amente a Pomonte, è il comparatico che si stabilisce tra due ragazze, col reciproco dono di un mazzetto di fiori nei giorni di s. Giovanni e s. Pietro : sempre nel giorno di s. Giovanni, principio per l'annuncio pubblico dei fidanzamenti, si ha uno scambio di fiori tra innamorati. Segnalata dallo Zanetti è l'usanza secondo la quale il giovane, che desidera riconciliarsi con la propria amorosa, le toglieva violentemente di dosso un fiore o un fazzoletto, e se ella non reclamava, la pace era fatta: tale usanza, che in forma ridotta esiste tuttora nel territorio di Bettona, dove il goocinotto non toglie nulla alla ragazza, ma soltanto le chiede qualcosa con tono imperioso, non è altro che un adattamento al motivo della riconciliazione del rito della sceglienda ben noto nel folklore italiano. Per superare ogni ostacolo nelle nozze il mezzo normale è invece la fuga. Tra i doni di fidanzamento singolare è quello chiamato della mietitura: il fidanzato fa trovare alla sua ragazza d'improvviso, in un solco, una gregna di grano in posizione eretta, con un fiasco di vino e un fazzoletto per il capo nel mezzo; la giovane, tra gli evviva di tutti, getta via il vecchio fazzoletto, indossa il nuovo e distribuisce da bere a tutto il gruppo. A Poggio Inferiore, in caso di rottura di fidanzamento, si mandano alla ragazza spicchi d'aglio. E di buono auspicio a Bettona che il corteo nuziale passi per una via già battuta da una coppia di buoi aggiogati, essendo il giogo dei buoi simbolo del giogo coniugale. Nel territorio di Cascia il corteo nuziale si svolge in forma di cavalcata, e ricorda la corsa della rocca in Gallura. Osservata è la tradizione che durante la cerimonia nuziale in chiesa, dopo la Comunione, un lembo della veste della sposa rimanga sotto un ginocchio dello sposo, in segno di sottomissione della donna, ma soprattutto perché nessuna inguidia possa penetrare tra i due. Generale è l'uso della parata o sharra, che però nel circondario d'Assisi ha perduto con l'elemento "laccio" il relativo significato di ostacolo frapposto dalla comunità. per una richiesta di tributo, al passaggio degli sposi, tant'è vero che nella zona di Bastia è detta più propriamente banchetto: si pongono infatti sopra un tavolo un vaso di fiori, una bottiglia di vino o liquori e biscotti, che vengono offerti al passaggio del corteo. Vanno rapidamente scomparendo gli antichi balli tradizionali, alcuni dei quali specificamente nuziali: la manferina, il saltarello o trescone, il ballo della scopa o del nuotolo, il ballo del serpente e il ballo dell'onore. Il matrimonio dei vedovi si celebra ordinariamente di notte, disturbato spesso dalla scampanata, che dovrebbe regolarmente durare nove giorni. Subito dopo la morte, generalmente si aprono le finestre della camera dove è avvenuto il decesso, con l'idea, per quanto risulta a Pomonte, di lasciare all'anima la via libera per il cielo; nella zona montana di Assisi si chiudono invece, temendo che entrino la civetta, il corvo, il gatto il quale saltando sul cadavere chiamerebbe il "capo-gatto", ritenuto un morbo misterioso; a Capodacqua e in varie frazioni del piano si conciliano le due credenze, aprendo le finestre ma stendendovi avanti una rete metallica. A Bettona al corteo funebre si fa percorrere un sentiero su cui sia passato un carro trainato da buoi (si noti l'analogia con la già descritta usanza nuziale), perché la figura della croce formata dalle stanghe della bure si ritiene il miglior suf-
## Page 479

In alto a sinistra: PANORAMA DI ASSISI con il Sacro Convento di S. Francesco e il Subasio - Assisi. In alto a destra: IL LAGO DI PIEDILUCO visto dal Monte dell'Eco. In basso a sinistra: "LE CARCERI", eremo francescano che trae la sua origine da un oratorio donato a s. Francesco dal Benedettini del Subasio - Assisi. In basso a destra: LA VALLE DEL NERA, presso Nami.
## Page 480

In olto e sinistro: PIATZA DELLA LIBERTÀ A BEVAGNA: a sinistra il Palazzo dei Consoli, dint-ug: sani, a destra la chiesa di S. Silvestro (1195). Le fontane e del 1880. In alto e dintro: BACCIATA della chiesa sbinatida di S. Bevignato (fine sec. xim) - Paragia. In basso e sinistra: PIAZZA VITTORIO EMANUELE A TODI: in fondo, a destra, il Palazzo dei Reoni (1281-1247) e a sinistra il Palazzo del Popolo (non scalinato, 1215-55) e il Palazzo dei Capitane, con trifore cuspidato (ca. 1280). In basso e dintro: SANTIANIO DI MONCIOVINO di Bocco da Vicenza a stato (sinistro nel 1513)
## Page 481

(fot. Nliwari)
(fot. Nliwari)
In alto a sinistra: MARTE DI TODI. Statua bronzea del iv-in sec. a. C. Sul davanti in basso della corazza iscrizione umbro-latina col nome del dedicante Ahal Trutitis - Vaticano, Museo Gregoriano-Etrusco. In alto a destra: MADONNA COL FIGLIO. Gruppo ligneo di ignoto (sec. xiv) - Orvieto, Museo dell'Opera del Duomo. In basso a sinistra: LA GIUSTIZIA. Statuetta in terracotta di Benedetto da Maiano (1442-97) - Perugia, Sala d'Udienza del Collegio del Cambio. In basso a destra: LA PIETÀ. Scultura in marmo di I. Scalza (1579) Orvieto, Cattedrale.
## Page 482

(fol. Nlinari)
(fol. Nlinari)
In alto a sinistra: S. FRANCESCO, dipinto su tavola del Maestro di S. Francesco (fine del sec. xili) - Perugia, Pinscoteca: In alto a destra: S. CHIARA e atorie della sua vita. Dipinto su tavola del Maestro di S. Chiara (1283) Assisi. In basso a sinistra: MIRACOLO DI S. GIACOMO, l'oste condannato, sorretto miracolosamente dal santo. Particolare degli affreschi di P. A. Mezzastris (fine del sec. xv) - Assisi, Oratorio dei Pellegrini. In basso a destra: DEPOSIZIONE. Dipinto di F. Baroccio (1569) - Perugia, Cattedrale.
## Page 483
fragio per il defunto. Nelle vie e nei campi, ove è morto qualcuno, si pone una croce di pietra: l'uso è diffuso, come si sa, per una vasta area, variando solo la materia adoperata per formare la croce. La croce, in genere, è ritenuta il più potente talismano contro le potenze demoniache: percio si appende all'esterno della porta di casa, si conficca in mezzo alle messi nel campo, si adopera come infallibile rimedio contro le malattie, e il pastore dell'alta Val Tiberina riga in croce la cenere, pronunziando lo scongiuro contro l'incendio : «Croce Badia / el Signor ci venga, e 'l Diavol vada via». Dei vari santi, infine, protettori di uomini e animali, accanto a quelli del calendario (s. Caterina, per le nubili, s. Barbara contro i fulmini, ecc.), vi sono alcuni nell'alta valle del Tevere, di creazione popolare e locale. - Vedi tavv. LXXIII-LXXVI.
BibL.: G. Fratini, Canti pap. umbri (ms. della Bibl. comunale di Assisi): G. Mazzatinti, Canti pap. umbri, Bologna 1883; Z. Zanetti, Usi e tradizioni dell'U., in La Fattilia, 10 (1886); 11 (1887); id., La medicina delle nostre donne, Città di Castello 1892; G. Bellucci, Usi anziali dell' U., Perugia 1895; id., Folklore umbre (Pogus del fidenzamento), ivi 1898; id., Un capitolo di psicologia pap. : Gli amuleti, ivi 1908; id., Il feticismo primitivo in Italia e le sue forme di adattamento, ivi 1909; id., La grandine nell'U., ivi 1909; F. Berardi, Briciole di folklore, in Anguita Perusia, 1 (1907), fasc. 20-21; P. Cenci, I ceri di Gubbio e la loro storia, $2^{2}$ ed., Città di Castello 1908; G. Nocasi, Le credenze relig. delle popolau, rurali dell'alta Valle del Tevere, in Lares, 1 (1912), fasc. 2-3, pp. 137-37; M. Cameron Lovett, U., past and present, Londra 1913; L. Mariani, I matrimoni dei contadini di Todi, Pina 1916; M. Chini, Canti pap. umbri raccolti nella città e nel cantado di Spoleto, Todi s. a. [1917]; W. Bonder, Studi sulle tawaglie perugine, in Rasc. d'arte, 14 (1014), fasc. 5, e 15 (1915), fasc. 1; O. Grifoni, Poesia e canti religioni dell'U., $4^{2}$ ed., S. Maria degli Angeli 1927; id., Proverbi umbri, Foligno 1943; D. Fettucciani, Canti e danze pap. in U., in Perusia, 113 ott. 1949, p. 14; A. Mazzine, Il ciclo della vita umana nelle trad. pop. umbre, Perugia 1953; P. Toschi, Le tradizioni pap. umbre, Assisi 1953.
Giovanni Bronzini
UMBRIATICO. - Una delle cinque microscopiche diocesi, che formarono la metropolia di S. Severina (v.), in Calabria.
Fu eretta dai Bizantini nel sec. ix e deve essere certamente identificata con la Eópatrav della Notitia III o Diatiposi di Leone VI il Filosofo, che il Grimaldi ha malamente identificata con la Uria o Mizia presso il Sume Simeri e il Minasi addirittura con la Oria di Puglia. Un documento greco del 1164 , pubblicato dall'Holtzman (in Byzant. Zeitschr., 26 [1926], p. 341 sgg.) a toglie ogni dubbio, perché in esso Roberto, vescovo di U., si firma come éntaxaтos Eóplac. L'esistenza di un vescovo di U. ordinato da Ilario, arcivescovo di Reggio, al tempo di Sisto III, cioè nel sec. v, asserita dall'Ughelli e accettata anche dal Gams, è puramente fantastica. Prima dei sec. viII non esistettero metropolitani in Calabria e U. fu elevata a diocesi dai Bizantini insieme con la metropoli di S. Severina. Fra le cinque minuscole suffraganee di questa metropoli, U. aveva l'estensione maggiore e aveva nel suo territorio la città di Corò, che diede i natali a Luigi Giglio, ideatore della riforma gregoriana del calendario. Nel 1818 fu soppressa e il suo territorio aggregato a quello di Cariati, che, a sua volta, era subentrata a Cerenzia.
BibL.: Ughelli, IX, pp. 324-26; G. Fiore, Calabria illustr. II, Napoli 1743, pp. 342-44; F. Adilardi, s. v. in Encic. dell'eccleviastica, IV, (vi 1845, pp. 499-501; L. Grimaldi, Studi archeol. sulla Calabria ultra, ivi 1845, pp. 39-41; Hieroclis Symechmus et notitiae graecae episcopatuum, ed. Parthey, Berlino 1866, p. 119; G. Minasi, Le chiese di Calabria, Napoli 1896, pp. 253-54; J. Gay, Les diocèses de Calabre à l'époque byzantine, in Rev. d'hist. et litt. relig., 5 (1900), p. 252; L. Duchesne, Les Evêchés de Calabre, in Mélanges Paul Fabre, Parigi 1902; D. Toccone-Gallucci, Regesti dei Rom. Pont. alle chiese di Calabria, Roma 1902, p. 316; E. Russo, La metropolia di S. Severina, in Arch. st. Calabria e Lucania, 16 (1947), pp. 7-9. Il discorso, pubbl. dall'Holtzman è in Byzantin. Zeitschr., 26 (1926), p. 341 sgg.
Francesco Russo
UMILE da Petralia. - Scultore siciliano, al secolo Giovanni Francesco Pintormo, n. a Petralia Soprana nel 1580, m. a Palermo il 9 febbr. 1639.
Accolto come laico nel convento palermitano di S. Maria di Gesù dei Minori Riformati, vi iniziò una vita

(da L. Zanoni, Usi U., Milano IviI, tav. 7)
Umiliati - Varie occupazioni degli U. Miniatura e Incipit del cap. x della Cronaca di Frá' Giovanni di Brera (1421) - Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. G. 301 inf.
di fervore, di cui fanno testimonianza i numerosi Crocifissi lignei ( 33 , secondo la tradizione) sparsi per le chiese e i conventi di Sicilia (Petralia, Mussomeli, Chiaramonte, Randazzo, Nicosia, ecc.). Il frate non poneva mano alle sue opere senza un'interiore preparazione spirituale: donde quell'aura di mistica pietà che circola in esse.
Altre opere: l'Ecce Homo di Calvaruso, il S. Francesco di Rona, il pulpito di S. Nicola a Trapani. Il suo stile è fuori del capriccio secentesco e di certa eloquenza del Cinquecento: la sua anatomia è precisa, senza l'esasperazione del vero. L'opera di frate U. rivela un senso plastico che nasce da chiarezza interiore e che, pur adeguandosi al reale, lo ripropone in una visione religiosa di alto interesse per la storia della pietà.
Difficile precisare i rapporti artistici di U. con i Ferraro da Giuliana e i Li Volsi da Nicosia; anche perché su questo prestigioso intagliatore in legno manca una esauriente monografia.
BibL.: D. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sic. nei secc. XV e XV7, Palermo 1883, passim; F. De Roberto, Catania, Bergamo 1906, p. 131; E. Mauceri, Il Cicerone per la Sic., Palermo 1907, pp. 133, 146, 173, 178, 185; A. Da Ciminna, Frate U. da P., ivi 1913; D. Neri, Frate U. da P., in Illust. Vatic., ag. 1933; anon., Pintorno G. F., in Thieme-Becker, XXVII, p. 67; Diz. dei siciliani illustri, Palermo 1939, pp. 456-57. Enzo Navarra
UMILIATI. - Sorsero come movimento evangelico di perfetta vita cristiana tra i lavoratori della lana dei sobborghi delle città lombarde, tra il 1170 e il 1178 .
Sono leggendarie le loro origini nel sec. xI da un gruppo di cavalieri milanesi reduci dalla prigionia germanica, come pure una loro sistemazione monastica per opera di s. Bernardo durante il suo soggiorno a Milano nel 1135; la biografia del loro preteso fondatore s. Giovanni Oldradi da Meda, nella prima metà del sec. xII, si lascia difficilmente precisare. I lavoratori e piccoli mercanti della lana, viventi ai margini della feudalità citta-
## Page 484
dina e inquadrati dal primo capitalismo industriale e commerciale delle stoffe, si uniscono in una associazione laica a scopo religioso e sociale; i primi u. vivono nelle loro famiglie e s'assistono nel lavoro; "s'umiliano per Iddio s, adottando vesti grezze ("berrettine" non tinte), contro il lusso delle stoffe fini e colorate; si astengono dalle menzogne, che con le frodi corrompono la santità morale dell'industria e del commercio; non intentano cause giudiziarie per amor di pace sociale; si tengono liberi dalle costrizioni della feudalità e delle corporazioni con l'astenersi dai giuramenti; forti di questa condotta ascetica affrontano con la predicazione e la discussione pubblica l'offensiva delle varie sétte ereticali nella seconda metà del sec. xir. Per tale ortodossia polemica non si possono ritenere come una derivazione del movimento dei catari (v.); le particolarità di convivenza familiare e di professione artigiana li distinguono nettamente dal contemporaneo movimento evangelico dei valdesi (v.). La Curia Romana era allora contraria alla predicazione dei laici, sottratta al controllo dell'autorità episcopale; il suo esercizio abusivo, insieme con le adunanze segrete, era ritenuto come una manifestazione di eresia. Gli u., disobbedienti come i valdesi, furono compresi nominatamente nella cost. Ad abolendam promulgata nel 1184 a Verona da Lucio III contro l'eresia; una corrente progredi nello scisma e nell'errore dogmatico; s'accostò ai valdesi di Lombardia e costituì nel 1205 la setta dei poveri lombardi (v.).
Gli u. che si riconciliarono con la Chiesa per l'azione pacificatrice di Innocenzo III, si erano sviluppati, dalla associazione religioso-lavoratrice di uomini e donne rimaste nello stato matrimoniale, che costituì il Terz'ordine, alla vita monastica laicale e operaia di frati e suore, viventi in case contigue, che formarono il Second'ordine; l'elemento clericale, che aderì al movimento, si sistemò secondo le norme canonicali nel primo Ordine, che comprendeva anche le monache consacratesi solennemente alla vita religiosa corale. Innocenzo III li approvò nel 1201 e li autorizzò alla predicazione morale, in cui tanto i chierici come i laici, uomini e donne, più istruiti, si distinsero come temuti ed efficaci oppositori degli eretici. Nel 1216 esistevano 150 case nell'arcivescovato di Milano; il celebre umiliato Bonvesin da Riva (v.), poeta e narratore, nel 1278 contava 220 conventi del Second'ordine e 7 canoniche del Prim'ordine nella città e contado di Milano. I "praepositi» delle case di Rondineto in Como, di Viboldone presso Milano, di Vigalone in Pavia, di Fossalto presso Lodi, dirigevano a turno l'intenso movimento di espansione; dal 1246 furono governati da un solo maestro generale; nel 1288 Nicolò IV li esentò dalla giurisdizione vescovile; il Second'ordine accentuò le forme monastiche e s'avvicinò al Prim'ordine, mentre il Terz'ordine si diede una organizzazione propria e nel 1291 tenne un capitolo generale indipendente, in cui si emanarono particolari costituzioni.
Gli u. persero solo nel Trecento la caratteristica originaria dell'industria della lana. Non si devono ritenere come fautori di una nuova tecnica di fabbricazione e dello sviluppo del commercio delle stoffe nel sec. xir; anzi il loro ascetismo rappresentò una reazione al lusso del vestire. Ma dagli opifici ben organizzati dei loro conventi, a cui fluiva anche il lavoro dei membri del Terz'ordine, venivano immessi nel commercio i "panni umiliati", un mezzalano forte e resistente. Gli u. furono richiesti da vari Comuni per incrementare l'industria locale e favorire l'indipendenza economica cittadina. I profitti del lavoro venivano impiegati in opere di assistenza sociale, soprattutto ospedali e lebbrosari. Condirosero con i Francescani le simpatie popolari; furono loro affidati dalle autorità comunali uffici pubblici, p. es., di tesoriere o economo del Comune e delle varie sue amministrazioni, delle gabelle e dei dazi, del controllo dei lavori d'interesse generale, ecc. Ma la ricchezza fondiaria e le rendite, la cessazione del lavoro manuale, il trasformarsi delle cariche e relativi profitti in benefici personali dei titolari, il sistema commendatario, unitamente con le cause generali esterne di decadenza degli Ordini religiosi nel Trecento e nel Quattrocento, minarono la vita dei
conventi umiliati, che si spopolarono di religiosi. I progetti di riforma per opera soprattutto di s. Carlo Borromeo, protettore dell'Ordine, furono ostacolati dall'opposizione dei prevosti, alcuni dei quali organizzarono l'attentato alla sua vita del 26 ott. 1569 ; lo sdegno del Papa si placò con l'esecuzione dei responsabili e la soppressione dell'Ordine. Esso contava ormai soltanto 94 prepositure con soli 170 religiosi.
Bibl.: G. Tiraboschi, Vetera Ilumiliatorum monumenta, 3 voll., Milano 1766-68; L. Zanoni, Gli u. nei loro rapporti con l'eresia, l'industria della lana ed i Comuni nei secc. XII e XIII sulla scorta di docum, iurd., Milano 1911; A. De Stefano, Riformatori ed eretici del mediatuo, Palermo 1938, pp. 123-208; Ilusino da Milano, Il Liber sopra Stella e del piacentino Salvo Burei contro i Catari e altre correnti ereticali, in Arcum, 17 (1943), pp. 121-54 (vi si discusono le opinioni di L. Zanoni e A. De Stefano sul carattere originario degli u.); id., L'eresia di $U$. Sperant nella confutaz. del maestro Vacario, Città del Vaticano 1945, pp. 452-56; F. Guerrini, Gli u. a Brescia, in Misr. P. Paschini, I, Roma 1948, pp. 187-214; Echi di s. Carlo Borromeo, Milano 1937-41, cf. indice. Ilusino da Milano
UMILI FIGLIE DEL MONTE CAUVARIO (Istituto Normale Cattolico). - Fondate a Parigi nel 1866 da Adelina Edefir.
Il 6 giugno 1893 ebbero dalla S. Sede il decreto di lode e il 21 giugno 1900 l'Istituto fu approvato insieme alle Costituzioni, le quali ricevettero l'approvazione definitiva il 18 genn. 1920. Le suore si dedicano all'insegnamento ed hanno scuole di ogni grado. Sono in numero di 137 con 12 case. La casa madre è a Parigi. (Arch. d. S. Congr. d. Relig., P. 45).
Siborio Mantei
UMILTA. - Virtù morale che raffrena l'animo, perché non tenda con moto immoderato a quello che è al di sopra di sé (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{me}}$, q. 161, a. I); o più ampiamente: quella virtù che frena il disordinato desiderio della propria grandezza e inclina l'uomo all'amore della propria realtà conosciuta alla luce di una sincera verità.
I. Natura dell'u. - La vera natura dell'u. va ricercata nella sua funzione di moderazione dell'orgoglio che è un deviamento di due tendenze legittime, messe da Dio nella natura umana: stima di sé, desiderio della stima degli altri. La prima è la base della dignità personale; il secondo è una delle basi della sociabilità. Queste due inclinazioni, se pure in un certo senso provvidenziali, sono soggette a facili deviazioni. L'u. ha l'ufficio di opporsi a queste deviazioni e mantenere l'ordine nella stima di sé e nel desiderio della stima degli altri. E dunque verità e giustizia, intesa qui la giustizia in senso largo, in quanto designa la disposizione virtuosa che assicura ad ogni cosa il posto che merita. I pagani conobbero dell'u. solo la modestia e per quello che ne conobbero la praticarono molto imperfettamente. S. Tommaso invece mostra che l'u. non si oppone neppure ad una virtù che parrebbe agli antipodi, la magnanimità (v.).
Sono diversi aspetti di una stessa realtà, che vengono raggiunti da diverse posizioni e tendono a mettere in moto energie diverse. Ed è proprio dell'u. una conoscenza della mancanza di proporzioni tra la resità e i vani desideri di cose grandi che eccedono le possibilità dell'individuo. Sul piano pratico la cognizione della propria deficienza forma la regola direttiva della volontà, e in ciò essenzialmente consiste l'u. (ibid., q. 161, a. 2 e 6). Ancora per s. Tommaso l'u. va annessa come parte potenziale alla virtù della temperanza, la quale ha per oggetto la moderazione e repressione dell'impeto delle passioni. Ora poiché l'u. non è altro che un freno dello spirito umano nella sua ansia continua di orgogliosa ricerca, rientra in questa virtù più generale.
II. U., Rivelazione, Incarnazione. - La virtù dell'u. cristiana si illumina di nuova luce dopo che la Rivelazione ha disvelato più a fondo il contatto della u. con Dio, con la libera volontà dell'uomo e con Gesù Cristo Redentore e Salvatore dell'uomo mediante il più eroico esercizio di u. Tenendo conto che ogni peccato ha come elemento comune la ribellione alla legge di Dio.
## Page 485
si capisce come l'u. investe tutto l'aspetto morale dell'uomo nella sua vita di ritorno a Dio e come il niente della creatura di fronte a Dio offeso per il peccato si rivesta di un senso di confusione profonda.
Questo aspetto dell'u., che è il più misterioso ed il più difficile per il cuore umano. si capisce nella contemplazione del mistero del Cristo che l'Apostolo s. Paolo svela come un mistero di u. Il famoso testo cristologico della lettera ai Filippesi (2, 6-11) dice che "Cristo, sussistendo nella natura di Dio, non stimò di dover ritenere come preda gelosa l'essere in uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, prendendo la natura di schiavo, divenendo simile agli uomini, riconosciuto come uomo in tutto il suo esterno; si abbassò, facendosi obbediente sino alla morte, e sino alla morte di croce. Perciò Dio lo ha esaltato... ". Per questo preciso aspetto l'u. ha la sua luce propria nel mistero dell'Incarnazione e Redenzione.
III. L'u. nella S. Scrittura e nelle varie scuole di spiritualita. - Il richiamo continuo all'u. nel Nuovo Testamento ne dimostra l'eccellenza e la necessità. L'insegnamento di Gesù verte particolarmente sull'u., che vieta di elevarsi al disopra degli altri e rende le relazioni col prossimo facili e amorevoli (Mt. 22, 2-12; Lc. 14, 7-11). L'u. attira lo sguardo benevolo del Signore (Lc. 18, 9-14) e fa evitare l'ostentazione nel compimento dei doveri della preghiera, della penitenza e dell'elemosina (Mt. 6, 3-18). S. Paolo ai suoi fedeli raccomanda con particolare insistenza l'u. (Phil. 2, 3-11; Eph. 4, 2; Rom. 12, 16; Gal. 6, 3, 5). S. Pietro dice ai fedeli "Rivestitevi dell'u., perché Dio resiste ai superbi e dà la sua Grazia agli umili; umiliatevi sotto la potente mano di Dio" (Pt. $5,5-6)$. Vedasi anche l'insegnamento di s. Giacomo nella sua lettera (4, 5-8).
Guidati dalla Rivelazione, i Padri della Chiesa, i maestri di spirito, i teologi, dopo le virtù teologali, sull'u. fanno convergere il loro insegnamento morale. S. Agostino ritorna a Dio attraverso il mistero dell'u. svelato dalla S. Scrittura (Confessioni, VII, capp. 9, 20, 21, ecc.). L'ascesi monastica orientale ed occidentale vede l'u. come l'autentica misura del progresso spirituale.
Fondamentale in Cassiano il I. IV, cap. 39 delle Istituzioni (PL 49, 198199), fatto proprio e completato da s. Benedetto nel cap. 7 della sua Regola.
Tuttavia, per comprendere esattamente il metodo monastico dell'u. va tenuto presente che s. Benedetto insieme con tutta la

(Int. Andarono)
Umiltà - L'Umiltà. Particolare della decorazione a stucco dell'Oratorio di S. Lorenzo, di G. Serpotta (16871696) - Palermo.

(Int. Annori)
Umiltà, santa - S. U. e storie della sua vita. Tavola di P. Lorenzett (1316 ca.) - Firenze. Galleria degli Uffizi.
tradizione ascetica considera questa virtù "come un sommario della vita spirituale... in modo che essa venga a comprendere nel suo sviluppo tutte le altre. Non considera egli l'u. come una virtù speciale che si rannoda alla temperanza, ma come l'atteggiamento dell'anima davanti a Dio, in cui si raccolgono i sentimenti diversi che ci debbono animare come creature e come figli adottivi" (C. Marmion, op. cit. in bibl., pp. 214-15).
Questa concezione pervade tutto l'insegnamento ascetico medievale sulla virtù dell'u. : così s. Bernardo nel De gradibus humilitatis: PL 182, 941-72 e s. Anselmo (In lib. De similitudinibus, c. 99, n. 108: PL 159). Finalmente si ha l'accettazione dell'enumerazione benedettina nella Sum. Theol., $2^{3}-2^{20}$, q. 161, a. 6. La sintesi di tutta la mentalità spirituale medievale si ha nel libro dell'Imitazione di Cristo che così bene già preannunzia la spiritualità moderna; esso si apre col richiamo all'u. (lib. I, c. 2, 15, 16, 17); e vi si ritorna in tutti i libri come al suo tema preferito (lib. II, c. 2, 9, 12; III, c. 3, 4, 7, 8, 13, 14, ec...; IV, c. 15, 18).
Per la spiritualità francescana basti ricordare il canto della perfetta letizia di s. Francesco (Fioretti, cap. 8).
Più tardi s. Ignazio, alla fine della seconda settimana degli esercizi (ed. J. Roothan, Torino-Roma 1928, p. 144 sgg.) suggerisce tre gradi di u. : 1) il primo è un grado essenziale per salvarsi : è quello che sottopone l'anima alla legge di Dio, quando obbliga sotto pena di peccato mortale; 2) il secondo grado, più perfetto, crea nell'anima una completa indifferenza di volontà e di affetto tra le ricchezze e la povertà, gli onori e il disprezzo, vita lunga o vita breve, purché Dio sia ugualmente glorificato. Per nessun motivo al mondo commettere un solo peccato veniale; 3) il terzo grado esige ancora di più : per imitare Gesù preferire come Lui la povertà alle ricchezze, il disprezzo agli onori e il desiderio di essere tenuto per uomo inutile e stolto per amore di Gesù, che volle primo passare per tale anziché essere tenuto per uomo savio e prudente agli occhi del mondo. L'insegnamento della scuola francese del sec. xvir si trova esposto dall'Olier nell'introduzione al Catechismo cristiano : tre i gradi dell'u. che convengono alle anime in progresso 1) compiacimento del proprio niente e della propria viltà; 2) amare di essere conosciuto per vile; 3) desiderio di essere trattati per vili. In questo annientamento di sé stesso l'anima è sicura di trovare Dio.
## Page 486

Iftt. Enc. Calt.)
- UNAM SANCTAM - Testo della Bolla - Archivio segreto Vaticano, Reg. Vat., n. 50, armadio VII-IX, fol. $387^{\circ}$.
Bibl.: F. Suárez, De virtutibus et vitiis, tr. X, e IX, c. V: a. Francesco di Sales, La filotra, III, c. IV-VII; Filippo d. S.me Trinità, Summa mystica, III, Parigi 1874, parte 27, n. 3; G. B. Soaramelli, Divelt. ascet., I, Torino 1902, pp. 237-72; A. Rodriguez, Esercizio di perfezione e di virtù cristione, Torino 1910; F. Maucourant, Prova religiosa sopra l'u., ivi 1932; L. Beaudenom, Formazione alla v., 10* ed., ivi 1934; Et. Hugueny, Humilité, in DFC, II, coll. 519-28; C. Marmion, Cristo ideale del monaco, Padova 1940, pp. 247-96; B. Dolhabaroy, Humilité, in DThC, VII, coll. 321-29; F. Canice, Humility. The foundations of the spiritual life, Westminster, Maryl. 1951; P. Adnès, L'humilité vertu spécifiquement chrétienne d'après et Augustin, in Rev. d'asc. et myst., 28 (1952), pp. 208-23.
Benedetto Calati
UMILTÀ (Humilitas), santa. - Abbadesas, che propagò l'ordine delle Vallombrosane, n. a Faenza nel 1226 o 1227 e m. a Firenze il 22 maggio 1310.
Maritata ad Ugolotto Caccianemici; dopo alcuni anni di matrimonio entrarono, il marito e lei, rispettivamente tra i Canonici e le Canonichesse di S. Perpetua a Faenza. Dopo 2 anni $U$. si rinchiuse per altri 12 in una cella presso la chiesa di S. Apollinare dei Vallombrosani. Poi, con l'aiuto dell'abate generale Plebano, fondò (ca. il 1265 ) e governò il monastero di S. Maria Novella della Malta presso Faenza, in cui introdusse la regola di Vallombrosa, e l'altro (1282) di S. Giovanni Ev. a Firenze.
Ebbe il dono di leggere senza avere studiato e detto, in latino, Laudes B. M. V., tradotte anche in italiano, De curia paradisi, in onore dei due suoi angeli custodi, e su s. Giovanni Ev. due Sermones (editi da Torello Sala, Firenze 1884). Il suo culto fu confermato da Clemente XI il 27 genn. 1720. Le reliquie si conservano a S. Spirito di Varlungo. Festa il 22 maggio.
Bibl.: Acta SS. Maii, V, Venezia 1741, pp. 203-22; BHL, p. 602; I. Guiducci, Vita e miracoli di s. Humiltà da Faenza... Firenze 1632; A. Conti, Vita della B. U. faentina, testo toad. del buon secolo, Imola 1896; M. Ercolani, Vita di S. U., Faenza 1910; id., S. U., in Riv. stor. bened., 5 (1910), pp. 84-103 e 213-26; M. E. Pietrobono, Suor U. Nogusanti, nobile faentina, Faenza 1935; P. Zama, Il monastero ed educandato di S. U. a Faenza, dalle origini ai nostri giorni, 1266-1936, ivi 1938; id., S. U., Firenze 1943; Postio super dubio: An B. Humilitati... attribui postit titulis: Beatae sanctae nuncupatae (S. Congr. dei Riti, Sez. Storica, 70), Città del Vaticano 1948.
Felice da Mareto
UMORE (tono sentimentale, stato d'animo). - Particolare equilibrio della sfera dei sentimenti (v.) più profondi e dello stato affettivo della coscienza (timopsiche) capace di imprimere alla personalità in-
tera del soggetto una intonazione di piacevole soddisfazione (serenità, allegrezza) o di penosa insoddisfazione (tristezza, malumore).
L'u., pur dovendo essere distinto dall'indole (v.) e dal carattere (v.), è strettamente collegato a questi elementi della personalità, particolarmente all'equilibrio delle condizioni del metabolismo, alla funzionalità endocrina, al complesso delle sensazioni cenestetiche (v. CENESTESIA), al variare del neurotono vegetativo e animale, allo stato neuro-psicologico e morale del soggetto.
L'u., anche nell'individuo normale, in rapporto alla somma delle variazioni organiche e alle ripetute interferenze dell'ambiente esterno, sotto forma di stimoli piacevoli o spiacevoli, subisce continue variazioni, orientandosi verso il suddetto stato d'insoddisfazione o di soddisfazione. In assenza di tensioni spiacevoli provenienti dallo stato presente, dal ricordo del passato o dalla preoccupazione dell'avvenire, l'u. è sereno, intonandosi verso un senso di euforia; nel caso opposto, l'intonazione volge verso la mestizia.
Nei limiti della normalità, gli avvenimenti-stimolo riescono a turbare l'u. solo se raggiungono una determinata intensità e durata; tra questi due elementi deve consistere un rapporto di proporzionalità. D'altra parte ogni stimolo, dopo un certo limite, non ben definibile, cessa di essere efficace, conducendo prima a un attundimento poi alla scomparsa totale della reazione affettiva.
I differenti tipi individuali presentano un assai differente modo di orientarsi dell'u. in rapporto alle cause interne ed esterne che tendono a produrlo e modificarlo. Mentre alcuni per la scarsa risonanza della vita affettiva (soggetti ipotimici) sono poco soggetti alle variazioni dell'u., altri (soggetti ipertimici), dotati di affettività vivace, facilmente e a lungo subiscono modificazioni e turbamenti dell'equilibrio affettivo della coscienza. Tra questi ad affettività vivace esistono individui in cui la reattività dell'u. si può manifestare indifferentemente nei due sensi opposti dell'allegrezza e della tristezza (poichilotimici o labili emotivi); una tale labilità è presente in particolare negli isterici, nei cosiddetti lunatici, negli spasmodili costituzionali, nei meteorolabili (alla mersé delle variazioni meteorologiche), nei cicloidi o ciclotimici di Kretschmer. Altri individui, invece, più facilmente scivolano in una determinata intonazione costante dell'u., sia questa nel senso della serenità o del malumore, da cui difficilmente vengono spostati da stimoli contrari (ipertimici disforti) o euforici).
Allorché le condizioni dell'u. presentano gradi nettamente al di là di quelli compatibili coi limiti normali estremi della variabilità fluttuante, sia per intensità che per durata o forma, si passa nel campo anormale delle malattie mentali o psicosi (mania o melancolia delle psicosi affettive [v.]); qui le gravi alterazioni dell'u. sono accompagnate da disturbi psico-sensoriali del tipo dei deliri e delle allucinazioni visive e uditive.
Il difetto di stabilità dell'u., il suo facile variare sotto l'azione di avvenimenti-stimolo di scarsa importanza, costituisce un forte impaccio a un normale svolgimento della attività conoscitiva e volitiva del soggetto e mentre da un lato richiede un più forte slancio per il compimento del proprio dovere, può, oltre determinati limiti d'intensità del difetto, diminuire la responsabilità morale. Per gradi, si può giungere cosi alle condizioni delle personalità psicopatiche (v.) o dei vari malati di mente: in simile eventualità vale il giudizio morale per essi formulato.
Bibl.: F. Lersch, Il carattere, trad. Berlacchi, Padova 1943; U. Corletti, Riassunto delle lezioni di clinica delle malattie nervose e mentali, Roma 1946, pp. 275 sgg.; N. Pende, La scienza moderna della persona umana, Milano 1947, p. 235 sgg.; A. Vallejo Nàgera, Tratado de psiquiatria, Barcelona 1949, pp. 163 sgg., 1050-56; G. de Ninno, Questioni medico-morali, Roma 1951, pp. 85-86, 175-77.
Alessandro Marolla
UMTALI, PREFETTURA APOSTOLICA di. - E situata nella Rhodesia meridionale ed affidata ai Carmelitani dell'antica osservanza.
Il territorio comprende i distretti civili di Jnyange, Makoni e U., distaccati dal vicariato spost. di Salisbury,
## Page 487
ed i distretti civili di Melsetter e Chipinga distaccati da quello di Fort Victoria. La prefettura apost. fu eretta il 2 febbr. 1953. Contemporaneamente i distretti civili di Gwerio e Selukwe furono distaccati dal vicariato apost. di Salisbury ed annessi a quello di Fort Victoria.
Saverio Paventi
UMTATA, DIOCESI di. - E situata sulle coste dell'Oceano Indiano nella parte orientale della Provincia del Capo dell'Unione sudafricana.
Prima del 1922 il territorio faceva parte del vicariato apost. di Natal e dal 1922 al 1930 del vicariato apost. di Mariannholl. Il 30 marzo 1930 il territorio, distaccato da quest'ultimo vicariato, fu eretto in prefettura apost. Il ro genn. 1933 si ebbe una rettifica di confini con la missione di Quecnstown. Il 13 apr. 1937 fu eretta in vicariato apost. e l'1 i genn. 1931 elevata a diocesi.
Ha una superficie di ca. kmq. 30.000 con 16.491 ab , europei, 832.018 non europei. Cattolici europei 880 , di color: 1480, nativi 12.594, catecumeni 833 , sacerdoti 25 , fratelli 7 , suore europee 129, native 38 , catechisti 42 , chiese 50 , scuole 47 , ospedali 2 , orfanotrofi 4.
BibL.: AAS, 22 (1930), pp. 483; 29 (1937), pp. 327-28; 48 (1951), pp. 237-63; MC, 1930, pp. 161-68; The Cath. Direct. of South Africa, Cattā del Capo 1952, pp. 226-34.
Saverio Paventi
"UNAM SANCTAM". - Durante il conflitto che divise Filippo IV il Bello e Bonifacio VIII, questi pubblicò il 18 nov. 1302 una bolla che trattava delle relazioni tra il potere temporale e quello spirituale.
[Nolla parte teorica il Papa subordinava l'autorità civile alla Chiesa e a questa attribuiva il diritto di giudicarla in caso di "deviazione». La conclusione dogmatica era la seguente: "Noi dichiariamo, diciamo, definiamo e pronunciamo che la sottomissione di ogni creatura umana al Pontefice Romano è di necessità per la salvezza ". La bolla suscitò controversie. Gli uni non la ritennero autentica (P. Mury, La bulle Unam Sanctam, in Revue des questions bistoriques, 26 [1879], pp. 91-130), gli altri come opera di Egidio Romano (J. Rivière, Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe-le-Bel, Lovanio 1926, pp. 394-404). La bolla invece è perfettamente autentica e figura nei Registri pontifici (G. Digart, Les Registres de Boniface VIII [Bibl. Ec. Franç. Athén. et Rome, $2^{\circ}$ serie, IVJ, Parigi 1884-1935, n. 5382 e H. Denifle, Specimina paleografica, Roma 1888, pp. 24 vi); né c'è alcuna prova che ne permetta l'attribuzione ad Egidio Romano, ma il suo redattore sembra aver utilizzato di quest'ultimo il trattato De ecclesiastica potestate.
La definizione dogmatica promulgata da Bonifacio VIII ha un carattere generale e non nomina nessuno in particolare. Essa non contiene nessuna allusione ai motivi e non decide la questione dei rapporti tra lo spirituale e il temporale, che perciò rimane indeterminata. La definizione poi non introduce innovazioni e si affianca alla dottrina professata da s. Tommaso d'Aquino.
BibL.: l'analisi data da J. Rivière (op. cit., pp. 79-91), supplisce a tutti i lavori apparsi sulla bolla, con bibl. sufficiente.
Guglielmo Mollat
UNAMUNO, Miguel de. - Scrittore spagnolo, n. a Bilbao il 29 sett. 1864, m. a Salamanca il 31 dic. 1937.
Insegnò letteratura greca nell'Università di Salamanca. Egliuto nelle Canarie (1924) per le sue idee repubblicane, riusci a evadere e riparò in Francia, donde rimpatrio alla caduta della monarchia (1930), aderendo, in seguito, al movimento franchista.
La sua multiforme attività di pubblicista e di scrittore richiamo l'attenzione del mondo sulla cultura spagnola dell'età alfonsina. Si valse magistralmente dell'essayo, per fissarvi i risultati dei suoi tormentosi itinerari religiosi, filosofici, letterari e storici, e spoltrire, nel contempo, gli animi dei connazionali : estremamente significanti sono, al riguardo, la Vida de don Quijote y Sancho (1905); Mi religión (1910); Del sentimiento tragico de la vida (1913); La agonia del cristianesimo (1925). U. fu
anche efficace narratore (Amor y pedagogia, 1902; Niebla, 1914; Abel Sánchez, 1917; La tia Tula, 1921) e lirico concettoso e rude (Poesias, 1907; Rosario de sonetes liricos, 1911; El Cristo de Velásquez, 1920). Coltivò pure, ma meno felicemente, il teatro (i drammi La Eifinge, 1909; Fedra, 1911; Todo un hombre, 1926).
Il pensiero di U. gravita sul contrasto tra le negazioni della ragione e le istanze della vita, cui, sulle orme di James, si aggrappa con disperata volontà di sopravvivenza, in una visione e in una prassi agonistica e tragica: fatalità di una lotta senza respiro e senza pace. All'uomo che pensa, ma che soprattutto sente, non rimane altra alternativa che questa rivolta contro i freddi approdi della ragione, questo crearsi e perseguire (come don Quijote, da U. inteso quale suprema incarnazione dell'idealismo umano), una meta, vigilata e amata non come termine di possesso, ma come richiamo o miraggio. Siffatto atteggiamento esclude, com'è ovvio, il tecnicismo di una sistemazione filosofica. U. procede per lampi e punte, saggista, poeta e narratore irto e aggressivo : non sfiora, ma investe, avventando non argomentazioni di pensiero, ma arbitrarietades di passione tipicamente ispanica e sfocianti, non di rado, nell'eccessivo o nell'assurdo. I raziocini gli provocano il riso, con conseguente rovinio di comuni certezze: Dio creato dalla volontà e dal bisogno sentimentale dell'uomo, e ridotto, quindi, a proiezione mitica della coscienza; il cristianesimo svuotato di ogni struttura dogmatica e assorbito nella generale concezione agonistica della vita (Cristo nasce, soffre, muore e risorge incessantemente nell'anima del credente e nella storia); l'immortalità dell'anima postulata non per imperio di ragione, ma per il bisogno di proiettare il proprio "io " oltre le barriere dello spazio e del tempo; la vita configurata quale un susseguirsi di "speranze in eterna fioritura " e vigoreggianti nella solitudine, che è poi, per U., il vero e l'unico modo di comunicare con i propri simili. "Niente deve esistere - afferma U. - che non possa formare oggetto di esame" e nella sua inquieta espioratione si scaglia, stizzose e implacabile, contro ogni ostacolo. Donde il suo accanimento contro la "casta sacerdotale", in cui crede di ravvisare la monopolizzazione del dogma e la mortificazione dello spirito cristiano; l'astio contro il militarismo, sofisticatore del genuino concetto di patria; il livore contro le remore tradizionalistiche e feticistiche del suo popolo, che ne ostacolano l'inserzione nell'ordine spirituale dell'Europa, ritardando la fusione dell'intera famiglia umana in una auspicata patria comune. Spirito tormentato, sentì perenne l'assillo del problema religioso, che egli pose al vertice degli umani interessi. Ma fece sua religione "il lottare instancabilmente contro il mistero... lottare con Dio dall'alba alla notte" e non conobbe, fatalmente, le meridiane luci della Verità e della Vita.
BibL.: M. Romera-Navarro, M. de U., Madrid 1928 (con bibl.); C. González-Ruano, Vida, pensamiento y. aventura de M. Miguel de U., ivi 1930 (con bibl.). Cf. inoltre il numero speciale della Gozeta Literaria del 15 marzo 1930; A. Benito Durán, Introducción al estudio del pensamiento de U., Granada 1953. Enzo Navarra
UNDSET, SigRID. - Narratrice norvegese, n. a Kallundborg (Danimarca) il 20 maggio 1882, m. a Lillehammer (Norvegia) il 10 giugno 1949. Il padre era un illustre archeologo norvegese; la U. quando ancora giovinetta lo perse, fu costretta a impiegarsi per guadagnar da vivere. Spesò il pittore norvegese A. S. Svarestad, dal quale divorziò nel 1925, trattenendo con sé i quattro figli che ne aveva avuto.
I primi romanzi riflettono le sue esperienze e le sue difficoltà e sono storie di giovani donne la cui vita contrasta amaramente col loro ideali. Di essi il più notevole come studio di psicologia femminile è Jenny (1911), scritto dopo un viaggio in Italia, a cui può aggiungersi il volume di novelle Fattige Shjadrner (1912). L'interesse che la U. sentì per l'Europa cattolica medievale è già testimoniato da un suo adattamento delle leggende arturiane: Kong Artur og vidderns af det rund bord (1915) e da altri scritti ispirati al medioevo in Norvegia; la sua opera maggiore, Kristin Lavransdatter (1920-22)
## Page 488
s'ambienta nella Norvegia cattolica del ' 300 . Accanto a questa voluminosa trilogia che è il capolavoro della U. si ricordi l'altro suo romanzo d'ambiente medievale e nazionale: Audunssön (1925-27). Convertitasi al cattolicesimo nel 1926, la U. scrisse opuscoli e articoli di esegesi religiosa, sempre più approfondendosi nello studio della filosofia e della letteratura spirituale del cristianesimo. Fu altre volte in Italia. Abbandonati i soggetti medievali, ritornò a soggetti di vita contemporanea, pubblicando altri notevoli romanzi, fra i quali Den braendende bush (1930), Den trofaste hustru (1936), Madame Dorothea (1939), quest'ultimo fra le sue cose maggiori. Nel 1940, durante l'occupazione tedesca della Norvegia, fu costretta a rifugiarsi prima in Svezia e indi negli Stati Uniti, ritornando in patria dopo la guerra. Nel 1928 le fu conferito il premio Nobel per la letteratura.
BibL.: J. Bing, S. U., Oalo 1924: A. Gustafson, Six Scandinavian novelists, Nuova York 1940, pp. 286-361. Augusto Guidi
UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization, "Organizzazione educativa scientifica e culturale delle Nazioni Unite"). - E uno degli organismi creati dall'ONU (Organizzazione Nazioni Unite) in adempimento dell'obbligo fatto dallo Statuto (art. 13 lett. h) all'Assemblea di promuovere la cooperazione internazionale nel campo culturale ed educativo.
Essa rappresenta, in sostanza, la continuazione di una vivace iniziativa della Società delle Nazioni, la quale aveva istituito nel 1922, fra le sue organizzazioni stabili, la Commissione permanente di cooperazione intellettuale, che, a sua volta, aveva come organo preparatorio delle sue decisioni ed esecutivo delle medesime l'Istituto internazionale di cooperazione intellettuale, con sede a Parigi (Statuto 13 dic. 1924) e che si appoggiava, nei singoli Stati, sulle Commissioni nazionali, le quali coordinavano nei rapporti della Commissione le attività degli istituti nazionali e servivano di collegamento con i governi, dai quali erano generalmente costituite. L'organizzazione societaria, già nella sua stessa denominazione, insisteva sulla sua finalità, cioè la cooperazione intellettuale, mentre l'U. insiste piuttosto sul concetto dell'organizzazione. Ma in sostanza, malgrado alcune sfumature, il fondamento delle due istituzioni è lo stesso : il collegamento spirituale dei popoli attraverso la scienza, la cultura, l'educazione, non solo agli effetti della comunicabilità della cultura, ma della preparazione spirituale alla pace fra i popoli, in quanto è il sentimento della pace che serve a preparare la pace. Su questo principio, che finalità dell'U. è l'opera per la pace, insistono gli ordinamenti di essa, mentre l'Istituto societario, pur non dimenticando ciò, insisteva sulla comunicabilità spirituale.
L'U. fu costituito (Atto finale di Londra del 16 nov. 1945) nell'anno stesso della cessazione delle ostilità, preceduto da una organizzazione provvisoria che doveva servire a metterlo in movimento (cf. Arrangement di Londra di ugual data), come una delle istituzioni specializzate prevedute dalla Carta delle Nazioni Unite (art. 37). Conviene tener presente le sue finalità come sono definite nell'art. 1, n. I : contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza, serrando con l'educazione, la scienza, la cultura, la collaborazione fra le nazioni per assicurare il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua e di religione, che la Carta delle Nazioni Unite riconosce a tutti i popoli. Questa finalità vale per tutte le organizzazioni dell'ONU ma quelle specifiche dell'U. sono precisate nella triplice finalità di favorire la conoscenza e la mutua comprensione delle nazioni, nell'imprimere un impulso vigoroso all'educazione popolare ed alla diffusione della cultura, nell'aiuto all'avanzamento ed alla diffusione del sapere (art. 1, n. 2). Per ognuna di queste finalità si dànno ampie esemplificazioni, mentre si tiene a precisare (art. 1, n. 3) che non si vuole in alcun modo menomare lo sviluppo delle varie culture, anzi si intende rispettarle. Cio, in quanto la comunicabilità della cultura si fonda
precisamente sulla diversità e sul diverso apporto delle culture, che devono divenire intercomunicabili.
L'organizzazione dell'U. non differisce da quella delle altre organizzazioni dell'ONU, alla quale è legata da un accordo che ne determina i rapporti (Accordo del 14 dic. 1946). Gli Stati membri dell'ONU fanno parte di diritto dell'U. ed escono automaticamente dall'U. quando cessano di far parte dell'ONU (art. 2, nn. I e 3). Intendendo però collegare tutte le nazioni, l'appartenenza all'ONU non è condizione necessaria per far parte dell'U., onde possono entrare a far parte di essa anche Stati non membri. Gli Stati partecipanti all'U. erano 43 nel 1945; sono divenuti nel 1951 una cinquantina.
Gli organi dell'U. sono tre (art. 3) : 1) la Conferenza generale (art. 4) alla quale partecipano i rappresentanti di tutti gli Stati membri, e che nelle sue assemblee annuali determina, per dir cosi, la politica generale dell'organizzazione; 2) il Comitato esecutivo (art. 5), formato di 18 membri nominati dall'Assemblea; si riunisce più frequentemente ed è l'organo vitale dell'organizzazione, dal punto di vista attivo; 3) il Segretario (art. 6), che ha larghi poteri ed è a capo del Segretariato, che siede a Parigi, in omaggio alle benemerenze della Francia per la cultura e delle tradizioni della cooperazione intellettuale.
Riprendendo la tradizione delle vecchie cooperazione intellettuale, l'U. punta in ogni Stato sulla collaborazione delle Commissioni nazionali di cooperazione (art. 7), che sono organo di collegamento con i governi, dai quali emanano, e le istituzioni culturali nazionali, e sono organizzate e funzionano in conformità degli ordinamenti nazionali (non sono nondimeno ancora costituite in tutti gli Stati membri). Una novità introdotta istituzionalmente (art. 8) dall'U. è l'obbligo fatto ai singoli Stati membri di presentare ogni anno un rapporto sull'attività svolta nella cooperazione con l'U., che viene sottoposto con il rapporto del segretario generale alla Conferenza generale, e l'uno e gli altri sono poi condensati nel rapporto che l'U. fa all'ONU.
Della vasta sua attività l'U. dà ampie informazioni nel suo bimestrale Bollettino ufficiale, mentre allo scambio delle informazioni attende la sua mensile rivista il Corriere (le pubblicazioni dell'U. sono in francese ed inglese, molte anche in spagnolo), che non è peraltro una pubblicazione ufficiale. Non è molto semplice dire tutto quello che fa l'U., che, sul nascere, ha ripreso e ampliate le iniziative già perseguite dalla Cooperazione intellettuale.
Nella prima Conferenza generale (Parigi 1946) essa si preoccupò dell'educazione base, cioè dell'elevazione culturale delle società più arretrate, tentando soluzioni sperimentali e scambi personali mediante borse di studio. Sopravvenute proposte di iniziative o di cooperazione da parte di altre organizzazioni dell'ONU, l'U. le affrontò con i mezzi di cui disponeva, ma nel 1949 dovette riconoscere che occorreva dare un ordine di precedenza alle iniziative in ragione della loro importanza od urgenza; e nel 1950 rilevò che conveniva puntare sulle Commissioni nazionali, facendo appello alla loro attività secondo direttive fissate in risoluzioni. Nel 1951 prevalse infine la tendenza ad una revisione dei programmi adeguati alle possibilità finanziarie. Si può quindi affermare che l'U. non ha ancora superata la fase sperimentale della sua attività e del suo funzionamento, cioè l'equilibrio fra il poter fare e l'indefinita possibilità di fare, che deriva dalla vastità del suo compito.
BibL.: H. E. Wilson, Education as an implement of International Cooperation, Nuova York 1945: I. Husley, U. Its purpose and its philosophy, Parigi 1946: II. Lectures, Nuova York 1949. Amedeo Giannini
UNGARELLI, LUIGI. - Barna