Parigi 1929, passim; A. Loisy, Mém. pour servir à l'hist. relig. de notre temps, III, ivi 1931, pp. 111-38; J. L. May, Parker T. and the modernist movement, Londra 1932; A. Loisy, G. T. et Henri Bremond, Parigi 1936; M. D. Petre, Von Hügel and T. The story of a friendship, Nuova York 1938; J. J. Stam, G. T., Utrecht 1938; G. Martini, Cattolicesimo e storicismo, Napoli 1951, pp. 141-92. Per una valutazione dottrinale: E. Frasson, Un nouveau manifeste cath. d'agnosticisme, in Bull. de littér. eccl., 27 (1903), pp. 157-66; id. La philos. relig. du P. T., ibid., 30 (1906), pp. 33-49; J. Lebreton, Chronique de théol., in Rée, pratique d'apologet., 3 (1907), pp. 542-50; id., Catholicisme, ibid., 5 (1907), pp. 526-48. Per una più ampia bibl. v. J Rivière, s. v. in DThC, XV (1947), coll. 2016-20.
Giuseppe Cantoni
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UBAGHS, Gerhard Casimir. - Filosofo belga, n. a Berg-le-Jaquemont il 26 nov. 1800 , m. a Lovanio il 15 febbr. 1875.
Ordinato sarcedote, insegnò prima nel piccolo Seminario di Rodule, poi (1834) a Lovanio. Dal 1846 diresse, insieme con Arnold Tits e Lonay, la Revue catholique, divenuta organo dell'ontologismo (v.) cui l'U. aderì nel 1850.
Opere principali: Lagicne elementa (Lovanio 1834; 6a ed. 1860); Ontologiae... elementa (ivi 1835 ; $5^{\text {a }}$ ed. 1864); Theodiceae... elementa (ivi 1841, $4^{\text {a }}$ ed. 1863); Anthropologiae philosophicae elementa (ivi 1848); Du réalisme en théologie et en philosophie (ivi 1856); Essais d'idéologie ontologique (ivi 1860). Il pensiero di U., come in genere quello dei tradizionalisti, è una reazione al razionalismo illuministico e si propone di conciliare fede e ragione, in modo che questa abbia garanzia del proprio sussistere in virtù di quella (Log. elem., $3^{\text {a }}$ ed., 1839, p. 161). Si distinguono nozioni e idee; le nozioni, derivate dalla sensibilità hanno solo universalità relativa; le idee riguardano le verità di ordine morale e metafisico (legge morale naturale, esistenza di Dio, ecc.) e sono innate. Tale innatismo (v.) è di tipo leibniziano (ibid., pp. 17-18 e 124). Lo sviluppo di queste idee è consentito dall'insegnamento sociale, inteso come ogni forma di aiuto derivante dalla convivenza sociale: origine sociale ha pure il linguaggio articolato, come mezzo espressivo e comunicativo (ibid., pp. 144-48 e 167). Ma tale insegnamento o tradizione, indispensabile all'uomo, suppone a sua volta un primo insegnamento divino sotto forma di rivelazione naturale : è in questo senso che U. parla di una "fede primitiva" (ibid., p. 161), cui assegna inoltre il compito di correggere lo psicologismo (v.), garantendo essa la comunicazione del soggetto con l'oggetto, al di là della rappresentazione (cf. Théol. elem., p. 84). Il fondamento della certezza consiste nella stessa natura ragionevole dell'uomo, che si esprime nel senso comune (v.). In definitiva ogni individuo è legato ai suoi contemporanei e predecessori e deriva dall'insegnamento l'uso della ragione, anche se, una volta ricevute dalla tradizione le idee e i principi, la ragione è in grado di comprenderli (Log. elem., pp. 128-29).
In merito all'idea di Dio, essa è un dato originario della ragione; Dio è quindi indimostrabile. Dimostrazioni e prove non sono che chiarificazioni e spiegazioni. Di qui l'adesione all'ontologismo come all'unica soluzione delle difficoltà dell'intermediarismo. Le idee sono poste come "la medesima verità da conoscere, identica con l'intellegibile percepito immediatamente", " verità assolute esistenti realmente e indipendentemente da ogni operazione dello spirito umano"; e infine come "l'esseré che è atto puro e che non è altro che l'Essere Divino" (Essais d'idéologie ontologique, pp. 33, 75, 88). La presenza naturale di Dio alla mente non va tuttavia confusa con la visione beatifica, che ha per oggetto l'essenza divina in sé ed è propria soltanto dell'anima separata (ibid., p. 58 ).
La dottrina suscitò aspre controversie. Dopo un avvertimento, nel 1843 , in merito a 5 sue proposizioni, la Congregazione dell'Inquisizione condannò ( 18 sett. 1861 ) una serie di proposizioni concernenti l'ontologismo (Denz-U, nn. 1659-65). U., dopo essersi sottomesso (Henry, op. cit. in bibl., pp. 113-49), lasciò l'insegnamento.
BibL.: M. De Wolff, Hist. de la philos. en Belgique, LovanioParigi 1910, p. 299 sgg.; J. Henry, Le traditionalisme et l'ontologisme a Louvain, in Annales de l'Institut sup. de philosophie, 5 (1944), pp. 41-149; L. Noël, Histoire de la Belgique contemp., III, Bruxelles 1930, pp. 81-119.
Enzo Maccagnolo
UBALDI, Paolo. - N. a Parma il 30 ag. del 1872, m. a Milano il 22 luglio del 1934. Orfano e accolto decenne da d. Bosco (v. GIOVANNI bosco), divenne sacerdote nel 1895, docente, dal 1909, di letteratura greca prima a Torino e poi a Catania, di letteratura cristiana greco-latina a Milano dal 1924 (Università Cattolica), dal 1932 di patrologia nel grande Seminario diocesano di Venegono.
Si era infatti applicato a due campi ben diversi di lavoro: il classico e il cristiano. Nel primo, lo attirarono i grandi: Omero, Pindaro e soprattutto Eschilo, del quale diede un testo sicuro e una esegesi penetrante. Nel secondo fu in Italia un vero pioniere. Cominciò con il Crisostomo e con Palladio, lasciando due lavori flutti, l'uno come ricostruzione storica, l'altro come valutazione letteraria e linguistica. In seguito studiò sulla grecità di s. Marco; più tardi sugli Atti dei martiri e gli apologisti del sec. II, dove il suo lavoro migliore è quello su Atenagora. Fondò e diresse il Didashaleion (v.), con il proposito di rivalutare l'antica letteratura cristiana come disciplina autonoma e porre l'Italia nei suoi riguardi al livello delle altre nozioni, e a lui si deve se nei programmi per le scuole medie è stata aggiunta la lettura degli scrittori cristiani antichi, se oggi le tre Università di Torino, di Catania, e di Milano (Cattolica) hanno la cattedra di letteratura cristiana antica. A Catania, nel 1947, ad iniziativa di scolari affezionati, sono sorti il Nuovo Didashaleion con un più vasto piano di lavori e il Centro di studi sul cristianesimo antico.
Bibl.: opere edite: La Siwado ad Quercum, dell'anno 403, in Memorie della R. Aecad, delle scienze di Torino, $2^{\circ}$ serie, 23 (19011902); Appunti sul "Dialogo storico" di Palladio, ibid., $2^{\circ}$ serie, 56 (1905-1906); Il movimento letterario d'ispirazione cristiana in Oriente nella prima metà del sec. IV, estratto dal vol. Letture costantiniane, Roma 1914; Atenagora, La supplica dei cristiani, testo critico e commento, Torino 1000; Taziano, Il "Discorso ai Greci ", vers. it. e note, ivi 1921; Metodio d'Olimpo, Il convito delle vergini, vers. it., introd. e commento, ivi 1026; numerosi gli scritti inediti. Studi : elenco bibliogr. compl. a cura di S. Colombo (v.) in Concezione, 6 (1934), pp. 673-75; C. Cessi, Commemorazione, in Ann. dell'Univ. Catt., anno accadem. 1934-35, Milano 1935, pp. 41-43; Studi dedicati alla mem. di P. U., Milano 1937; E. Rapisarda, Commemorazione, in Nuovo Didashaleion, I (1947), pp. 8-11,
Paolo Barale
UBALDI, Ubaldo. - Prelato e biblista, n. a Roma nel 1838 , ivi m. il 12 dic. 1884.
Alunno del Seminario Romano, ottenne la laurea in filosofia, teologia e in utropue ture a S. Apollinare; successe all'Arcangeli nella cattedra di S. Scrittura, all'Apollinare e al Collegio di Propaganda Fide. Fu canonico della basilica di S. Maria ad Martyres e padre spirituale del Collegio Americano del Nord.
Fu conoscitore profondo dei problemi biblici, assai versatile nello studio delle lingue orientali (ne conosceva oltre 17). Scrisse : Introduccio ad Sacram Scripturam (3 voll., Roma 1879), di cui il rapido susseguirsi delle edizioni indica il valore intrinseco; Il Cantico dei Cantici (ivi 1883); L'Ecclesiaste (ivi 1883); Il libro di Giobbe (ivi 1883): scritto contro gli attacchi del Renan. La prematura morte impedì di condurre a termine l'opera: Esame criticostorico del razionalismo moderno, in due parti, di cui la prima, virtualmente terminata, tratta delle Cause generali e particolari del razionalismo moderno. Questi manoscritti dell'U. passarono nella Biblioteca del Seminario maggiore di Apuania (Massa Carrara), donati dalla nipote Tecla Del Frate-Cicala.
Bibl.: necrologi in: L'Osservatore Romano, 16 dic. 1884 e 20 febbr. 1885; Cronaca Massese, 24 febbr. 1885; La Voce della Verità, 14 marzo 1885 e 18-19 maggio 1890. Luigi Mussi
UBALDINI, OTtaviano, cardinale. - N. certamente dopo il 1210, m. nel 1273. Uscì dalla famiglia
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ghibellina che signoreggiò lungamente in Mugello e nella Romagna toscana; fu zio dell'arcivescovo Ruggeri di Pisa (cf. Dante, Inf., XXXIII, 14).
Era arcidiacono di Bologna, suddiacono e cappollano apostolico, quando il Capitolo lo postulò a vescovo (21 febbr. 1240); ma non avendo egli ancora 30 anni, Gregorio IX il 17 giugno 1240 lo costituì amministratore in temporalibus et spirituolibus.' Fu creato cardinale diacono di s. Maria in Via Lata il 28 maggio 1244 da Innocenzo IV che lo inviò legato in Lombardia nel 1247; favori Ottone Visconti di Milano; dopo la sconfitta di Federico II sotto Parma ( 18 febbr. 1248) entrò in questa città; ma messosi in discordia con l'altro legato Gregorio di Montelongo, guelfo, passò in Romagna; e con le genti dei Bolognesi dal maggio in poi ebbe Forli, Forlimpopoli, Cesena, Imola, Cervia, Ravenna e, nel giugno, Ferrara e Rimini. Nel maggio 1251 era a Genova e persuadeva Innocenzo IV a fermarsi in Lombardia. Egli riusci a dominare sull'animo di Alessandro IV che nel maggio 1255 lo costituì legato per condurre la spedizione contro Manfredi: occupò Barletta e Monopoli, ma assediato in Foggia da Manfredi strinse con lui un trattato che il Papa non poté accettare per cui l'U. fu accusato di aver tradito la causa della Chiesa. Fu amico di Brancaleone degli Andalò, senatore di Roma che operava in favore di Manfredi; non esitò a sacrificare la Chiesa stessa agli interessi della sua famiglia o di un gruppo di ghibellini di Firenze ed ebbe parte nell'ordire quella spedizione militare che procurò ai ghibellini, con l'aiuto di Siena e di Manfredi, la vittoria di Monteaperti (1260) ed il dominio di Firenze (cf. Dante, Inf., X, 83 sgg .). Dopo la vittoria di Carlo d'Angiò a Benevento (1266) non esitò a sostenere in Roma le parti del senatore Arrigo di Castiglia contro Carlo; ma dopo la sconfitta di Corradino (1268) e durante la lunga vacanza del papato non ebbero più esito i suoi maneggi. Fu "mondano uomo" anzi "epicureo" per cui si poté dire che non credesse all'immortalità dell'anima e gli fu attribuito il detto "Se anima è, per li ghibellini io l'ho perduta" (ibid., X, 120). Fra' Salimbene non gli risparmiò amari rimbrotti.

(da P. Cenci, in Archiv. per la Stor. ecel. dall'Umbria, 3 (1943), p. 272)
Ubaldo, santo - Donazione di s. U. alla canonica di S. Mariano (1138) con firma autografa del Santo. - Gubbio, Archivio de Conti della Porta.

Ubaldo, santo - Bolla di Celestino III per la canonizzazione di s. U. (2 marzo 1192) - Gubbio, Archivio comunale.
Bibl.: G. Levi, Registri dei cardd. Ugolino d' Ostia e O. degli U., Roma 1890, p. xvir sgg. 127 sgg. (pochi atti); P. Balan, Stor. d'Italie, III, Modena 1894, p. 642 sgg.; IV, ivi 1894 p. 24 sgg.; R. Morghen, Il tramonto della potenza vecva in Italia, Roma-Milano 1936, p. 176 sgg.; E. Dupré-Theseider, Roma dal comune di papalo alla signoria pontif., Bologna 1952, pp. 23, 27, 79, 147 sgg. Cf. Potthast, 10895-69: Corpus Chron. Bonon., in RIS, XVIII, II, II, p. 113.
Pio Paschini
UBALDO, santo. - Restauratore della vita canonicale e vescovo di Gubbio, n. ivi da famiglia feudale d'origine germanica tra il 1080 e il 1085 , m. ivi il 16 maggio 1160.
Orfano in giovane età, iniziò i suoi studi nella collegiata di S. Secondo e li proseguì a Fano e nuovamente a Gubbio nella canonica della Cattedrale, la cui vita regolare era in piena decadenza; per questo motivo chiese di poter ritornare tra il clero di S. Secondo. Per interessamento del vescovo Giovanni di Lodi, U. rientrò nella canonica della Cattedrale (1105) che riuscì a riformare integralmente fra il 1120 e il 1122: ordinato sacerdote nel 1114 ca., verso il 1117 già ne era priore; nel 1119 si recava a Ravenna per conoscere appieno la Regola Portuense che introdusse poi nella sua canonica. Dopo il grave incendio che nel 1125 distrusse parte di Gubbio, U., trascorso breve tempo a Fonte Avellana, si accinse alla ricostruzione della Cattedrale, della canonica e di un ospedale. Ma, mentre era intento a quest'opera di ricostruzione, i Perugini lo scelsero come loro vescovo: U. vi si oppose e, giunto a Roma, chiese a Onorio II di esonerarlo. Ottenuta la grazia, fece ritorno a Gubbio, ma alla morte del vescovo Stefano (fine 1128 -inizio 1129) dovette accettare il vescovato eugubino, ch'egli governò con fermezza e mitezza per 31 anni. Sono noti i suoi efficaci intervenzi nel momento della lotta per la creazione del comune (1135-40), dell'assedio della città da parte delle undici città alleate con a capo i Perugini (1155) e presso Federico Barbarossa che minacciava a Gubbio la fine di Spoleto (ag. 1155). Fu sepolto nella Cattedrale di cui divenne presto contitolare; dopo la sua canonizzazione per parte di Celestino III ( 5 marzo 1192: Cenci, Codice diplomatico, cit. in bibl., pp. 459-60), il suo corpo fu trasportato nella chiesa posta sul Colle Ingino (11 sett. 1194), dove tuttora è venerato incorrotto. S. U. è invocato contro gli spiriti immondi e contro l'idrofobia. Che s. U. sia l'eponimo del celebre santuario (sec. xili) di Thann in Alsazia
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(fol. Fides)
Ubanghi-Belga, vicariato apostolico di - Cappella in stile "Mbanza ".
sotto il nome di s. Teobaldo è cosa molto controversa (cf. Cenci, Vita di s. U., pp. 200-20, e Clauss : la BHL, 8028 recensisce una Vita in cui s. U. è appunto chiamato Teobaldo). La Vita di s. U. è stata scritta tra il 1162 e il 1163 da Giordano, priore della cattedrale di Città di Castello, e da Teobaldo, successore di s. U. Festa il 16 maggio; la traslazione è ricordata l'ri sett. Per la festa dei Ceri v. Gubbio.
Bibl.: Acta SS. Maii, III, Anversa 1680, 628-53; P. Cenci, I ceri di Gubbio e la loro storia, $2^{\circ}$ ed., Città di Castello 1908; id., Cod. diploss. di Gubbio dal 900 al 1200, in Arch. per la stor. ecel. dell' Umbria, 2 (1915), v, indice, p. 528 (9 doc. come Priore, II come vescovo, 8 con titolo di santo prima della canonizzazione); id., Vita B. Ubaldi, scritta da Giordano di Città di Castello, ibid., 4 (1917-19), pp. 70-136; id., Vita di s. U. vescovo e Patrono di Gubbio, Gubbio 1924: J. M. B. Clauss, Die Heiligen des Elsass, Düsseldorf 1935, pp. 229-31; Martys. Romanum, p. 191.
A. Pietro Frutaz
UBALDO d'Alençon. - Cappuccino (al secolo Léon-Louis Berson), n. il 23 dic. 1872 ad Alençon, m. il 5 luglio 1927 a Bry-sur-Marne.
Ammesso nell'Ordine nell'art. 1891, si vide deluso nel suo desiderio della missione dell'India dall'improvviso manifestarsi di una grave malattia, la tubercolosi. Ordinato sacerdote nel 1898, fu impossibilitato dalle sue precarie condizioni di salute ad esercitare il ministero. Datosi pertanto agli studi storici, divenne attivo collaboratore degli Annales franciscaines e delle Etudes franciscaines.
Accorto lettore delle fonti e dotato di molto scume nello spoglio delle carte d'archivio, i suoi profili di membri dell'Ordine, oltre a delineare sulla scorta di una essuriante documentazione le vicende della vita esteriore dei biografati, non difettano mai di una opportuna ambientazione e di una fine sensibilità psicologica. Tra i suoi scritti si ricordano in modo particolare: Mémoires et lettres du p. Témothée de la Flèche sur les affaires ecclésiastiques de son temps (1907), corredate da una introduzione di U. ed assai interessanti per la storia del giansenismo; Leçons d'histoire franciscaine (1918), in cui condensò il frutto della sua attività storiografica; Les Frères Mineurs Capucins de Reims, apparso nei Travaux de
l'Académie de Reims del 1923 (vol. CXXXVII, pp. 75235). Durante la prima guerra mondiale U. prestò servizio in un ospedale.
Bibl.: Jean de Dieu, Le rév. p. U. d'A., in Et. Franc., 39 (1927), pp. 252-66.
Silvio Furlani
UBALDO di Sant'Amando. - Monaco erudito (Hucbaldus, Hubaldus, Hugbaldus, Hucboldus, Uchubaldus), n. ca. l'830, entrò nell'abbazia benedettina di S. Amando (celebre "Monasterium Elnonense" nella Fiandra gallicana), ivi m. il 20 giugno 930.
Fu istruito dal suo dotto zio Milone nella stessa ab bazia e perfezionò le sue conoscenze di scienze e di lettere a Nevers (?) e a Auxerre in Francia. La sua rara dottrina letteraria e teologica, e specialmente musicale, accompagnata da insigni virtù religiose, lo fece nominare (nel 872 ca.) direttore della scuola di S. Amando, poi (883) diresse la scuola dell'abbazia di S. Bertino presso St-Omer e infine (893) quella di Reims, ove si recò su richiesta dell'arcivescovo Fulco. Ca. l'anno goo ritornò all'abbazia di S. Amando. Fu legato da amicizia con i grandi dotti e letterati del suo tempo.
Oltre alcune composizioni in versi e gli Acta martyrli ss. Ciriaci et Julitiae (apocrifo), lasciò varie opere agiografiche di gran valore, come le vite S. Rietradis, S. Aldegundis e altre biografie di santi fiamminghi del sec. vir. I suoi scritti sulla musica sono importanti per la storia di quest'arte in quel secolo; ma l'autenticità di varii tra essi è contestata. Suo sembra rimanere il De harmonica institutione (M. Gerbert, Scriptores de musica sacra, I, S. Blaise 1784 , pp. 104-105), nel quale, pur rifacendosi ad opere antecedenti, dà preziose notizie sulla notazione degli intervalli, ecc.
Bibl.: E. Coussemaeker, Mém. sur Hucbald et sur ses traités de musique, Parigi 1841; E.-H. J. Reussens, s. v. in Biogr. nat., IX, pp. 611-21.
Alberto Ampe
UBANGI BELGA, vicariato apostolico di
- Situato nella punta nord-occidentale del Congo Belga. E tutto compreso entro i limiti della provincia dell'Equatore e del distretto civile di Congo-Ubangi, di cui abbraccia i territori civili di Libenge, di Gemena, di Bosobolo e di Banzyville.
Eretto in prefettura ap. il 7 apr. 1911, con territorio distaccato dall'allora vicariato ap. del Congo Belga, fu elevato in vicariato il 28 genn. 1935. Ne hanno cura i Padri cappuccini della provincia belga e alcuni Padri della provincia italiana di Alessandria.
L'opera di evangelizzazione ebbe inizio nella regione di Banzyville il $1^{\circ}$ dic. 1910 con la fondazione della prima stazione missionaria. Su di una superficie di ca. 79.000 kmq . si contano 500.000 ab., di cui 104.334 cattolici, 3146 protestanti, 162 musulmani, gli altri pagani feticati. Il vicariato conta: 14 stazioni missionarie principali e 7 secondarie, I sacerdote nativo e 52 esteri (tutti cappuccini), 2 suore indigene e 31 estere, 678 catechisti, 501 maestri e maestre, 362 scuole tra elementari, professionali e normali. All'assistenza sociale e sanitaria provvede con 9 ospedali, 6 lebbrosari e 8 orfanotrofi. Possiede 2 tipografie con un periodico mensile, Fana le, di 2000 copie. In ogni stazione missionaria principale funziona l'Azione Cattolica. L'indice medio delle conversioni, dal 1910 ad oggi, può essere fissato a ca. 3000 persone ogni anno.
Bibl.: AAS, 3 (1911), p. 198; 27 (1932), pp. 433-34; Arch. S. Congr. de Prop. Fide, pos. pret. nn. 537-11, 450/35, 3462/30, 3124/22; Van Wing-V. Goémé, Annuaire des Missions Cath. au Congo-Belge et au Ruanda Urundi, Bruxelles 1949, pp. 500-17. Mariano Clementi
UBERABA, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Minas Gerais (Brasile).
Ha un superficie di 92.000 kmq ., con una popolazione di 812.000 ab., di cui 810.000 cattolici Conta 44 parrocchie, con 39 sacerdoti diocesani e 22 regolari, un seminario minore, 12 comunità religiose maschili e 22 femminili.
La diocesi fu creata con decreto concistoriale del 29
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nov. 1907, sotto il titolo del Cuore S.mo di Gesù e come suffraganea dell'arcidiocesi di Mariana, da cui, con altro decreto concistoriale del $1^{\circ}$ febbr. 1924, dal papa Pio XI fu trasferita all'arcidiocesi di Belo Horizonte. Suo primo vescovo fu mons. Edoardo de Silva, m. nel 1924.
BibL.: Ann. Pont. 1953, p. 437; O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, p. 443 sgg.
Virginio Battezzati
UBERTI, Fazio degli. - Poeta, discendente da nobile famiglia glubellina di Firenze, n. a Pisa nel primo decennio del sec. xiv, m. dopo il 1368.
Fu ospite alla corte degli Scaligeri a Venezia e dei Visconti a Milano. Scrisse un Cimzoniere, di cui alcune liriche sono a sfondo gentile e amoroso, ispirate da schietto e delicato sentimento, altre di indole politica rivolte agli imperatori di Germania, che trascuravano la loro missione imperiale in Italia. Da notare, tra i sonetti, quelli sui sette peccati mortali e due laudi dedicate alla Vergine: l'una sotto forma di preghiera, la seconda col titolo: Le allegrecce di Maria. Diverse poesie sono di dubbia autenticita. Ma l'opera da cui l'U. si riprometteva gran fama è il Dittamondo (Dicta mundi), poema allegorico in 6 ll . peraltro interrotto mentre l'U. iniziava il riassunto della S. Scrittura. Il poeta immagina che il geografo Solino, di cui compendia largamente la dottrina, gli faccia da guida nelle sue peregrinazioni attraverso i vari paesi d'Europa e d'Africa. Il Dittamondo è opera di carattere geografico e cosmografico e accoglie fonti antiche come leggende di carattere medievale; né mancano spunti polemici secondo la tradizione del tempo. Cosi vi si trovano accenni contro l'avidità del clero (1. II, cap. 2), la cattività avignonese (1. IV, cap. 22) e all' imperatore Carlo IV di Boemia per esortarlo a libarare il sepolcro di Cristo (1. VI, cap. 5.).
Bibl.: Liriche, edite ed inedite a cura di R. Renier, Firenze 1883; una scelta in Pocti minori del Trecento, a cura di N. Sapegno, Napoli 1952, pp. 87 sgg. e 769 sg.; B. Croce, Poesia pop. e poesia d