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, nel 1928 e nel 1930, e con maggiore organicità nel 1939, come pure nei paesi verso i quali si dirige di solito l'emigrazione.

Un secondo gruppo di provvedimenti ha carattere preventivo in relazione alle cause dei fenomeni urbanistici. Tra queste cause primeggiano la miseria delle abitazioni rurali, la lontananza dei medici, la scarsezza e l'assenza totale dell'assistenza pubblica e privata delle scuole. E necessaria la bonificazione sociale delle zone rurali, creando altresì centri di interessi che trattengano il contadino alla terra. Misure dirette a promuovere il frazionamento di grandi proprietà terriere sono state adottate in molti paesi dell'Europa continentale, nel duplice intento di favorire la trasformazione dei coltivatori in piccoli proprietari e di agevolarne una più diretta ed immediata aderenza al terreno coltivato, mediante concomitante incremento del credito agrario e dell'edilizia rurale.

Per l'Italia sono particolarmente da ricordare le due leggi del 12 maggio e del 21 ott. 1950, la prima nei confronti dell'ultipiano della Sila, la seconda per i territori di altre regioni italiane, prevalentemente centro-meridionali e della Sardegna. Esse regolano l'espropriazione dei terreni suscettibili di trasformazione, assoggettandovi le proprietà eccedenti una certa estensione, mediante la corresponsione di un'indennità, ed esonerando d'altra parte i terreni a coltura intensiva provvisti di aziende organiche ed efficienti, dotate di impianti moderni e condotte in forma associativa con più lavoratori. Disposizioni legislative collaterali hanno poi cercato di favorire la costituzione volontaria di piccole proprietà coltivatrici, mediante benefici di ordine finanziario e fiscale.

L'esperienza e le statistiche dimostrano inoltre che nei paesi a diversità di altitudine, come l'Italia, si verifica un progressivo spopolamento dalle zone più alte, più difficilmente sfruttabili, soggette a maggiori disagi, verso le zone più basse, e da queste verso la pianura, e poi verso le città. Di qui la necessità di intervenire con leggi e con stanziamenti adeguati a favore delle zone montuose, che pure hanno una parte preponderante nell'economia dei singoli Stati. Fanno parte di provvedimenti preventivi anche le disposizioni legislative intese alla più razionale disciplina della colonizzazione delle zone di territorio nazionale meno dotate dalla natura, ed al coordinamento dei piani di colonizzazione interna con i movimenti migratori interni, in modo da disogliere dalle città nuclei di popolazioni rurali sovrabbondanti rispetto a un dato territorio, per dirigerli verso le zone da colonizzare. Per il raggiungimento di queste finalità si rivelano opportune le norme sulla disciplina del collocamento della mano d'opera, che possono avere anche l'utile funzione di distogliere gli operai dell'industria da una città per dirigerli verso una altra che offra maggiori possibilità di impiego.

Anche l'ampliamento del perimetro cittadino, con la conseguente creazione di alveari umani, privi di senso estetico, igienico e morale e la conseguente inevitabile estensione della città, potrebbe essere sostituito dalla creazione di villaggi salubri e moderni, non lontani dal luogo di lavoro, opportunamente collegati con la città da comodi mezzi di trasporto, che sono in continuo crescente sviluppo.

Risc.: P. Meuriot, Des agglomérations urbaines, Parigi 1898; M. Scribante, La concentraz. della popolaz., in Metron, 7 (1928), n. 2; C. Gini, Dinamica delle popolaz., Torino 1930; A. De Rue, U. (Tratt. eleo. di statist. di C. Gini, II, parte 24), Milano 1937; P. Fortunati, Natalitd, mortalitd e nusalitd nei Comuni del Regno in Ordine di intensitd di popolaz., Ferrara 1937; M. Boldrini, s. v. in Diz. di politica, IV, pp. 249-51; Correnti migratorie ed u., a cura del Ministero dell'interno, Roma 1942; F. Salvoni, Recenti studi demologici del Medio e dell'Etreno Oriente, in La scuola cattolica, 73 (1945), pp. 42-57. Francesco Traversa

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URBANIA e SANT'ANGELO IN VADO, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Pesaro (Marche) con residenza vescovile in U. : suffraganee di Urbino.
U. - La diocesi di U. ha una superficie di ca. 193 kmq . con una popolazione di 12.275 ab. quasi tutti cattolici, distribuiti in 42 parrocchie, servite da 40 sacerdoti diocesani e 6 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 8 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 438).

La diocesi di U. fu eretta il 18 febbr. 1635 e unita aeque et principaliter a S. A. in V. La città, sotto la denominazione di Castel delle Ripe, è ricordata come feudo dell'abbazia benedettina di S. Cristoforo "del Ponte" (sul Metauro) sin dal sec. xili. Nel 1225 infatti l'abate di S. Cristoforo concede Castel delle Ripe in accomandita al comune di Città di Castello, purché esso si impegni a ricostruirlo, dopo la distruzione operatone dagli urbinati ghibellini. Tale patto suscitò le ire di Urbino e dei Feltreschi. A nulla valse l'alleanza conclusa tra Guido da Montefeltro e Città di Castello nel 1253. Nel 1277 Galasso di Montefeltro assali Castel delle Ripe e lo rase di nuovo al suolo. Alla sua ricostruzione pensò questa volta il rettore pontificio di Romagna, Guglielmo Durante, inviato sul posto da Martino IV ed il nuovo castello costruito non più sul colle, ma sul piano del Metauro, si chiamò dal suo fondatore Castel Durante. Su di esso esercitarono la loro sovranità i Brancaleoni, finché il card. Albornoz nel 1359 lo riconquistò alla Chiesa. Nel 1377 i Brancaleoni l'ottennero di nuovo in vicariato, mentre erano rettori pontifici della Massa Trabaria. Ad essi successero, sotto Martino V, i Montefeltro che vennero investiti della contea di Castel Durante e che la tennero poi, quali Duchi di Urbino, fino al 1631, anno della morte dell'ultimo duca, Francesco Maria II della Rovere, avvenuta in Castel Durante, che da allora divenne parte integrante dello Stato della Chiesa.

Spiritualmente la località fu, dalla sua origine, sottoposta al vescovo di Urbino. Nel 1393 Bonifacio IX, togliendo l'abbazia ai Benedettini, la diede in commenda al card. Bartolomeo de Uliariis e l'8 marzo 1402 la eresse in nullius diocesis sottraendola alla giurisdizione della diocesi urbinate e aggregandole i territori di Castel Durante, di S. A. in V. e di Sassocorvaro.

Meritano speciale ricordo tra i commendatari di Castel Durante il card. Bessarione (v.), che suscitò una vera fioritura di bene e di opere grandiose nell'abbazia e donò ad essa la reliquia dell'omero del martire s. Cristoforo; il card. Alessandro Farnese, che salì al sommo pontificato con il nome di Paolo III; il card. Francesco Barberini, che tanto si adoperò per l'erezione della diocesi, e che vide il suo lavoro coronato da successo il 18 febbr. 1635 , giorno in cui Urbano VIII conferiva a Castel Durante l'onore di diocesi e di città, chiamandola dal suo nome U. Alla nuova diocesi veniva annessa l'antea arcipretura nullius di Mercatello sul Metauro, mentre la città di S. A. in V. era anch'essa cretta in diocesi ed unita aeque et principaliter ad U. Primo vescovo delle diocesi unite fu Onorato Onorati di Iesi.

La città, importante per la sua antica produzione di ceramiche, presenta alcune costruzioni interessanti : la rocca medievale frammentaria; la chiesa di S. Francesco duecentesca; la chiesa dei Morti, romanica; la chiesetta del Corpus Domini con affreschi di Raffaellino del Colle; il Palazzo dei duchi di Urbino costruito dai Brancaleoni nel sec. xili e trasformato nel sec. xvi. Sulla piazza situata all'ingresso della città verso nord sorge un'alta colonna con la statua di s. Cristoforo, protettore della città e della diocesi.

Numerosi i monasteri della diocesi, tra i quali quello delle Cappuccine in Mercatello, eretto nella casa ove il 27 dic. 1660 nacque s. Veronica Giuliani che, divenuta cappuccina in Città di Castello, vi morì il 9 luglio 1727.

Bint.: G. Colucci, Del Castello delle Ripe e dell' opinione di Castel Durante detto poi U., in Antichità picene, vol. IX, Fermo 1795; P. Tonelli, Sulle antiche mem. di Castel Durante, oggi U. (lettere estratte dal t. XII delle Antichità picene di G. Colucci, ivi 1795); E. Liburdi, U., in La proc. di Pesaro-Urbino, Roma 1934, p. 807; E. Rossi, Mem. ecclesiast. di U., Urbania 1936.

Sant'Angelo in Vado. - La diocesi di S. A. in V. ha una superficie di ca. 93 kmq . con una popolazione di 5450 ab. tutti cattolici, distribuiti in 19 parrocchie, servite da 17 sacerdoti diocesani e 3 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 8 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 438 ).

Sorge sul luogo dell'antico Tifernum Metaurense nell'Umbria transappenunica, città illustre appartenente alla tribù Crustumina, sede di un Flaminio, ricordata da Plinio (Hist. natur., III, e p. 14) e da Tolomeo Claudio (Geographia, III, cap. 1) e della quale, fin da tempi remoti, vennero in luce monumenti in gran parte epigrafici e numismatici. Fu sede vescovile, da non confondersi con Tifernum Tiberinum (Citta di Custello [v.]). Infatti un suo vescovo Lucifero sottoscrive al Concilio Romano del 465 , mentre rimane incerto un vescovo Mario che sottoscrive nel Concilio Romano del 499 semplicemente come vescovo "ecclesiae Tifernatia". Vescovato e città cessarono durante le guerre gotiche (540-53). Sul luogo sorse poi S. A. in V.

A Sant'Angelo si aggiunse la specificazione "in Vado", cioè di luogo nel quale il fiume Metauro può facilmente passarsi a guado. Eretta la provincia della Massa Trabaria da Ottone IV nel 1209, come dominio della basilica di S. Pietro in Vaticano, S. A. ne divenne il "Portus, religium et cor", prima sotto il governo dei Brancaleoni, vicari pontifici, poi dei Montefeltro, duchi di Urbino. Spiritualmente S. A. fu soggetta al vescovo urbinate ed eretta in arcipretura con quattro curasie rionali. Quando nel 1403 i Brancaleoni ottennero la Bonifacio IX la trasformazione in abbazia nullius dell'ex monastero benedettino di S. Cristoforo in Castel Durante, anche S. A. fu ad essa incorporato e, nonostante le proteste dei vescovi urbinati e la revoca del provvedimento disposto da Martino V nel 1417, la situazione rimase immutata sino al 1635 . Arcipreti insigni di S. A. furono, in quel tempo, i carld. Antonio e Cristoforo Del Monte. Urbano VIII, dietro preghiere dei cittadini vadesi e dopo lungo esame, il 18 febbr. 1635 , con la bolla Pro excellenti praeminentia, restituiva a S. A. il titolo di città ed alla chiesa di S. Michele Arcangelo il suo vescovo. Contemporaneamente Castel Durante veniva eretta in diocesi, chiumita, dal nome del papi, U. e unita aeque et principaliter alla diocesi Vadese. Scbbene piccola per estensione territoriale e per popolazione, S. A. in V. si è nei secoli contraddistinta per fervore di vita religiosa, per arti ed industrie, quali la lavorazione in filigrana d'oro, i manufatti di lana e la concia delle pelli. Nei numerosi monasteri maschili e femminili della città vissero in santità i bb. Girolamo Ranuzzi, Barolo Vagnarini, Tommaso, Vittorio, Vico, Vittoria, tutti da S. A. in V. Vadesi furono anche Gianfrancesco e Prospero Fagnani, insigni canonisti, i pittori Taddeo e Federico Zuc cari, Francesco Nardini e Francesco Mancini; i capitani di ventura Matteo e Gianpaolo Griffoni e Niccolò Braccio della Stella.

Oriunda di S. A. in V. fu anche la famiglia Ganganelli, dalla quale, in S. Arcangelo di Romagna, nacque il futuro Clemente XIV, munificentissimo verso la diocesi Vadese ed in onore della quale fu innalzata una statua nella Piazza comunale.

BinL.: V. Lanciarini, Tiferno Metaurense e prov. di Massa Trabaria, Roma 1912; L. Patervecchi, G. Rinaldi, A. Dini, Sinossi bibliogr. degli uomini illustri di S. A. in V., Roma 1902; Lanzoni, I, p. 482 sg., 495.

Gabriele Ferrari
URBANO I, PAPA, santo. - Successe a Callisto (m. nel 222) e governò la Chiesa per ca. 8 anni fino al 230. Dall'autore del Liber Pontificalis è detto romano, figlio di Ponziano, morto il 19 maggio e sepolto nel cimitero di Pretestato.

Effettivamente in questo cimitero era seppellito un U. detto "confessore", ricordato dal Papiro di Monza e dagli Itinerari del sec. viI (la Nattitia ecclesiarum aggiunge anche "vescovo", forse sulla tradizione del Lib. Pont.). Il Papa fu sepolto nel cimitero di Callisto; nella cripta dei papi il De Rossi trovò un frammento di coperchio di un sarcofago con le lettere ovpbanoc e (vlexo-

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(per cortesia dei prof. E. Jori)
Urbano I, papa, santo - Iscrizione greca di U. (sec. III). Roma, cimitero di S. Callisto.
$\pi 0 \mathrm{c}$ ), ed il nome di U. si trovava nell'iscrizione posta nella stessa cripta dal papa Sisto III. L'U. sepolto in Pretestato potrebbe essere il confessore del quale il papa Cornelio dice che adori per un certo tempo allo scisma di Novaziano (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43). Il Martirologio geronimiano commemora il Papa in Callisto il 19 maggio, l'altro di Pretestato il 25 dello stesso mese; il Sacramentario gregoriano invece a quest'ultima data ha la messa del Papa. Del tutto inesatto è il latercolo del Martirologio romano al 25 maggio.

Sulla vita di U. niente si conosce, né consta che sia stato martire. L'autore della Passio s. Caeciliae (BHL, 1495) lo ha introdotto fra i protagonisti del suo racconto, 'Uburzio e Valentano, sepolti nel cimitero di Pretestato; la Passio dello stesso U. poi, scritta quasi a complemento della precedente, è del tutto leggendaria.

Biel.: Lib. Pont., I, p. scili sg., 143 sg.; Acta SS. Maii, VI. Parigi 1666, pp. 4-22; G. B. De Rossi, La Roma sott. crist., II, Roma 1867, pp. 33-54; G. Wilpert, La cripta dei papi, ivi 1910, p. 17 sg.; Martyr. Hieronymionum, pp. 262, 273; H. Delehaye, Etude sur le légendier romain, Bruxelles 1936, p. 80 sg.; Martyr. Romanum, p. 207; R. Valentini-G. Zucchetti, Cod. topogr. dello città di Roma, Roma 1942, p. 86.

Urbano II, papa, beato. - Oddone di Lagery, benedettino, n. ca. il ro4o a Châtillon-sur-Marne. La sua elezione ebbe luogo a Terracina secondo le prescrizioni care ai riformatori della Chiesa: vi presiedettero i cardinali-vescovi che raccolsero il consenso del clero di Roma e dei laici, di quelli almeno che erano ostili all'antipapa Clemente III ( 12 marzo 1088).
U. era stato monaco a Cluny, poi cardinale di Ostia (ca. 1078) e aveva avuto da Gregorio VII l'incarico di legato in Germania ( $1084-85$ ). L'entrata a Roma era impossibile, perché Clemente III vi si teneva tenacemente e aveva preso l'offensiva contro U. durante un concilio scismatico. Se il Papa vi entrò nel ro89, non vi si sentì affatto sicuro e si portò a Melfi, dove il io sett. tenne un Concilio, in cui furono emanati decreti di riforma. Senza punto rinnegare alcuno dei principi del suo programma, U. II si mostrò tuttavia, in pratica, estremamente conciliante per conquistare alla sua causa l'episcopato e i principi regnanti. Così inviò il pallio ad Anselmo, diventato vescovo di Milano per volontà dell'imperatore Enrico IV, da cui aveva ricevuto l'investitura. Consacrò egli stesso a vescovo di Chartres, Ivo, che pure aveva accettata l'investitura del Re di Francia; riconobbe anche, sotto alcune condizioni, la validità delle ordinazioni impartite dai vescovi scismatici; si contento di testimonianze assai fragili per ritenere innocenti i prelati dalle accuse portate contro di loro; infine, non nominò più legati permanenti, tranne che in Germania, e delegò ai suoi rappresentanti poteri temporanei.

Se il Papa dimostrò una pieghevolezza, che nessuno biasimo, tuttavia nulla sacrifico della sua preminenza; al contrario, l'affermo, accordando volentieri dispense dalle prescrizioni canoniche, che ebbero l'effetto di distaccare a poco a poco da Clemente III i suoi partigiani.

Verso i re d'Occidente U. II adottò una tattica ugualmente conciliante. Se il re d'Inghilterra Guglielmo il Rosso saccheggia senza vergogna i beni della Chiesa, egli non protesta. Contro il re di Francia, Filippo I, che dà scandalo con la sua unione adultera con Bertrada di

Montfort, egli indugia a pronunciare la scomunica. L'abilità del Papa si mostrò nel modo con cui seppe minare gli intrighi dell'antipapa con la Chiesa greca. Insomma, U. II si guadagnò la simpatia dei principi, il che gli permise di attaccare Enrico IV. La lotta da principio si presentò sotto cattiva stella. L'offensiva scatenata dall'Imperatore contro i possessi della contessa Matilde nell'Italia settentrionale si annunciava vittoriosa; padroni dei castelli, che cadevano l'uno dopo l'altro nelle loro mani, gli imperiali sembravano pronti a invadere la Toscana. U. II non poteva contare sull'aiuto dei Normanni contro gl'invasori e non aveva altre risorsa che rifugiarsi nell'Italia meridionale. Ma la contessa Matilde salvo con il suo coraggio la situazione che sembrava disperata; la resistenza opposta da lei nel castello di Canossa obbligò Enrico IV a ritirarsi. Frattanto Roma restava ancor sempre occupata dagli scismatici e il Papa non disponeva di denaro per guadagnarsi il capitano che custodiva il Laterano. Il necessario gli venne fornito dall'abate di Vendôme (ro94) e la sua resa fu facilitata.

Vittorioso, U. II cambiò totalmente tattica. Ristabili i legati permanenti, radunò assemblee conciliari, restaurò la disciplina ecclesiastica. In autunno scomunico Enrico IV, Clemente III e anche il Re di Francia ( 16 ott. 1094). Egli stesso percorse la Francia per vegliare alla applicazione delle riforme proclamate nel Concilio di Piacenza. Poi, il 18 nov. 1095, aprì a Clermont una grande assemblea dei vescovi della cristianità. Dopo la promulgazione di una legislazione consona alle idee gregoriane, il Papa prese all'improvviso una decisione: poiché i signori non cessavano dal dichiararsi guerre fratricide, egli li spingeva alla conquista della Terra Santa. Così fu lancista in Occi-1ents l'idea dell: Crociata. Di essa non prenderà il comando un re, ma Ademaro di Montell, vescovo del Puy, buon conoscitore della Palestina, in qualità di legato. U. II fece anche di più; organizzò egli stesso la spedizione, trattò con i Genovesi affinché prestassero le loro navi per la traversata e percorse il mezzogiorno della Francia e l'Italia, predicando e facendo predicare la Crociata. Morì il 29 luglio 1099, nel Palazzo di Pierleone, accanto alla chiesa di S. Nicola in Carcere, senza aver potuto conoscere la notizia della presa di Gerusalemme ( 15 luglio). Il suo culto fu confermato da Leone XIII il 14 luglio 1881.

Biel.: S. Leib, Rome, Kien et Byzance à la fin du XIc siècle, Parigi 1924; F. Chalandon, Hist. de la première Croisade jusqu'd l'élection de Godefroy de Bouillon, ivi 1925; J. Gay, Les Papes du XIc siècle et la chrétienté, ivi 1926; A. Fliche, U. II et la Croisade, in Rev. de l'hist. de l'Eglise de France, 14 (1927), pp. 280-306; L. Bréhier, L'Eglise et l'Orient au moyen âge. Les Croisades, Parigi 1928; R. Crozet, Le voyage d'Urbuin II et ses négociations avec le clergé de France (1035-96), in Rev. hist., 179 (1937), pp. 271-310; R. Groussot, Hist. des Croisades et du royaume franc de Jérusalem, $2^{\circ}$ ed, Parigi 1938; A. FlicheV. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, ivi 1940, pp. 198-257.

URBANO III, PAPA. - Uberto Crivelli, già arcivescovo di Milano, fu eletto papa a Verona il 25 nov. 1185 e consacrato il $1^{\circ}$ sett.; ma non ebbe lungo pontificato, perché mori il 20 ott. 1187.

Gli avvenimenti politici non gli permisero di metter piede a Roma; la contesa con l'imperatore Federico Barbarossa a proposito dei domini della Chiesa romana, da lui ingiustamente ritenuti, si fece più acuta. Agli aspri lamenti del Sommo Pontefice si aggiunsero anche minacce velate. Federico di ripicco ricorse a procedimenti malaccorti : interdetta l'uscita da Verona, dove si trovava la Corte pontificia, se qualche curiale si artischiava fuori delle mura, veniva preso dagli imperiali e sottoposto a crudele tortura.
U. III pensava di lasciare la scomunica contro il suo persecutore; ma i Veronesi, temendo la collera di Federico, l'indussero a lasciare la città. Decise allora di rifugiarsi in terre più ospitali e di raggiungere Venezia, dove avrebbe trovato ogni sicurezza contro le mone imperiali; ma non giunse oltre Ferrara, dove ancora suasiste il suo monumento funebre. Sotto il suo pontificato si accentuò notevolmente la centralizzazione della Chiesa;

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(per cortata di mano, A. P. Frutal)
Urbano IV, papa - U. IV mostra agli Orvietani il Corporale. Riquadro sesto degli affreschi, di Ugolino di Ilario (1357 es.). Gli affreschi sono stati malamente restaurati nel sec. xix - Orvieto, Duomo, cappella del Corporale.
la raccolta delle sue lettere è testimonianza della molteplicità dei suoi interventi negli affari ecclesiastici, e le Decretali contengono un numero considerevole di decisioni emanate da lui. Il suo potere sulla cristianità si manifestò anche per mezzo dell'azione dei legati permanenti.

Bou.: I. M. Watterich, Pontif. Roman... ab exeunte saec. IX usque ad finem saec. XIII vitae ab aequalibus conscriptae, II. Lipsia 1862, pp. 663-83; PL, 202; Lib. Pont., II, p. 451; Jaffe-Wattenbach, II, pp. 492-528; E. Jordan, L'Allemagne et l'Italie aux XIIe et XIIIe siècles, in G. Glotz. Histoire du moyen âge, I. Parigi 1939, pp. 136-49; Ch. Diehl - L. Oeconomos - R. Guilland R. Gousset, L'Europe orientale de 1081 à 1433, ibid., IX, 1, ivi 1945.

Guglielmo Mollat
URBANO IV, papa. - Di famiglia, Giacomo Pantaléon, n. a Troyes ca. il 1200, m. a Perugia il 2 ott. 1264.

Nel 1240 era arcidiacono a Liegi; nel 1247-49 legato in Slesia, Polonia e Prussia; nel 1249 arcidiacono a Laon; nel 1253 vescovo di Verdun, nel 1255 patriarca di Gerusalemme. Morro Alessandro IV (1261), i cardinali riuniti in conclave a Viterbo, per mancanza di reciproca intesa, dispersero talmente i loro voti, che resero impossibile eleggere uno del loro numero, e portarono la loro scelta sul patriarca di Gerusalemme ( 29 ag. 1261), il quale fu consacrato il 4 s2tt. L'eletto, non potendo risiedere a Roma, troppo agitata dalle turbolenze, soggiornò prima a Viterbo, poi ad Orvieto e finì i suoi giorni a Perugia.
U. ebbe il merito di liquidare la spinosa questione del Regno di Sicilia. Messa da parte la candidatura di Corradino, figlio di Corrado, e quella di Manfredi, figlio naturale dell'imperatore Federico II, pensò di offrire a un principe francese il trono. Difficile fu ottenere l'accettazione del re Luigi IX, e lunghi furono i negoziati, che però finirono in un accordo definitivo ( 15 ag. 1264) secondo cui Carlo di Angiò avrebbe conquistato il Regno nello spazio di un anno. Erano state prese tutte le precauzioni perché il vassallo della Chiesa non brigasse per avere l'impero, né pensasse ad un'egemonia in Italia. U. intervenne anche nelle contese di cui era teatro l'Inghilterra, e prese risolutamente partito per il re Enrico III contro i baroni, che gli volevano imporre condizioni restrittive della sua autorità, conosciute sotto il nome di "provvedimenti di Oxford». U. le respinse e diede il suo pieno appoggio alla sentenza arbitrale pronunziata ad Amiens da s. Luigi ( 24 genn. 1264). Il suo legato, Guido Fulcodi (il futuro Clemente IV), fu inviato in Inghilterra per metter fine al disaccordo del Re con i suoi sudditi; ma dovette subire un affronto mortale, perché gli fu proibito il passaggio dello stretto di Calais.

La politica pontificia seguita in Oriente intralcio in modo particolare la causa dell'unione delle Chiese greca e latina, perché qualsiasi accordo diventava impossibile dal momento che il Papa lavorava alla restaurazione dell'Impero latino. In materia religiosa U. si segnalo con l'istituzione della festa del Corpus Domini ( $\left[1^{\circ}\right.$. 11 ag. 1264).

Bios.: fonti: Potthast, II, pp. 12741342; L. Dorez-J. Guirand, Les registres d'Urbain IV, 4 voll., Parigi 1901-29. Studi: W. Norden, Das Papsttum und Byzanz, BerIno 1903; E. Jordan, Les origines de la domination angevine en Italie, Parigi 1909 (opera capitale); C. Petit-Dutollis-P. Guinard, L'essor des Etats d'Occident (France, Angleterre, pémoniale Ibérique), in Hist. du moyen-âge (colles. G. Glotz), IV, 11, Parigi 1957; E. Jordan, L'Allemagne et l'Italie au XIIe et XIIIe siocles, ibid., IV, 1, ivi 1939; Ch. Diehl - L. Oeconomos - R. Guilland - R. Grousset, L'Europe orient. de 1081 à 1433, ibid., IX, 1, ivi 1945; G. Mollat, Clément IV, in DHG, IX (1952), coll. 1109-15. Guglielmo Mollat

URBANO V, papa, beato. - Guglielmo di Grimoard, n. nel 1310 nel castello di Grisac (Lozère) dal si-
gnore del luogo, m. il 19 dic. 1370 ad Avignone. Iniziò gli studi a Montpellier, li prosegui a Tolosa in giurisprudenza, poi si fece monaco benedettino nel priorato di Chiraz, dipendente dal monastero di S. Vittore di Marsiglia, continuando i suoi studi di teologia e diritto canonico, e fu alle Università di Parigi e di Avignone.

Dottore il 31 ott. 1342, insegnò diritto canonico. Amministratore della diocesi di Clermont, poi di quella di Uzès, fu fatto priore di Notre-Dame du Pré. Il 13 febbr. 1352 Clemente VI lo nominò abate di St-Germain d'Auxerre, e qualche mese dopo lo mandò in Lombardia con una importante missione diplomatica, che Guglielmo assolve felicemente; indusse l'arcivescovo Giovanni Visconti a restituire alcune terre papali e lo mise in possesso del vicariato di Bologna. Nel 1354 fu mandato da Innocenzo VI a Roma, e nel 1360 in Lombardia, dove s'incontrò con il card. Egidio d'Albornoz, legato papale in Italia, e con Bernabò Visconti, che era in conflitto con il legato. Il 2 ag. 1361 Innocenzo VI lo nominò abate di S. Vittore di Marsiglia, e l'anno dopo, preoccupato per la morte di Luigi di Taranto, secondo marito della regina Giovanna, lo mandò alla corte di Napoli. Guglielmo era appunto nella penisola, quando apprese che, morto Innocenzo il 12 sett. 1362, i cardinali, non riuscendo ad accordarsi sul nome di un membro del S. Collegio, lo avevano el'rto papa il 28 sett. Fu consacrato il 6 nov.

Presso di lui convennero ad Avignone il re di Francia, Giovanni II, e il re di Cipro, Pietro di Lusignano, e con loro fu risoluta una spedizione in Oriente, senza che U. abbandonasse il proposito, a cui re Giovanni si opponeva, di proseguire in Italia una energica azione po-litico-militare : furono prorogati i poteri conferiti da Innocenzo VI all'Albornoz, fu bandita contro i Visconti una nuova crociata. D'improvviso, nell'autunno del 1363, l'Albornoz fu esonerato dai suoi compiti in Lombardia e invitato a Napoli: U. tentava con Bernabò una politica di pace. Negli anni seguenti i suoi propositi si precisarono: mentre collaborava con il nuovo re di Francia, Carlo V, per la pacificazione di quel Regno, trattava con l'imperatore Carlo IV, con Luigi I d'Ungheria e con Giovanni V Paleologo per promuovere la guerra contro i Turchi, cercando di farvi partecipare le Grandi Compagnie di ventura che desolavano l'Occidente, e predisponeva il ritorno a Roma, nonostante l'opposizione della corte di Francia e del Collegio cardinalizio. Lasciò Avignone il 30 apr. 1367, s'imbarcò a Marsiglia il 19 maggio, scortato da una flotta in gran parte italiana, e il 3 giugno sbarcò a Corneto. Soggiornò durante l'estate a Viterbo, ma non tardarono a scoppiare,

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in Viterbo stessa, i primi incidenti. In ott. U. entrò in Roma, accolto dalla popolazione con esultanza. Cercò di migliorare l'amministrazione della città e di curarne la ricostruzione, ma la diffidenza dei Romani non tardò a manifestarsi, quando, nel 1368 , furono creati cardinali sei francesi, un inglese e un solo romano: U., nonostante il trasferimento della Curia in Italia e le buone relazioni con l'imperatore Carlo IV, che fu a Roma in quel medesimo anno, rimaneva sostanzialmente fedele alla tradizione avignonese. La venuta a Roma di Giovanni V Paleologo, nel 1369 , sottolineò il proposito del Pontefice di fare della S. Sede il centro effettivo dell'intero mondo cristiano. Quando si riaprì il conflitto fra i regni di Francia e d'Inghilterra, mentre in Italia la potenza viscontea si rifaceva minacciosa e il soggiorno della Curia appariva via via meno sicuro, U. lasciò Roma il 17 apr. 1370, e durante un breve soggiorno a Viterbo annunciò la risoluzione di ritornare in Avignone; s'imbarcò il 5 sett. a Corneto, sbarcò a Marsiglia e il 24 era acclamato ad Avignone. Tre mesi dopo moriva.

Vivace e vasta come la sua azione politica fu l'attività di U. come riformatore del costume. Scrupoloso nella sua vita privata e ordinato nelle sue occupazioni, fu prodigo nel promuovere gli abbellimenti del Palazzo apostolico di Avignone, l'arricchimento dell'abbazia di S. Vittore di Marsiglia, la fondazione e la restaurazione di collegi e chiese nei lunghi che gli erano più cari. Coerente fu sempre nell'amore per lo studio e nella protezione generosa delle scuole e degli studiosi. Lasciò di sé grande rimpianto in Provenza, dove fu venerato come santo. Il suo culto si diffuse anche nelle regioni vicine, di là e di qua delle Alpi; il 5 marzo 1870 Pio IX ne confermò il culto.

Bibl.: fonti: F. Cucosoli, U. V e Giovanna I di Napoli, (documenti inediti dell'Arch. Vaticano [1362-70]), Napoli 1893; U. Chevalier, Actes anciens et documents concernant le bienh. Urbain V, pape, etc., Parigi 1897; J. P. Kirsch, Die Rückkehr der Päpste Urbain V, und Gregor XI, von Avignon nach Rom, Paderborn 1898; P. Lecocheux, Urbain V. Lettres secrètes et curiales se rapportant à la France, Parigi 1902-1906; E. Baluze, Vitae paparum Avenionensium, 4 voll., ed. G. Mollat, ivi 1916-28; M. Dubrulle, Les registres d'Urbain V, ivi 1926; A. Fierens e G. Tihon, Lettres d'Urbain V, I (1362-68), ivi 1928; II (1366-re), ivi 1932. Studi: M. Proul, Etudesur les relations polit. du pape Urbain Vavre les rois de France Jean II et Charles V, ivi 1887; M. Chailian, Le bienh. Urbain V (Les saints), ivi 1911; E. Dupre Theseidier, I papi di Avignone e la Quest. Rom., Firenze 1939; G. Mollat, Les papes d'Avignon, op ed., Parigi 1950, pp. 109121 (bibl. a pp. 118 sgg., 301 sgg., 247 sgg.); T. Leccisotti, Documenti vat. per la storia di Montecassino. Pontificato di U. V, Montecassino 1952.

Giovanni Tabacco
URBANO VI,
PAPA. - Bartolomeo Prignano, n. a Napoli intorno al 1318, studiò diritto canonico e ad Avignone il cardinal
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Urbano VI. Papa - S. Pietro consagna le chiavi ad U. VI. Particolare della tomba del Pontefice (fine asc. 2/V, sarmelago romano riadoperato). Sacre Grotte Vaticane.
limosino Pietro di Monteruco, nipote di Innocenzo VI, vicecancelliere papale, lo ebbe cappellano e familiare.

Urbano V lo nominò arcivescovo di Acerenza, in Lucania, il 22 marzo 1363. Gregorio XI il 13 genn. 1377 lo trasferì alla sede di Bari e, portata a Roma la Curia, gli affidò la Cancelleria in vece del card. Pietro, rimasto ad Avignone. Morto Gregorio XI il 27 marzo 1378, il Prignano, pure in mezzo ai tumulti suscitati dal popolo romano che temeva il ritorno del papato in Avignone, fu eletto pontefice dai cardinali, l'8 apr. 1378, col nome di U. VI (v. scisma d'occidente). Fu consacrato il 18 apr.

Integro ed esperto degli affari di Curia, ma duro ed ostinato di carattere, si alienò ben presto l'animo dei suoi elettori, i quali, con il pretesto che l'elezione non fosse stata libera, radunatisi a Fondi dopo accordi con la Corte di Francia, il 20 sett. 1378 gli contrapposero il card. Roberto di Ginevra (v.), che assunse il nome di Clemente VII. U., che stava a Tivoli, poté con l'aiuto delle armi rendersi padrone di Roma, dove scomunicò il suo avversario e depose Giovanna regina di Napoli che si era dichiarata per lui. Invece di lei coronò re Carlo di Durazzo a Roma il 12 giugno 1381 e si portò ad Aversa (1383) poi a Nocera ( 1384 ), dove ben presto si guastò con lui, fece prigionieri e condusse processo contro sei cardinali accusati di tradimento e scomunicò lo stesso Re. Carlo tenne assediato il Papa a Nocera finché una flotta genovese non lo ebbe liberato e condotto a Genova (23 sett. 1385) insieme con i sei cardinali prigionieri, dei quali cinque perirono misteriosamente. U. non lasciò Genova che sulla fine del 1386 e per Lucca si portò a Perugia (2 ott. 1387); solo nel sett. 1388 rientrava a Roma, dove morì il 15 ott. 1389.

Bibl.: fonti: T'audorico di Nyem, De schismate lib. 3, ed. Erler, Lipsia 1890; E. Baluze, Vitae Paparum Avenionensium, ed. Mollat, 4 voll., Parigi 1916-28. Studi: N. Valois, La France et le grand schisme d'Occid., 4 voll., ivi 1896-1902; L. Salembier, Le grand schisme d'Occid., $5^{2}$ ed., ivi 1921; A. Cutolo, Re Ladislau di Angiò-Durazzo, 2 voll., Milano 1936; M. de Boiaed, La France et l'Italie au temps du grand schisme d'Occid., Parigi 1936; P. Brezzi, La scisma d'Occid. come problema ital. La funz. ital. del papato nel periodo del grande scisma, in Arch. d. Depat. Rom. di st. patria, 67 (1944), pp. 391-450; W. Ullmann, The origins of the great schism, Londra 1948, cap. 9. Pio Paschini

URBANO VII, papa. - Giambattista Castagna, n. a Roma il 4 ag. 1521 , da nobile famiglia genovese, imparentata per parte di madre con le famiglie romane dei Ricci e Jacobazzi.

Studiò a Perugia, poi a Padova, consegui il dottorato a Bologna. Il card. Girolamo Varallo, suo zio, lo accolse

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Urbano VII, papa - Ritratto ad olio di autore ignoto (ca. 1585), riadattato dopo l'elezione a Papa (1590). - Vaticano, Sala dei Foconi.
al suo servizio e lo ebbe seco in Francia quando vi fu come legato papale presso Enrico II (1551). Tornato a Roma, fu referendario della Segnatura di Giustizia; poi arcivescovo di Rossano (1553), e a 32 anni venne ordinato sacerdote. Sotto Paolo IV per breve tempo fu governatore di Fano; poi di Perugia (marzo 1559). Dal 14 nov. 1561 in poi partecipò ai lavori del Concilio di Trento.

Dopo breve permanenza a Rossano, nel 1564 accompagnò il card. Boncompagni, legato pontificio in Spagna; Pio V lo inviò nunzio a Madrid, dove rimase fino al 1572 e negoziò quella Lega santa contro i Turchi, che portò alla vittoria di Lepanto. Nunzio a Venezia (1573), preparò la guerra contro i Turchi; poi andò governatore a Bologna. Rappresentò poi la S. Sede al Congresso di Colonia per la pace con i Paesi Bassi (1578). Tornato a Roma agli inizi del 1580 , fu nominato consultore dell'Inquisizione e della Congregazione per gli affari dello Stato pontificio, finché Gregorio XIII lo creò cardinale ( 12 dic. 1583) col titolo di S. Marcello al Corso; più tardi fu legato a Bologna, dove rimase fino alla morte di quel Papa.

Eletto papa il 15 sett. 1590, con l'appoggio degli Spagnoli, dei Fiorentini, del card. Sforza e dei cardinali genovesi di Sisto V, con i suoi primi provvedimenti seppe conciliarsi ben presto gli animi. Improntò il suo governo a saggia economia, dispose che le ricchezze delle chiese fossero volte a rifornire Roma di pane buono a buon mercato; dispose perché fossero abolite le opprimenti imposte introdotte da Sisto V. Incarico quattro cardinali di riformare la Dataria. Dichiarò che la numerosa sua parentela dovesse essere trattata dopo i poveri e i servi del papa. Appena eletto, emanò provvedimenti, perché fosse ultimata la cupola di S. Pietro.

Colpito da un attacco di malaria la prima notte dopo la sua elezione, salassato e indebolito, mori il 27 sett. 1590, a 69 anni di età, dopo appena 12 giorni di papato. Tutto il suo asse paterno ( 30.000 scudi) fu legato alla Confraternita dell'Annunziata in S. Maria sopra Minerva, per dotare ragazze bisognose. I suoi resti mortali furono trasferiti il 21 sett. 1606 nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, dove lo ricorda una bella statua, opera di Ambrogio Bonvicino.

Bibb.: A. Neri, La patria d'origine di U. VII, in Boll. stor. della Seizzera ital., 27 (1905), p. 130, con albero genealogico; Pastor, X, pp. 512-20; D. Redig de Campos, Un ritratto inedito di U. VII in Vaticano, in Rend. Pont. Acc. Rom. di Arch., 18 (1942), pp. 178-82.

Raffaele Cissca
URBANO VIII, papa. - Maffeo Vincenzo Barberini, n. a Firenze, dove fu battezzato, il 5 apr. 1568, m. il 29 luglio 1644. La famiglia, marchigiana di origine, arricchitasi con il commercio, si trasferì da Ancona dapprima in Val d'Elsa, dove mutò le tre vespe dello stemma in tre api e l'originario nome di Tafani in quello di Barberini, dal Castello omonimo; poi, nel sec. xiv, si trasferi a Firenze.

Quinto dei sei figli di Antonio Barberini e Camilla Barbadori, orfano di padre a tre anni, studiò presso i Gesuiti a Firenze, poi a Roma presso lo zio Francesco Barberini, protonotario apostolico, quindi attese per due anni al diritto a Pisa. Referendario nella Segnatura di Giustizia e, sotto Gregorio XIV, di Grazia, accompagnò (1598) Clemente VII a Ferrara; fu incaricato di comporre una questione con Venezia per le acque del Po (1599); poi governatore di Fano. Nell'ott. 1601 portò le fasce benedette dal Papa per il neonato Delfino Luigi, figlio di Enrico IV. Nominato arcivescovo di Nazareth (ott. 1604) fu inviato nunzio a Parigi e l'11 sett. 1606 fu creato cardinale a 38 anni. Nel 1607 tenne il protettorato della Scozia; poi il vescovato di Spoleto, di cui restaurò il Duomo; fu legato di Bologna dall'ag. 1611 al 1614. Tornato a Roma, fu nominato prefetto della Segnatura di Giustizia e, morto Gregorio XV /'8 luglio 1623, dopo lungo Conclave, il 6 ag. 1623 , fu eletto papa a 56 anni grazie al card. Maurizio di Savoia, che nel Conclave gli guadagnò i card. Borghese e Ludovisi. Fu consacrato il 29 sett.

Prudente per temperamento e per l'esperienza negli affari, diffidò sempre dei cardinali che sapeva legati a sovrani, e volle imprimere un impulso personale al governo della Chiesa. Fu straordinariamente prodigo verso i familiari, di dignità e di rendite: il fratello Carlo fu nominato governatore di Borgo e generale della Chiesa; un figlio di lui, Francesco, fu nominato cardinale a 26 anni, un altro figliuolo, Antonio, ad appena 20; il fratello Taddeo, destinato a perpetuare la famiglia, ebbe la prefettura di Roma. Tuttavia, gelosissimo della sua autorità, non diede loro parte alcuna nel governo della Chiesa. Nel groviglio degli interessi contrastanti delle potenze cattoliche, U. si propose un atteggiamento imparziale e pacifico, e ne diede prova allorché, venuto improvvisamente a morte per i suoi disordini, otto giorni avanti la fine di Gregorio XV, il giovane figlio del vecchio duca Francesco Maria della Rovere, egli riusci a far riconoscere i diritti della S. Sede sul Ducato di Urbino e mandò come governatore Berlinghiero Grossi.

Nella più complessa questione della Valtellina, di cui Gregorio XV aveva ricevuto in deposito, per conto della Francia e della Spagna, le fortezza, U. fece ad esse aggiungere Chiavenna, e in due Trattati, conclusi a Roma il 24 febbr. 1624, ottenne la protezione per i cattolici valtellinesi, e per gli Spagnoli il passaggio dall'Italia alla Germania attraverso la valle e Bormio. La Francia, sostenuta dai Grigioni protestanti, suoi alleati, ingiunse che le fosse ceduta la Valtellina. U. resisté, e quando un esercito francese, mosso dall'Engadina, occupò Paschiavo e Brusio e costrinse i pontifici a sgombrare tutta la Valtellina, U. richiese la punizione del marchese di Coeuvres e la riconsegna delle fortezze, appoggiando la richiesta con le armi. Tuttavia per non spingere le cose agli estremi, dissentendo dagli Spagnoli, inviò il card. Francesco Barberini, per un tentativo di mediazione tra Spagna e Francia, prima a Parigi poi a Madrid. Il Trattato di Monzon ( 5 marzo 1526) concluso fra Filippo IV e Luigi XIII, quando l'inviato pontificio era appena giunto a Barcellona sulla via di Madrid, dava tuttavia soddisfazione al Papa, perché gli restituiva le fortezze che dovevano essere distrutte, ammetteva nella Valtellina soltanto il culto cattolico e liberava l'Italia dalla minaccia della guerra.

Nella mutevole guerra dei Trent'anni, scoppiata un

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lustro avanti l'inizio del suo pontificatu, U. appoggiò Massimiliano di Baviera inviando aiuti finanziari; eccitò vescovi tedeschi e spagnoli a difendere la purezza della fede, promosse l'alleanza tra Spagna e Francia per un attacco contro l'Inghilterra; ma non accolse l'invito di Richelieu di aderire all'alleanza e mandare armi e denaro per la conquista della Rochelle. La caduta per fame di questa fortezza, fu salutata da U. con vera gioia, perché era la premessa della vittoria sul protestantesimo. U. siutò validamente gli imperatori Ferdinando II e III nell'opera di ricattolicizzazione della Boemia, della Moravia e della Slesia, riformò i costumi del clero e promosse la restaurazione cattolica nei paesi ereditari austriaci e in altre contrade dell'Impero. Ritenne perciò ingiustificato il ritardo della pubblicazione dell'Editto di restituzione (v.; marzo 1629) e diffilando di quanto affermava l'Olivares che Filippo IV "faceva sempre la guerra in pro della religione", conoscendo l'insaziabilità delle pretese politico-ecclesiastiche e l'avidità di dominio degli Spagnoli, si adoperò per un ravvicinamento tra Baviera e Francia, diretto a controbilanciare la potenza degli Asburgo. Apertasi la successione del Ducato di Mantova, feudo dell'Impero, d'accordo con la Francia appoggiò il matrimonio di Carlo di Rethel con Maria Gonzaga, per evitare che, alla morte di Vincenzo II Gonzaga, la Spagna incorporasse quel Ducato con la Lombardia o si mettesse una sua creatura. E quando, più tardi, gli Ispano-Piemontesi invasero il Monferrato, U. insisté per l'intervento delle armi francesi a scongiurare il pericolo di un aggravamento della servitù dell'Italia sotto la cresciuta potenza spagnola. Ma pur promettendo al Re francese di mettere sul piede di guerra 12 mila soldati, seppe resistere a preghiere e a minacce di aderire alla lega proposta dal Re francese, il quale, valicato il Monginevro, mirava a sostituire alla servitù spagnola quella francese. La minaccia di una calata di truppe tedesche in Italia e il timore che la caduta di Mantova aggravasse la servitù per l'Italia, mossero U. ad incitare Bologna, Ravenna e Ferrara a preparare la difesa, ed a sollecitare Massimiliano e gli elettori a insistere presso Ferdinando II, per la pacificazione dell'Italia. L'investitura di Carlo di Nevers, accordata dall'Imperatore, fu una vittoria diplomatica di U. e della Lega cattolica. Fe-
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Urbano VIII, papa - Stemma di U. VIII - Basilica di S. Pietro.
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(fot. Alinari)
Urbano VIII, papa - Monumento a U. VIII. Opera del Bernini, Basilica di S. Pietro.
dele sempre all'Alleanza franco-bavarese, U. mosse Luigi XIII di Francia a farsi patrocinatore degli interessi cattolici presso Gustavo Adolfo, penetrato in Germania nel 1629, e di una intesa fra cattolici e protestanti in Germania. L'intervento in guerra di Gustavo Adolfo, non poteva non apparire a U. minaccioso alla pace dell'Italia e del mondo cattolico. Perciò si appellò ai principi cattolici per un accordo che assicurasse la pace, necessaria alla difesa della fede e dell'Impero contro lo svedese. La politica di U. trionfò nella Dieta di Ratisbona, nella quale Filippo IV di Spagna, che aveva minacciato di venire a Roma per deporre U., cui non perdonava l'ostilità all i casa d'Austria, fu isolato e dové indursi alla pace. Ma la pace era minacciata dall'alterigia dell'ambasciatore spagnolo, conte di Ofiate, dagli intrighi degli Spagnoli e dalle tergiversazioni della Francia, dalla politica asburgica tesa ad affermare il suo potere sui principi dell'Impero. Tuttavia l'intesa di U. con la Lega cattolica fu rafforzata, e si dové pure ad U. se naufragò il tentativo di restituire il Palatinato a Federico V. L'alleanza francosvedese mise a più dura prova i rapporti tra gli Asburgo e U. Il Papa eccitò, invano, il Re di Francia a farsi mediatore tra quelli e la Svezia; soccorse finanziariamente la Lega e l'Imperatore allorché, dopo la vittoria di Breitenfeld, Gustavo Adolfo poteva costituire una minaccia per l'Italia, ma resisté costantemente all'alleanza con gli Asburgo che lo avrebbe portato alla guerra contro un principe cattolico; esplicò anzi un'intensa attività diplomatica a Madrid, Vienna e Parigi per giungere ad una intesa fra Asburgo e Francia e promuovere una lega difensiva tra gli Stati italiani nel maggio 1632, allorché pareva imminente la discesa di Gustavo Adolfo in Italia. Sebbene la morte improvvisa di lui rendesse non necessaria tale alleanza, la situazione di U. fra Spagnoli e Asburgo non migliorò : gli Spagnoli pretendevano che U. scomunicasse Luigi XIII di Francia e richiamasse il card. Richelieu. Questi minacciava lo scisma quando U. mostrava il suo scontento per la lega franco-svedese ed esigeva che U. si allessse con la Francia, proposta che U. lasciò cadere, come dannosa. Gli Spagnoli, insoddisfatti del solo aiuto finanziario di U., minacciavano di adunare un concilio contro di lui; nell'autunno 1633, Madrid gli proponeva di entrare in una lega anti-francese, la Francia

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(fot. Campassi)
Urbino, arcidiocesi di - Portale della chiesa di S. Domenico, opera di Tommaso di Bartolomeo (1449-51). Nella lunetta la Madonna tra i ss. Pietro Martire, Domenico. Tommaso e il b. Alberto. Terracotta invetriata di L. Della Robbia (1449).
invece chiedeva a U. una intesa per il mantenimento dello statu quo in Italia. U. che aveva suggerito vanamente trattative separate per cattolici a Roma e per protestanti in una città da designare (1641), scoppiata la guerra in Italia lavorò più che mai per la pace. Già il 17 sett. 1635 egli nominava un legato per il congresso della pace. Ma il suo appello rimase inascoltato, fra le minacce dell'Imperatore di far la pace con i protestanti e di allearsi con i Turchi, se non fosse stato aiutato da U. Come pure inascoltati rimasero i brevi del 7 genn. 1644, alla Regina di Francia e al Mazzarino, con cui aveva tentato di dissolvere la nuova alleanza della Francia con la Svezia e con i protestanti ungheresi in aspra lotta contro l'Impero. L'Europa era insanguinata; vaste plaghe erano fatte deserte dalla guerra, dalla fame, dalla peste. Solo nell'apr. 1644 i plenipotenziari si unirono a Münster per il congresso della pace. Ma poco dopo U. moriva.

Alla difesa della fede cattolica molto lavorò, servendosi della Congregazione dell'Inquisizione. Tra i condannati vi furono alcuni che avevano tramato contro U., altri per sortilegi e necromanzie. Tra gli inquisiti fu Tommaso Campanella (v.) e fra i condannati il Galilei (v.), pure stimato da U. come scienziato.
'U. istituì (1623) una speciale Congregazione cardinalizia perché fossero rispettate le giurisdizioni e le immunità ecclesiastiche, regolate da Gregorio XV. Essa ebbe molto da lavorare specie in Savoia dove il nuovo nunzio dové richiamare l'attenzione sugli eretici di Pinerolo e riguadagnare il perduto; a Lucca, ribelle nel rispetto della giurisdizione ecclesiastica, Roma fulminò l'interdetto (2 apr. 1640) dal quale la città fu liberata solo tre anni dopo; con Venezia, ad altri motivi di contrasto si aggiunse la pretesa di precedenza fra l'ambasciatore veneto a Roma Giovanni Pesaro e il prefetto di Roma. Con la Spagna, pur non giungendo mai alla rottura, sconsigliabile per calcoli politici e religiosi, ci furono frequenti diffidenze,
dovute alle pretesc cesaro-papiste del Re cattolico e al risentimento della Corte spagnola per il diniego del cappello cardinalizio all'ab. Francesco Peretti, sostenuto dalla corte, all'insolenza del nunzio spagnolo, che, essendo malato U. (io maggio 1637), già parlava di conclave, mentre i Barberini assoldavano trecento còrsi per evitare sòeprese; e dovute anche al tentativo di paralizzare il tribunale del nunzio e pagare U. con lusinghe e minacce a statizzare la nunziatura ecclesiastica. Solo dopo l'insurrezione della Catalogna (luglio 1640), appoggiata dalla Francia e da U., e il distacco dalla Spagna del Portogallo, il cui nuovo sovrano, duca di Breganze (Giovanni IV), si dichiarò devoto alla S. Sede, la Spagna venne ad un accordo (27 apr. 1641), che salvava l'indipendenza della nunziatura e ne scongiurava la statizzazione. In Sicilia, il tribunale della « monarchia sicula" (v.) minacciava di annientare ogni giurisdizione legale e, con le "lettere di salvaguardia ", ogni indipendenza dei vescovi. Filippo IV rimosse dal suo posto di luogotenente l'arcivescovo di Palermo, il card. Giovanni Doria, che fronteggiava il tribunale della monarchia e si appellava al Concilio di Trento.
A. U. si deve il Collegio Urbano de Propaganda fide, con annesso alunnato per 12 giovani orientali, la stamperia poliglotta e la nuova sede. A lui l'istituzione di non pochi collegi, l'invio di missionari francescani, domenicani, gesuiti, agostiniani in India, Siam, Molucche, Filippine, Giappone e del gesuita Antonio D'Andrade nel Tibet. Ne trascurò di rafforzare militarnente la Stato, per cui compì lavori a Castel S. Angelo, completò le fortificazioni di Loreto, Ancona, Sinigallia, Pesaro, Rimini, Castello di Orvieto, Civitavecchia, il cui porto restaurò ed ingrandì dotandolo di un arsenale. Accrebbe la fabbrica d'armi di Tivoli, migliorò l'armamento contro i barbareschi. Altri provvedimenti furono volti a migliorare l'agricoltura, specie della campagna romana, e a regolare l'annona. Poeta e letterato di fine sensibilità, poeto, con intendimenti religiosi (riforma degli inni del Breviario [v.]) e civili, in italiano, in latino e in greco. Altamente benemerito per la Biblioteca Vaticana che arricchì di libri e di manoscritti rari. Nella sua casa raccolse quanto di più raro e di più bello si potesse trovare in statue, dipinti, affreschi, cammei, resti archeologici, manoscritti e incunaboli. Gli si deve pure il merito d'aver fissato la procedura canonica per le beatificazioni e canonizzazioni (v. canonizzazione).

Il Pontificato di U. coincise con il periodo più florido del barocco romano e dell'opera di Lorenzo Bernini, che U. ebbe familiare. Sono celebri : il baldacchino di S. Pietro, la chiesa di S. Andrea della Valle, il monumento funebre di U. dove, a fianco del Papa, giganteggiano le statue della Giustizia e della Carità; la fontana di Trevi e quella di Pia