, la cattività avignonese (1. IV, cap. 22) e all' imperatore Carlo IV di Boemia per esortarlo a libarare il sepolcro di Cristo (1. VI, cap. 5.).
Bibl.: Liriche, edite ed inedite a cura di R. Renier, Firenze 1883; una scelta in Pocti minori del Trecento, a cura di N. Sapegno, Napoli 1952, pp. 87 sgg. e 769 sg.; B. Croce, Poesia pop. e poesia d'arte, Bari 1933, pp. 114-24. Lanfranco Fiore
## UBERTINI, FRANCESCO: v. BACHIACCA.
UBERTINO da CASALE. - Capo degli Spirituali francescani, n. nel 1259 a Casale-Monferrato (Vercelli), vesti l'abito francescano nella prov. di Genova (1273). Destinato a S. Croce di Firenze per motivo di studio (1285), si recò prima a Roma e poi a Greccio dove il b. Giovanni da Parma lo iniziò alle profezie apocalittiche sulla decadenza e sul risorgimento dell'Ordine francescano.
Nel prologo I dell'Arbor vitae e nel decorso dei suoi cinque libri, U. manifesta per quali vie si è compiuta la sua formazione spirituale, dal 1285 al 1305 . Nel primo suo soggiorno in Toscana, dove si diede alla predicazione, trovò che lo spirito di Gesù fortemente "ribolliva" in molte virtuose persone, tra cui Pietro Pettinaio (v. Dante, Purg., XIII, 125-29) da Campi in Chianti presso Siena, la vergine Cecilia da Firenze e Pietro Olivi (v.), A Parigi (1289-98), U. continuò a studiare i libri sacri e tenne anche l'ufficio di lettore. Trascinato dalla rilassatezza comune perdette i frutti della sua prima formazione spirituale. Tornato in se stesso, tornò nell'Umbria, dove la b. Angela da Foligno lo trasformò totalmente. Fervido propagatore del rinascimento spirituale, U. si distinse per gli attacchi appassionati contro quelli che si opponevano ai suoi sogni di riforma della Chiesa e dell'Ordine francescano. Denunziato a Benedetto XI, accusato persino di immoralità, fu relegato alla Verna (primavera 1304) dove il 28 sett. 1305 terminò l'Arbor vitae.
Dalla fine del 1309 al maggio 1312, U. difese fortemente l'osservanza stretta della Regola francescana e l'ortodossia dell'Olivi davanti a Clemente V; la bella Essai de Paradiso ( 6 maggio 1312), che mantiene la vita francescana nel suo rigore tradizionale, e il generico decreto Fidei catholicae fundamento (1312), che risparmiò all'Olivi ogni condanna nominale, attestano l'influsso di U. nell'accessa controversia tra i Francescani al Concilio di Vienne. Dopo l'aspra disputa U. si ritirò probabilmente in Avignone presso i curdd. Colonna e Orsini. Per sottrarlo all'ostilità dei suoi avversari (Michele da Cesena, Bona-
grazia da Bergamo), Giovanni XXII gli permise di passare tra i Benedettini dell'abbazia di S. Pietro a Gembloux, diocesi di Liegi ( $1^{\circ}$ ott. 1317). In realtà, U. rimase al servizio di N. Orsini e disimpegnò con successo vari negozi politico-ecclesiastici. Nella controversia sulla povertà di Cristo e degli Apostoli, sotto Giovanni XXII, U. diede una sentenza moderata ispirata all'Apologia pauperum di s. Bonaventura (1322). Accusato di eresia e di ribellione alla S. Sede fuggì da Avignone nel 1325 forse presso Lodovico Bavaro. Si ignora la data della sua morte.
II. Scritti. - Dietro richiesta, U. compose l'Arbor vitae crucifixae, fesu sulla Verna (1305). Esso non solo riflette la sua focosa personalità e l'ambiente spirituale in cui visse, ma anche il suo pensiero teologico, mistico e politico. Vi sono adattati alle radici, al tronco, ai rami, alla cima e ai frutti dell'albero allegorico (cf. il Lignum vitae di s. Bonaventura) i misteri della Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo con la compassione amorosa di Maria, messi a paragone con il tradimento della Chiesa infedele, di cui però U. annunzia il ritorno all'Albero della vita secondo le tendenziose predizioni gioushiminiche. U. spinge il lettore ad una più profonda meditazione della vita interiore di Gesù e delle sofferenze del suo Cuore, primo movente della redenzione, fondamento di ogni Grazia e di ogni merito (1. IV, 21; f. 164 ${ }^{2}$ ). Un secolo prima di s. Bernardino da Siena, U. esaltò il Nome di Gesù e pensò di farne un trionfale vessillo (1. II, cap. 2; f. $41^{\circ}-44^{\circ}$ ). Di Maria espone soprattutto la maternità divina e la missione mediatrice (1. II, cap. 5; f. 51). Anche a s. Giuseppe U. dedica pagine piene di tenerezza (1. II, cap. 6; f. $62^{\circ}$ ).
Il tono cambia quando U. tratta dello stato della Chiesa, soprattutto al cap. 7 (Yesus despectus iterum) e al cap. 8 (Yesus falsificatus) del 1. V. ff. 224-34. Sedotto dal gioushinismo, U. giudica della Chiesa e quindi dell'Ordine francescano secondo la teoria dei sette stati, nella quale il sesto è quello del rinnovamento spirituale della 'Thiesa per opera di s. Francesco e dei suoi fedeli amanti di "madonna povertà in mezzo alla decadenza generale. Pur professando, fin dal prologo dell' Arbor vitae, la sottomissione più completa alla Chiesa romana, U. distingue tra Chiesa carnale e Chiesa spirituale, respinge la prima come la grande prostituta di Babilonia e dichiara che dopo l'abdicazione invalida di s. Celestino V, la cui rinunzia fu ottenuta con malizia e frode del card. Caetani e dei suoi complici, non ci fu più papa legittimo. Bonifacio VIII è la mala bestia dell'Apocalisse, Benedetto XI l'altera bestia e Clemente V sarà per opprimere la Sede Apostolica, fino a quando venga colui che siederà legittimamente e riformerà tutto (1. V, cap. 8, ff. $228^{\mathrm{r}}-34^{\mathrm{v}}$ ). Passata la tempesta, gli umili ministri di Cristo ricondurranno alla vera Chiesa coloro che erano stati sedotti dai superbi usurpatori (1. V, cap. 9, Jesus doctor homilium, f. $234^{\text {v }}$ ).
Al i. V dell'Arbor (che Dante conobbe) ricorrono, per appoggiare le loro tesi tendenziose, tanto il fraticello ribelle, autore del Decalogus evangelicae paupertatis (1340), quanto Mattia Bellintani da Salò nella sua Historia Capuccina (1588). Influsso più profondo ed esteso esercitarono le sue meditazioni intorno alla vita di Gesù, Maria, s. Giuseppe e s. Francesco esposte negli altri libri (ad es. : su s. Bernardino da Siena, s. Giacomo della Marca, Giac. Gruytrade, Tritomius). S. Bernardino da Siena trovò nell'Arbor la sostanza della sua predicazione cristologica, nonché della sua dottrina sulla meditazione universale di Maria e sul patrocinio di s. Giuseppe. La stessa diffusione del manoscritti dell'Arbor, soprattutto in Italia, in Spagna e nei Paesi Bassi negli ambienti più diversi, ne provs la voga.
Gli altri scritti notevoli di U. sono: La Responsio alle quattro questioni di Clemente V sull'osservanza della povertà francescana e la dottrina dell'Olivi (inizio 1310); il Retulus in cui denunzia venticinque violazioni della Regola francescana (fine 1310 o principio 1311); Super tribus sceleribus Damasci, in cui sostiene che il frate minore non può avere altro che l'uso stretto delle cose necessarie (luglio 1311); Sanctitati apostolicae, che è l'Apologia dell'Olivi (v.) presentata al principio dell'estate
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(fot. Clém. Dissert).
Uberto, santo - Cenotaffio di s. U. nel santuario del Santo, con sculture di G. Gesfs (1847). Le reliquie nascoste nel sec. xviri non sono state ritrovate - St-Hubert-en-Ardenne, Basilica.
1311; Declaratio fr. Ubertini et sociorum eius, risposta al procuratore Raimondo da Fronsac e a Bonagrazia da Bergamo, in cui mette in rilievo l'opera sua per la repressione dell'erezia della libertà dello spirito e difende un'altra volta Olivi (estate 1311). La Sentenza sulla povertà apostolica, del 1322 (Wadding, Annales, n. xix), è stata sviluppata in un Tractatus de altissima paupertate Christi et apostolorum eius et verorum apostolicorum, finora inedito (Vienna, Hofbibliothek, ms. 809).
BibL.: a) fonti: Arbor vitae crucifixae Jesu, Venezia 1485. Gli scritti polemici pubbl., in gran parte da F. Ehrle, in Archiv für Literatur und Kirchengesch. des Mittelalters, 1886-87; Super tribus sceleribus Damasci, ed. A. Heysee, in Arch. franc. bist., 9 (1917), pp. 123-74; Responsio f. Ubertini circa quaestionem de paupertate Christi, ed. E. Baluze, in Misc. sacra, ed. Mansi, t. II, Lucca 1761, pp. 274-80; M. Bihl, Fraticelli exinuitam Decalogue evangelicae paupertatis an. 1340-42 conscriptus, in Arch. franc. bist., 32 (1939), pp. 297-411; F. M. Delorme, Notice et extraits d'un manusc. fran-cisc., in Collect. franc., 15 (1945), pp. 5-91. Studi: Ch. Huck, Ubertin v. C. und dessen Ideenbreis, Friburgo in Br. 1903; E. Knoth, U. von C., Marburgo 1903; F. Callaey, L'idéalisme franc. spirituel au XIVe siècle. Etude sur U. de C., Lorenzo 1911; id., L'influence et la diffusion de l'Arbor vitae d'U., in Rev. d'hist. ecclés., 18 (1921), pp. 533-46; id., L'infiltration des idées franctes spirituelles chez les Fr. min. capucins au XVI'c s., in Misc. Fr. Ehrle, I. Roma 1924, pp. 388-406; A. Martini, U. alla Verna e la Verna nell'Arbor vitae, in La Verna. Contributi alla stor. del Santuario, Arezzo 1913, pp. 193-264; F. Sarri, Pier di Giovanni Olivi e U. maestri di teologia a Firenze, in Studi francescani, 11 (1925), pp. 88-125; E. Bondel, L'influence d'U. sur les écrits de st Ber nardin de Sienne, in Collect. Francisc., 5 (1935), pp. 5-44; P. Godefroy, s. v. in DThC, XV (1950), coll. 2121-34.
Fredegando Callaey
UBERTO (Chugoberctus, Hugbertus), santo. Apostolo dell'Ardenne, fu vescovo di TongresMaastricht (oggi diocesi di Liegi) dal 705 ca. al 30 maggio 727. Festa il 3 nov.
N. nel 685 ca. da nobile famiglia e, a quanto pare, sposato, sarebbe padre di Floreberto, suo successore. Tra le molteplici opere da lui compiute, merita speciale ricordo la solenne traslazione del corpo del predecessore s. Lamberto da Maastricht a Liegi, dove s. U. amava risiedere ( 717 ca.). Durante una partita di pesca, un servitore gli fratturò inavvertitamente le dita di una mano, del che ebbe molte a soffrire e qualche tempo dopo morì a Tervueren. Fu sepolto nella chiesa dei SS. Apostoli a Liegi e il 3 nov. 743 ebbe luogo la prima «elevazione» del suo corpo che, nell'825, venne trasportato nell'allora nascente monastero di Andage, oggi il celebre santuario di St-Hubert-en-Ardenne. Patrono dei cacciatori (la leg-
genda vuole che si sia convertito in occasione di una partita di caccia in seguito all'apparizione di un cervo recante la croce fra le corna), è soprattutto invocato contro la malattia della rabbia. Per questo motivo, nel tardo medioevo, s. U. fu annovorato con i ss. Antonio, Cornelio papa e Quirino martire nel gruppo dei «4 santi Marescialli» (cf. Anal Boll., 60 [1942], p. 239). Taumaturgici effetti contro la rabbia si hanno al contatto con la chiave e la stola di s. U., conservate rispettivamente nella chiesa di S. Croce a Liegi e nel santuario di St-Hubert, che la leggenda vorrebbe consegnate a s. U., la prima da s. Pietro, la seconda da un Angelo. Portano il nome di s. U. molte confraternite, corporazioni (gildes) e l'Ordine cavalleresco, istituito nel 1444 da Gerardo, duca di Juliers. Nell'iconografia, s. U. è spesso raffigurato nella scena di caccia con il cervo, per cui viene facilmente scambiato con s. Eustachio (v.).
La Vita di s. U. è stata scritta da un suo chierico nel 743, opera maldestra ma sincera (ed. W. Levison, in MGH, Script. rer. Merov., VI [1913], pp. 482-96), ritoccata da Giona di Orléans, per ordine del vescovo di Liegi Valtcaudo, tra l'825 e l'831 (BHL, 3994); in seguito le leggende fiorirono attorno al Santo.
Bibl.: Acta SS. Nocembris, I. Bruxelles 1887, pp. 729-930 (studio di C. De Smedt); Martyr. Romanum, p. 494; L. Van Der Essen, Etude crit. et litt. sur les Vitae des Saints wiroving. de l'unc. Belgique, Lovanio-Parigi 1907, pp. 53-71; F. Bais, St Hubert, in Terre Wallonne, 16 (1927), pp. 106-22, 214-20; 17 (1928), pp. 348-64; 19 (1930), pp. 169-79 (buona bioge. ma incompiuta); M. Coens, Une relat. ital. de la coacere, de st Hubert, in Anal. Boll., 45 (1927), pp. 84-92; id., Notes sur la légende de st Hubert, ibid., pp. 345-62; E. de Moreau, Hist. de l'Eglise en Belgique, I. Bruxelles 1940, pp. 99-104 e passim. Per l'iconografia: K. Künstle, Ikonogr. der christl. Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 311-13; H. Martin, St Hubert (L'art et les Saints), Parigi s. 2.
A. Pietro Frutaz
UBERWEG, Friedrich. - Filosofo, n. il 22 genn. 1826 a Leichlingen nella Prussia renana da un pastore evangelico, m. a Königsberg il 9 giugno 1871. Libero docente a Bonn, ordinario a Königsberg.
Dapprima seguace di Beneke (v.) e di Trendelenburg (v.), poi, sotto l'influenza di Czolbe (v.), inclinò al materialismo, pur non sapendo rinunciare alla teleologia (v.). Si oppone a Kant sostenendo che le forme a priori della sensibilità e la categoria della causa non sono introdotte dal soggetto in un materiale caotico, ma appartengono originariamente alla realtà naturale e spirituale, da cui derivano alla coscienza soggettiva in virtù dell'esperienza e del pensiero (cf. Über Idealismus, Realismus und Idealrealismus, in Zeitschr. f. Philos. u. philos. Kritik, 34 [1859]). Il nome di U. è raccomandato specialmente ai lavori di storia della filosofia, in particolare al Grundriss der Geschichte der Philosophie - il più prezioso corso generale di storia della filosofia, per l'ampiezza e l'accuratezza delle informazioni - di cui ha curato le prime quattro edizioni ( $1^{\text {a }}$ ed. in 3 voll., 1862-66; $12^{\text {a }}$ ed., Berlino 1923 1928; $13^{\text {a }}$ ed. stereor., Graz 1951 sgg.) e al System der Logik und Geschichte der logischen Lahren (Bonn 1857; $5^{\text {a }}$ ed. a cura di J. B. Meyer, ivi 1882).
Bibl.f: M. Brasch, Die Welt-u. Lebensanschauung Fr. U.s. Lipsia 1889 (con introd. e biografia); Fr. A. Lange, F. Ue., 1871; id., Storia del materialismo, trad. it., II, Milano 1932, pp. 530-49. Altre indicazioni in Uberweg, IV, p. 702.
Andrea Ferro
UBIQUISMO EUCARISTICO. - Errore luterano, che pretende spiegare la presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo nell'Eucaristia con la comunicazione dell'onnipresenza divina alla natura umana del Redentore.
Questa concezione antimetafisica trovò già nel medioevo qualche precursore. Nel sec. Ix ne dà un accenno Scoto Eriugena (De divisione naturae, V, 38: PL 122,994); nel sec. xir l'eretico Almarico di Bène sostenne che il Corpo di Cristo è presente ovunque, anche nel pane ordinario e che pertanto le parole della consacrazione constatano la presenza reale, non la producono (s subesse
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ostenditur»: cf. Garniero di Rochefort, Contra Amanrianos, in Jahrbuch für Phil. und spekul. Theol., 7 [1893], pp. 56-57). Nello stesso secolo, Folmaro di Tricfenstein, secondo il suo avversario Arno di Reinchensberg (v.), affermò che "corpus Christi, quod sumimus, non aliter in tam multis locis simul esse posse, nisi Christus corporaliter sit ubique" (Apologet. contra Folmarum, ed. Weichert, Lipsia 1888, p. 162). Nel sec. XIV Occam ammise che il Corpo eucaristico di Cristo può essere condensato ad instar puncti e trovarsi "ubique per potentum divinam, non virtute propria" (In IV Sent., q. 4; cf. Quodlibet., 1, 4 de Sacramento Altaris, 6). Nei sec. XVI Lefèvre d'Etaples (Faber Stapulensis) enunció la tesi ubiquistica, perb senza preoccupazioni eucaristiche.
Lutero conobbe certamente questa formulazione dell'errore, che propose, applicandolo all'Eucaristia, il 29 marzo 1526 nel discorso Vom Sakrament des Leibes und Blutes Christi (ed. Weimar, XIX, p. 482 sgg.), nel marzo 1527 negli scritti polemici contro Zuinglio ed Ecolampadio: Dass diese Worte: das ist mein Leib noch feststehen (ed. cit., XXIII, p. 28 sgg.) e nel 1528 nell'opera Vom Abendmahl Christi, Beheautnis (ed. cit., XXIV, p. 261 sgg.). In questi scritti, sulla traccia della teoria occamistica, prima attribuisce al Corpo di Cristo la prerogativa della spiritualità e pertanto della presenza definitiva (modo Angelorum), poi giunge a dire che l'umanità di Gesù sedendo alla destra del Padre (ossia resa partecipe dell'onnipotenza di Dio) è presente ovunque si estende l'onnipotenza divina (omnia implet): per conseguenza il Corpo di Cristo è ovunque presente, ma nella Eucaristia è presente per noi, secondo la volontà divina, che pur potendo comunicarci la carne di Gesù attraverso tutte le cose, ha scelto il pane e il vino per renderla adatta alle nostre esigenze di uomini.
Respinta dagli altri "riformatori" (Zwingli, Calvino, Melantone) questa teoria divenne un dogma presso i luterani, dopo l'articolo di Schwabach (1529). L'interpretazione però di questo "articolo di fede" diede occasione ad un'aceesa controversia dopo la morte di Lutero. Tenacemente sostenuto da Flacio Illirico e da Martino Brenz (che ne elaborò la formola definitiva : l'umanità di Cristo ha ottenuto l'onnipresenza divina, onde nell'Eucaristia acquista l'esse definitive degli spiriti e l'esse repletive di Dio), ma attaccata da Melantone, da Federico III elettore del Palatinato, da Filippo d'Assia e dal Sinodo di Dresda (1571), l'u. fu difeso ad oltranza dal noto teologo Andrēa, che giunse a dichiarare eretico indurito e degno delle più grandi pene chiunque avesse negato l'onnipresenza della umanità di Cristo nei sassi, nelle piante, negli animali, ecc. Sebbene combattuta da Luca Maior, l'idea di Andrēa tronfò quasi ovunque. Chemnitz, spirito conciliativo, propose una via di mezzo (1578), che servì a mitigare il primitivo u. nella Formula Concordiae (1580). Nonostante la moderazione di questa formola di fede luterana, l'u. integrale riaffiorò presso i due teologi svevi Leandro Hutter ed Egidio Hunnius, che influirono, durante la prima metà del sec. XVII, nelle tre scuole di Tubinga (tendenza spinta), di Giessen (tendenza più mitigata) e di Helmstaedt (forma minimista).
Dopo la metà del sec. xviri l'u. scomparve, assorbito dalla nuova teoria della kenosí (v.). Recentemente è riapparso in alcune tendenze teologiche condannate da Pio XII nell'encicl. Humani generis (1951).
Bibl.: A. Michel, Hypostatique (Union), in DThC, XII, coll. 224-42; id., Ubiquisme, ibid., XV, coll. 2034-2848 (con bibl.); A. Piolanti, De symbolismo et ubiquismo eucharist. a Pio XII prescripso, in Euntes Ducete, 4 (1931), pp. 56-71, spec. pp. 66-70. Antonio Piolanti
UBON, vicariato apostolico di. - In data 7 maggio 1953, il vicariato ap. di Tharé (v.) in Thailandia è stato diviso per l'erezione di due circoscri-

(1st. Fides)
UCAYALI, VICARIATO APOSTOLICO di - Indipeni «chunchos» in attesa di essere ricevuti delle Figlie di Maria Ausiliatrice.
zioni ecclesiastiche indipendenti e cioè vicariato ap. di U. e prefettura ap. di Udonthani (v.).
È stato così denominato dalla città di residenza dell'Ordinario, la quale è un conveniente centro, essendo la quarta città della Thailandia, ed ha una fiorente cristianità. Esso è costituito da otto dipartimenti civili: Mahasarakham, Roiet, Surin, Sisaket, U., Kaiyaphum, Buriram, Khorat, la cui superficie complessiva è di kmq . 87.000 , con una popolazione di 4.020 .058 ab . Il numero dei cattolici è di ca. 10.905 . Il nuovo vicariato è stato affidato alla Società delle Missioni Estere di Parigi, mentre il restante vicariato di Tharé è stato passato al clero secolare siamese.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Relaz. con somm., pos. prot. nn. $199 / 33$ e 2274/33.
## UBRIACHEZZA: v. alcoolismo.
UCAYALI, vicariato apostolico di. - Si trova nella regione settentrionale del Perù.
Nel 1619 si ebbe il principio della evangelizzazione della zona per mezzo del p. Gregorio Bolivar con scarsi frutti. Più fortunato fu il p. Filippo di Luyando, che nel 1631 iniziò l'opera di conversione delle varie popolazioni indigene ed anche la serie dei 47 missionari uccisi fino a tutto il 1724 . Nel 1725 la provincia francescana dei Dodici Apostoli del Perù passò la missione al p. Francesco di s. Giuseppe, che fondò il Collegio missionario di Ocopa nel 1724. Nel 1742 l'indio apostata Juan Santos Atahualpa sollevò gl'Indi contro i missionari provocando la rovina della missione. Nel 1752 si dette principio all'opera di restaurazione che portò la missione ad uno stato assai fiorente. Proclamata l'indipendenza del Perù nel 1821, i missionari, perché spagnoli, dovettero abbandonare la missione. Vi rimase solo il p. Emmanuele Plaza, peruviano, che poi divenne vescovo di Cuenca nel Perù. Nel 1824 il Collegio di Ocopa fu chiuso. Solo nel 1836 poté essere riaperto e con l'aiuto di altri missionari spagnoli ed italiani fu possibile ricominciare le missioni.
Il 5 febbr. 1900 Propaganda divise tutta la regione della "Montaña" peruviana nelle tre prefetture ap. di Amazonas y Huallaga per gli Agostiniani, di Urubamba e Madre di Dio per i Domenicani e di S. Francesco di U. per i Francescani. Il 14 luglio 1925 fu elevata a vicariato ap. Ha una supertice di ca. 225.000 kmq . con una popolazione di ca. 155.000 ab. quasi tutti cattolici; vi lavorano 35 missionari, 12 fratelli e 84 suore. Le quasiparrocchie sono 16 , le stazioni missionarie 20 . Le scuole e le opere di beneficenza nonché le associazioni pie e di Azione Cattolica sono bene sviluppate.
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Bibl.: B. Izaquirre, Hist. de las misiones francisc. y narración de los progresos de la geografia en el Orient del Perú, Lima 1922 1927, passim: AAS. 13 (1926), p. 86: G. Arcila Robledo, La Orden francisc. en la Amer. merid., Roma 1948, pp. 171-80; MC, 1950, pp. 58-59.
Saverio Paventi
UCCISIONE. - Nell'ordine meramente fisico è l'atto che priva il corpo della vita. Omicida vien detto colui che con atto umano e volontario, provoca ad altri la morte (v. Omicidio), suicida se cagiona la morte a se stesso (v. suicidio).
I. U. e volontarietà. - La volontarietà dell'atto sarà diretta quando la morte è per sé (non per accidens) effetto dell'atto letale; di modo che, quando si pone un tale atto, si provoca sempre la morte, a meno che un'altra causa non ne impedisca l'esecuzione. E invece indiretta quando l'atto non per sua natura porti alla morte violenta, ma l'effetto segue per altro motivo o altre cause concorrenti con tale atto a causare in effetto la morte.
L'atto che ha effetto letale può essere positivo o negativo; con l'atto positivo si rende impossibile un'azione vitale all'organismo, ad es., serrando la gola, si impedisce la respirazione; con l'atto negativo non si somministrano gli elementi necessari alla vita; l'omissione avviene, quando qualche operazione vitale in tutto o in parte è formata da un atto umano, che sottostà al libero volere.
II. Pregetto in diritto naturale: «Ne ocCidas». U. diretta. - Nessuna norma morale è forse più universalmente ammessa di questa: non uccidere. E la norma compendiosa data per $5^{\mathrm{a}}$ nel Decalogo ([v.] Ex. 20, 13; Deut. 5, 17). Tale norma concorda con la coscienza insita nell'uomo, e Iddio si limitò a richiamare una regola, già comune, come è attestato nell'omicidio di Abele (Gen. 4, 8-16). Se si ebbe da parte della Chiesa uno sforzo considerevole per purificare i costumi, esso nella nostra materia, fu piuttosto nel campo delle applicazioni, non del principio, universalmente ammesso. La frequenza di certe forme di omicidio (ad es., l'aborto) presso alcuni popoli ed in alcuni tempi e la mancanza di riprovazione che a volte si nota, non implicano affatto che questi atti siano considerati moralmente buoni.
Il rispetto della vita è un principio di morale naturale, al quale la Rivelazione non ha aggiunto nulla.
L'uomo non ha la proprietà, ma solo l'uso della vita; ha di fronte agli altri esseri umani il diritto di vivere e Dio solo può riprendergli quanto gli ha dato; ma, di fronte a Dio, ha il dovere di vivere, di rimanere al posto assegnatogli fino al termine stabilito da Dio, di custodire intanto il deposito affidatogli. A Dio quindi la scelta del termine. L'uomo deve accettare la vita cosi lunga quanto Dio gliela lascia. Dio poi agisce e manifesta la sua volontà per mezzo dell'ordine naturale di cui egli è l'autore. Ora l'uguaglianza della natura fra tutti gli uomini trova qui la sua applicazione più stretta. Se gli uomini hanno tutti il diritto rigorosamente uguale di tendere verso il proprio fine, questo si manifesta prima di tutto in una stretta uguaglianza davanti alla vita. Nessuno dunque può mai lecitamente uccidere un innocente; né sacrificare la vita altrui per la propria. Ciò fin dal primo istante della vita, nel seno materno, per cui omicidio è l'aborto (v.); e fino all'ultimo istante della vita, per cui omicidio è la cosiddetta eutanasia (v.); anche da parte dello Stato, perché anche questo è costituito da uomini che preesistono ad esso con i loro diritti naturali (v. GENOcidio) e non sarà l'aggravio per la collettività, anche se eventualmente esistente, a far perdere all'individuo, minorato nel fisico, il suo diritto naturale alla vita (v. EUGENETICA).
III. Eccezioni. L'eccezione della pena di morte. - Il solo caso del diritto di uccidere direttamente è quello della legittima difesa contro un ingiusto aggressore, basandosi sull'enunciato principio di uguaglianza e sul principio della carità, che ha come misura il bene proprio (v. difesa legittima). Tale principio è fondamentalmente quello che giustifica, in campo internazionale, l'uccisione in guerra, e, sul piano nazionale e sociale, il tirannicidio, e la pena di morte, con le riserve e le opposizioni, che, anche in campo cattolico, si hanno su
questi due ultimi punti. Uno dei primi doveri dello Stato è quello di proteggere la vita dei cittadini: stabilire la sicurezza sociale. Questa protezione della vita e della sicurezza sociale porta con sé il diritto di prendere adeguate misure contro coloro che si rendessero colpevoli di attentare alla sicurezza sociale specialmente contro la vita di altri cittadini.
Sin dai tempi più remoti, presso quasi tutti i popoli, la pena di morte fu in uso, specialmente negli eserciti ed in regime di guerra come pena estrema. La sua applicazione ha trovato costante giustificazione nel pensiero pratico e teorico antico nella morale, nella sociologia e nel diritto, con scarsissime reazioni fin verso la metà del sec. xviri, quando il movimento di idee che valorizzava l'individuo a scapito dell'autorità dello Stato si impose nella storia del pensiero. Segno dell'orrore istintivo della collettività contro l'esecuzione capitale è la repulsione verso l'esecutore materiale della sentenza e il giudice stesso. La professione del primo specialmente fu sempre riguardata come infamante e quella del secondo come incompatibile con l'ufficio del ministro del culto, che si vuole alieno da qualsiasi versamento di sangue. Nel cristianesimo essi incorrono nell'irregolarità (v.) ex defectu lenitatis. Nel campo teorico rare ideologie di tendenza estremista condannanti ogni omicidio, non esclusa l'applicazione della pena di morte, si manifestarono già in antico (cf. Lattanzio, Divinae instit., 1, VI, v. 20) e poi si rinnovarono nei valdesi (v.), anabattisti (v.), quacqueri (v.), condannati anche per questo dalla Chiesa (Denz-U, n. 425). Nella vera scia cattolica i teologi anteriori al sec. xviit, hanno ritenuta sempre giustificabile l'applicazione della pena di morte da parte della società, da s. Agostino (Epist., 47, n. 5) a s. Tommaso ed ai moralisti classici. Essi trovano naturale che Dio possa delegare ad altri uomini una parte della sua autorità sui loro simili, deputandoli a strumenti di giusto castigo. Ciò che Dio ha concesso in via straordinaria ad alcune persone del Vecchio Testamento (ad es., a Giuditta: Iudt. 7, 9 agg.), lo ha concesso in via ordinaria e generale alla società ed al potere costituito, autorizzandolo a difendere l'ordine dai malvagi, punendoli in casi estremi anche con la pena di morte. Cosl nel codice mosaico, la pena di morte è espressamente sancita (cf. Ex. 21, 12, 14-17, 23; 22, 3 ecc.; Lev. 20, 10-18 ecc.). Né nel Nuovo Testamento Dio ha ritirato questa delegazione data ai pubblici poteri, com'è evidente, da alcuni testi, che presuppongono la pena di morte (Mt. 26, 52; Rom. 13, 4). Non si tratta porò di un potere illimitato: s. Tommaso ritiene essere lecito uccidere un malfattore se e in quanto tale u. è ordinata alla salvezza di tutta la comunità, come al chirurgo è lecito resecare un membro di un organismo umano in quanto è necessario per la salvezza di tutto l'organismo (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{26}$, q. 64 a. 7). Altri partono dal concetto di ingiusta aggressione. Se è lecito ad un privato di respingere la violenza con la violenza, quand'anche ciò porti all'u. dell'aggressore, non si vede perché tale diritto debba negarsi alla società quando si trovi nella impossibilità di difendersi altrimenti, e le altre pene non siano più efficienti ai fini della prevenzione della delinquenza. Il diritto dello Stato ad applicare la pena di morte è quindi molto limitato anche nella dottrina tradizionale cristiana. Non si ha il diritto di applicarla, nè a tutti i delitti, né secondo gli umori di una opinione che reputa che tale o tal'altro misfatto sia espiabile soltanto col sangue.
La più forte ragione portata contro la pena di morte è quella della irreparabilità della sentenza in caso di errore giudiziario. Ma anche questa ragione resta insoluta solo per chi non vede e non confessa una Giustizia assoluta e suprema, capace di riparare e compensare in una vita futura i possibili errori della giustizia umana.
Sul piano pratico la corrente di pensiero ostile alla pena di morte ebbe successo, e durante il sec. xix alcuni paesi la soppressero: cosi la Romania (1864), il Portogallo (1866); i Paesi Bassi (1870), l'Italia (1881). Questa ultima la ripristinò nel 1926, per poi abolirla di nuovo nel 1945. Numerosi Stati mantengono la pena di morte, p. es., gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Francia, la Spagna,
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la Russia e lo stesso Stato della Città del Vaticano. Nei codici militari però le pena di morte non è stata mai abolita.
Nell'applicazione della pena di morte si ebbero non pochi esempi di crudeltà, sia per l'estensione dei casi in cui si applicò, sia per i metodi di esecuzione. Oggi viene eseguita per impiccagione, per fucilazione, per decapitazione, per fulminazione elettrica, secondo i criteri a cui si ispirano i vari Stati in cui è conservata. La sentenza non può essere eseguita se non dopo che sia divenuta irrevocabile e vanno osservate nell'esecuzione quelle misure che salvano il riguardo dovuto alla dignità umana e soprattutto ai destini eterni dell'uomo. La Chiesa ha costantemente promosso istituzioni piissime di carità per l'estrema assistenza dei condannati.
IV. Pena di morte e potere della Chiesa. - Le controversie sulla pena di morte, diventano ancor più acute quando si tratta di definire se anche alla Chiesa come allo Stato competa il diritto di infliggere la pena di morte. Sui piano pratico la Chiesa, in quanto tale, non ha mai pronunziato sentenze di morte, né ha applicato questa pena. Gli spunti storici che si possono trovare qua e là nelle fonti ranonistiche si riferiscono sempre al diritto civile dello Stato Pontificio. In verità le condanne a morte, anche solo per delitti religiosi, sono state sempre emanate da tribunali civili, che rimanavano tali anche se vi partecipavano ecclesiastici; vennero pronunziate sempre in base a leggi civili, sia pure che l'applicazione fosse richiesta a volte dalla Chiesa in forza del suo mandato di vindice della giustizia. Però dal non uso non si può inferire contro il possesso di un diritto. Ed appunto sulla questione di diritto, la dottrina canonistica in questo caso si è divisa. Manca nella S. Scrittura, nei Padri o presso i sommi pontefici una prova decisiva in favore dell'una o dell'altra tesi.
V. U. indiretta. - L'u. diretta di un uomo, fuori del caso della pena di morte e della legittima difesa, è, come si è detto, gravemente illecita. Lo stesso principio vale per l'u. di se stesso o suicidio.
Anche l'u. indiretta dell'uomo, e quindi anche di se stesso, è illecita, ma può divenire lecita quando si ha una causa proporzionatamente grave di non omettere un atto, con il quale indirettamente, per occidens, si causa l'altroi (o la propria) morte. Precisato, come si è fatto sopra, il concetto di u. indiretta, non resta che applicare ai singoli casi il principio della doppia causalità (v. IMPUTABILITÀ, II, 3) che, se facile in teoria, in pratica può a volte dar luogo ad incertezze per il verificarsi o meno l'altra condizione. La casistica in materia, varia e abbondante, investe problemi di diversa natura, quali la cura del proprio corpo in correlazione di una più o meno giustificata abbreviazione della vita, la determinazione del diritto prevalente in caso di conflitto tra il bene individuale ed il bene sociale ecc. Basterà rievocare alcune norme generali.
Per quanto riguarda la vita propria, l'uomo non può disporne; ma egli non ha il dovere di desiderare di vivere : può desiderare la morte, perché si attende un bene più grande nella vita futura. Il cristiano che brama la morte per vedere Dio, dimostra una comprensione completa della propria fede. Quando un uomo è giunto al termine della vita, quando l'età lo rende incapace di lavorare, è ragionevole che egli preferisca lasciare questo mondo piuttosto che languirvi. Si può bramare la morte : si può cercarla indirettamente scegliendo una occupazione, che rischi di portare alla morte. La qualifica morale dell'atto dipenderà dai motivi che la ispirano. Nella sua storia la Chiesa ha rigettata la ricerca diretta del martirio, ma vi è stata sempre ammirazione per il desiderio del martirio.
In ciò che concerne la cura della salute, i moralisti cattolici insegnano che si ha il dovere di usare la diligenza ordinaria nella preservazione della vita. L'uomo colpito da un grande dispiacere, che cessa di mangiare per stanchezza e si lascia così morir di fame, è colpevole (v. sciopero della fame); ed il malato deve accettare di curarsi come si ha l'uso di farlo. Ma si ammette che egli non ha l'obbligo di fare sforzi straordinari per
salvare la vita. E questa regola si applica sia riguardo agli altri sia riguardo a noi stessi.
Questi stessi criteri possono aiutare a risolvere molti altri casi dove è in giuoco non più la nostra, ma la vita altrui per un'azione nostra, buona o indifferente, che abbiamo o il diritto o il dovere di compiere. Molti di questi casi sogliono presentarsi in materia di aborto indiretto (v. aborto), in materia di azioni belliche (v. GUERRA), ecc. Non è invece possibile applicare il principio del doppio effetto in materia di embriotomia (v.), di superiorità di razza da tutelare (v. GENOCDIDO; RODZISMO) ecc. Per i problemi di restituzione connessi con l'u., v. RESTITUZIONE.
BibL.: cf. i moralisti nel trattato de iustitia et iure e la bibliografia in calce alle voci richiamate, specialmente a aborto; difesa legittima; omicidio: suicidio: per quanto si riferisce al $4^{\circ}$ comandamento in genere cf. inoltre G. Rodriguez, Le droit à la vie, Parigi 1934; P. Harmignie, Doit-on-lutter contre la mort?, in La cité chrét., p. (1934-35), pp. 274-76; J. Hessen, Der Sinn des Lebens, 2a ed., Rottenburg 1936; L. Bender, Oecicio directa et indir., in Angelicum, 28 (1951), pp. 224-53; id., Ius in vita, ibid., 30 (1923), pp. 30-62. Per la pena di morte e relative controversie, cf. J. Mamiani, Della pena capitale, Roma 1883; F. Maus, De la justice pénale, Parigi 1891, pp. 118-38; P. Tischloder, Ursprung und Träger der Staatsgesuelt nach der Lehre des H. Thomas und seiner Schule, Monaco 1923; I. Latini, Juris crimin. philos. tomma lineam., Torino-Roma 1924, pp. 41-43; F. Carnea, Progr. al corso di dir. crimine, II, 11 e ed., Torino 1926; F. J. Klein, Tod als Strafe?, Bonn 1928; S. Greinwald, Für und wider die Todesstrafe, Monaco 1931; F. Rossi, La pena di morte e la sua critica, Genova 1932; H. Küble, Staat und Todesstrafe, Monaco 1934; A. Cesalinuovo, Il prokl. della pena di morte, Catanzaro 1933; L. Litt, De poema mortis, in Rec. eccl. Liège, 29 (1937-38), pp. 353-58; H. G. Schmidt, Christentum und Todestrafe, Weimar 1938; J. Janssens, Personae et castitè, Lovanio 1939, pp. 306-307; C. Saltelli, Morte (pena di), in Nuovo Dig. ital., VIII, coll. 770-75; G. Milazzo, Morte (pena di), diritto militare, ibid., coll. 773-78; F. Carnelutti, Il prokl. della pena, Roma 1945. Per quanto riguarda il diritto della Chiesa all'applicaz. della pena di morte, cf. M. Liberatore, Del dir. pubbl. eccles., Roma 1887, n. 150; C. Mazzella, De religione et statu, ivi 1882, disp. IV, art. 6, n. 764, nota 1; C. Tarquini, Juris eccles. instit., Roma 1892, n. 47, ad 7; N. Jung, Le droit public de l'église, Parigi 1948, pp. 94-98. Pietro Palazzini
UCRAINA. - I. Geografia. - Una delle 16 Repubbliche federate di cui risulta l'U.R.S.S., entrata nell'Unione il 30 dic. 1922 (sigla: U.S.S.R.). Il suo territorio, che era ampio 445.300 kmq . nel 1939, si accresceva fino agli attuali 576.000 kmq . (più di 1/10 della Russia europea) per le annessioni, avvenute dopo la seconda guerra mondiale, della Galizia (dalla Polonia orientale), della Russia transcarpatica (dalla Cecoslovacchia), della Bessarabia e della Bucovina settentrionale (dalla Romania).
L'U. corrisponde ad una regione naturale, che segna il passaggio dalla foresta di latifoglie della Russia meridionale alle steppe aride del SE, dalla pianura centroeuropea ai territori del basso Don, che preannunciano la vicina Asia; ed è in pari tempo una regione storica, al limite fra il mondo mediterraneo e quello slavo, fra il cattolicesimo e l'ortodossia russa, campi di battaglia fra europei e asiatici; e, nell'insieme, un paese di colonizzazione recente.
Il suo passaggio è quello di una vasta pianura, che scende con pendio insensibile verso il M. Nero, appena disturbata dalle incisioni che vi aprono i corsi d'acqua che vanno al Dnieper, al Don e al Donets; e corrisponde all'area nella quale le precipitazioni medie annue si tengono sui $300-450 \mathrm{~mm}$., ossia ad un settore sub-axido, la cui vegetazione spontanea tipica - la steppa - tende a impoverirsi via via verso SE. Per contro, verso NO, la steppa cede il posto alla foresta di latifoglie della Russia orientale, in cui rientra più di $1 / 3$ della superficie dell'attuale U. (province di Kiev, Cernigov e Volinia).
Nel complesso dell'U.R.S.S., come già nella Russia zariata, l'U. rappresenta assolutto una riserva di prodotti agricoli. La steppa originaria è stata da tempo convertita in una delle regioni cerealicole più produttive dell'Europa orientale, grazie alla fertilità del suo suolo, il cormazem
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(o terra nera): sopra appena $1 / 7$ della superficie destinata nell'Unione Sovietica alla coltura granaria, l'U. fornisce da sola più di un quarto della produzione ( 100 milioni di quintali; oltre a 30 milioni di quintali di segale, a 35 d'orzo, a 25 di mais, ecc.). Notevoli anche, e di recente espansione, le coltivazioni del cotone ( $1 / 7$ della superficie, coltivata nell'U.R.S.S.) e della barbabietola da succhero; nonché quelle del lino, del tabacco, del girasole e degli alberi da frutta. Modesta, invece, relativamente, l'importanza dell'allevamento, che conta tuttavia 8 milioni di capi bovini, 3-4 di ovini e altrettanti cavalli.
Ma non meno grande è la parte che spetta all'U. nella produzione industriale dell'U.R.S.S. Le regioni meridionali dell'U. dispongono infatti di cospicue risorse minerarie. Il Donbass, o bacino del Donets (esteso 23 mila kmq.), pur conservando solo il $6 \%$ delle riserve di carbone fossile dell'Unione, le assicura i $2 / 3$ della produzione mentre un po' a O., nel settore di Kryvyj Rih (Dnieper), si estrae ferro ( 21 milioni di tonnellate disponibili) ed in quello di Nikopol, manganese; ed inoltre bauxite presso Mariupol, grafite ad Uman, e ligniti in più luoghi, senza contare il petrolio della Galizia. L'espansione industriale è infine favorita dalla disponibilità di energia elettrica, i cui grandiosi impianti (Dnieper, Soo mila HP di potenza istallata) si trovano anch'essi in prossimità delle miniere da cui si estraggono le materie prime necessarie. Tra le industrie dominano le metallurgiche ( $38 \%$ della ghisa, $25 \%$ dell'acciaio, $26 \%$ dei laminati prodotti nell'U.R.S.S.), le meccaniche (trattori, macchine agricole, macchinario ferroviario, ecc.), ma vi sono rappresentati anche altri rami, tra i quali vanno ricordati, per la loro importanza, l'alimentare ed il chimico.
La densità media della popolazione ( 71 a kmq .) è la più alta fra quelle delle Repubbliche Federate Sovietiche; nel distretto industriale del SE., fra Dnieper e Donets, i suoi indici salgono localmente ad oltre 150-200 ab. a kmq., che è valore eccezionale nell'ambito dell'U.R.S.S. La popolazione tende a concentrarsi sempre più nelle regioni industriali ed in genere nei grossi centri urbani, il cui numero ha ormai raggiunto la ventina. Due di essi contano più di un milione di ab. ciascuno: Kiev, la capitale storica, e Kharkov, la capitale industriale; tre, più di 500 mila ab.; Odessa, il porto più importante, sul Mar Nero, Dnepropetrovsk e Stalino, ambedue grandi complessi industriali, ed almeno sei più di 200 mila : Leopoli, nella Galizia, Zaporoje, Makeevka, Mariupol, Vorodilovhrad e Kryvyj Rih.
Per la sua posizione geografica e la sua storia, l'U. è, di tutte le unità federate dell'U.R.S.S., la più vicina all'Europa, e quella che più delle altre, dopo i Grandi Russi, possiede gli elementi caratteristici (tradizione, cultura, lingua e letteratura) di una nazionalità ben individua nel musaico'etnico dell'Unione Sovietica.
Biel.: A. Suchov, The Economic Geography of Ukraine, Kiev 1926; H. P. Verles, Ukraine and its People, Londra 1939; S. Obolensky - P. Bregy, L'Ucraine terre russe, Parigi 1939; A. Schimdt, U. Land der Zukunft, Berlino 1939; W. H. Chamberlin, The Ukraine, Nuova York 1945. Giuseppe Caraci
II. Storia civile. - I. Nome. - Nel corso dei secoli il nome di questo territorio ha cambiato parecchie volte per ragioni politiche interne o esterne (Rusj, Ukraina, Malorossija). Erodoto lo chiama Scitia; dal sec. Iv viene sotto il nome Sarmatia. Nel sec. II-III d. C. si chiama Roksolania. Nelle carte geografiche italiane dei secc. xiv-xvi viene chiamata Cumania, Comania, ma anche Sarmatia, Ruthenia, Russia (cf. le carte di Mario Sanuto 1320, Paolo Torlani 1565, ecc.). Ma i nomi che valgono anche oggi sono: Rusj (Russia) e Ucraina.
I patriarchi di Costantinopoli adoperano i termini Magna Russia (Meryáxn Púooua) per il nord, e Parva Russia (Mıxpá Púooua) per il sud ucraino. Questa distinzione amministrativo-ecclesiastica viene adoperata successivamente da qualche scrittore; solamente dopo la federazione dell'U. con la Moscovia nel 1654 lo zar si nominò zar della "Grande e Piccola Russia" (dal greco
Púooua, non dall'antico Rusj). Col tempo questo nome riusci sempre più sgradito agli Ucraini. Dopo che la Russia dal sec. xvir ha cambiato ufficialmente il suo nome Moscovia in Rossia (Russia) si è venuto sempre più affermando il nome U. Vi sono documenti ufficiali, dove quasi tutte le province ucraine vengono denominate occasionalmente con questo nome (lettere e appelli dei re di Polonia). Fin da principio del sec. xvir esso è in uso presso i Cosacchi (Konasevyč, 15 febbr. 1622). Nel 1654 ( 3 genn.) viene chiamata "U.-patria nostra", nel 1658 vengono identificate "Rusj" e "U." (Vyhovskyj nelle trattative con gli Svedesi). Gli scrittori del sec. xix lo adoperano comunemente (S̆svčenko). Con la proclamazione dell'indipendenza della Repubblica Popolare Ucraina (20 nov. 1917; 22 genn. 1918), e della Repub. Popolare dell'U. Occidentale ( $1^{\circ}$ nov. 1918), e dopo con la creazione della Rep. Sec. Sov. Ucraina essa viene riconosciuta anche ufficialmente. Dopo la proclamazione dell'U. Carpatica indipendente ( 15 marzo 1939) il nome U. abbraccia ufficialmente tutto il territorio etnografico.
2. Posizione ed etnografia. - Fra il $21^{\circ}-45^{\circ}$ meridiano est, e $43^{\circ}-53^{\circ}$ nord. Appoggia sul Mar Nero, dalle foci del Danubio fino al Caucaso (ca. 1800 km .). Tutte le altre frontiere geografiche sono aperte. Etnograficamente confina con i Romani ( 900 km .), Ungheresi ( 100 km .), Slovacchi ( 200 km .), Polacchi ( 550 ca .), Belorussi ( 1000 km . ca.), Russi ( 700 km .), Cosacchi del Don ( 750 km .). Il territorio ucraino misto confina sotto il Caucaso con i Calmucchi ( 400 km .) con il Dagestan ( 250 km .) e con i popoli del Caucaso ( 600 km . ca.). Queste frontiere anteriori al 1939, nei secoli subirono notevoli spostamenti. Le frontiere politiche e i confini etnografici dell'U. durante l'ultimo millennio non coincisero mai. Lo Stato di Kiev (sec. x-xII) andava oltre i confini etnografici (sotto Vladimiro 3 milioni di kmq. ca.). Lo Stato Cosacco Ucraino (secc. xvII-xviII) comprendeva 200-300 mila kmq. Nel periodo 1917-21 l'U. contava più di 630 mila kmq.; la U.R.S.S. d'oggi 576 mila kmq., comprendendo $3 / 4$ di tutto il territorio etnografico, $4 / 5$ del popolo, tra i suoi 41 milioni di ab. Tutto il territorio etnografico, fuori o dentro l'U.R.S.S., con i territori misti, comprende 945 mila kmq., con 55 milioni di ab. Ca. altri 5 milioni di Ucraini vivono in Asia, Europa CentroOccidentale ed in America, come coloni, o emigrati politici.
Biel.: S. Rudnyckyj, Ukraina, Land und Volk, Vienna 1916; M. Tyszkiewicz, Docum. histor. sur l'U. (Les termes "Russi", "Petit Russie" et "Ukraine"), Loconna 1919; V. Kubijovič, Atlas Ukrainy i sumernych krajin, Leopoli 1937; D. Doroschenko, Die Namen "Rus", "Russland" und "Ukraine" in ihrer histor. und popuem. Bedeutung, Berlino 1939; E. Onuskyj, La terminologia etnica dell'Eur. Orient. Il prokl. ucraino attraverso la storia; l'U. e i limiti dell'Europa, in Studi di stor. e di cultura ucraina, Roma 1939; J. Rudnyckyj, Der Nieme "Ulrrajina", Ukraine, in Handb. der Ukraine, Lipsia 1941; E. Borschak, Rusj. Mala Russia, Ukraina, in Rev. des études slaves, 24 (1948), pp. 1-4; T. Smal-Dnickyj, The origin of the word "Rus", Winnipeg 1949; Enciclopedia dell'U., Monaco-Parigi 1949-52.
3. Sviluppo storico. - L'U. fu abitata fin dall'èra preistorica. Le fonti scritte parlano dei Kimeri, poi dal sec. vir a. C. degli Sciti; dal sec. vi sulle rive del Mar Nero si stabilirono fitte colonie greche. Fin dal sec. iv d. C. la popolazione locale è nota sotto il nome Anti; ne parlano nel sec. vi Giordano e Procopio. Incerta la loro organizzazione; oligarchia di principi di tribù. Dopo altri due secoli oscuri, gli Anti si ritirano più a nord. Nel sec. IX compaiono nella storia diverse tribù, che in seguito compongono lo Stato dei Rurikidi di Kiev e si sviluppano in tre diversi gruppi etnici e statali: U., Russia, Belorussia. Nella seconda metà del sec. IX i Normanni scandinavi scesero sul Dnipro e si insediarono a mezza strada (Kiev). Il primo principe storico di Kiev fu Oleh (882-912), che occupò Kiev (882), combatté i bizantini (907, 911) e lasciò lo Stato di Kiev a suo figlio Ihor (912-45). Questi firmò nel 944 un accordo commerciale-politico con Bisanzio. La vedova di lui, Olha (945-64) attese agli affari interni. L'avanzata del cristianesimo a Kiev la spinse al Battesimo (955-57), ma suo figlio Svja-
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In alto a sinistra: IL CAMPO POLISPORTIVO e il Tempio Ossario dei Caduti costruito su disegno degli architetti A. Limongelli e P. Valle. In alto a destra: ABSIDE E CAMPANILE della chiesa di S. Francesco ( $2^{\mathrm{a}}$ metà del sec. xiri). In basso a sinistra: LA LOGGIA DI S. GIOVANNI, costruita da B. di Mercote (1533) con la Torre dell'Orologio, costruita su disegno di Giov. da Udine (1527). In alto il Castello, su disegno di Giov. Fontana (1517). In basso a destra: PALAZZO DELLA LOGGIA, costruito da B. della Cisterna (1448-56) su disegno di N. Lionelli. Fu ricostruito nelle forme primitive dopo l'incendio del 19 febbr. 1876.
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In alto a sinistra: INTERNO della chiesa di Bukalagi. In basso a sinistra: LEZIONE DI ARITMETICA a piccoli indigeni - Kisubi. A destra: UNA RESIDENZA DEI PADRI BIANCHI.
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toslav I ristabili il paganesimo combattendo contro i Bulgari e Greci. Dopo la sua tragica morte (972) il regno fu diviso fra i suoi figli e dopo una lotta fratricida, riusci vincitore Volodimiro (972-1015), che indusse al battesimo il suo popolo (987-90). Il suo Stato (ca. 3 milioni di $\mathrm{km}^{2}$ ) dopo la sua morte fu di nuovo diviso fra i suoi figli, finché Jaroslav il Saggio lo riuní combattendo bizantini, polacchi e mongoli. Col 1054, i suoi figli ripresero le liti e le guerre intestine. Izjaslav I si appoggiava sull'Occidente, i principi di Perejaslavi su Bizansio, i i principi di Cernyhiv cercavano già legami al nord. Nel 1075 Gregorio VII incoronò a Roma il figlio di Izjaslav, Jaropolk. Ma verso la fine del sec. xI prevalse il ramo di Vsevolod bizantinofilo. Suo figlio Volodimiro Mononach portò di nuovo lo Stato alle vecchie glorie ma i suoi successori non seppero mantenere le sue conquiste. Nel 1145-55 si svolse la lotta fra la regione meridionale e quella settentrionale di Vladimir. Poco dopo il Nord ebbe lo meglio sul Sud e si ebbe il saccheggio di Kiev (1169). La gloria di Kiev declinò irreparabilmente malgrado gli sforzi di alcuni principi (ad es., Romano di Halyč [1199-1205], Svjatoslav III [1175-94]) e cominciò la storia delle singole regioni. L'invasione dei Tartari, vittoriosi la prima volta nel 1223, impedí che si ristabilisse l'antico Stato di Kiev. Poi nel 1237-41 essi tagliarono questo territorio irreparabilmente in due: nordorientale (Mosca) e sud-occidentale (U., Halyč). Il principe di quest'ultima si sforzò di resistere con l'appoggio, purtroppo solo morale (incoronazione da parte di Innocenzo IV, 1253) dell'occidente e malgrado sconfitte ed umiliazioni riusci ad organizzare lo Stato di Galizia e Volinia, che durò fino alla metà del sec. xiv. I principati nordici si salvarono collaborando con i Tartari.
I principi di Halyč, che dominavano sul territorio ucraino fin quasi a Kiev ed oltre, riuscirono a sviluppare lo Stato Ucraino attraverso continue lotte con i Tartari, lituani e polacchi. Però estinta la dinastia, subentrarono politicamente sul territorio la Lituania e la Polonia. La Lituania a sua volta subí un notevole inf