ensatori cristani furono concordi. Il punto sul quale discordavano riguardava l'esistenza degli u. in re. Realismo si disse quella tendenza che riteneva i generi e le specie altrettante stratificazioni della realtà fisica, di guisa che una stessa e identica natura, ad es., d'animale, si differenziasse nelle sue specie, e una identica natura specifica, ad es., di cavallo, si differenziasse nei singoli cavalli. E poiché era costume nel medioevo trasferire la dialettica nella teologia, al servizio della quale era messa, Odone di Tournai pensava che il singolo non è sostanza, ma una "proprietas" della sostanza "uomo", e riteneva che soltanto in questo modo si potesse spiegare come il peccato d'Adamo, infettando la natura umana, numericamente identica in tutti gli uomini, s'è trasmesso a tutti i discendenti (PL 160, 1079 e 1090). Ma il maggiore rappresentante del realismo neoplatoneggiante fu Guglielmo di Champeaux (v.), almeno fin quando Abelardo non l'obbligò a modificare sostanzialmente la sua dottrina realistica. Il realismo anselmiano invece è contenuto nei limiti del realismo platonico-agostiniano, sebbene Anselmo, polemizzando contro Roscellino, si lasci sfuggire una frase di sapore realistico ad altranza (De fide trin., cap. 2), che ha fatto articolare il naso agli storici. Il realismo neoplatonico ed eriugeniano continua invece nella scuola di Chartres, con Bernardo e Teodorico di Chartres e Clarembaldo d'Arras (sec. xII); con Amalrico di Bènes e con David di Dinant sbocca addirittura nel parterismo.
Una corrente realistica neoplatonica si ha ugualmente tra gli arabi con il libro Delle cinque sostanze dello pseudo Empedocle, con la cosiddetta Theologia Aristotelis, col Liber de cautel; fra gli Ebrei, col Font vitae di Avicebron o Ibn Gēbhīrōl (sec. xi).
Opposto alla corrente realistica fu il nominalismo (v.) d'Erico o Enrico d'Auxerre, di Raimberto da Lilla e soprattutto di Roscellino (v.), accusato da s. Anselmo di cadere nel triteismo. Questi a eretici della dialettica *, diceva dei nominalisti Anselmo, "non nisi flatum vocia putant esse universales substantias"; sì che, non riuscendo a capire "quomodo plures homines in specie sint unus homo" (questa è appunto la frase eccessiva che l'abate del Bec s'è lasciato scappare), non potrà nemmeno capire "quomodo plures personae, quarum singula quaeque est perfectus Deus, sint unus Deus».
Ma col ritorno d'Aristotele, queste posizioni estreme dovevano essere abbandonate. Fra gli Arabi il rinnovatore della dottrina aristotelica intorno agli u. è Averroè (sec. xII). Per questo celebre commentatore, "universalia... sunt collecta ex particularibus in intellectu, qui accipit inter ea similitudinem et facit unam intentionem" (Metaph., XII, comm. 4); si che "intellectus est, qui facit in rebus universalitatem" (De anima, I, comm. 8). Nelle cose particolari di reale c'è solo la similitudo; soltanto per un processo d'astrazione questa è fissata in un concetto universale.
Nel corso del sec. xII la Metafisica aristotelica e il De anima cominciarono a diffondersi anche nell'Occidente latino, sì che la teoria esposta da Boezio intorno agli u. poté essere meglio capita. Già Abelardo aveva prospettato una soluzione del problema diversa da quella di Roscellino e di Guglielmo di Champeaux. Alle voce dei nominalisti egli sostituisce i sermones, poiché quelle sono dei semplici flatus, questi implicano invece una funzione logica. Ed altre soluzioni intermedie erano state prospettate. Ma fu la conoscenza della Metafisica e del De anima, nonché del commento averroistico, che riportò al primo posto la dottrina aristotelica intorno agli u. S. Tommaso, che di questa dottrina fu nel sec. xIII il più stremato assertore, è d'accordo su questo argomento con Averroè.
Presupposto metafisico di questa dottrina, che vien caratterizzata come "realismo mitigato", è questo: l'u., conosciuto con un atto del pensiero, ha un fondamento nella realtà fisica, in quanto la forma costituisce l'ó́ $\sigma i \alpha$ $\alpha \alpha \tau \dot{\alpha}$ vòv $\lambda \delta \gamma o v$ delle cose (Aristotele, De anima, II, c. 1, 4121, 5 sgg., 412 b 10 sgg .) ed è, in se stessa, universale come l'idea platonica.
Questa teoria aristotelico-averroistico-tomistica è quella che prevalse nella scolastica, dal sec. xili in poi.
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Tuttavia non è difficile trovare tracce di neoplatonismo, ad es., nella Summa philosophiae, attribuita a Roberto Grossatesta, pubblicata dal L. Baur nel Beitr. Gesch. Philos. Mitt., IX, Münster in V. 1912, ove si sostiene (pp. 351-52) che i generi e le specie "veras aliquas naturaes dicunt et non solas intentiones logicales n. Con questa teoria è connessa quella della pluralità delle forme negli esseri naturali, la quale sostiene che la forma generica è diversa realmente dalla forma specifica e questa dalla " specie spécialissima" (Giov. di Jindun. De anima, I, qq. 8-9; Phys., VII, q. 8; Metaphys., II, q. 11) e da questa tesi derivano le famose "realitates" o "formalitates" di Duns Scoto (v.) e della sua scuola, le quali differiscono fra loro «a parte rei».
Un'accentuata tendenza realistica si nota pure in Giovanni Buridano, seguito da Giovanni Wicl:f, da Paolo Veneto che da Oxford la portò a Padova, ove fu sostenuta da Nicolotto Vencia, a proposito del problima "utrum dentur universalia realia", e vivamente combattuta da Pietro Pomponazzi. Al-ssandro Achillini, autore di un trattatello De universalibus (Bologna 1501), restò sulla posizione aristotelico-avernistica.
La tesi aristotelica, come si è visto, contiene un duplice elemento : uno soggettivo e gnoseologico, l'attività universalizzatrice dell'intelletto; l'altro oggettivo e metafisico, la forma esistente nelle cose. Nella filosofia moderna si tende a sviluppare sempre più il primo elemento ed a eliminare il s:condo. Guglielmo di Occam (v.) è il caposcuola dei cosiddetti nominales del sec. xiv. Affermata la precedenza e la preminenza della conoscenza intuitiva su quella astrattiva, l'u. rimane soltanto una funzione e di quest'ultima, che non raggiunge mai la realtà nella sua concretezza, ma serve soltanto a unificare e ordinare l'esperienza per mezzo di termini, fictiones e intentiones in anima. Cacciate dal mondo della natura le "forme sostanziali» e le "essenze» nascoste, la fisica galileiana e cartesiana riduce tutti i fenomeni a forme di movimento meccanico: universale è soltanto la legge espressa in formule matematiche. E nella matematica appunto sembra dover restar confinato l'u., mentre l'empirismo e il sensismo procedono nella dissoluzione del mondo fisico, negando la realtà dei corpi, che Cartesio aveva ridotto a semplici masse estese dotate di movimento. Tuttavia Cartesio riconobbe valore universale e necessario alle idee innate, la quali hanno il loro fondamento nelle idee della mente divina; tesi agostiniana che, rielaborata dal Malebranche, sarà sviluppata nell'ontologismo. Nel sistema spinoziano v'è un "ordo et connexio idearum" che coincide con l'«ordo et connexio rerum" (Eth., II, 19); tesi accolta in sostanza anche dal Berkeley, per il quale le nostre percezioni in definitiva traggono origine dalle idee della mente divina irraggiate sugli spiriti creati, e ne sono il simbolo. Una recisa negazione del valore universale e necessario delle idee e dei principi di ragione si ha invece nello Hume e poi nel positivismo.
Nel tentativo di superare l'antinomia empirico-razionalistica, Kant fece degli u. le form: a priori del conoscere entro le quali il soggetto ordina l'esperienza: così tutte le nostre conoscenze, quanto al contenuto, derivano dall'esperienza contingente e mutevole : e tutte, quanto alla forma a priori e universale che illumina e condiziona l'esperienza stessa, sono logicamente anteriori a questa. Conoscenza vera e propria è solo la sintesi a priori. Accentuata così la funzione universalizzatrice del soggetto conoscente, l'idealismo post-kantiano trasferiva questa funzione nell'Io assoluto, che per Hegel è Idea, la quale, pur nel suo divenire, conserva la sua trascendente assolutezza e risolve in sé tutta la realtà.
Nella reazione contro l'idealismo hegeliano, il positivismo si trovò fortemente imbarazzato a giustificare 1 valore universale della scienza. A. Comte ritenne che la matematica, posta al vertice del sapere, potesse bastare all'uopo. Ma l'empirio-criticismo, il contingentismo, l'intuizionismo e il pragmatismo hanno attaccato l'u. anche nella roccaforte, che pareva inespugnabile, della matematica, spogliando questa scienza di ogni valore teoretico e lasciandole una funzione astrattiva puramente utilitaria ed economica.
Questa tesi, per alcuni elementi di vero che contiene, è stata accolta anche nel sistema crociano della filosofia dello spirito, che relega le scienze della natura e la matematica tra gli pseudo-concetti, e soltanto al giudizio teoretico universale e concreto riserva la funzione di universalizsire la realtà nell'unità viva del pensiero.
Bibs.: J. Reiners, Der aristot. Realismus in der Frühschol., Bonn 1907; id., Der Nominalismus in der Frühschol., nelle Beitr. f. Gesch. u. Philos. d. MA., VIII, 5, Münster in V. 1910; M. De Wulf, Hist. de la philos. médiale., I, Parigi-Lovatio 1910, pp. 143158, 170-72, 176-217, 233-34; II, ivi 1936, pp. 167-70, 336-38; III, ivi 1947, pp. 21, 24-25, 31-41, 217-23; K. Frantl, Gesch. der Logik im Abendd., 27 ed., Lipsia 1927 (vedere gli indiz) dei 2 vol. alla v. universalien); P. Vignaux, Nominalisme, in DThC, XI, 1931, coll. 118-83; id., Octom. ibid., coll. 876-89; A. Mannovo, Da Guglielmo d'Auvergne a r. Tommaso, I, Milano 1930, cap. 5; R. Guelluy, Philos. et théol. chez G. d'Ochham, Parigi-Lavanto 1947, pp. 325-76. Per il modo di intendere gli u. nella filosofia moderna, v. B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bar 1909, specialmente la parte IV, II, Teoria del concetto, pp. 359-90; e G. Gentile, Teoria gen. dello spirito come atto puro, Firenze 1938, cap. 6., pp. 68-86. Bruno Nardi
UNIVERSALISTI. - Setta protestante derivata dal congregazionalismo o brownismo.
I brownisti insegnavano che ciascuna chiesa locale è indipendente, donde il nome di "indipendenti "dato talora ai congregazionalisti. Gli u. verso il 1750 si distaccarono dal congregazionalismo in Inghilterra, donde nel 1770 passarono in Am.rica. Solo nel 1870 adottarono un piano di organizzazione e un manuale amministrativo. Gli u. svolgono attività religiosa nel Giappone. Il loro numero, nel 1930, assemblea negli Stati Uniti a 48.649 membri, divisi in 580 comunità; avevano 3 accademie, 3 collegi, 3 seminari teologici e una casa editrice a Boston : Universalist Publishing House, con un settimanale: The Universalist Leader.
Gli u. hanno attinto dal congregazionalismo l'idea che ciascuna comunità o parrocchia è indipendente; dall'unitarismo hanno accettato la negazione del dogma della Trinità e della divinità di Gesù Cristo.
La loro caratteristica però è l'«universalismo": tutti gli spiriti creati, uomini o demoni, saranno, alla fine, ricondotti all'unità, riuniti cioè nel regno di Dio. Non esistono reprobi in perpetuo. Tutte le creature di Dio hanno diritto alla sua misericordia; sarebbe ingiurioso per Dio supporre il contrario. L'universalismo pertanto nega il dogma della predestinazione, tanto nella concezione erronea di Lutero e di Calvino, quanto nella formulazione cattolica. L'origine ideologica dell'universalismo può risalire all'arminianesimo, che fu respinto nel Sinodo di Dordrecht nel 1618. Arminio, però, e, dopo di lui, Amyraut non ammisero che un universalismo teorico. Ciò che caratterizza l'universalismo propriamente detto è che il dualismo tra eletti e non eletti non è che temporaneo e passeggero, che tale dualismo è destinato a scomparire nella realizzazione progressiva e certa della universale salvezza. Ciascuna anima ha il suo valore personale, il suo inestimabile prezzo che l'universo intero non potrebbe compensare (Mr. 16, 26). Per queste ragioni, gli u. ritengono che l'educazione e la purificazione dell'umanità mediante la Grazia si abbia nella vita futura, in modo che quelli che sembrano oggi respinti saranno domani i primi e i primi gli ultimi. Pertanto l'inferno non è che una specie di purgatorio, da cui un giorno si potrà uscire per ottenere tra gli eletti un posto forse superiore a quello attribuito ai giusti e ai credenti della vita presente. Questa dottrina è estesa ai cristiani imperfetti, ai bambini morti senza Battesimo, ai pagani di qualsiasi stirpe, e applicata anche ai demoni. Questa erronea concezione (v. inrerno) si è diffusa in numerose altre protestanti e piace alla maggior parte degli increduli. Tra i pensatori più noti, che hanno adottato l'universalismo, vanno citati Schleiermacher, M. Schweitzer a Zurigo e Scholten a Leida. I teologi protestanti più o meno razionalisti della fine del sec. xix furono quasi tutti favorevoli a questa tesi, che ha perduto terreno nel neo-calvinismo del sec. xx.
Bibs.: R. Eddy, Universalists in America, Boston 1884-86; J. H. Allen - R. Eddy, History of the Unitarions and Universalists in the United States, Nuova York 1894; N. A. Weber, Universalists, in Cath. Enc., XV, pp. 181-82 (con bibl.). Leone Cristiani
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UNIVERSITÀ. - Nel senso che oggi è esclusivo della parola, è la scuola dell'ordine superiore nella quale, secondo la prassi vigente, si insegnano pubblicamente le lettere e le scienze, o almeno le discipline proprie di alcune facoltà, in modo elevato e l'intera educazione della gioventù riceve il suo ultimo completamento. Essa si inserisce nelle sue origini e nel suo primo sviluppo al movimento dotrinals che cominciò a maturarsi nel primo medioevo (v. scUdLA, VI).
I. Le origini. - In ordine di tempo la prima u. è senza dubbio quella di Salerno (v. salernitana, scuola), resa famosa per la scuola di medicina sino dalla m. tà del sec. XI e per ca. due secoli rimasta il più insigne centro europeo di scienza medica. Al suo formarsi ebbe parte certamente l'abbazia di Montecassino, ma nulla si sa della sua organizzazione sino al 1231 quando Federico II, che nel 1224 aveva fondatu l'U. di Napoli, stabili che fosse l'unica facoltà di medicina del Regno. Essa ebbe perciò origine e vita propria e ben poco di comune col grande movimento universitario del resto d'Europa, se non in quanto contribuil allo sviluppo della scienza medica quando fu introdotta nelle u. stesse.
Al sorgere di queste convergono da una parte la brama del sapere, che già nel sec. XI si fa più attiva suscitando energie sempre nuove in tutto l'Occidente cristiano, dall'altra lo sviluppo della vita sociale che, lib. randosi sempre più dai ceppi del feudalesimo, conduce nelle città alla costituzione delle universitares, cioè alle corporazioni, praticamente riconosciute dalle pubbliche autorita, nelle quali quelli che ne sentivano bisogno ed interesse si stringevano insieme, proponendosi regolamenti comuni per la difesa dei propri diritti e l'allargamento della propria sfera d'influenza. Anche gli ecclesiastici sino dal sec. x-xI nei luoghi più popolati si preoccuparono di costituire proprie corporazioni al di fuori degli istituti ecclesiastici di cui facevano parte. Nessuna maraviglia perciò se maestri e discepoli, dove si trovavano ad essere più numerosi, si organizzassero a tutela dei propri interessi di classe nei mutui accordi fra loro e nei rapporti con le autorità signorili o comunali.
II. Gli ordinamenti. - Studium generale, nome che più propriamente e ufficialmente designa l'u. medievale in quanto istituto d'insegnamento, va inteso nel senso di - luogo di studi aperto a tutti e e che il pubblico poteva frequentare senza distinzione di classe o appartenenza a particolari ceti ecclesiastici. Esso era percio generale quanto alle persone, non quanto alle discipline che vi si insegnavano, che potevano essere ristrette ad una sola Facoltà. La voce universitas invece designa piuttosto la corporazione (corpus, collegium, societas) e sottintendeva sempre la specificazione di magistrorum, oppure di scholarium, oppure di ambedue insieme. E come ogni corporazione artigiana, per difendere i suoi membri dall'illecita concorrenza altrui, stabiliva le norme per l'ingresso nella corporazione medesima e per la permanenza in essa e dava la facoltà di esercitare quell'arte secondo le buone regole, cosl l'universitas magistrorum, dopo congruo esams, concedeva la licentia a facultas (di qui il nome di facoltà par designare il complesso di un determinato insegnamento) ubique docendi, facendosi così garante della capacità del promosso.
Lo scolaro veniva in tal modo assunto nella classe degli insegnanti col titolo di doctor o magister e come tale poteva insegnare nella Facoltà; in realtà solo pochissimi si fermavano ad insegnare nello studium; la maggioranza, conseguito il titolo dottorale, non occupava la cattedra dei suoi insegnanti e non determinava la fondazione di nuove cattedre o nuove u., ma attendeva ad insegnare in scuole non universitarie, od esercitava professioni nelle quali l'insegnamento non era parte integrante. Le prime u. sulle quali si modellarono le altre non sorsero da un momento all'altro, né per volontà specifica di qualche personaggio; sorsero un poco alla volta, determinate da particolari bisogni e col concorso di circostanze favorevoli. Le polemiche ardenti che precedettero ed accompagnarono la lotta per le investiture, oltre che contribuire a ri-

(ita C. Vercess, La scuola medica di Pavia, in L'illustrazione del medico, giugno 1811, p. 21
Università - Una sala del Museo storico della U. di Pavia.
solvere la lotta medesima ed a chiarire le idee, ebbero par eff tto di approfondire l'investigazione sia nel campo del diritto che della teologia.
III. Bologna. - Lo stadio del diritto non s'era mai spento in It alia e le necessità pratiche lo avevano conservato nella scuola di Pavia, di Ravenna e di Roma; ma fu Bologna (v.) che ne raccolse la tradizione con un isvorio costante sul Digesto di Giustiniano, presentando il suo primo più noto esponente in Irnerio (v.). Preoccupazione di quei primi espositori fu quella di intraprendere rettamente il testo, conciliarne i contrasti e concordarlo con il diritto vigente (l'aequitas). L'opera loro si concrctò nella glossa (v.) e si protrasse sino alla morte di Accursio (1263), preparazione necessaria ad un più largo sviluppo dalla scienza giuridica. Nil frattempo le leggi ecel siustichs, che non avevano ancora un autentico corpus iuris coms quello giustinianeo, si venivano raccogliendo seguendo un tentativo di ordine sistematico, di cui il Decretum di Buncardo di Norma (v.) fu l'esempio più diffuso, finché a Bologna il monaco Graziano non compiì il suo Decretum che fu detto a Concordantia discordantium canonum -, e quest'espressione qualifica l'intento dall'autore. Anche sul Decretum, che soppiantò ben presto ogni altro lavoro del genere, si esercitò a Bologna la s.agacia dai gloss atori e degli espositori che si preoccuparono tosto di fargli seguire le colf sioni delle nuove leggi e decisioni pontificie, finché i papi stessi promulgarono le loro coltrzioni autentiche e si presero premura di inviarla ai dottori di Bologna, prorché se ne servissaro nel loro insegnamento. Il quale ebbe tosto un grande successo: studenti accorsero da ogni parte d'Italia e d'Europa e fra essi molti erano provatti in età e costituiti in uffici e dignità, sicché pinsarono subito a stringersi insieme in associazioni; parciò gli scholares cives, cioè i nativi delle città o del contado, protetti dagli statuti cittadini, non si costituirono in corporazione; sui primi anni del sec. xit gli italiani costituivano due societates: Tuscorum con gli scholares de Urbe, Campania et Tusciae Lombardorum con quelli dell'Altz Italia; gli sitrementani erano divisi per lo mano in quattro societates: Francigenae (con i Normanni), Provinciales (Provencili con gli Spani et Catalani), Anglici, Germanici. Ogni societas aveva a capo un rector scholarium ch'era sempre un forensis e poteva anche essere un doctor, ma col rago per consuetudine fu sempre uno scholaris assistito da un certo numero di consiliarii, ed a lui prestavano obbedienza tutti gli scholares; alla sue sentenze dovevano assoggettarsi anche i doctores in caso di litigio con gli scholares. Le associazioni, dapprima indipendenti fra loro, si raccolsero ancor prima del rago in due sole grandi corporazioni : quella
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(da G. A. P'ari, L'Universitadi Padova, in L'illustrazione del mediva, marzo 1852, p. it
Universita - Teatro anatomico dell'U. di Padova, costruito nel 1594 su disegno di fra Paolo Sarpi.
degli Ultramontani che nel 1265 comprendeva 13, più tardi 18 nazioni, quella dei Citramontani entro la quale, eccetto quella dei Tusci e Lombardi, non si riscontra dai documenti altra distinzione di nazioni. Ognuna di esse aveva il suo rector e costituivano insieme l'Universitas scholarium ed aggiunto ad essa il corpo dei professori, l'universitas magistrorum et scholarium, come è chiamata da Clemente V nel 1310 ed in seguito comunemente.
I maestri avevano si una certa indipendenza nello svolgere i loro corsi, ed a loro apparteneva esaminare e promuovere i candidati ai gradi, compresi gli stessi rectores, ma per disposizione di Onorio III erano dal 1219 sotto la presidenza dell'arcidiacono di Bologna. Costituivano i loro collegia, ma fuori della scuola erano, come singole persone, soggetti ai due rectores per tutto il resto. Erano infatti gli scholares che li chiamavano e li stipendiavano in grazia di particolare contratto ed assegnavano loro anche la parte della materia che dovevano trattare nell'anno; e quando, per un motivo qualunque, si allontanavano da Bologna, i maestri dovevano seguirli nella nuova sede. Tutto questo valeva soprattutto per i giuristi, perché la facultas artium, o facultas medicinae, philosophiae et artium, attiva già alla fine del sec. xir, si costituì in universitas nel sec. xiv nonostante la resistenza dei legisti. In questo insegnamento si inserirono anche l'ars dictandi, una specie di scuola di retorica, e l'ars notaria che si aggregò poi ai giuristi nel sec. xv. La Facoltà di teologia fu costituita come tale a Bologna solo il 30 giugno 1360 de Innocenzo VI (v. bologna, VI); prima non v'erano che gli studia dei religiosi, particolarmente dei Domenicani.
IV. Parigi. - Mentre l'U. di Bologna costituiva in prevalenza un'associazione di scolari, quella di Parigi (v.) al contrario costituì in prevalenza un'associazione di maestri. Le discussioni provocate dalle deviazioni dogmatiche che si notano sin dal tempo carolingio, cui seguirono quelle di Roscellino e di Berengario e più tardi le audacie dialettiche di Abelardo, offrirono nella Francia settentrionale occasione ai maestri cattolici, come Ivo di Chartres ed Anselmo d'Aosta, di approfondire la speculazione cattolica (v. bollastica) ed un centro di studi si formò a Parigi cui fecero capo maestri celebrati. Questi si accaparravano come luogo per l'insegnamento le aule dei capitoli e dei monasteri facendo donativi ai decani ed agli abati; questi regali vennero poi pretesi come un diritto, anche quando i maestri non si servivano più di quelle, sicché dovette intervenire poi Alessandro III (1180) ad eliminare ogni contraria consuetudine, stabilendo che qualora persone idonee e literatae volessero "regere studia literarum", potevano farlo senza alcuna molestia ed "exactione" (Decret., V, 5, 3) cioè, come comandava la rubrica, "nulla si doveva esigere per [concedere] il permesso d'insegnare \%. In modo analogo a quanto avveniva a Bologna,
la S. Scrittura con la glossa relativa era la base dell'insegnamento, cui si aggiungeva, nell'interpretazione, la tradizione dei Padri ed in particolare di a. Giovanni Damasceno, finché verso il 1130 uno dei dottori di Parigi, Pietro Lombardo (v.), pubblicò il Liber sententiarum con l'intento di ridurre a sistema l'insegnamento dogmatico, concordando le esposizioni dei Padri, opera che fu oggetto di numerosi commenti e formò testo nelle scuole anche quando i maestri pubblicarono le loro Somme (v. somme teologiche). Sul finire del sec. xir i maestri di teologia, diritto canonico, arti (medicina e filosofia) che, indipendenti gli uni dagli altri, avevano tenuto scuola in diversi punti di Parigi, formarono spontaneamente un unico corpo: causortium o universitas magistrorum. Il cancelliere della chiesa di Notre-Dame, con mandato affidatogli una volta per sempre dal vescovo, conferiva ai maestri la licenza di tenere le lezioni. Prima del 1260 questi maestri, senza pregiudizio della universitas, per promuovere gli interessi degli studi in seno alle singole Facoltà costituirono altrettante società particolari, presiedute ciascuna da un decano. Quando alla lor volta gli scolari cominciarono ad aver Itti col cancelliere, Innocenzo III, verso il 1210, concesse loro di crearsi un procuratore che il rappresentasse giuridicamente nel tutelare i propri interessi ed ebbe così origine l'universitas scholarium che, prima del 1249, si suddivise nelle 4 nazioni: Gallicorum, Picardorum, Normannorum, Anglicanorum (con questi stavano i Tedeschi e le altre nazioni settentrionali); ogni nazione ebbe a capo un procuratore e tutte quattro per gli interessi comuni si radunavano nella universitas artislarum; perché gli artisti costituivano la maggioranza fra gli studenti ed avevano con loro anche i propri magistri. Un rector universitatis rappresentava le quattro nazioni unite insieme ed era l'esecutore delle loro deliberazioni, sinché intorno al 1341 divenne il vero rappresentante dello Studio.
V. Privilegi. - Nel primo periodo della loro esistenza le u. furono ritenute senza contrasto quali istituti ecclesiastici, ed i pontefici vi esercitarono la loro giurisdizione promulgando o modificando gli statuti, sorvegliondone l'ortodossia e ritenendo come diritto proprio ed esclusivo costituirvi nuove Facoltà, particolarmente se di teologia, come fecero a Bologna (1360) e Padova (1364), o di diritto canonico.
Ben presto le autorità civili si interessarono direttamente del movimento scolastico che si allargava. Federico Barbarossa nella Dieta di Roncaglia del 1138 promulgò la cosiddetta autentica Elabita, con la quale intese favorire le scuole italiane e ne profitto particolarmente Bologna; gli scolari venivano presi sotto la protezione sovrana, sicché potevano viaggiare senza molestie, stare indisturbati allo studio, essere giudicati dal tribunale del vescovo o degli studenti stessi. Tale fòro, limitato dapprima agli affari civili, venne esteso anche ai penali. Filippo Augusto nel 1200 esentò le scuole di Parigi dalla giurisdizione secolare ed il cancelliere ebbe giurisdizione sui maestri e sugli studenti; ebbero così principio quei privilegi di esenzione che i sovrani concessero o ratificarono assai liberamente rendendo l'u. un istituto autonomo, vivente di vita propria, con facoltà di darsi propri statuti, di difendere i propri privilegi ed i propri membri, maestri e scolari, contro ingerenze estranee ed in particolare contro i poteri locali, di proscrivere dottrine pericolose, impedendo che venissero insegnate o difese. Oltre a ciò si formò intorno all'u. tutto un complesso di interessati, composto di copisti, di cartai, librai, addetti a diversi servizi che in diverso modo profittavano dell'incremento dell'u. Onorio III il 16 nov. 1219 concesse che maestri e scolari di teologia potessero lucrare i redditi dei benefici ecclesiastici di cui erano provveduti per cinque anni mentre stavano allo studio, pur conservando i diritti della residenza (Decret., V, 5, 5); concessione che fu estesa a tutte le u.
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Era poi naturale che fra gli universitari di preferenza si ripartissero uffici e benefici ecclesiastici: durante il sec. xiv l'u. di Parigi proponeva ai papi i nomi di coloro che riteneva degni di particolare considerazione a tale proposito. La laurea e la licenza in teologia e in diritto era un titolo di preferenza nel conferimento dei vescovati o dei canonicati. La fortuna, il favore, i vantaggi di diverso genere furono incentivo che si cercasse di aumentare il numero delle u. accrescendone i privilegi e le dotazioni; furono detate largamente di rendite ecclesiastiche e di proventi laicali. Eugenio IV, ad es., attribuì allo Studium Urbis i proventi della gabella del vino. Prevalse il principio che uno Studium generale fosse istituito giuridicamente con l'intervento del pubblico potere da parte del Pontefice, del Sovrano, o dell'Imperatore. In molte u. concorsero pure, in momenti distinti, l'uno a l'altro; in particolar modo quando furono, come in Italia, i liberi comuni o le piccole signorie ad avere l'iniziativa della fondazione: importava infatti che non mancasse la comunicazione dei privilegi di cui godevano le u. più antiche.
Un elemento importante nelle u. (o nelle Facoltà) teologiche era composto dagli Ordini religiosi, particolarmente mendicanti. I Domenicani infatti si stabilirono a Parigi nel 1217 e ad Oxford nel 1224. I Francescani erano a Parigi nel 1230 e ad Oxford nel 1224. Ben presto Carmelitani ed Agostiniani ebbero i loro conventi presso quegli studi. I monderi di questi Ordini tenevano vita comune e ciò offriva loro diversi vantaggi; stanza permanente anche per anni, ore di studio e libri, pratiche religiose, solidutaria vicendevole; tutto ciò favoriva la diligenza nello studio e teneva in più alta considerazione scolari e maestri. I religiosi potevano tenere cattedra, ma non avevano parte negli ordinamenti e negli uffici dell'u., legati com'erano alle leggi del loro istituto; e siccome ebbero mestri insigni e stimati, provocarono gelosie non solo nella scolaresca, ma anche fra i dottori; perciò nella grande controversia che tendeva, verso la metà del sec. xim, a limitare i privilegi concessi dai papi agli Ordini mendicanti riguardo alla cura delle anime, ebbe la sua parte anche il tentativo di eliminarli dal magistero nell'u.; ma ebbero la difesa dei pontefici nella tutela del loro diritti.
I chierici secolari vivevano invece isolati presso private persone, oppure in colleganza fra discepoli e maestri ed erano perciò esposti a dissipazione. Talvolta presero a convivere sotto la direzione di un baccelliere o di un maestro, che dirigeva l'andamento di questa comunità liberamente costituita. Speciale premura fu quella di provvedere agli studenti poveri per mezzo di fondazioni o borse di studio. Anche queste furono in particolar modo costituite presso i collegi che sorsero per facilitare la permanenza degli studenti sotto maggior disciplina e applicazione agli studi. Ve ne era uno a Parigi sino dal tempo di Urbano III con cappella propria, ed i papi nel 1210 e nel 1248 ne confermarono i diritti. Celebre divenne quello fondato nel 1257 da Roberto Sorbon, cappellano di a. Luigi IX, che più tardi diede il nome a tutta la Facoltà teologica, la Sorbona; ne condivise poi il lustro quello che fu detto di Navarra. Nel 1350 v'erano a Parigi 19 di tali collegi con 375 posti gratuiti.
Analoghi provvedimenti furono presi a Bologna, a Padova e poi anche a Roma. Particolare importanza ebbero questi collegi presso le due grandi u. inglesi, dove alla fine del sec. xv nessuno pagava pensione e tutti gli studenti dovevano prendere stanza in uno di essi. La carriera scolastica che si prolungava per parecchi anni si concludeva col grado di dottore (titolo preferito sul principio dai teologi) che si otteneva dopo un esame sostenuto con grande solennità (examinatio publica sive conventus; v. laurea); e poiché questa cerimonia obbligava a grandi spese si ebbe l'examinatio privata che concedeva il titolo di licentiatus o prolyta (v. Licenza). Grado inferiore era quello del baccelliere (v.) che partecipava (almeno nelle Facoltà teologiche) all'insegnamento sotto la direzione dei maestri.
Nel sec. xim compaiono anche i magistri ed i doctores medicinae o physici e quelli grammaticae, logicae, philosophiae et aliarum artium.
VI. Le discussioni. - Caratteristico nello sviluppo del sapere in seno all'u. è l'uso frequente delle dispute teologiche e filosofiche che sotto la direzione del maestro si tenevano nella scuola. Esse obbedivano a regole precise; sillogizzare in forma, in contraddittorio fra un difendente la proposizione proposta ed un obbiettante a cui il maestro stesso dava la conclusione (cf. Dante, Parad., XXIV, vv. 66-68). In circostanze più solenni era il maestro che proponeva una tesi o più, professandosi pronto a sostenerle contro chiunque. E qualunque dottore potersi farsi innanzi ad obbiettare, mentre un giuri di dottori, appositamente costituito, dirigeva la discussione ed assegnava la vittoria. V'erano poi le questioni quodlibetiche (v. quodlimetr) per la risoluzione di argomenti particolarmente interessanti. Le discussioni formavano gran parte degli esami. La passione per la disputa condotta nelle sue forme sillogistiche dava adito, oltre che alla meticolosità nello svolgimento, alla sottigliezza nelle argomentazioni, alla smania per le tesi astruse, inaspettate e persino stressiganti. Era un mezzo anche questo per farsi credito; ma non si può negare che esso, in un tempo in cui i libri erano pochi e costosi, contribuisse ad approfondire il sapere ed educare le menti alla prontezza ed alla chiarezza nell'argomentare.
VII. Diffusione. - Il movimento universitario non tardò ad allargarsi. Sull'esempio di Parigi sorse l'U. di Tolosa (v.) nel 1229 con lo scopo di debellare l'eresia albigese e quella di Orléans per lo studio del diritto civile che a Parigi era vietato. Da Parigi partirono pure gli studenti che diedero origine in Inghilterra all'U. di Oxford (v.) sul principio del sec. xim, a cui tenne dietro ben presto quella di Cambridge (v.) e rimasero le uniche per quel paese. Per una secessione da Bologna sorse l'U. di Padova (iv.) 1222), che vescovo e altri favorirono costantemente. Da Padova derivò presto quella di Vercelli (v.). Nello stesso sec. xim in Spagna, col favore del re, sorsero le U. di Salamanca e Siviglia; sulla fine di quel secolo sorse in Portogallo quella di Coimbra. In Italia Napoli ebbe U. per disposizione di Federico II nel 1224. Roma per volere di Bonifacio VIII ebbe lo Studium Urbis nel 1303; ma già prima era sorto lo Studium Curiae, una specie di u. per lo studio della teologia e del diritto canonico a vantaggio di coloro che stavano in Curia, che perciò dovevano seguire la Curia quando questa ebbe a spostarsi. Nell'età seguente in Italia ed in Francia sorgono u. un poco da per tutto. Durante il sec. xiv, sorsero anche in paesi eccentrici dal movimento originario: a Praga nel 1347 per mecenatismo del re Carlo IV di Lussemburgo; a Vienna nel 1363 per favore degli Asburgo; a Cracovia in Polonia nel 1364; a Pecs in Ungheria nel 1367; in Germania a Erfurt nel 1379, ad Heidelberg nel 1385, a Colonia nel 1388.
Da Praga si staccò Lipsia nel 1409 per contrasti nazionalisti. Lovanio (v.) sorse nel 1423 per iniziativa del suo principe; ma durante il sec. xv, u. sorgono anche nei paesi scandinavi, non senza lamento delle antiche u. che vedevano sorgere sempre nuove concorrenti. Queste però, più che approfondire il campo del sapere, servivano a divulgarlo. Infatti all'indomani della scoperta dell'America, vi sorgevano, sul modello dell'U. di Salamanca, quelle di Messico (1553) e di Lima (1555).
VIII. Il Rinascimento. - L'ordinamento universitario giunse in pieno Rinascimento quand'era maturato nel suo complesso e s'andava ormai quasi esaurendo la sua vitalità d'indagine; fu allora che si creò un movimento di reazione che giunse sino al disprezzo in nome delle nuove correnti di sapere; contemporaneamente vi reagiva un senso di diffidenza da parte degli universitari ligi alle loro tradizioni. Fu nelle Facoltà di arti che in special modo poterono entrare nuovi concetti e metodi filosofici, come quello di studiare Aristotele sui testi originali, di lasciare più largo campo alle matematiche (geometria), all'astronomia, alla medicina e preparare man mano l'età delle grandi scoperte. Il campo filologicoletterario, che era ritenuto solo un presupposto, un'iniziazione necessaria al sapere, rimase estraneo all'u.; i grandi umanisti per lo più non vi insegnarono. Ricerca critica di nuovi testi, indagini storiche e critiche, com-
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mento ed imitazione dei classici, problemi politici saranno compito di privati indagatori od affidati a quelle scuole che si vanno ormai moltiplicando per iniziative di comuni o di mecenati e sembrerebbero in qualche modo un raccomodamento radicale delle antiche scuole di grammatica e retorica.
All'u. si continuava ancora a disputare in viam Scoti od in viam Thomae e si lasciava, ad es., cadere a Roma la cattedra delle Controversiae cosi brillantemente tenute dal Bellarmino, pensando forse che non ce ne fosse più bisogno.
Tuttavia i nuovi problemi sollevati dai nuovi studi non mancarono di influire sui metodi d'insegnamento e sull'orientamento delle indagini nel campo giuridico ed in quello filosofico, resi più autonomi dai vecchi schemi. Nel campo teologico la necessità di contrastare il passo alle dottrine che sconvolgevano completamente l'insegnamento tradizionale ridussero, se non a rammodernare del tutto i metodi, a ravvicinarli alle nuove esigenze. I collegi gesuitici che, ad imitazione del Collegio Romano, fondato nel 1553 , versero nei paesi cattolici ed ebbero particolare importanza in Germania come istituti universitari, vi ebbero larga parte.
Le u. protestanti, avverse per natura loro alla scolastica tradizionale, ne crearono una nuova, fondata su un autoritarismo confessionale, irragionevole ed arbitrario con cui si alìss, dominandolo, lo stesso potere civile. Esse oppongono viva resistenza alla libera ricerca scientifica, fino al momento in cui non sapranno reagire all'illuminismo.
La prima a protestantizzarsi fu quella di Wittenberg che era stata fondata nel 1507 ; ne sorse poi una a Marburg nel 1527 con i beni di monasteri e benefici cattolici, cui seguirono alcune altre in quello stesso secolo. Ginevra per opera di Calvino e di Teodoro Beza, al di sopra di qualunque riconoscimento ufficiale, fu il maggior centro intellettuale dei Riformati di tutta Europa. Questi centri di studi, sottratti completamente all'autorità della Chiesa, vennero a cadere sotto quella dell'autorità civile di ciascun luogo. Del resto l'assolutismo, che nel governo degli Stati prese a dominare sempre più con il sec. xvi anche nei paesi cattolici, assume quella progressiva ingerenza nelle u., per cui venne a perdere di importanza reale l'ordinamento corporativo e fu limitata la libertà nell'ordinamento delle cattedre, nelle nomine degli insegnanti e nella disciplina degli scolari. Anche l'ingerenza della Chiesa venne a perdersi gradualmente, per cui l'u. giunse ad essere considerata senz'altro un organo dello Stato.
IX. I TEMPI SECONTI. - Questa evoluzione si stava compiendo alla fine del sec. xviri, quando il movimento di riforma stava invadendo tutti i campi e lo spirito antiscolastico ed antimedievale favoriva orientamenti nuovi negli studi e l'imperatore Giuseppe II poneva già arditamente mano a mutare gli ordinamenti interni ed a creare persino una tal quale gerarchia nelle u.
La Rivoluzione francese, nemica di ogni privilegio, abolil il 15 sett. 1795 le u.; furono invece costituite a scuole speciali e sotto il diretto controllo dello Stato per la formazione dei professionisti, soprattutto medici ed avvocati. Napoleone nel 1806 creò l'Universitá de France, "corpo incaricato esclusivamente dell'istruzione e dell'educazione pubblica in tutto l'Impero"; laico per sua natura, abbracciera tutti gli insegnamenti pubblici dal maestro elementare al professore della Sorbona con a capo il «Grand Maître». Dall'U. di Parigi dipendevano per l'insegnamento superiore nei diversi luoghi le "accademie", divise ciascuna in cinque ordini di facoltà : teologia, diritto, medicina, scienze e lettere. Con ció le u. perdevano ogni autonomia e lo Stato monopolizava l'insegnamento; nel 1850 il Ministero della pubblica istruzione sostituiva il Grand Maître e nel 1896 le accademie riacquistavano l'antico nome di u.
Analoghi principi sul predominio dello Stato nel campo dell'istruzione superiore e della piena laicità dell'insegnamento furono adottati negli altri Stati d'Europa e dell'America. La facoltà di teologia e di diritto canonico o furono abolite o sottratte, più o meno, all'autorità della Chiesa (v. italia, VII. Insegnamento, libertà di); mentre fu riconosciuta piena libertà di insegnare qualunque dottrina. A parte le u. ecclesiastiche, dirette soprattutto alla
formazione dottrinale del clero, sulle quali la Chiesa rivendicò la sua esclusiva competenza, si ponsò a fondare u. dove l'insegnamento fosse dato secondo i principi e le dottrine della Chiesa par tutti i cami del sapore. Ciò non si poteva ottenere, se prima non si fosse rivendicata la libertà d'insegnamento (v.) con piena autorità di conferire gradi accademici valivoli agli effetti civili come quelli dell'autorità statale. Piena e veramente libira u. cattolica fu quella di Lovanio, ricostituita dai vescovi dal Regio con l'approvazione di Gregorio XVI nel 1833-35. Con questo sistema le u. si restringevano ad essere praticamente istituti a carattere nazionale. Per le u. ecclesiastiche, i nuovi ordinamenti sono proposti nella costituzione apost. di Pio XI, Deut. Scientiarum Dominus (v.).
Per iniziativa del p. A. Gemelli e di mons. J. Schrijnen, sorse nel 1924, con l'approvazione di Pio XI, la Federazione delle u. cattoliche, alla quale aderirono una ventina di atenei. Potevano farne parte solo le u. cattoliche propriamente dette. Venuta meno, per varie contingenze, la F. I. razione è stata ricostituita da Pio XII il 27 luglio 1949 (AA8, 42 [1950], pp. 385-87). - Vedi tavv. LXXXII-LXXXIII.
Bint.: oltre alla bibl. alle singole voci, trattate a parte o sotto la relativa diocesi, cf.: opere principali: H. Denifle, Die U. des Mittelalters bis 1400, Berlino 1882; H. Denifle-E. Chatelain, Chartularium U. Parisiensis, 4 voll., Parigi 1889-97; A. O. Northon, Readings in the History of Education: Medieval Universities, Cambridge 1909; M. Ghrion, Studi sull'ordinamento delle Facoltà giuridiche, Roma 1913 (dall'antichità all'età moderna); I. de Ghellinck, Le mouvement théologique en XIIr siècle, Parigi 1914: $2^{\circ}$ ed., ivi 1948; Ch. H. Haskins, The rise of U., Nueva York 1923; id., The Renaissance of the twelfth century, Cambridge (Mass.) 1927; St. d'Irsor, Histoire des U., 2 voll., Parigi 1933-34 (cui fa seguito R. Aigrain, Les U. catholiques, ivi 1933); H. Roshdafl, The U. of Europe in the Middle Ages, $2^{\circ}$ ed., 3 voll., Oxford 1936, rist. ivi 1951. U. e Ordini Reliziosi : a) Domenicani : C. Donato, Essai sur l'organisation des Etudes dans l'Ordre des Frères Prócheurs au XIIIe et au XIVe siècle, Parigi 1884; P. Mandonnet, La crise scolaire au début du XIIIe siècle et la fondation de l'Ordre des Frères Prócheurs, in Rev. d'hist. eccl., 15 (1914), pp. 34-49; A. Walz, S. Domenico e le U., in Angelicum, 11 (1934), pp. 341-57; b) Francescani : I. Felder, Storia degli Studi scientifici nell'Ordine Francescano dalla sua fondazione fino a ca. la metà del sec. XIII, vers. it., Siena 1911; P. Gloneux, Maitres Franciscains de Paris, in La France Franciscaine, 12 (1929), pp. 237-89; V. Doucet, vari artie, in Arch. Franciec. hist., 26 (1933), v. indice. Per i vari Paesi : a) Italia: Mimmore d. Publii, Istr., Monografie delle U. e degli Istituti Superiori, Roma 1911-13; F. Ehrle, I più antichi Statuti della Facoltà Teologica dell'U. di Bologna (Univ. Bonon. Monon. menta, 1), Introd., Bologna 1932; A. Gemelli e S. Vismara, La riforma degli Studi Universitari negli Stati Pontifici (1816-24), Milano 1933; U. Cameli, Studia Generalia Marchiae Anconitanae, in Apollinaris, 9 (1936), pp. 112-25; vari autori, Atti del Convegno per la Storia delle Università Italiane (Bologna, 3-2 apr. 1940), I. Bologna 1943; M. Di Domizio, L'U. italiana, Lineamenti storici, Milano 1952; b) Francia: A. Silvy, Les U. en France sous l'Ancien Régime, Parigi 1889; M. Fournier, Les Statuts et Privilèges des Universités françaises depuis leur fondation jusqu'en 1789, 4 voll., ivi 1800-94 (cf. H. Denifle, Les U. Françaises au Moyen Age: Asie à Marcel Pournier, ivi 1892); L. Liard, L'Enseignement supérieur en France, 1789-94, 2 voll., ivi 1894; A. Clerval, Les Ecoles de Chartres au Moyen Age, du V' au XVI' siècle, ivi 1899 (organizzazione degli Studi); cf. Inghilterra: H. Fletcher, Oxford and Cambridge, Londra 1910; C. Grant Robertson, The British U., Londra 1930; d) Germania: G. Kaufmann, Die Gesch. der Deutschen Universitäten, 2 voll., Stuttgart 1888-96; W. Erman e E. Horn, Bibliographie der Deutschen Universitäten, 2 voll., Lipsia 1904-1905 (tutte la bibliografia fino al 1899); e) Spagna: V. de la Fuente, Historia de las U., Colegios e demás Etudioscocientes de Enseñanza en España, 4 voll., Madrid 1884-89; f) Stati Uniti di America: C. F. Thwing, History of higher education in the United States, Berkeley (Cal.) 1906; E. E. Slosson, Great American Universities, Nuova York 1910; A. Flexner, U. american. english, german, Nueva York-Oxford 1930; g) America Latina: V. S. Quesada, La vida intelectual en la America española durante las s. XVI-XVIII, Buenos Aires 1917; Beltrán de Heredia, U. dominicanas de la América española, vari artt. in La Ciencia Tomista, 1923-24. U. Cattoliche: A. Baudrillard, Les U. Catholiques de France et de l'Etranger, Parigi 1909; id., Instruction de la jeunesse, Les U. Catholiques, in DFC, II, coll. 1913-55; A. Gemelli e J. Schrijnen, Annuaire Général des U. Catholiques, Nimega-Utrecht 1927; A. Gemelli, Idee e battaglie per la coltura cattolica, Milano 1933: $2^{\circ}$ ed. ivi 1940. Per le attuali U. pontificis, cf. Encibridion Clericorum, Roma 1938. Per tutte le u. d'Europa, cf. il Minerva Jahrbuch, I. Berlino 1952.
Iginio Cecchetti - Pio Paschini
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(da E. Hamilton, La Spagna senzascista, Berlira 1922, fac. 247)
(Ist. Gab. fat. naz.)
In alto: L'UNIVERSITA DI TORONTO. In basso a sinistra: PORTALE E FIANCO DELL'UNIVERSITA DI SALAMANCA (sec. xv-xvi). In basto a destra: PORTALE DELL'UNIVERSITA DI URBINO (sec. xiv) sormontato da stemmi dei Montefeltro (sec. xv).
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(fot. Gab. fot. aec.)
L'UNIVERSO SORRETTO DAL VERBO. Affresco di Piero di Puccio (1390). Nel centro è rappresentata la terra circondata dai cerchi concentrici dei quattro elementi, dei pianeti e delle nove gerarchie celesti. Nei due angoli inferiori s. Agostino e s. Tommaso - Pisa, Camposanto.
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UNIVERSITÀ GATTOLICA DEL SACRO CUORE (Milano). - L'Atenco dei cattolici italiani inaugurava a Milano la sua vita il 7 dic. 1921 alla presenza del legato pontificio, l'allora card. Achille Ratti. Dopo tre anni di funzionamento conseguiva dallo Stato il riconoscimento giuridico (decreto reale del 2 ott. 1924) per il quale ottenne diritti uguali alle altre università italianc.
Alle sue due Facoltà iniziali, di filosofia e di scienze sociali, subito se ne aggiunsero altre, ed ora essa è costituita dalle Facoltà di giurisprudenza, di economia e commercio, di scienze politiche e sociali, di lettere e filosofia, di magistero, di agraria (questa con sede a Piacenza); si aggiungono la Scuola di Statistica e sedici Scuole di perfezionamento in varie discipline.
Il vero significato storico dell'istituzione sta nell'aver realizzato l'ideale della libertà della scuola anche nel campo dell'alta cultura. Un indirizzo accentratore inesorabile, iniziato in Piemonte con la legge 14 ott. 1848 e che la legge Casati del 1859 non valse a frenare, andò trionfando con l'unità d'Italia. Abolite le Facoltà di teologia, esistenti da prima in varie città, e definitivamente soppresse con la legge Correnti del 10 maggio 1872; chiusa con il decreto del Bonghi del 12 marzo 1876 l'Università Pontificia, che Pio IX nel '71 aveva aperto a Roma, i cattolici italiani si trovarono privati di quella che Lacordaire riguardava come la prima libertà del mondo, madre di tutte le libertà. Al primo Congresso cattolico (Venezia nel 1874) d. Antonio Agliardi, futuro cardinale, proponeva tra l'applauso entusiastico degli accorsi un ordine del giorno per la fondazione di una Università cattolica in Italia. Voto ripetuto più volte dai dirigenti dell'Azione Cattolica italiana e dalle adunate annuali dell'Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici in Italia; il Congresso di Milano del 1897 gridò alta la speranza comune.
P. Agostino Gemelli sino dal 1907 al primo Congresso universitario cattolico aveva svolto il tema: "Perché i cattolici italiani debbono avere la loro Università"; nel 1909 fondò con l'aiuto avuto dal b. Pio X la Rivista di filosofia neo-scolastica per iniziare l'eleborazione dell'idea programmatica; nel 1913 diede origine alla "Società italiana per gli studi filosofici e psicologici"; nel 1914 con il primo articolo della nuova rivista di cultura: Vita e Pensiero, dedicato al medievalismo, precisò la linea da seguirsi. Terminata la guerra, ottenne, grazie anche all'appoggio dell'arcivescovo di Milano, card. Andrea Ferrari, e con la protezione di Benedetto XV e della S. Congr. dei Seminari e delle Università degli Studi, nel giorno di Natale del 1920 il decreto pontificio di erezione. Con decreto reale 24 giugno 1920, fu eretto

(fot. Fyestoy)
Università Cattolica del Sacro Cuore - Veduta parziale dell'Aula Magna. Sullo sfondo le Nozze di Cana, affresco di Callisto Piazza ( 1500 -61) - Milano.
in ente morale l'Istituto di Studi Superiori a Giuseppe Toniolo ed in occasione della legge Gentile del 1924, che contemplava l'erezione di Università libere, questo Istituto ottenne il 2 ott. dello stesso anno il decreto reale (num. 1661, Gazzetta Ufficiale del Regno del 31 ott.) con il quale era "istituita in Milano l'U. C. del S. C." e veniva approvato il suo statuto. Da allora in poi, grazie alle benedizioni divine e all'alto ed efficace appogg