nche l'anima umana deriverebbe da quella delle bestie per graduale trasformazione, parallela a quella corporea. Ma allo stato attuale della scienza si può affermare che nessuna prova concreta torna a favore di questa ipotesi, dato che mentre le scimmie antropomorfe risultano incapaci di qualsiasi astrazione e invenzione, i resti fossili umani anche più primitivi (ad eccezione del pitecantropo, la cui natura umana non è certa) sono accompagnati da tracce di fuoco ed utensili litici od ossei che testimoniano in questi nostri lontanissimi antenati facoltà intellettuali schiettamente umane. Altrettanto non si può dire invece per quanto riguarda l'origine del corpo umano, poiché la documentazione scientifica non consente di escluderne la derivazione da qualche primate (scimmia o proscimmia) estinto. Infatti le più recenti scoperte paleontologiche hanno rivelato che esistettero molte migliaia di anni fa (v. CENHSE UMANO, ETÀ del) da un lato razze umane i cui caratteri morfologici si avvicinano molto più che nelle razze attuali a quelli degli antropoidi, e dall'altro scimmie antropomorfe sensibilmente più prossime all'uomo - anatomicamente parlando - che non le attuali (v. PAleoantroPOLOGIA), dimodoché si ha una quasi perfetta transizione morfologica tra uomo attuale e scimmie antropomorfe fossili. Alla constatazione di questa continuità anatomica va aggiunta la certezza che nell'uomo fossile si sono avuti fenomeni evolutivi di notevole entità. Risulta infatti che nel Pleistocene inferiore e medio vi furono uomini che, pur mostrandosi pienamente tali per le loro doti psichiche, differivano notevolmente dalle razze umane attuali per i loro caratteri anatomici, specialmente per quanto riguarda la morfologia del cranio. E poiché si ammette l'origine unitaria dell'umanità (v. monogenismo umano) è necessario anche ammettere che
tutte le forme umane recenti e antiche cosi diverse tra loro derivino attraverso successive trasformazioni da una unica forma antichissima molto diversa dalle attuali. Si deve ancora constatare che alla succitata transizione anatomica corrisponde nelle grandi linee anche l'ordine cronologico delle varie forme fossili umane. E vero che sono noti anche in tempi relativamente assai antichi fossili umani (Fontéchevade, Bwascombe, ecc.) che presentano caratteri assai prossimi a quelli delle razze umane attuali, ma resta il fatto che i più antichi fossili umani finora conosciuti (pitecantropo, sinantropo, mauer, protoneandertaliani) sono decisamente pitecoidi, e che le forme umane pitecoidi sono tanto più frequenti quanto più si retrocede nel tempo. Si può dunque concludere che le più recenti scoperte pal.ontologiche non consentono di escludere la possibilità di una derivazione del corpo umano da quello di qualche primate fossile ed anzi scrobrano portare buoni argomenti in favore di detta derivazione.
Naturalmente ammettere l'origine evolutiva del corpo umano non significa accettare il concetto materialistico della "creazione naturale», ossia ammettere che l'o. dell'u. e la sua progressiva trasformazione siano dovute a cause puramente fortuite o comunque indipendenti da una speciale azione creativa divina. Si puó al contrario affermare che le moderne ricerche paleontologiche e biologiche e particolarmente gli studi sull'ortogenesi dimostrano il finalismo dei fenomeni evolutivi e quindi la rispondenza della evoluzione ad un grandioso piano creativo, del quale l'origine evolutiva del corpo umano rappresenterebbe il degno coronamento. Comunque bisogna obbiettivamente riconoscere che quest'ultima non è ancora scientificamente accertata, perché se dalla constatazione generica dell'analogia morfologica tra uomini fossili e antropoidi si passa alla ricerca di una determinata scimmia o proscimmia con la quale si possano mettere in relazione genealogica diretta le forme umane anche più primitive, le difficoltà sono tuttora notevoli. Si deve onestamente ammettere che a tutt'oggi l'eventuale diretto progenitore dell'uomo è ancora ignoto, e bisogna attendere che ulteriori scoperte, facendoci conoscere nuove forme umane fossili, permettano di colmare le troppe lacune che infciano attualmente le nostre conoscenze in questo campo.
Biol.: M. Boule, Les hommes fossiles, Parigi 1923; A. C. Blanc, Cosmobsi, in Riv. antropol., 34 (1942-43), pp. 179-290; C. Kambourg, La genèse de l'Humanité, Parigi 1943; V. Marcozzi, Evoluzione e creazione? Le origini dell'Uomo, Milano 1948; A. Vandel, L'homme et l'évolution, Gallimard 1949; W. E. Les Gros Clark, History of the Primates, Londra 1930; P. Leonardi, L'evoluzione dei vinenti, Brescia 1930; V. Marcozzi, Trasformazione progressiva o regressiva nella famiglia umana?, in La scuola cattolica, 1931, pp. 121-30, 301-22; W. Koppers, L'uomo primitivo $e$ il suo mondo, vers. it., Milano 1933.
Pierre Leonardi
UPANISAD. - U. significa "dottrina esoterica", segreta, da comunicare soltanto a pochi iniziati. E la comune denominazione di una serie di opere diverse di età, di mole e di carattere, ma egualmente intese a speculare sull'essenza del Brahman (v.), il principio cosmico, e sulla sua identità con l'Âtman, il "se stesso ", il principio psichico, l'anima. Canoniche sono soltanto le U. composte nelle Scuole vediche (iāhha), di cui sono l'ultimo prodotto. Si chiamano perciò, collettivamente, anche Vedānta, "fine del Veda ", nome che fu dato pure al monismo di Bādarāyana e di Śankara, fondato su le dottrine upanisadiche (v. vedānta).
Annesse ai Brāhmaṇa (v.) per mezzo degli Āraṇyaka (v. brandmangismo), le U. ne costituiscono l'epilogo sostituendo all'interpretazione allegorica del rituale, la filosofia. Alla formazione della nuova dottrina suoi essere assegnato un periodo di ca. tre secoli ( $800-300$ a. C.), ma non è possibile determinare l'età alla quale appartengono le singole U. Seguendo il prof. Deussen, si dividono in tre gruppi quelle che godono reputazione di testi canonici e son considerate rivelazione (irati). Sono citate in successione approssimativamente cronologica, e il primo gruppo di 6 , in prosa, s'apre con l'importante "U. del grande Āraṇyska", seguita dalla "Chāndogya-
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U. " probabilmente coeva, dalla Taitrirīya-U., dall'Aitareya-U., dalla Kauṣitaki-U. e dalla Kena-U. Il secondo gruppo comprende 5 U . in versi, fra le quali si segnala la prima, la Kāthaka-U. per il drammatico episodio introduttivo. Vengono poi l'İsáa-U., la Śvetāśvatara-U., la Muṇdaka-U. e la Mahānārāyana-U. Chiudono la serie altre tre U. in prosa, pure attribuite a determinate "csole vediche, ma evidentemente più tarde perché attingono largamente alle precedenti e sono più raffinate nella lingua e nello stile. Portano i titoli di Praśna-U., Maitrāyapīya-U., e Māndūkya-U. Queste 14 U., pur esponendo una dottrina non ancora ridotta a sistema e però non priva di discrepanze e contraddizioni, rispecchiano tutte l'originaria concezione cosmica impropriamente designata con il nome occidentale di panteismo, ma che meglio potrebbe esser definita teopanismo, la dottrina del Dio-Tutto. Questa culmina nel monismo idealistico, che si può riassumere in questi tre apoftegmi del brahmano Yājñavalkya: $1^{\circ}$ L'Atman è il soggetto della conoscenza. Bṛhadāranyaka-U., III, 8, 11: "In verità, a. Görgi, quest' Indefettibile è il Veggente non veduto, l'Uditore non udito, l'Intelligente non compreso, il Conoscitore non conosciuto; non c'è altro veggente che lui, non c'è altro uditore che lui, non c'è altro intelligente che lui, non c'è altro conoscitore che lui. In verità in questo Indefettibile è intessuto e contesto lo spazio ". $2^{\circ}$ L'Atman come soggetto della conoscenza, è esso stesso inconoscibile : ibid., II, 4, 14: "Come si può conoscere colui dal quale cmana la conoscenza di ogni cosa? Come si può conoscere il conoscitore? ". $3^{\circ}$ L'Atman è l'unica realid, in lui si contesse ed intreccia lo spazio con quanto in esso si raccoglie: ibid., IV, 3, 23: "Non c'è un secondo oltre lui, non c'è cosa da lui diversa, che possa essere veduta ".
Bibs.: P. Deussen, Sechzig Upanishad's des Veda, Lipsia 1897; id., Allgem. Gesch. der Philosophie, I, 11, Die Philos. der Upanishad's, iv1 1899; F. Belloni-Filippi, Due Upanisad, Lanciano 1912; V. Papeseo, Chāndogya-Upanisad, Bologna 1937. Ferdinando Belloni-Filippi
UPPSALA, scuola esegetica di. - Scuola d'esegesi luterana, affiorata durante e dopo l'ultima guerra mondiale, capeggiata da Ivan Engnell dell'Univ. di U., la quale, per il singolare fascino del suo " messaggio" centrale, continua ad aumentare la sua influenza internazionale, nonostante le critiche anche severe cui fu sottoposta. L'espressione sua più completa e più aggiornata è il dizionario biblico Svenskt Bibliskt Uppslagswerk (2 voll., Gävle 1948 e 1952).
Con molta enfasi la s. e. di U. si professa "realistica", e persino "spregiudicata". Abbandonando l'« interpretazione europea moderna", vuole ritornare ai semplici fatti antico-orientali. Considera nemico numero uno la scuola storico-critica di Wellhausen (v.), ripetutamente condannata quale "evoluzionistica", lanciata, come fu, dallo hegeliano W. Vatke ( $1806-82$ ); essa avrebbe nefastamente traviato tutto nell'esegesi biblica, introducendo una concezione moderna di "libro", legando i fatti osservati ad un sistema aprioristico di valori, a capo dei quali fu posto il "monoteismo etico dei profeti", mescolando l'esegesi con fantasmagorie "anacronistiche", che non hanno fondamento anteriore al sec. xix. Oltre Wellhausen, deve essere "disoccidentalizzato" anche il suo critico H. Gunkel, che descrive ancora troppo i generi letterari (v.) del Vecchio Testamento "secondo una concezione del libro tipicamente occidentale" (I, col. 558).
I. Engnell si sforza di arrivare ad un'esegesi orientalistica della Bibbia, e su tale punto esalta i meriti della Scuola comparatista delle religioni di W. Bousset e H. Gressmann, benché, non avendo neppur essa rispettato sempre il carattere speciale della religione antico-orientale, non esuli dalla schiera dei nemici della " rivoluzione contro l'evoluzionismo" (II, col. 888). Per giungere, secondo Engnell, ad un'esegesi realistica, che cioè si sforzi di leggere i testi sacri alla maniera dei primi ascoltatori o lettori, non basta l'analisi filologica accurata. Bisogna farsi chiarissima la concezione del libro di allora, ancora
accompagnato dalla tradizione orale, la quale persino poteva servire per correggere il libro; non si tratta di una tradizione di volga, ma di specialisti, nei templi : la tradizione orale e scritta, nell'Oriente, è nata nel tempio, quale "libretto" o "leggenda" letta o rappresentata durante un rito. Oltre l'analisi filologica del testo e delle "forme" o generi, deve farsi l'analisi della "storia delle idee" e quella della "storia religiosa" di quel mondo, creduto omogeneo, antico-orientale : l'antico Oriente quale unità di morfologia culturale è il concetto fondamentale dell'ermeneutica uppesaliana.
La s. e. di U. giunge a tale concetto rilevando l'esistenza di somiglianze notevoli tra tutti i componenti di quella sfera culturale religiosissima, ad es., tra l'Egitto del Regno Antico e la Mesopotamia del III millennio a. C. Ma nell'interpretazione di quelle somiglianze usa un metodo intuitivo, non quello causale che ci sembra ovvio, il quale procede ammettendo "contatti " precistorici, come relazioni commerciali, in occasione delle quali si sarebbe diffusa la cultura o uno stimolo equivalente. Se le convergenze sono numerose per quantitá o spiccano per qualità in parecchi punti, si potrebbe pensare che entrambe le culture simili derivino, come figlie della stessa madre, da una cultura più remota nei tempi. Se tali convergenze si verificano per alcune cose elementari presso popoli in condizioni di vita simili (ad es., in campi irrigati), si può pensare che la natura umana in uguali condizioni produca cose simili, e dopo tantissime ricerche condotte con rigido metodo sui fatti che stabiliscono tali relazioni, si potrà tentare l'abbozzo della vera "storia culturale».
Engnell giunge però alla sua concezione più che per via causale per un'intuizione viva a partire da tutto il materiale archeologico e filologico rimasto dell'Oriente antico. Chiama in aiuto quattro scienze : storia della religione, che raccoglie un vasto materiale; sociologia religiosa, che si occupa delle strutture sociali corrispondenti a certi "tipi" di religione; psicologia religiosa, che con i suoi esperimenti o le sue analisi esamina le relazioni tipiche tra la religione e la vita; l'ultima è la più importante : la fenomenologia religiosa, che descrive i fenomeni religiosi, fra cui anche le "idee" in sé, senza badare a relazioni d'origine, a conseguenze, a valutazioni. L'intuizione di Engnell raggiunge in tal modo un contenuto semplicissimo di tutto la religione antico-orientale, chiamato "l'idea reale". Il re dell'Oriente antico ha significato religioso, cioè è il protagonista del massimo rito: la rinnovazione della vita fertile al Capodanno. In tale occasione, in una liturgia in 5 atti, il re imputra ed effettua l'abbondanza e la benedizione dal cielo : si attua la morte della antica vita corretta con la rappresentazione drammatica della morte e risurrezione del dio (Tammūz); si recita o si rappresenta scenicamente la creazione del mondo, con un combattimento rituale in cui sono vinti mostri primordiali e il loro seguito : i nemici attuali; per ottenere la fertilità si compie il rito del matrimonio sacro; si conducono gli dèi in processione trionfale, che significa il trionfo del dio risorto. Attorno a tale rito si aggira, secondo Engnell, tutta la vita antico-orientale: secondario è il "mito", nato dal "testo" di tale rito, secondarie le feste nel corso dell'anno (ripetono qualche tratto particolare del rito del Capodanno), secondarie le funzioni sociali del re divinizzato, ad es., le opere che fa per promuovere il benessere del popolo, i suoi giudizi, la guerra contro i nemici; tutto rispecchia l'azione rituale celebratasi al Capodanno. Letteratura o scritta o orale, con tutti i generi : racconti di storie e di storia, inni, lamentazioni, sono derivati di quel grande rito del re divinizzato; nel qual rito la s. e. di U. pone l'origine delle leggi, delle concezioni religiose, del profetismo originale d'Israele (visionari che vedono i destini fissati al Capodanno, e secondariamente durante l'anno), persino della fede messianica: la speranza nel re che recherà la rinnovazione totale della vita. Però Engnell concede che vi fu in Israele un movimento "anticananon", durante il quale i riti e la posizione del re furono teologizzati dapprima dai sacerdoti (già nel "Tetrateuco", prima opera di storia "tradizionale" in Israele: Gen., Ex., Lev., Num.) e poi, più radical-
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mente, nell'opera unitaria del \& Deuteronomista" (tutti i libri storici dal Deuteronomio fino ai Re inclusi), in cui si trovano non di rado passi sfavorevoli al re e in fine, con più veemenza ancora, nei libri profetici, con la loro lotta accanita antibaalica, e nell'opera del Cronista, mentre molti salmi evocano ancora lo s schema e originario del rito del Capodanno. Nelle altre opere del Vecchio Testamento il rito e la corrispondente ideologia del re divinizzato si trovano nello stadio "disintegrato ". Compito dell'ermeneutica biblica è di ricomporlo e reintegrarlo, con tutti i mezzi della scienza moderna, anzitutto filologica ed archeologica, dell'Oriente antico.
Occorre riconoscere i meriti considerevoli della s. e. di U., che utilmente invita ad approfondire la scienza dell'Oriente antico: anche secondo la Divino afflaute Spirito (v.), bisogna immergersi nella conoscenza delle cose dell'Oriente, al punto di non correre il pericolo di cadere in un'interpretazione solamente europea. Deve inoltre lodarsi per aver reintrodotto nella discussione del problema del Pentateuco (v.) e degli altri libri biblici il concetto di "tradizione orale", e per aver mostrato che una "redazione" stabile di qualche testo è possibile anche usando solo mezzi orali.
D'altra parte non è lecito associarsi al parziale positivismo o scetticismo della scuola. L'etnografia, anche preistorica, procedendo per la via causale sopra indicata, ha elaborato una logica, che con moderata fiducia può essere adoperata Trattando del concetto li monoteismo primitivo, ad es., Engnell (II, col. 889) qualifica il p. W. Schmidt "apriorista", senza riconoscergli il merito di aver fissato un metodo e raccolto dati concreti per la storia culturale, che presentano probabilità o certezza ben superiore a quella del problema speciale e difficilissimo del monoteismo primitivo.
Quel ritualismo quasi universale, esteso a tutta la cultura del Vecchio e perfino del Nuovo Testamento, appare basato su una grande esagerazione. La «reintegrazione" dello schema nei testi in cui sarebbe molto "disintegrato" può prestarsi a incredibili arbitrarietà. Ciò dimostra che è stato commesso un difetto logico. Non può essere fine e termine dell'esegesi la reintegrazione di un rito sostanzialmente pagano nella Bibbia, la cui interpretazione si vuol sottrarre all'analogia della fede, praticatata sin dai tempi prescrizioni nella storia dell'esegesi. Né si può, in linea di principio, ridurre l'Oriente antico ad un'espressione "panritica" del rito solenne del Capodanno. Quel rito è davvero un centro importantissimo; ma Dio sta al centro della creazione in ogni senso. E quindi da negarsi l'importanza totale attribuita a quel rito, per cui la scuola, benché lo desideri, non valuta abbastanza le differenze fra i singoli popoli, periodi, testi, relitti dell'Oriente antico. Per chi tien conto di tutte quelle differenze, l'intuizione unitaria della s. e. di U. non è necessaria; vi sono molte altre componenti della vita religiosa, civile, sociale autonoma.
Benché si dica "spregiudicata", la s. e. di U. è realmente di natura luterana. Engnell dovrebbe concedere che egli, come Lutero, vuol fare la sua «riforma» dell'esegesi moderna, reagendo all'idealismo germanico moderno, che si è infiltrato nell'esegesi, in maniera non del tutto disaimile da quella con cui Lutero reagì all'« elemento greco" introdottosi specialmente mediante l'aristotelismo cristiano. Come Lutero, anche Engnell subì qualche "esperienza di conversione", cioè della realtà semplicissima del rito del re divinizzato al Capodanno, ammessa la quale l'esegesi è facilmente giustificata quale impegnata della realtà orientale; chi invece non l'ammette è accusato di introdurre principi gnoscologici e metafisici che Engnell dice "aprioristici" e che tutte le opere orientalistiche di tali esegeti non giustificheranno mai, mancando la fede «intuitiva» e «ritualistica», che per lui costituisce il solo organon lepticon della realtà esegetica. L'esegesi di Engnell ha dunque il vantaggio di una fede forte in un messaggio semplificante di un rito commovente, ciò che spiega il suo successo, ma deve rendere cauti per il pericolo che sempre comporta una «rivoluzione» che, pur apportando molto bene, in qualche punto non rispetta la dignità della ragione umana. Molto più
di quanto fa Engnell bisogna ammettere l'analogia della fede nella Scrittura e tradizione, e la storia dell'esegesi non deve ritenersi un semplice succedersi degli errori dell'umana ragione.
Predecessori della s. e. di U. furono la scuola Myth and ritual (S. H. Hooke e altri) in Inghilterra, oltre S. Mewinckel a Oslo ed altri in Scandinavia, che riferiscono tutto, spacialmente i Salmi, ad un rituale naturistico sociale che si imperniava nel re.
Brat... I. Engnell, Studies in divine kingship in the ancient Near East, Uppsala 1943; id., Gamla testamentet, en traditionshittarisk inledning, Stoccolma 1943; H. Riesenfeld, Nésus transtiguré, Uppsala 1947. Critiche utili: M. Nath, Gott, König und Volk im Alt, Test., in Zeitschr. f. Theologie und Kirche, 47 (1950), pp. 157-91; G. Castellino, Scheda Anglo-Scandinavia, in Verbum Domini, 30 (1952), p. 361 sgg.; J. De Fraine, Etudes sur l'aspect religieux de la royauté israélite, Roma 1953, passim.
Pietro Nober
UR. - Antichissima città mesopotamica (sumerico Urta ${ }^{10}$, più tardi $\mathrm{Ur}^{10}$, accadico $\mathrm{UrE}^{10}$ ), nominata nella Bibbia in Gen. 11, 28-31; 15, 7; Neh. 9, 7 (ebr. 'Ôr Kaidim, "Ur dei Caldei»). Oggi è il Tell al-Muqajjar ("del bitume", secondo la tecnica di Ur-Nammu, che nelle sue costruzioni usava come cemento dei mattoni cotti il bitume), commovente rovina in un gran deserto a 16 km . a ovest dell'Eufrate. U. presenta singolare interesse per la storia culturale e religiosa dell'umanità.
Quando la preistoria fa luce su di essa, nel periodo di 'Ob jd (v. sussen). U. è già una borgata ricca, delimitata da una parte dall'Eufrate e dall'altra da un canale, in una contrada fertilissima, tutta sistemata a canali; il fiume costituiva anche un paricolo : infatti in una piena straordinariamente alta sembra che U. sia stata sepolta sotto $2,50 \mathrm{~m}$. di depositi fluviali: e in questo alcuni vollero vedere, a torto, una prova del diluvio. Con la prima dinastia di U. comincia il periodo storico di Sumer. Ci sono tramandati i nomi di Mesannepadda, re di U., della consorte Ninturnin, del figlio e successore Aannepadda. Lo splendore culturale di tale epoca risulta dalle "tombereali" di U., che sono inoltre una prova della credenza nella vita dopo la morte; così la tomba del principe Meskalamdug, e quella, più splendida ancora, della «signora» Sub-ad. Quei personaggi (si discute se re o sacerdoti) passavano nella tomba in apparato festivo di gran gala, e così anche tutta la loro corte, che in abiti festivi e con strumenti musicali, moriva assieme, ciascuno in piena quiete d'animo e al suo posto, come anche le bestie dei carri, per accompagnare il padrone ad un'esistenza più felice nell'altra vita. Tale ricchezza d'oro e di lapislazzuli, perle e pietre preziose, non è spiegabile senza vastissime relazioni commerciali. U. era allora già una città considerevole, con industrie metallurgiche e tessili (privilegio che mantenne fino ai tempi di Abramo e forse oltre). Più tardi però soggiacque all'egemonia di Lagaš sotto Eannatum e Entemena, a quella di Uruk, a Sargon d'Accad (ca. 2300 a. C.) e più tardi ai Gutei.
U. raggiunse l'apogee quando il suo personaggio politico più geniale Ur-Nammu (v.) fondò la III dinastia di U. (ca. 2050-1950 a. C.), sottomettendo integralmente Sumer e Accad. Allora furono ricostruiti i magnifici templi, specialmente Ekišnugal, con la "torre" (ziqqurat) alta 30 m ., a tre terrazze con magnifiche scale. Anesti, autore di riforme sociali, promulgò un codice di leggi. Al tempo della III dinastia risalgono le grandi opere della letteratura sumerica. Alla fine, U. fu distrutta dagli Elamiti e dagli Amorriti loro alleati; ma anche allora l'attrattiva del santuario insigne di Nanna o Sin ("Luna») indusse a riedificarla e per tutto il tempo dei re di Isin e di Larsa rimase una notevole città di provincia, favorita specialmente dagli ultimi; finché nelle guerre di Rim-Sin di Larsa e Hammurabi (v.) fu un'altra volta distrutta. C. L. Woolley ha ben descritto l'aspetto della città di allora: città soprattutto di commercianti e d'industria tessile (esercitata da schiavi), scaduta dagli antichi splendori, ma ancora centro di
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(da Dr Excavations, II, Landratitodella 1931, tav. 7)
Un - Veduta acrea degli scavi (nel 1930).
attrattiva per le orde degli Aramei, Sùtū, e forse già dei Caldei (?), spesso costretti ad emigrare, come la famiglia di Abramo (v.), il quale di là, obbedendo alla parola di Dio, andò prima a Haran (v.) e poi in Palestina. Dopo questo tempo sembra ci siano state rifioriture piuttosto effimere, favorite da re zelanti per il santuario di Sin; così sotto Kurigalzu, re cassita di Babilonia (ca. il 1340), sotto il grande re assiro Assurbanipal (v.), sotto Nisbuchodonosor (v.), estremamente devoto ai grandi dèi, sotto Nabonedo (v.), che con il culto di Sin voleva riformare la religione dell'Impero neobabilonese, e diede una figlia in sposa al dio Sin nel santuario da lui per l'ultima volta ricostruito con magnificenza maggiore in U., la città più famosa di quella divinità. Le ultime iscrizioni cuneiformi, riguardanti restauri modesti, si trovano sotto Ciro; più tardi sottentra un completo silenzio.
E da supporre che in una nuova piena l'Eufrate si sia fatto l'alveo attuale, ostruendo tutto il sistema di canali, e che allora la regione fertilissima sia andata perduta. Pare che sacerdoti, in case modestissime, volessero ancora salvare il culto del grande dio Luna, ma dovessero anche essi desistere. Però il nome ellenistico della regione Camerina sembra continuare il ricordo del dio Luna che, come vero re di U., aveva guidato il suo popolo (arabo qamar "luna»). - Vedi tav. LXXXV.
BibL.: E. Unger, s. v. in Lex. der Vorgesch., XIV (1929), col. 31 sg . (con la bibl. anteriore). Fondamentale è la serie U. excavations (Londra-Philadelphia 1927 sgg.), con la sottoscrie U. excavation texts. Per il grande pubblico: C. J. Gadd, History and monuments of U., Londra 1928; C. L. Woolley, U. of the Chaldees. A record of seven years of excavation, in 1929; F. Stummer, s. v. in LThK, X (1938), col. 428 sg.; S. A. Palla, The chronology of the Sluob-Ad-culture, Copenhagen 1941; A. Parrot, Archéol. mésopotam., Parigi 1946, pp. 90-92 (ricerche di Taylor, 1844), 282-309 (scavi del British Museum e della Pennsylvania Univer.); G. Contenau, Manuel d'archéol. orient., IV, Parigi 1947, pp. 2001-2007 (risultati ottenuti negli anni 1930-39). Manca un'opera aggiornata su U.; tutte le opere citate usano una cronologia troppo alta, trascrizioni errate, non tengono conto delle ricerche più recenti.
Pietro Nober
URALO ALTAICI : v. UGRO-FINNICI; TURCOMONGOLI.
URANO (Oúzavós). - Divinità rappresentante il cielo.
Il suo nome si trova già in Omero ( $I l$., XV, 36; Od., $\mathrm{V}_{1}$ 184) ma come protagonista compare nella Teogonia esiodea dove è lo sposo di Gea (la Terra) e padre, fra altre deità, del Titani (v.) e dei Ciclopi (Th., 126 sgg.). Tuttavia, geloso dei suoi figli, U. li nascondeva nelle viscere della terra finché costoro, sobillati dalla Terra, si ribellarono e allora Saturno, a tradimento, tagliò ad U. le parti sessuali che cadendo in mare generarono Afrodite. Alcuni testi dissimili dalla Teogonia lo chiamano: "A $\chi \mu \omega \nu$ come cielo e l'accenno è ripieso poeticamente da Antimaco ( $A \chi \mu \omega \nu \xi \delta \eta \varsigma$, fr. 35 Kinkel) e da Alcmane ( $A \chi \mu \circ \nu \xi \delta \alpha \nu$. fr. i i Bergk). Altre fonti invece ritengono questo appellativo come $\alpha \chi \alpha \dot{\alpha} \mu \alpha \tau o \varsigma$, infaticabile (v. L. Preller-C. Robert, Griechische Mythologie, I, $4^{\circ}$ ed., Berlino 1894, p. 39, nota 3). Il culto di U., negletto nella religione olimpica, torna in onore in epoca ellenistica risentendo forse dellanteriore influsso orfico. Il fregio a bassorilievi dell'altare di Pergamo annovera anche U. che lotta contro un gigante.
Nella religione romana U. è venerato sotto l'appellativo di Caelus (s Qui si est deus [Saturnus], patrem quoque eius Caelum esse deum confitendum est s: Cicerone, Nat. deor., III, 17, 44). L'arte lo raffigura su di un cocchio, sorreggente un mantello disposto ad arco sopra la sua testa ( $\alpha \xi \delta \dot{\eta} \rho \circ \varsigma \chi \dot{u} \alpha \lambda 0 \varsigma$ ). In questa maniera trovasi effigiato sopra la corazza della statua di Augusto trovata a Prima Porta e tale figurazione si continua anche nelliconografia della Chiesa primitiva (v. O. Jahn, Arch. Beitr., 85, p. 28; id., in Ber. d. Sächs. Gesellsch. d. Wissenschaft. 1849, p. 63 ).
BibL.: J. Schmidt, s. v. in W. H. Roscher, Ausführliches Lex. der griech. u. rôm. Mythol., VI, col. 106 sgg.: O. Kern, Die Religion der Griechen, I, Berlino 1926, pp. 221-54 e passim; M. Nilsson, Gesch. der griechischen Religion, Monaco 1941, p. 20 e passim.
Lanfranco Fiore
URARTU. - Regione dell'Armenia antica che giaceva a settentrionale dell'Assiria, con quasi ne centro il lago di Van (Wàn).
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(dn i'. L. Woulles. The Developueut of Samerina Aet. Landen 1935, fac. 62a)

(dn X. Schorider, Die siegellcgenden der Geschäfisurkunden der Stadt (r, Bruxelles 1950, fac. 6)
In alto: STELE DI UR-NAMMU, ricostruita e parzialmente restaurata. A sinistra in alto i simboli di Ittar e di Nanna su un personaggio che parla a Nannu. 2 registro: scena di libazione di Ur-Nammu. 3 registro: Ur-Nammu porta gli utensili per costruire la sinquriet. In basso: IMPRESSIONE DEL SIGILLO DI UR-NIGINGAR, archivista, trovato ad Ur. A sinistra siede il re Ibi Sin, che l'iscrizione chiama «dio della sua terra»; a destra l'archivista e dietro a lui una dea sono in adorazione.
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In alto a sinistra: PIANCO E FACCIATA DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO, sifatta nel 1740 col pettico del sec. xiv - Urbino. In alto a destra: ESTERNO DEL DUGMO, iniziato nel 1447 da L. Laurana. La Seccata fu compiuta nel 1901, su disegno di C. Merigia (1743-95). In basso a sinistra: ESTERNO DELLA CVIESA DI S. FERNARDINO (sec. xv, attribuito a F. di G. Martino e a D. Brunuoni). In basso a destra: PALAZZO DUCALE: lati prospicienti in Piazza V. Emanuele e la Piazza Duca Federico. Il Palazzo, iniziato nel 1447 ca., fu continuato e trasformato da L. Laurana, dopo il 1468 e inasf. zato di un piano da G. Gengo conness al 1565.
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Il nome U. è di certo indigeno, ma nelle iscrizioni dei re antichi, contemporanci all'epoca neoassira, la regione è chiamata Bia e la nazione porta il nome di Biaina; gli Assiri chiamavano il paese e la nazione U.; nel Vecchio Testamento il paese è detto 'Arōrōt (Gen. 8, 4); ancora qualche decennio fa tra gli studiosi era in voga il nome di Vannici, derivato dal lago di Van, sulle cui sponde si sono trovati monumenti di questo popolo. Gli Urartei sono stati gli abitanti preindoeuropei del paese; essi parlavano l'urarteo o biaineo, che si conosce attraverso numerose iscrizioni, in caratteri cuneiformi derivati da quelli neoassiri, alcune delle quali sono bilingui, redatte cioè pure in lingua assira; si ignora donde immigrassero gli Urartei nel loro paese e a quale razza appartenessero. Comunque è certo che la civiltà del paese risenti molto l'azione di quella dell'Assiria. Non si è sempre in grado di seguire l'itinerario delle invasioni dell'U. da parte dei re d'Assiria, perché la stragrande maggioranza dei nomi geografici usati dai re assiri sono di significato incerto, come, p. es., il termine Nairu, che dovrebbe designare tutta la regione a settentrione dell'Assiria e comprendere pure l'U.
Non risulta chi sia stato il fondatore del regno, sebbene Sarduris I, figlio di Lutipris, si dica in un'iscrizione re dell'universo, re dei re di Nairu, e sia da riguardare probabilmente come tale. Però già Salmanasar I (1272-1243 a. C.) afferma in una sua iscrizione di aver conquistato tutto il paese di U. in soli tre giorni. Sarduris I fu sconfitto da un generale di Salmanasar III (858-824 a. C.). Successore di Sarduris I fu Ispuinis, il quale si dice grande re, re potente, re dell'universo. Riusci ad estendere i confini del suo regno segnatamente verso Oriente; però le truppe di Samši-Addu V (8238 ro a. C.) penetrarono fino nel cuore del paese. Suo figlio fu Menuas, che fu probabilmente il più abile dei re del paese; sottomise i Mannei, combatté contro gli Hittiti dell'Occidente abitanti nella Mesopotamia e Siria settentrionali, penetrò nel paese di Alsu e invase la regione a settentrione dell'Arasse. Ebbe per successore suo figlio Argatis I, grande capitano che estese i confini del regno, dal lago d'Urmia all'Amano ad occidente; poiché gli Assiri erano seriamente minacciati, Salmanasar IV (781772 a. C.) intraprese alcune spedizioni contro l'U. Sotto Sarduris II il paese raggiunse la sua massima potenza. Questo Re voleva distruggere l'Assiria e perciò si alleò con una vasta lega di Siriani e Mesopotamia per fare attaccare l'Assiria anche da Occidente. Fu però sconfitto dal re assiro Theglathphalasar III (745-727 a. C.); nel 736 fu di nuovo attaccato dagli Assiri e, sconfitto, dovette abbandonare la maggior parte della sua capitale e resistette nella cittadella all'impeto delle armi assire; il paese fu disfatto. Suo figlio Rusas I riusci a sollevare di nuovo il paese dal disastro subito, si alleò con Mita di Musku (Mida di Frigia), senza conseguire però grande successo. I suoi alleati Minnei furono sconfitti da Sargon II (721705 a. C.), il quale nel 714 attaccò l'U. stesso e vi penetrò profondamente, poi si rivolse verso il Musasir, retto allora di Urzana, che davanti alle armi assire prese la fuga; Sargon s'impossesso di immenso bottino, che includeva pure il tesoro del re dell'U.; il re Rusas si suicidò. Questi ebbe per successore suo figlio Argistis I (ca. $714-680$ a. C.), sotto il cui regno le invasioni di alcune schiatte di nomadi, gli Aškuzai (Sciti), i Gimirrai e i Frigi, angustiarono il paese, non sollevatosi ancora dalla sconfitta inflittagli da Sargon. In quest'epoca il paese comincia ad indeuropeizzarsi. Rusas II comunque afferma di aver sottomesso i Mušku, gli Hittiti della Siria settentrionale ed altre schiatte; angustiato dagli immigrati nomadi cerca d'appoggiarsi ad Assurbanipal (668-626 a. C.) e perciò gli manda un'ambasciata. Anche Sarduris III inviò suoi ambasciatori al re d'Assiria. Quando l'Impero assiro fu disfatto dopo la caduta di Ninive, Rusas III d'U. sgombrò la capitale conquistata dagli alleati combattenti contro l'Assiria, e l'U. perdette la sua indipendenza.
La religione degli Urartei era politeistica, con a capo del pantheon il dio nazionale Haldi; questi apparteneva a una triade divina assieme a Teiseba, dio della

(da Ur Excavations, II, Landra-Filoditita, [83], I4v. 20)
Un - Pianta della camera mortuaria di Sub-Ad.
tempesta, e Ardini, divinità solare. Siccome il Regno di U. era una teocrazia, i re del paese intraprendevano le loro campagne militari in nome di Haldi, per questo dio e in suo onore; cosi pure tutti i templi, palazzi ed edifici si costruivano per lui. I componenti della triade sono detti «dèi perfetti»; la stessa triade divina era adorata dagli abitanti del paese di Musasir, affine per civiltà a quello degli Urartei. Il pantheon era composto di molte divinità, di almeno una cinquantina di figure divine, se un'iscrizione del re Ispuinis e Menuas dà un elenco quasi completo delle figure divine del paese. L'iscrizione comincia con gli dèi perfetti Haldi, Teiseba e Ardini, ai quali si dà in sacrificio un numero di animali superiore a quello dato alle altre divinità; segue il dio Hutuini dietro il quale vengono i tre dèi Turani, Ua, Nalaini ed altre figure divine, tra le quali anche il dio della luna, del quale si ignora il nome urarteo poiché questo è scritto con l'ideogramma assiro per Sin; segue il dio Quera, e quindi i nomi di altre divinità; si legge poi il nome di Haldi con vari epiteti o titoli, trattandosi senza dubbio di Haldi particolari o locali; si fa menzione del Teiseba dei medici, di divinità locali di varie città e regioni; si sacrificava ancora al gregge di alcuni dèi e al toro selvatico di altre divinità; i sacrifici constavano principalmente di bovi e di agnelli. Sacrifici e doni i re del paese facevano segnatamente in occasione di vittorie riportate con l'aiuto divino e di grandi feste. Il re Ispuinis ha offerto al dio nazionale armi, vasi di bronzo, montoni di bronzo, uno stendardo e un grandissimo numero di bovi e agnelli che fece collocare davanti alla stele dedicata al suo dio, stele che si vedeva davanti al tempio, dedicato anche questo a Haldi. La triade suprema già menzionata era invocata dai re del paese anche nelle maledizioni che essi scagliavano alla fine delle loro iscrizioni contro coloro che osassero distruggere o cambiare l'iscrizione fatta incidere. Il re Menuas invita la triade a scacciare dal sole nella tenebra non soltanto chi distruggesse la tavola ma anche la sua famiglia, i suoi servi e le sue robe. Il paese
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era ricco di templi e di altri edifici sacri che i re, molto pii ed intenti ad ottenere il favore divino, avevano fatto costruire nelle città principali e in primo luogo nella capitale, nella città di Haldi. I templi del Musasir somigliavano, se una loro immagine che si vede in un rilievo del re assiro Sargon II è esatta, alle costruzioni sacre dei Greci; carattere architettonico diverso avevano i santuari della capitale Tuspas del paese.
BibL.: C. F. Lehmann-Haupt, Materialien zur ältsci. Gesh. Armeniens und Mesopotamiens, in Abh. der Gött. Gesellsch. der Wiss., Phil.-hist. Kl., N. P., 9. 3 (1907), pp. 69-124; A. Götze, Armenien einst und jetzt, I-II, Lipsia 1910-31; A. H. Sayce, The bingdom of Van (Urartu), in Cambridge ancient hist., III, Cambridge 1925, pp. 169-86; E. Meyer, Gesch. des Altertums, II, II, Stoccarda-Berlino 1931, pp. 418-23; A. Götze, Das Reich von U., in Kulturgesch. des Alten Orients, III, Monaco 1933, pp. 173-82. Molte iscrizioni in bisineo sono state pubblicate nel Corpus Inscript. Chaldicarum da C. F. Lehmann-Haupt con F. Bagel e F. Schochermayr, Textband, I-II, e Tafelband, I-II, Berlino-Lipsia 1928-35; M. von Tseretheli, Die neuen haldischen Inschriften Sardars von Urartu (SB. der Heidelberger Ahad., Phil.-hist. Kl., Jahrg., 1927-28, 5), Heidelberg 1928; J. Meiklininov, in Archiv für Orientforschung, 6 (1930-31), pp. 201-16. I. M. D'iakonov, in Vestnih drevnej istorii, 1951, fasc. II. Sulla grammatica cf. J. Friedrich, Einfübrung ins Urartäische, Lipsia 1934: M. de Tseretheli, Etudes ourartiennes, in Rev. d'auxvial. et d'arch. orient., 30 (1933), pp. 1-49; 32 (1935), pp. 29-50, 57-83. Sulla religione: G. Furlani, La relig. dei Brassei (Urartes) in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, II, Torino 1940, pp. 17-20 (con bibl.).
Giuseppe Furlani
URAWA, prefettura apostolica di. - Situata nella regione centro-orientale dell'isola Hondo, a nord-ovest di Tokio, comprende le province civili di Gumma, Tochigi, Ibaraki e Saitama, la cui superficie complessiva è di 22.666 kmq .
Il 15 giugno 1891 fu eretta l'areidiocesi di Tokyo, la quale il 9 nov. 1937 fu divisa per l'erezione della diocesi di Yokohama. Questa il 5 genn. 1939 fu dismembrata per la creazione della prefettura ap. di U., la quale fu affidata all'Ordine dei Frati Minori. Il 10 ott. 1940 la missione passò al clero secolare giapponese. La religione dominante, come del resto in tutto il Giappone, è il buddhiamo e vi sono santuari celebri, meta di numerosi pellegrinaggi. Lo shintoismo è diffuso specialmente nella provincia civile di Ibaraki. Su una popolazione di 7.337 .707 ab., i cate tolici sono 3771 , con 1028 catecumeni; i protestanti 3500. Personale missionario: 2 sacerdoti nazionali e 30 estari; 8 fratelli; 11 suore; 5 seminaristi maggiori; 13 catechisti. Vi sono 13 scuole di preghiera; 7 giardini d'infanzia; una farmacia; 20 edifici sacri; 19 quasi parrocchie; 16 stazioni primarie e 35 secondarie. Vi si pubblica un giornale con una tiratura di 5000 copie.
Nel 1873 i pp. Vigroux e Lecomte, della Società delle Missioni Estere di Parigi, da Tokyo iniziarono le loro visite periodiche in quella parte di territorio detto "Kanto ". Nel 1880 il p. Lecomte fece campo permanente del suo ministero le quattro suindicate province, fino al 1891 . Poco dopo, il p. Cadillhac assunse la cura della provincia di Tochigi e lavorò indefessamente per 45 anni alla propagazione della fede in questo territorio; nel 1892 il p. Myrand intraprese il suo apostolato nella provincia di Saitama. Nel 1896 il p. Fournier fissò la sua residenza nella città di Mito, per l'evangelizzazione della provincia di Ibaraki. Nel 1908 il p. Giraudias si stabilì nella città di Maebashi, addetto alla cura della provincia di Gumma. Nel 1936, sei francescani della provincia canadese di S. Giuseppe furono incaricati dell'intera regione.
BibL.: AAS, 31 (1939), pp. 199-60; MC, 1950, p. 415; Arch. di Prop. Fide, Relax. con comm., pos. prot. n. 4784/ 38; Relatio quinquenn. 1945-50, pos. prot. n. 4459/50; Prospectus status missionis 1951-52, pos. prot. n. 3762/52. Edoardo Pecoraio
TURBAN, JAN. - Gesuita e scrittore polacco, n. il 23 genn. 1874 a Brok, nella parte di Polonia allora russa, m. il 27 sett. 1940 in Cracovia.
U. seguì il corso di teologia nel Seminario di Plock e fu ordinato sacerdote nel 1899 . Nello stesso anno passo
nella Galizia austriaca e vi entrò nella Compagnia di Gesù. Nel 1902 e 1903 si recò clandestinamente in Russia per prestare l'aiuto spirituale agli Uniti di Podlachia perseguitati dal governo zarista (v. RUTENI). Quando nel 1905 l'editto di tolleranza concesse più libertà ai cattolici, l'U., munito di speciali facoltà della S. Sede, negli anni 1907-10 si recò clandestinamente a Pietroburgo. Vi si occupò dell'organizzazione dei primi gruppi cattolici russi di rito orientale e della stampa, iniziando col prelato OkoloKulak la pubblicazione della rivista Fede e vita in lingua russa, polacca e lettone. Braccato dalla polizia zarista riuscì ad evadere nella Galizia austriaca. Ivi e poi nella ristabilita Polonia indipendente l'U. si distinse come scrittore fecondo e dal 1917 al 1932 diresse il Przeglad Pszeszechny, uno dei più influenti periodici cattolici in Polonia. L'U. si adoperò intensamente a promuovere l'interesse dei cattolici polacchi per l'unione dei dissidenti orientali e a questo scopo nel 1933 fondò la rivista Oriens. La perspicacia nella valutazione degli avvenimenti e l'argutezza nella polemica guadagnarono all'U. un grande prestigio. Le sofferenze morali e materiali causate dall'occupazione tedesca della Polonia condussero l'U. rapidamente alla morte nel 1940.
BibL.: G. Olśr, P. Yan U. T. 7., in Apostolat. 1934, nn. 3-5. Giuseppe Olśr
URBANESIMO. - Nome con cui si è soliti indicare i generali fenomeni di formazione dei grandi agglomerati urbani, specie se rapidi ed intensi, ed anche quel particolare afflusso dovuto all'attrazione del centro urbano sulle popolazioni rurali vicine e lontane. Fenomeni che spesso assumono proporzioni ed intensità tali da divenire patologici.
Fenomeni connessi con tale problema si riscontrano sino nell'epoca romana, soprattutto quando alla capitale dell'Impero affluirono forestieri d'ogni sorta, o spinti dalla necessità, o dal desiderio di far fortuna o dalle attrattive delle comodità, del lusso e dei divertimenti. Nelle età susseguenti il fenomeno dell'u. non cominciò a divenire preoccupante se non all'inizio dell'epoca moderna, come effetto della formazione dei grandi Stati nazionali. Esso fu peraltro più accentuato nel resto d'Europa che in Italia. Le statistiche, che al servizio della demografia e di altre scienze sociali hanno permesso d'acquisire dati sempre più precisi, dimostrano che dal sec. xix in poi il fenomeno dell'u. ha assunto proporzioni imponenti: la formazione del capitale ed il suo impiego nell'industria costituiscono la causa principale dello sviluppo urbano. All'inizio dell'Ottocento soltanto Londra e Parigi, tra le grandi città europee, si aggirarono sul milione di ab. Nel 1900 si portarono a tale livello altre capitali europee, Berlino, Vienna, Pietroburgo, Costantinopoli e Mosca. Ancor più rapida è stata la formazione delle grandi città dell'America settentrionale e meridionale, alimentate da un enorme afflusso di immigrati. Analoga rapidità di sviluppo si riscontra nella città australiane e nelle grandi città asiatiche, dove peraltro l'afflusso di europei per lo sviluppo dei traffici, che funzionò da incentivo per la formazione di grandi nuclei di indigeni, si appalesa come forza concorrente rispetto alla straordinario incremento naturale delle popolazioni locali.
In Italia grandi città nel 1500 potevano considerarsi Napoli, Palermo, Milano, Venezia, Roma, Genova e Messina, fino alla sua distruzione a causa del terremoto, senza però che il livello numerico delle popolazioni potesse paragonarsi a quello delle grandi capitali estere. Per trovare città italiane con un milione di ab. bisogna attendere ca. il 1930 (Roma e Milano). I Comuni con più di centomila ab. costituiscono oggi più del $25 \%$ della popolazione complessiva. In alcuni tra questi la popolazione, in un settantennio, è aumentata in media del 400 per 100 : così, oltre Roma e Milano, che hanno caratteristiche e curve di sviluppo singolari, alcune città con porti militari e commerciali, o sedi di grandi industrie, specie i centri industriali lombardi, ed alcune grandi città del mezzodì. L'ultima guerra ha aperto una dolorosa parentesi nello sviluppo normale, già di per sé allarmante, del fenomeno urbanistico : specie nei paesi teatro di operazioni belliche,
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le grandi città accolsero un numero impressionante di profughi e di profittatori senza mezzi e senza lavoro, che hanno creato problemi nuovi e di ardua soluzione.
Lo sviluppo delle aree urbane non poteva però essere lasciato all'arbitrio dei costruttori privati e delle iniziative individuali. E sorto cosi in tutti i paesi interessati dai fenomeni dell'u., l'istituto del piano regolatore, ed una corrispondente disciplina di studio, l'urbanistica, che si prefigge di regolare il più razionalmente possibile lo sviluppo armonico delle città. In Italia sin dal 1865 si introdusse una prima disciplina col regolare, per i Comuni con oltre 10.000 ab., la formazione di piani per migliorare la situazione degli abitati dal punto di vista dell'igiene e del traffico, e prevedendo la formazione di piani di ampliamento per la creazione di nuovi quartieri. Dal 1885 si susseguirono provvedimenti speciali per i piani regolatori delle maggiori città, senza peraltro risolvere i problemi urbanistici di maggior ampiezza. Un progresso notevole fu realizzato con la legge 17 ag. 1942, che poneva ogni piano regolatore in funzione dell'interesse generale, da un lato mediante il piano territoriale di coordinamento, intorno a cui venivano inquadrati i singoli piani comunali, dall'altro mediante il piano regolatore generale, che abbracciava l'intero territorio comunale. Veniva inoltre consentito ai Comuni di creare un demanio di aree, espropriando le zone di espansione dell'aggregato urbano, imponendo ai privati l'obbligo di eseguire le sistemazioni previste nei "piani particolareggiati" e con esecuzione di ufficio in caso di inadempienza. Si era anche previsto di costituire apposite unità fabbricabili, mediante appositi "comparti", la cessione obbligatoria delle aree destinate a suolo stradale, la imposizione del vincolo su aree urbane destinate a giardini privati, il divieto di lottizzazione di terreni a scopo edilizio prima dell'approvazione dei piani regolatori particolareggiati.
La statistica demografica si occupa di analizzare in qual misura l'incremento della popolazione sia da attribuirsi al saldo attivo tra nascite e decessi, ed in qual misura alle migrazioni interne ed alle immigrazioni, e consente una valutazione sociale del fenomeno dell'u. Da un certo punto di vista, esso è indispensabile al progresso sociale, poiché solo nell'agglomerato urbano è possibile lo sviluppo delle scienze, lettere ed arti, attraverso la creazione di grandi scuole, biblioteche, musei, laboratori.
Tuttavia, può essere anche causa di numerosi e gravi disagi. In linea normale le grandi città, con l'attirare continuamente individui meno dotati, contribuiscono sensibilmente all'accrescimento del numero dei degenerati mentali e dei minorati fisici. Anche gli individui positivamente non colpiti risultano alle analisi mediche e statistiche affetti da generale indebolimento che si ripercuote sulle generazioni successive con inconvenienti sempre maggiori. Inoltre, l'acquisto continuo della maggior parte di nuovi abitanti si effettua in ambiente socialmente ed intellettualmente meno progredito per cui la più raffinata civiltà esteriore è spesso dissociata dalla presenza di solide basi morali. La corsa sfrenata ai divertimenti di ogni genere, che nelle città si annidano spesso non controllati, portano generalmente ad un affievolimento del senso del dovere e della dignità umana. Lo spirito religioso e morale subisce forti scosse: per lo smarrimento di guida spirituale, più efficace nelle località meno popolate, risulta incrinata rispetto alla maggior saldezza della famiglia rurale, con riflessi negativi sull'educazione dei figli. Il vizio è nelle città indubbiamente più appariscente, più facile, meno ostacolato dai pubblici poteri, spesso esso stesso fonte di lucro per un rilevante numero di individui.
Il problema della casa diviene perennemente insolubile. L'organizzazione cittadina si rivela sempre insufficiente, specie là dove i privati speculatori anticipano le costruzioni edilizie di molto tempo rispetto alle installazioni igieniche, alle scuole, alla rete di comunicazione col centro, anche perché gli organi pubblici non sono in grado di fronteggiare economicamente il continuo sorgere di nuove necessità. I reati, specie quelli contro il patrimonio, trovano in questi casi terreno favorevole per il loro sviluppo, come del resto è in progressivo aumento la percentuale degli alcoolizzati.
Un primo gruppo di provvedimenti a carattere repressivo riguarda l'imposizione di limiti all'afflusso nelle città. Così si subordina l'iscrizione nei registri di popolazione di nuovi individui alla dimostrazione di concrete possibilità di lavoro ed in genere del possesso dei mezzi di sussistenza, e si communono pene più o meno severe ai favoreggiatori di immigrazione clandestina. Provvedimenti di tal genere sono stati presi anche in Italia, nel 1928 e nel 1930, e con maggiore organicità nel 1939, come pure nei paesi verso i quali si dirige di solito l'emigrazione.
Un secondo gruppo di provvedimenti ha carattere preventivo in relazione alle cause dei fenomeni urbanistici. Tra queste cause primeggiano la miseria delle abitazioni rurali, la lontananza dei medici, la scarsezza e l'assenza totale dell'assistenza pubblica