p:r gli Stati ex-nemici delle Nazioni Unite); 2) i rapporti fra organizzazioni e Stati membri sono disciplinati dalle norme di uno statuto adottato per via convenzionale; 3) le organizzazioni godono di una larga autonomia, m.dgrado l'ingerenza dell'ONU; 4) i rapporti fra ONU ed organizzazioni sono disciplinati da apposite convenzioni; s) ogni organizzazione ha una sede propria (in Europa o in America, attualmente), propri organi, propri ordinamenti, propri mezzi (assemblea, organo esecutivo, segretariato). Si accentua sempre più la tendenza a confcrire alle organizzazioni la personalità giuridica internazionale, non senza dissensi dottrinali e politici.
In base a questi principi sono stati disciplinati l'Organizzazione internazionale del lavoro (v.), siglata OIT, l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura, siglata FAO (v. ORGANIZZAZIONE INTERNAZ. PER L'AGRECOLTURA), l'Organizzazione mondiale della Sanita (OMS), l'Organizzazione per il soccorso e la ricostruzione (UNRRA), l'Organizzazione per l'aviazione civile internazionale (ICAO), l'Organizzazione per l'educazione, la cultura e le scienza (UNESCO [v.]), ecc. Esse aumentano continuamente, coprendo ormai quasi tutte le possibili forme di cooperazione internazionale.
Dal punto di vista formale l'organizzazione delle Unioni o è disciplinata, specialmente per qu lle sorte nell'ambito della Società delle Nazioni o dell'ONU, con speciali accordi (patto autonomo di unione) ovvero da accordi che disciplinano determinati servizi o materie (proprietà letteraria, industriale, ferrovie, ecc.) e si occupano anche dell'ufficio unionista.
Si è tentato più volte di fare una classificazione delle u. a. Ma esse riescono sempre approssimative ed inutili. Si può dire che non vi è possibilità di cooperazione fra i popoli nel campo scientifico, tecnico, culturale, educativo, economico, agricolo, delle comunicazioni, dei trasporti, ecc. che non abbia dato luogo alla formazione di unioni. Più la cooperazione fra i popoli diventa viva e mette radici, più si avverte l'esigenza di vivificare la cooperazione, disciplinandola e sottoponendola alla ingerenza di
## Page 534
organi di coordinamonto e di propulsione, con la tendenza ad attribuire ad essi funzioni di iniziativa ed essenzialmente attive.
Stati oltre ai trattati di diritto amministrativo internaz. (K. Neumeyer, Fedozzi, A. Rapisardi-Mirabelli) ed altre trattaz. generali di diritto internaz., cf. le numerose monografie (S. Badevant, W. Kaufmann, K. Neumeyer, M. Pilotti, C. Boldoni, A. Rapisardi-Mirabelli, F. Ruffini, K. Strupp, ecc.) sui problemi generali o particolari delle u. a. Il grosso di queste monografie è stato determinato dalla attivita della Società delle Nazioni. Meno abbondante è quella a cui ha dato luogo l'ONU (ad es., J. Jinks). Talune Unioni o stabilmente o in occasione di anniversari hanno pubblicato monografie commemorative, che hanno anche un interesse scientifico.
Amedeo Giannini
UNIONI DI STATI. - Due o più Stati possono volontariamente, ed in modo più o meno stabile, cooperare per scopi generali di comune interesse. Se la cooperazione è disciplinata da norme di diritto interno si viene a creare uno Stato federale, il quale, internazionalmente, ha rilevanza come tale, mentre la Confederazione, lasciando gli Stati confederati come enti autonomi ed indipendenti, li tiene uniti da vincoli di diritto internazionale, ma internazionalmente tale profilo non ha rilevanza, in quanto in nome e per conto della Confederazione, finché esiste, agiscono gli organi federali. Se invece la cooperazione è regolata da norme di diritto internazionale particolare, si hanno le cosiddette U. di S.
1. Unione su base di disuguaglianza. - La posizione degli Stati pub esser duplice: e cioè essere ordinata su base di uguaglianza o di disuguaglianza. Se gli Stati cooperano su una base di disuguaglianza di diritto si hanno le figure del protettorato e del vassallaggio (la cooperazione è regolata dal patto di protettorato, che ne determina le condizioni, non essendo escluso che il protetto sia autonomamente rappresentato diplomaticamente), che vanno sparendo, e quella del mandato (nella triplice forma A, B, C), nata e morta con il patto della Società d:tle Nazioni (art. 22), e ora sostituita dalle amministrazioni fiduciarie.
2. Unione su base di uguaglianza. - Se i rapporti di cooperazione sono basati sul principio dell'eguaglianza fra gli Stati dell'unione si hanno le due forme dell'unione personale e di quella reale.
3. Unione personale. - L'unione personale è dovuta alla comunanza accidentale e temporanea del sovrano, derivante dagli ordinamenti interni, onde si è dubitato (Kuntz) che possa qualificarsi come unione in senso stretto. Benché essa non crei alcun vincolo diretto fra i due Stati, ognuno conservando la propria forma di governo (il re del Belgio, costituzionale, era nel Congo sovrano assoluto), le proprie responsabilità, i propri cittadini (il cittadino di uno Stato è straniero nell'altro), non può disconoscerai che il sovrano può trovarsi in difficoltà in talune situazioni, potendogli capitare di dover adottare provvedimenti contrari ad uno degli Stati dei quali è sovrano in favore dell'altro, onde talune costituzioni la vietano espressamente. Si possono ricordare l'unione Inghilterra - Hannover (1714-1838), durata oltre 120 anni, quella Prussia - Neuchâtel, durata un secolo e mezzo (1702-1857), quella dell'Olanda - Lussemburgo (1815-90), quella del Belgio - Congo (1885-1908). Unioni personali sono state qualificate anche quella Islanda Danimarca (1918-44) e quella Italia - Albania (1939-43), ma esse erano reali. Attualmente non esistono unioni personali. Va comunque rilevato che queste lasciano intatta la personalità e l'azione dei singoli Stati, ciò che non si verifica per le unioni reali.
4. Unione reale. - L'unione reale si distingue per il fatto che essa è organizzata stabilmente, secondo norme derivanti da leggi nazionali parallele, confermate dalla consuetu fine e dalla prassi, ovvero per effetto di un trattato internazionale (patto di unione), che disciplina appunto stabilmente i rapporti di unione. Non vi è soltanto un comune capo dello Stato, ma anche taluni organi, taluni servizi fondamentali, e l'unione si ripercuote anche su una speciale situazione dei cittadini dei paesi uniti.
Onde è essenziale tener conto del patto di unione. Sul cosiddetto compromesso del 1867 si fondava l'ordinamento diarchico della monarchia austro-ungarica, che poneva a capo della coalizione degli Stati compresi nella monarchia (1867-1918) l'imperatore - re d'Ungheria. Con il Trattato di Moss (1815) la corona della Norvegia fu attribuita al re di Svezia. I due Stati avevano in comune il ministro degli Esteri e la rappresentanza diplomatica. Nel 1905 (Trattato di Karlstadt) liquidarono pacificamente l'Unione. Con la legge 30 nov. 1918, n. 619 le due libere sovranità della Danimarca e dell'Islanda, la quale conservava la sua neutralità, formarono un'unione, riservandosi alla Danimarca di gestire alcuni interessi islandesi (corte suprema, moneta, pesca, politica estera), cio che essa fece con molta comprensione degli interessi islandesi, tanto che, adottate le sanzioni contro l'Italia per il conflitto con l'Etiopia, la Danimarca si associó alle sanzioni, mentre l'Islanda se ne astenne. Il Patto di unione dano-islandese veniva a scadere nel 1940. Il movimento di indipendenza aveva fatto progressi ed in quell'anno la Danimarca era occupata dalle forze germaniche, mentre gli americani occupavano l'Islanda. L'Altfung ( 16 maggio 1941) proclamò l'indipendenza dell'Islanda e nel febbr. del 1944 l'Atto di unione fu dichiarato decaduto e fu proclamata la Repubblica indipendente ( 17 giugno 1944). Breve fu l'unione Italia-Albania (legge 16 apr. 1939, n. 580), che venne regolata con una serie di convenzioni feittadinanza e dogane, 20 apr. 1939; rappresentanza diplomatica, 3 giugno 1939, ecc.).
Le unioni personali hanno fine o per mutamento degli ordinamenti interni, o per rinunzia ad una delle due sovranità da parte del capo dello Stato, o per estinzione di uno degli Stati. Quelle reali hanno fine o consensualmente, o per la fine di uno degli Stati, o per rottura dell'unione per fatto di uno degli Stati, subita dall'altro.
III. Nuove parole d'unione. - Tutte queste unioni sono cadute. Gli ordinamenti sovietici e quelli della Comunità britannica hanno ispirato alcune nuove forme di unione. Nell'Accordo olandese-indonesiano di Batavia del 15 nov. 1946 si tentava di costituire una Unione dell'Olanda con gli Stati Uniti dell'Indonesia, con il Suvinam e Curacao. Ma la formazione unitaria dell'Indonesia successivamente prevalsa ed il generale sviluppo delle situazioni lasciano molto perplessi sulla reale consistenza dell'Unione, che è sempre più orientata verso la comunanza simbolica della corona neerlandese, come, cioè, quella britannica per la comunità britannica, che può esser anche considerata come una forma tipica particolare di unioni di Stati, molto evanescente.
Non si possono considerare come u. di s. né l'Unione Francese, quale è programmata nella Costituzione del 1946, né l'URSS, in quanto esse, malgrado l'apparente stato di uguaglianza degli Stati uniti, hanno uno Stato pilota ed è tale Stato che dà l'impronta all'Unione e ne assume la rappresentanza diplomatica, pur non escludendosi una diretta rappresentanza diplomatica, anche se non generale, dei singoli Stati (di fatto nell'URSS soltanto i due Stati russi della Bielorussia e dell'Ucraina ed in Francia quelli dell'Indocina).
Vanno infine ricordate talune unioni di limitata o particolare portata, dette unioni semplici, in quanto uno Stato agisce in rappresentanza di un altro Stato per determinate finalità (p. es., Belgio per l'unione doganale del Belgio e del Lussemburgo, conv. di Bruxelles 1921; la Svizzera per il Lichtenstein, conv. di Berna 29 marzo 1923) ovvero gli Stati formano unioni o determinati effetti (p.es., Benelux, unione per ora economica del Belgio, Olanda, Lussemburgo; tentativo di unione doganale italo-francese). Si scivolerebbe verso le unioni amministrative particolari, se non prevalesse il loro carattere politico. Nelle unioni si devono comprendere infine alcune forme di alleanze (politico - militari). U. di s. sono anche tanto la Società delle Nazioni (1920-46) quanto l'ONU, ma esse vanno considerate piuttosto come Società di Stati a fini di cooperazione generale con la tendenza a divenire l'organizzazione giuridica della Comunità internazionale. Tale finalità però manck nella Società delle Nazioni, in quanto non riusci a divenire universale, ciò che fu in parte dovuto
## Page 535
si modo con il quale nacque. Taluni di questi difetti di origine al ripetono per l'ONU, della quale è difficile prevedere gli ulteriori sviluppi.
Bibl.: si ritiene inutile indicare qui le trattazioni di diritto internazionale che si occupano del problema, talune con notevole ampiezza, a proposito della personalità giuridica internazionale. Coopeusa è anche la letteratura monografica. Fra quella più recente (Pibati, Rapisardi-Mirabelli, Verderes) ve ricordata l'ampia trattazione di J. Kuna, Die Staatenerbindungen, Stoccarda 1920.
Amedeo Giannini
UNIONI PROFESSIONALI : v. ORDINI E COLLEGI PROFESSIONALI.
UNITÀ DELLA CHIESA. - La Chiesa è una, cioè indivisa in sé e distinta da ogni altra società. Pertanto l'u. è una proprietà essenziale della Chiesa e una delle sue note distintive. Si può considerare l'u. d. C. dal di dentro, ossia come appare alla coscienza di se medesima (punto di vista piuttosto dogmatico); e dal di fuori, come si manifesta a coloro che sono fuori di essa (punto di vista piuttosto apologetico).
I. L'U. COSE PROPRIETÀ ESSENZIALE. - 1. Nazione dell'u. d. C. - L'u. d. C. viene determinata dalla sua natura di società soprannaturale fondata dal Figlio di Dio. Come il genere umano forma un'unità di tutti i discendenti dal primo Adamo e dalla "madre di tutti i viventi" (Gen. 3, 20) Eva, cosi la Chiesa, società o comunità dei rigenerati, forma un'u. di tutti i discendenti dal secondo Adamo, Cristo, figli della seconda Eva, Maria, la quale è rappresentante e insieme tipo della Chiesa (Jo. 19, 23-27; Apoc. 12). La Chiesa è pertanto una in Cristo, come anche nel suo sacerdozio e sacrificio che è quello di Cristo. E una nei suoi Sacramenti, specialmente nel Battesimo, mediante il quale l'uomo viene incorporato nell'u. d. C. e separato dal resto dell'umanità. Poi è una nel Sacramento dell'Ordine per il quale si ha l'u. col passato, la successione apostolica, e il quale è condizione indispensabile per il Sacramento dei Sacramenti, l'Eucaristia che unisce con Cristo e con tutti coloro che sono in Cristo; onde si chiama per eccellenza "il Sacramento dell'u.".
La Chiesa una in tutta la sua realtà ontologica, lo è anche nella sua verità, nel suo magistero e nella sua fede. Inoltre la Chiesa è una nel suo governo gerarchico organico. L'unità del magistero e del governo è essenzialmente concentrata nell'unico capo visibile della Chiesa, il Pontefice Romano, Vicario dell'unico capo invisibile Cristo e successore unico di Pietro a cui risale il principato della successione apostolica. L'u. caratteristica della gerarchia cattolica, dei vescovi e sacerdoti, e dei laici cattolici, consiste nell'unione con il successore di s. Pietro.
Entrano nell'ambito dell'u. altre nozioni affini. L'unicità della Chiesa è la sua unità in quanto esclude altra simile. Poi l'u. d. C. può essere considerata nella successione del tempo, in quanto la Chiesa di oggi è identica con quella di ieri e domani (v. apostolicitá della chiesa); essa può essere considerata nel raggruppamento di molti ceti in un tutto, nella sua diffusione dello spazio secondo l'estensione geografica tra i diversi popoli e nazioni (v. Cattolicita della chiesa); e può essere considerata nella sua profondità spirituale, cioè come unione con Dio mediante la Grazia di Cristo (v. santitá della chiesa). Insomma, l'u. d. C. come tale riguarda tutti i legami con cui essa è congiunta come corpo al suo capo Gesù Cristo; verità che ricorda s. Paolo in Col. 2, 19, esortando ad attenersi «al capo, da cui tutto il corpo disposto e compaginato per mezzo dei legamenti e delle giunture, cresce con aumento, che è da Dio». Causa effettiva prossima dell'u. d. C. è la volontà di Cristo che intese fondare una sola Chiesa; causa ultima è la volontà ed il beneplacito di Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, fonte ed ultimo fondamento, nella sua unica divina essenza e nella sua libera volontà, di ogni unità organica esistente; la causa finale è indicata da s. Paolo quando afferma che tutte le cose saranno soggette al Figlio, come il Figlio sarà soggetto al Padre, * onde Dio sia tutto in tutte le cose» (I Cor. 15, 28).
2. Le fonti della Rivelazione sull'u. d. C. - a) S. Scrittura. - Nel Vecchio Testamento la Chiesa è prefigurata come una nell'arca di Noè, l'unica salvata dal diluvio universale; nell'unico popolo eletto, salvato dalla prigionia egiziana e introdotto, attraverso il deserto, nella terra promossa; si parla della Chiesa quando Isaia annuncia che "sarà negli ultimi giorni fondato il monte della casa del Signore sopra la cima di tutti i monti" (Is. 2, 2). Nel Cantico dei Cantici si dice della sposa come figura della Chiesa: "Una è la mia colomba, la mia perfetta, ella è unica della sua madre, la eletta della sua genitrice" (Cant. 6, 8). Nel Nuovo Testamento, Gesù parla due volte della Chiesa, e usa l'articolo (Mt. 16, 18 e 18, 17). Egli dice espressamente di aver voluto edificare "la sua Chiesa" sopra Pietro-pletra, dunque unica, distinta da qualsiasi altra che pretendesse di essere fondazione del "Figliolo di Dio vivo" (Mt. 16, 16). S. Giovanni riferisce il discorso di Gesù, in cui egli si chiama "il buon pastore" che predice che vi "sarà un solo ovile e un solo pastore" (Jo. 1o. 11; 14; 16), ovile che Gesù risorto affida, con tutti i "suoi agnelli" e con tutte "le sue pecorelle", alla cura di Pietro (Jo. 21, 15 sgg ).
S. Paolo parla o della Chiesa in singolare, intendendo la Chiesa una e universale, o delle Chiese in plurale, nel senso di Chiese particolari o locali, facenti parte della medesima Chiesa (per es.: Rom. 16, 16: «il salutano tutte le Chiese di Cristo"); pertanto quando parla in singolare, l'Apostolo indica la Chiesa come una: "Cristo è capo della Chiesa" (Eph. 5, 23), la quale è: secondo il medesimo apostolo, "il corpo" di Cristo, "ed egli è salvatore del corpo suo" (ibid. v. 23); subito aggiunge: "Uomini, amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa, e diede se stesso per lei..." (ibid. v. 25); "poiché nessuno odiò mai la propria carne: ma la nutrisce e ne prende cura, come pure fa Cristo della Chiesa: perché siamo membra del corpo di lui, della carne di lui, e delle ossa di lui" (ibid. vv. 29-30). S. Paolo paragona la Chiesa a una "sposa di Cristo"; con ciò ne dimostra l'unità e l'unicità. La sposa, essendo in sé una persona fisica, è congiunta con lo sposo, altra persona fisica, con legami anzitutto morali; ma, inoltre "i due saranno una sola carne" (Mt. 19, 5; Gen. 2, 24; Eph. 5, 31). Il corpo invece, contraddistinto dal capo, forma, insieme ad esso, un'unità più che morale, cioè organica e fisica. Dall'intrecciarsi di queste due immagini ne consegue che l'u. d. C. è più che puramente morale (cf. encicl. Mystici Corporici AAS, 33 [1943], p. 222).
Secondo lo stesso s. Paolo, l'unione morale cosciente dei cristiani deve corrispondere all'unione ontologica della Chiesa; onde esorta gli Efeuini ad essere "solleciti di conservare l'unità dello spirito mediante il vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come ancora siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti, e per tutte le cose, e in tutti noi" (Eph. 4, 3-6; cf. 1, 22-23). Nel testo citato altri esegeti intendono "spirito" come detto dello Spirito Santo. L'u. d. C. comprende dunque il corpo e lo spirito dei fedeli, consiste nella fede e nel Battesimo e, come ancora più chiaramente risulta dal I Cor. 12, 12-13, nel legame con lo Spirito Santo, con Cristo e con Dio Padre: "Come il corpo è uno, e ha molte membra, e tutte le membra del corpo essendo molte, tuttavia sono un solo corpo: così anche Cristo. Poiché tutti noi in un solo Spirito siamo stati battezzati per essere un solo corpo, o giudei, o gentili, o servi, o liberi: e tutti siamo stati abbeverati d'un solo Spirito". E come nel Battesimo, così nell'Eucaristia si manifesta l'u. d. C.: "Un pane solo, un solo corpo siamo noi molti, quanti di quel solo pane partecipiamo" (I Cor. 10, 17).
b) Definizioni e documenti della Chiesa. - Come nel Simbolo Apostolico, così in tutti i simboli si fa la professione di fede "nella Chiesa" - non nelle Chiese "in una Chiesa", "nell' unica Chiesa". Nel Simbolo Costantinopolitano: "in una, santa, cattolica ed apostolica Chiesa" (Denz-U, 86). Nella professione prescritta ai Valdesi (1208, sotto Innocenzo III): "Confessiamo
## Page 536
una Chiesa non di eretici, ma la santa Romana, cattolica ed apostolica (Denz-U, 423). Celebre è la bolla "Unam sanctam " del 1302 di Bonifacio VIII, in cui alla Chiesa si applicano Cant. 6, 8, il Ps. 21, 21: "Erue... de manu canis unicam meam ". Io. 19, 23: la "tunica inconsutilis n: "onde della Chiesa una ed unica vi è un corpo, un capo, non due capi come un mostro, cioè Cristo e il vicario di Cristo Pietro, ed il successore di Pietro" (Denz-U, 468). Occorre ricordare ancora tre documenti: la lettera del S. Uffizio sull'u. d. C. (unicità) del 1864 (Denz-U, 1686), l'enciclica di Leone XIII Satis cognitum (v.) del 1896 sull'u. d. C., un invito che tutti tornino all'u. (Denz-U, 1954 sgg.), e l'enciclica di Pio XII Mystici Corporis Christi, quod est Ecclesia del 1943 (AAS, 35 [1943], p. 193 sgg.).
c) Antichità cristiana. - Molto chiara per l'u. d. C. è la testimonianza dell'antichità cristiana e dei SS. Padri. Già nella Didachè si vede, in connessione con l'Eucaristia, nel pane uno, raccolto da molti grani, un simbolo dell'unificazione degli uomini nella Chiesa (9. 4; 10, 5). S. Ignazio non solo insiste sull'u. d. C. particolare unita sotto un unico vescovo con il suo clero nel pane eucaristico (p. es., Philad., 4; Eph. 20, 2), ma parla anche dell' "unico corpo della Chiesa " di Cristo in generale (p. es., Smirn., 1, 2). Nel Pastore di Erma "la torre" è la Chiesa (Vit., 3, 5, 1; Sim., 9, 17, 4). Per s. Ireneo la Chiesa "abita una cosa", ha un'anima e in stesso cuore, "annuncia la fede e la tramanda " possedendo "una bocca" sola (Adv. haeret., I, 10, 2). Per Clemente Alessandrino, come uno è il Padre, il Verbo. lo Spirito Santo, cosi "una sola diventa madre vergine: mi è caro chiamarla Chiesa" (Paedag., I, 6, 42, 1). Ed egli è del parere che "la vera Chiesa è una ..., l'una la quale le eresie si sforzano di tagliuzzare in molte" (Strom., VII, 17). Secondo Tertulliano tutte le Chiese discendono dalla prima Chiesa degli Apostoli; sono esse "prime ed apostoliche, se tutte insieme provano l'unità " nella pace e fraternità (De praescr. haer., 20, 4).
Chiarissima è la testimonianza di s. Cipriano, sia nelle sue lettere, sia nel De catholicae Ecclesiae unitate. Scrive: "Dio è uno e Cristo (è) uno ed una (è) la Chiesa e una la cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore. Non si può costituire né può nascere un nuovo sacerdozio fuori dell'unico altare e dell'unico sacerdozio. Chiunque raccoglierà in altro luogo dissipa" (Ep., 43, 5). O anche: "La Chiesa è una, la quale non può essere una (cioè la stessa) dentro e fuori. Se dunque è presso Novaziano, non fu presso Cornelio (Papa)" (Ep., 69, 3). Nel De cath. Eccl. unitate, cap. 5: "L'episcopato è uno, di cui dai singoli (vescovi) una parte si tiene in solido. La Chiesa una...; la Chiesa pervasa dalla luce del Signore estende i suoi raggi per tutto l'orbe: però la luce è una che viene diffusa ovunque, e non viene separata l'unità del corpo ". Nel testo s. Cipriano cita Cael. 6, 8 e Eph. 4, 4 e paragona la Chiesa a una madre feconda, la Chiesa sposa di Cristo e la vede prefigurata nell'arca di Noè (ibid. 6; cf. però Primato di s. Pietro e del ROMANO POSSFIFCE).
Presso i grandi Padri e dottori orientali dei secc. iv e v si possono raccogliere numerose testimonianze sull'u. d. C. di fede e comunione della Chiesa universale. Il Primato Romano come principio di u. vi si trova più espresso nei fatti (ricorsi dottrinali e disciplinari all'autorità suprema) che non nella dottrina. Sull'u. del Corpo di Cristo sono molto espliciti s. Atanasio, s. Basilio, s. Cirillo di Gerusalemme (spiegando il Simbolo), s. Gregorio di Nazianzo, s. Epifanio; s. Giovanni Crisostomo mette specialmente in rilievo l'unità di comunione e di carità; anche s. Cirillo d'Alessandria è molto esplicito su questo punto. Pure i dottori occidentali del medesimo tempo rilevano l'u. del Corpo di Cristo i s. Ilario, s. Ambrogio, s. Girolamo. Uno dei più chiari in questo è s. Ottato Milevitano, secondo il quale Pietro, capo di tutti gli Apostoli, chiamato pertanto Cephas, è stato vescovo di Roma "nella cui cattedra si conserva da tutti l'unità, in opposizione agli scismi" (Contra Parmenianum Donatistam, II, 2).
La più ricca però è la dottrina di s. Agostino, che
illustra l'u. d. C. con varie immagini desunte dalla S. Scrittura, e insiste, nella lotta contro i donatisti e pelagiani, nel primato dottrinale e disciplinare di Roma come centro di unità; questa dottrina fu poi chiaramente espressa da s. Leone Magno, il quale spiegò la sua successione affermando che Pietro fu eletto, affinché, sebbene nel popolo di Dio siano molti sacerdoti e molti pastori, tutti li regga propriamente Pietro" (Serm.. IV, 2).
d) Teologi. - Nel medioevo la teologia dell'u. d. C. si andò lentamente perfezionando. In s. Tommaso si trovano le grandi linee della dottrina sull'u. del corpo di Cristo (Sum. Theol., $3^{4}$, q. 8). Notevole è il De regimine christiano (1391-1302) di Giacomo da Viterbo (v.), che tratta in un capitolo speciale ( 1,3 ) dell'u., vedendo nell'unione della moltitud ne dei fedeli piuttosto "unione" che non "unità". La prima esposizione completa su fondamento teologico-canonico fu scritta da Giovanni Torquemada (v.) nella sua Summa de Ecclesia, in cui vendica l'u. contro gli scismatici occidentali e orientali.
Nei tempi moderni, i grandi teniogi speculativi Caietano, De Lugo, Suárez (Disp. IX de fide) espongono i principi dell'u. d. C. Gli apologisti oppongono alle false note, fatte valere dai protestanti, le vese note, prima di tutte l'u. come la intende la dottrina cattolica. Con intento polemico svolgono l'argomento Suárez nella sua Defensio fidei adversus Anglos. s. Roberto Bellarmino, il card. Du Perron (contro la teoria del re Giacomo d'Inghilterra, che la Chiesa fosse, nella sua u. simile ad una confederazione di società religiose che si accordano su un minimo di credenze), il gonsenista P. Nicole nel suo trattato De l'unité de l'Eglise ou Réfutation du nouveau système de M. Jurieu (Parigi 1687). Nei tempi più recenti la nozione dell'u. d. C. fu riesaminata specialmente sotto l'influenza della rinascita degli studi patristici. Occorre ricordare il celebre libro di J. A. Möhler (v.), Die Einheit in der Kirche oder das Prinzip des Katholizismus, dargestellt im Geist der Kirchenväter der drei ersten Jahrhunderte (1825), a cui, con molta probabilità, si ispirò l'ecclesiologo moderno dei Russi dissidenti A. S. Chomjakov nel suo breve trattato La Chiesa è una (ca. il 1845). Prima e dopo il Concilio del Vaticano, fino ai nostri giorni, sono apparsi molti trattati De Ecclesia, che si occupano ampiamente dell'u. Ma la spinta ad indagini più approfondite sull'u. d. C. è venuta dal cosiddetto "movimento ecumenico" (v. ecumenissio) da parte dei cristiani ormai divisi in innumerevoli denominazioni.
II. L'u. esiste nota dietititiva. - L. Diondose. All'u. si oppongono lo scisma ([v.] cf. I Cor. 1, 10 sgg.). l'eresia (v.), la laicizzazione, ossia la separazione graduale dall'intera opera della Chiesa.
s. Falzi concetti dell'u. - Nacquero nel corso dei secoli, o dal desiderio di giustificare la propria posizione scismatica o eretica, e anche dal tentativo dei cattolici di combattere le separazioni o di chiarire il concetto tradizionale di u. S. Cipriano, p. es., chiarì contro lo scisma di Novaziano molti tratti essenziali dell'u. ecclesiastica, però non ha sempre con abbastanza chiarezza e precisione espresso che l'unità del governo nella Chiesa trova la sua piena attuazione nella perpetuita del Primato di Pietro. Così nel tempo moderno Möhler, nello spiegare ai protestanti la vera u. di essa, mise in rilievo troppo esclusivamente il principio interno dell'u., cioè lo Spirito Santo, che attua l'unità mistica, trascurando il lato esterno e visibile; arrivò cosi a una concezione simile a quella di s. Cipriano, che corresse però e completò nell'opera posteriore, la Simbolica (1832).
Il conciliarismo (v.) medievale, che metteva l'unità e l'autorità dei concili universali al di sopra del Papa, si deve in gran parte allo Scisma d'occidente (v.). Analogo è il conciliarismo degli orientali dissidenti, secondo cui le singole Chiese autocefale nazionali, indipendenti tra loro nel governo, formano una confederazione di comunità coordinate e connesse soltanto con alcuni legami di carità per lo più poco intensi e, ogni tanto, con lo scontrio di idee. Forma di u. assai imperfetta, che non di rado diventa disunione e persino scisma (come, ad es., la gerarchia attuale della Chiesa patriarcale di Mosca è in stato di scisma di fronte alla gerarchia del metropolitana
## Page 537
Anastasio, già residente a Karlovtsi in Iugoslavia, ora a Nuova York; la Chiesa di Mosca è pure in aperta lotta con il "Patriarca Ecumenico" di Costantinopoli).
Gli orientali pertanto hanno cominciato a concepire l'u. d. C., specialmente dai tempi della slavolìlo Chomjakov (v.), in senso vago e protestantizzante, come "sobornost" (cioè, etimologicamente "conciliarità ", storicamente però identico con "cattolicità"), vuol dire "unità nella libertà e nell'amore ", lasciando passare in secondo piano l'u. visibile della Chiesa; concezione già molto vicina a quella protestante, che vede l'u. d. C. prevalentemente negli elementi invisibili del Corpo di Cristo.
Mentre gli orientali dissidenti escludono ancora cattolici e protestanti dall'u. della vera Chiesa, cioè la propria, per avere i cattolici, secondo Chomjakov, esagerato il principio di u. e i protestanti quello della libertà, l'ecumenismo invece ha come base la teoria cosiddetta * dei rami ", secondo la quale le confessioni cristiane sono rami del medesimo albero. Teoria condannata da Pio IX nel 1864, in quanto insegna che l'u. d. C. universale dovrebbe risultare dalle tre comunità cristiane insieme: la romano-cattolica, la greco-scismatica e l'anglicana. Anche Vladimiro Soloviev si è talvolta espresso come se l'u. d. C. universale risultasse soltanto dall'unione futura tra cattolici, bizantino-slavi dissidenti e protestanti; onde il suo assioma, "ceterum censeo instaurandam esse Ecclesiae unitatem", è vero soltanto nel senso che l'u. si debba restaurare col ritorno dei separati all'u.
I. Valore apologetico dell'u. - L'u. non è soltanto proprietà essenziale della Chiesa, ma per tutti coloro che sono fuori di essa, è un segno di riconoscimento, una via per poter trovare la vera ed unica Chiesa. Essa è: a) la nota più comprensiva; le altre tre (o più) note si possono considerare come casi particolari dell'u. (v. sopra); 8) la vera e piena u. risulta soltanto dall'insieme di tutti i legami esistenti essenzialmente nella Chiesa (cf. Col. 2, 19), cioè dei vincoli della fede, del sacrificio e dei Sacramenti, del governo unico e unito.
III. Attuazione dell'u. p. C. - Oltre agli sforzi e atti di unione, da parte della Chiesa cattolica, specialmente del Papato definito dal russo Caadaev (17941896) "segno visibile dell'u. e, poiché vi è esistita separazione, inoltre segno di riunione", vi sono anche i tentativi di unione da parte dei dissidenti, con i loro successori fino all'ecumenismo attuale, pieno di slanci genuini, però essenzialmente infruttuosi, in quanto si cerca di fare a meno del fondamento di u., cioè della pietra posta da Cristo stesso a base della sua Chiesa.
Pessuno può negare che vi sia più u. nella Chiesa cattolica che non nelle comunita orientali dissidenti, e più presso queste che non presso i protestanti delle varie denominazioni. Non potendo negare il fatto della più grande u. nella Chiesa cattolica, i dissidenti cercano talvolta di invalidarne il valore apologetico spontaneo e naturale, con l'affermare che l'u. cattolica è piuttosto effetto di una esterna coercizione, che frutto di intima convinzione.
Per ridurre i separati all'u. occorre una duplice specie di forze centripete: a) quell: oggettive, istituite da Cristo stesso, cioè la Grazia interna e la roccia visibile di Pietro; 5) quelle soggettive, cioè la libertà di cooperazione e l'esercizio delle virtù cristiane unitive, specialmente dell'umiltà e della carità fraterna, da ambedue le parti, e ciò in opposizione alle forze centrifughe dell'orgoglio e del particolarismo, concedendo a tutti nella comune casa di Dio la libertà, dovunque non viene in questione l'u. obbligatoria del dogma, cioè libertà nei riti e nelle usanze e tradizioni locali antiche e venerande. La forza centripeta ed unitiva "per eccellenza" l'ha insegnata Gesù nella preghiera sacerdotale: "Che siano tutti una sola cosa, come tu sei in me, o Padre, e io in te, che siano anche essi una sola cosa in noi" (Io. 17,21).
Brec.: lo studio più completo è quello di A. Michel, Unité de l'Eglise, in D'TNC, XV, coll. 2172-2230; cf. anche G. Thile, Les notes de l'Egl. dans l'apolog. depuis la Réforme, Gembloux 1937 (v. la critica di questa dissertazione in T. Zapelena, De via notarum in recenti quodam opere, in Gregorianum 19 [1938], pp. 88-109, 449-68); M. J. Congar, Chretiens desunis. Principes d'un "incumbisirar catholique" (collezione Unam Sanctam, p. 1), Parigi 1937; Il Eglise est une. Hommage à Mohler, a cura di P.
Chaillet, Parigi 1939; E. Mersch, Le Corps Mystique du Christ, a voll., $2^{2}$ ed., Bruxelles 1936; id., La theol. du Corps Mystique, a voll., Parigi-Bruxelles 1944; L. Cerfaux, La Théologie de l'Eglise suivant st Paul (Collezione Unam Sanctam, 10), $2^{\circ}$ ed., Parigi 1948; N. Flew, The Nature of the Church. Papers presented to the Theological Commission appointed by the Continuation Committee of the World Conference on Faith and Order, Londra 1952.
Bernardo Schultze
UNITÀ DEL MATRIMONIO : v. POLIANDRIA; POLICINIA.
UNITA E DIMENSIONI FISICHE. - La nozione di misura di alcune grandezze, in particolare di lunghezze, aree, pesi, e quindi della scelta delle rispettive unità di misura, risale alle più antiche civiltà. Codeste unità, naturalmente omogenee alle grandezze da misurare, da allora fino ai tempi relativamente recenti, furono scelte con riferimento alle dimensioni di oggetti abituali, braccio, piede, palmo per le lunghezze, a qualche convenzionale tavola campione per le aree, a un certo peso per i pesi e furono differenti da paese a paese. Il primo tentativo di unificazione e razionalizzazione fu fatto dalla prima Repubblica francese con l'imposizione del sistema metrico decimale.
Col rapido moltiplicarsi delle grandezze da considerare, specialmente in seguito al grande sviluppo della fisica, il problema della loro misura fu considerato scientificamente nei primi decenni del sec. xix. Si constató allora la generalità del fatto, già intravisto precedentemente in casi particolari, che per la misura delle grandezze fisiche non è sempre necessaria la scelta di una unità per ciascuna di esse, ma che è sufficiente la scelta di poche unità fondamentali, dato che fra le varie grandezze esistono naturali rapporti. Si tratta in fondo di una generalizzazione di quanto si era già constatato per la misura delle grandezze geometriche, che tutte possono venir riferite all'unità scelta per la misura delle lunghezze. Si sa infatti dal libro su la Similitudine degli elementi di Euclide che se due figure geometriche simili hanno le lunghezze omologhe nel rapporto $\lambda$ devono necessariamente avere le superfici omologhe nel rapporto $\lambda^{2}$ e i volumi omologhi nel rapporto $\lambda^{3}$. E ciò, e null'altro che ciò, si usa esprimere con le cosiddette definizioni dimensionali : [lunghezza] $=$ $[\mathrm{L}]$, [superficie $]=[\mathrm{S}]=[\mathrm{L}^{2}],[$ volume $]=[\mathrm{V}]=[\mathrm{L}^{3}]$. Per es., considerando due cubi di 1 metro e di 1 decimetro di lato, il rapporto $\lambda$ dei lati è 10 e quindi deve essere ed è $10^{2}=100$ il rapporto delle superfici omologhe e di $10^{3}=1000$ quello dei volumi.
L'esterazione di questa teoria a più vasti campi della fisica si fa considerando $2,3,04$ grandezze fondamentali dei campi successivamente più vasti. Così per passare dalla geometria alla cinematica occorre considerare, oltre la L una grandezza cinematica per la quale si usa scegliere il tempo T. Si ottengono immediatamente le definizioni: [tempo] $=[\mathrm{T}],[$ velocità $]=[v]=\left[\mathrm{LT}^{-1}\right]$, [accelerazione] $=[\mathrm{a}]=[\mathrm{v} / \mathrm{T}]=\left[\mathrm{LT}^{-2}\right]$.
Meno immediato è il passaggio alla considerazione delle grandezze dinamiche (v. SISCANICA) perché non esiste una intuitiva indicazione circa la nuova grandezza da preferire come fondamentale oltre che le L e T, e perché il rapporto naturale fra le varie grandezze della dinamica implica la sua legge fondamentale. Assumendola nella formulazione di Newton: forza $=$ massa $\times$ accelerazione, risultano evidenti le due possibilità di assumere come fondamentale o la forca o la massa. In generale si sceglie quest'ultima e quindi la serie delle definizioni dimensionali delle grandezze dinamiche si inizia con le posizioni: [masa] $=[\mathrm{M}]$, [forza] $=\left[\mathrm{L} \mathrm{T}^{-2} \mathrm{M}\right]$ e si prosegue formulando le definizioni di tutte le altre grandezze per mezzo di esse e delle precedenti definizioni geometriche e cinematiche. Così sarà, p. es.: [densità] $=$ [masa/volume] $=\left[\mathrm{L}^{-2} \mathrm{M}\right] ;$ [lavoro] $=[$ forza $\times$ spostamento $]=\left[\mathrm{LT}^{-2} \mathrm{M}, \mathrm{L}\right]=\left[\mathrm{L}^{2} \mathrm{~T}^{-2} \mathrm{M}\right]$, ecc.
Già queste poche nozioni sono sufficienti a guidare esattamente nelle questioni di cambiamento di unità di misura e a caratterizzare dimensionalmente e in certi casi a determinare senz'altro importanti leggi dinamiche.
## Page 538
1. Cambiamento di unitd. - Basta tener conto dei rapporti dimensionali tra le unità fondamentali che si sostituiscono, come dimostrano i seguenti semplici esempi : in vicinanza della superficie della terra l'accelerazione della gravità, riferita al metro e al secondo, ha approssimativamente il valore a $=10$ $\mathrm{m} \mathrm{sec}^{-1}$ che si usa inesattamente dire 10 m al sec.
Quale è il suo valore: a) in piedi al secondo; b) in metri al minuto, c) in piedi al minuto? Tenendo conto delle dimensioni dell'accelerazione ai osservi : a) che essendo ca. I metro $=3$ piedi si deduce a $=$ 30 piedi sec. ${ }^{-2}$; b) che essendo I sec. $=1 / 60$ di minuto e quindi I sec. ${ }^{-2}=3600 \mathrm{~min}^{-2}$ si deduce a $=36000 \mathrm{~m} \mathrm{~min}^{-2}$; c) a $=108.000$ piedi min $^{-2}$.
2. Caratterizzazione di leggi. - Non potendosi logicamente paragonare se non cose fra loro omogenee, le espressioni formali delle leggi fisiche devono sempre consistere in equazioni aventi i loro membri omogenei; però la teoria delle dimensioni consente di ridurre tale omogeneità a quella relativa alle grandezze fondamentali. Questo semplice fatto permette sempre di caratterizzare e talvolta anche di determinare la forma ancora ignota dalla legge quando solo si conosca quali sono le grandezze che intervengono in essa. Es.: Galileo aveva constatato che la durata $t$ dell'oscillazione del pendolo dipende solo dalla sua lunghezza $l$ e dalla locale accelerazione della gravità $g$. La durata $t$ dovrà quindi essere uguale a una combinazione di $l$ e di $g$ omogenea con un tempo. Ma poiché la sola combinazione possibile soddisfacente a tale condizione è $l^{1 / 2} g^{-1 / 2}$, la legge del pendolo non può che essere della forma $t=n . \sqrt{l / g}$, in cui $n$ è una costante puramente numerica che basta determinare una volta per tutte, e che è notoriamente eguale a $\pi$.
Passando ora al campo più complesso dell'elettricità si ricorda che occorre assumere, fra le fondamentali, anche una qualsiasi grandezza elettrica e si ricorre a qualche nota legge elettrologica per connetterla alle L, T, M precedenti. L'arbitrarietà esistente ha condotto fin dall'inizio a considerare vari sistemi dimensionali, formalmente differenti, ma sostanzialmente equivalenti; notissimi i cosiddetti sistemi elettrostatico e elettromagnetica (v. ELETTRICITÀ; ELETTOLOGIA). A questi se ne sono di recente aggiunti parecchi altri di maggiore interesse tecnico, fra i quali il sistema Giorgi che il Comitato elettrotecnico internazionale decise di adottare universalmente.
Passando infine al campo termico si ricorda che come quarta grandezza si assume in generale la temperatura (v. TERMODINAMICA).
Anche in codesti due campi la teoria delle dimensioni è l'indispensabile strumento per gli eventuali cambiamenti di unità di misura.
L'utilizzazione delle teorie dimensionali per la caratterizzazione delle leggi elettrologiche e termologiche è invece stato reso possibile solo da recenti studi di P. Straneo.
Bial.: F. Conforto - F. Severi, Enciclop. d. matemat. elementari, III, Milano 1947.
Paolo Straneo
## UNITARI : v. ANTITRINITARI.
UNITAS. - Associazione di cattolici a carattere internazionale, sorta in Roma per iniziativa di un gruppo di professori e di scrittori, sacerdoti e laici, che si propone di lavorare al riavvicinamento spirituale dei popoli e specialmente dei cristiani.
Promuove particolarmente la mutua conoscenza e la reciproca comprensione tra cattolici e quanti in Oriente ed in Occidente, pur non cattolici, credono in Cristo. Essa data la sua esistenza formale dal 18 giugno 1945, giorno in cui le fu comunicata l'approvazione del S. Padre. E diretta da un comitato centrale in Roma, a cui sono collegati i gruppi formati in altre città, con l'approvazione degli Ordinari. L'Associazione pubblica fin dal 1946 una rivista
omonima trimestrale, in tre edizioni : italiana, francese, inglese. L'U. ha creato a Roma un "foyer" per aiutare i non cattolici che vengono a visitare l'Urbe.
Bial.: C. Boyer, Univ Pastor, ed. it., Roma 1951; ed. francese, Tolosa 1951; ed. inglese, Nueva York 1952. Carlo Boyer
UNIVERS. - Giornale fondato a Parigi dall'ab. Migne, edito la prima volta il 3 nov. 1833 con il titolo L'Univers religieux; acquistò fama e diffusione crescente sotto la direzione di Louis Veuillot (v.), redattore capo dal 1845 .
Valutando i regimi politici solo in funzione dei supremi interessi cristiani, l'U. si professò innanzi tutto e al disopra di ogni contingenza cattolico. La fede, il prestigio letterario dei redattori gli suscitarono molte ostilità in seno al cattolicesime e fuori. Stringente e pugnace, fu avverso, sotto Luigi Filippo, al monopolio universitario e non meno ai relitti del gallicanesimo e lotto per l'adozione della liturgia romana. Adeti alla seconda Repubblica (1848), ma in senso conservatore, tale atteggiandosi pure nel 1853 e nei primi anni dell'Impero. Soppresso nel 1860 per le censure alla politica romana di Napoleone III, risorto nel 1867 , illustrò il Sillebo e difese, prima e dopo il Concilio Vaticano, l'infallibilità pontificia. Dopo il 1870 si rese interprete delle aspirazioni legittimiste dei cattolici di Francia e sostenne di nuovo il Pontefice, privato del dominio temporale. Eugenio Veuillot successe nella direzione al fratello Louis deceduto nel 1883. Nel nov. 1890, il "brindisi di Algeri" causò una drammatica secessione in seno all'U. Eugenio manifestò l'intento di seguire nel giornale la politica di adesione alla terza Repubblica (ralliement). Elisa, di lui sorella, perciò si ritrasse e fondò Vérini Française, che nel 1907 doveva confluire nel giornale fraterno. L'energica direzione di Pietro e Francesco Veuillot, figli di Eugenio, non potè scongiurare la lenta crisi, preludio della scomparsa.
Bial.: L. Veuillot, Oeuvres complètes, 40 voll., Parigi 1924-44; E. Veuillot, Vie de L. Veuillot, 4 voll., ivi 1809-1904; P. de la Gorce, Histoire du Second Empire, 7 voll., ivi 1893-1901, possim; A. Bily, Les écrivains de combat, Parigi 1931; J. Morionval, Sur l'bistoire de la presse catholique en France, Parigi-Colmar 1936; E. Amann, Veuillot Louis, in DThC, XV, in, coll. 27992835. Ippolito Vittorio
UNIVERSALI, questione degli. - Celebre controversia, e in alcuni momenti altamente clamorosa, intorno ad un problema che, per essere stato posto in termini non sempre chiari, s'è presentato via via suscettibile di opposte soluzioni.
La prima logica dei greci fu la matematica, che si disse così, perché apparve la "disciplina" per eccellenza, in quanto permette, per mezzo del numero e delle figure geometriche, di ridurre il molteplice dell'esperienza ad unità, ciò che sembrava sempre vario e diverso sotto il dominio di una legge immutabile, ciò che era impressione sensibile a scienza. E i concetti della matematica furono ordinati per generi e specie in un sistema compatto che permetteva la più rigorosa deduzione, e questa veniva trasferita nella realtà fisica insieme al numero, considerato essenza delle cose. Per debellare il sensismo e il conseguente relativismo dei sofisti, Socrate inaugurò la ricerca del concetto universale nella trattazione di problemi morali (Aristotele, Met., I, c. 6, $987^{\mathrm{b}}$ I-4). Platone trasferì il metodo di questa ricerca alla natura in generale universalizzando le qualità sul modello dei numeri e delle figure geometriche, che sono schemi quantitativi astratti, senza badare che le qualità fisiche, schematizzate, diventano astrazioni irreali, quali l'animalità, la cavallinità, ecc. Le idee platoniche sono, in massima parte, astrazioni di qualità empiriche, che usurpano la fissità (necessità, eternità, universalità) dei numeri e delle figure. E come i Pitagorici del numero avevano fatto l'«essenza» delle cose, così per Platone le idee sono la essenza eterna ed universale delle cose mutevoli e contingenti che appaiono nello spazio e nel tempo. Poste al di sopra dello spazio e del tempo, esse sono in sé e per sé, al di là del cielo, che è il limite di ogni mutabilità, ed hanno per ciò una natura iperurania, articolandosi in sistema di rap-
## Page 539
porti dialettici intorno all'idea del Bene, da cui sono irraggiate. Aristotele non nego le idee platoniche, ma ne criticò la separazione dal mondo sensibile, mostrando che l'idea separata non può essere né essenza né causa delle cose, né principio di conoscibilità di esse; e s'adoporb a riunire quello che Platone aveva separato, riconducendo l'idea ad atto che determina e organizza la materia, come principio intelligibile di unità e distinzione e come forma inerente alle cose stesse ( $\epsilon$ í $\delta$ os $\dot{\epsilon} v o ́ v$ : Met., VII, c. 11, 1037 ${ }^{\text {a }}$, 29).
Platone, come è noto, s'era a lungo adoperato a risolvere il problema del rapporto da stabilire fra l'idea separata e le cose del mondo sensibile, e, dopo aver pensato a un rapporto di $\mu \dot{\mu} \alpha \gamma \sigma \iota \varsigma$ e di $\mu \dot{\varepsilon} \theta \alpha \xi \iota \varsigma$, s'era fermato al rapporto di $\pi \alpha \nu \alpha v \dot{\alpha}$, prospettando la possibilità che una stessa essenza, in sé una e separata, potesse esser comunicata, non per parti, ma tutta intera, alle cose particolari, senza perdere la sua unità, sì da potersi dire «una sui molti * e "una nei molti" (cf. Parmen., capp. 5-6, 1316$133^{2}$ ). A questa maniera di partecipazione s'era appigliato anche Aristotele. Se non che la forma inerente alle cose acquista, al contatto della materia, un modo di essere individuale, e perde l'universalità platonica. Per salvare questa universalità, senza di che non può esservi scienza, Aristotele escegitò la dottrina dell'astrazione e dell'intelletto agente. Nelle cose particolari fu, è soltanto in potenza; ma liberato dal contatto con la materia, esso è u. in atto, grazie all'azione dell'intelletto agente che lo astraz dai particolari. Perciò egli poté affermare che "l'animale universale o è nulla, o è posteriore " agli animali particolari (De anima, I, c. 1, 402b, 5-8).
A questa tesi della presenza ( $\pi \varepsilon \rho \rho o \sigma i a$ ) dell'u. nel particolare si appigliarono anche i neoplatonici. Plotino riunì nel vó́s le idee separate di Platone e costitui quel vó $\sigma \mu o c$ vó $\gamma o \xi$, nel quale si raccolgono le ragioni ideali * di tutte le cose, disposte dialetticamente per generi, specie e differenze specifiche; ma l'anima del mondo imprime queste "ragioni ideali" nella materia e ne fa l'essenza stessa delle cose alla maniera aristotelica. In tal modo l'u. è separato nel vó́s, ed è presente e inerente alle cose particolari, ove per altro i neoplatonici proiettano la gerarchia dialettica dei generi e delle specie, di cui fanno altrettante stratificazioni diverse della realtà fisica, di guisa che la stessa "animalità" è in tutti gli animali, la stessa "cavallinità * in tutti i cavalli, ecc.
Porfirio, che nell'Ivagage ad Categorias o De quinque vocibus aveva disegnato l'albero di questi concetti gerarchicamente ordinati, aveva accennato anche al problema, se i generi e le specie siano realtà sussistenti oppure concetti della nostra mente. Sebbene egli non ne dia alcuna soluzione, il fatto stesso d'averlo posto stuzzicò a cercarne una. E il primo che ne prospettò una fu Boezio. In principio al commento all'opuscolo di Porfirio da lui tra* dotto egli riassunse la soluzione aristotelica, che cioè i generi e le specie sussistano soltanto negli individui, ma che tuttavia, grazie al potere d'astrazione della mente umana, * intelliguntur praeter sensibilia *. Ed ancora: «Sunt quidem in singularibus, cogitantur vero universalia; nihilque aliud species esse putanda est, nisi cogitatio collecta ex individuerum dissimilium numero substantiali similitudine». Ma esponendo questa dottrina, informa che Platone * genera et species ceteraque non modo intelligi universalia, verum etiam esse atque praeter corpora subsistere putat *.
La lettura del libretto di Porfirio e il commento di Boezio alle Categorie fornì l'occasione alle dispute nelle scuole medievali di dialettica. Ma non va dimenticato che le idee platoniche già riunite da Plotino nel vó́s. prima emanazione dell'Uno, erano state trasferite da s. Agostino nelle mente divina, e costituivano le "ragioni ideali " o "primordiali" degli esseri creati. Il pensiero neoplatonico, d'altra parte, oltre che su s. Agostino aveva agito fortemente sugli scritti dello pseudo Dionigi Areopagita. Della dottrina agostiniana e di quella dello pseudo Dionigi sono tributari certamente Scoto Eriugena (v.), Remigio d'Auxerre e Gerberto d'Aurillac (papa Silvestro II), i quali attribuiscono agli u. non soltanto una esistenza reale come idee nella mente divina, ma altresì come stratificazioni della realtà sulla quale vengono proiettati tutti i gradi dell'astrazione logica. Quanto alla realtà
delle idee nella mente divina (idee ante rem) tutti i pensatori cristani furono concordi. Il punto sul quale discordavano riguardava l'esistenza degli u. in re. Realismo si disse quella tendenza che riteneva i generi e le specie altrettante stratificazioni della realtà fisica, di guisa che una stessa e identica natura, ad es., d'animale, si differenziasse nelle sue specie, e una identica natura specifica, ad es., di cavallo, si differenziasse nei singoli cavalli. E poiché era c