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ce, con i suoi assistenti, alle opere manuali: immolazione di 11 capri ad altrettante divinità, cottura delle focacce, spremitura del soma. Delle tre spremute : mattutina, meridiana e serale, quella di mezzo spetta unicamente a Indra, gran bevitore. Sotto l'occhio del Brahmān, che tutto vede dall'alto suo seggio, si susseguono le offerte sacrificali, che dopo avere allietato la mensa degli dèi, rallegreranno quella dei sacerdoti. Finito infatti il sacrificio, carni, focacce e soma vengono ripartiti fra gli officianti insieme con l'onorario, consistente in oro, vesti e bestiame. Offerte di cibo e di bevande si facevano anche alle anime semimateriali dei morti, alle quali si attribuivano gli stessi bisogni dei vivi. Giornalmente il padre di famiglia offriva ai Mini piccole quantita di pasta e riso, e si credeva che durante il solenne sacrificio annuale in onore dei padri defunti, questi banchettassero, seduti sul barhis, insieme con Agni, inebriandosi di soma. Il Rgveda è povero di notizie escatologiche: consente tuttavia di affermare che in cielo vanno soltanto i giusti, i quali là ritrovano le buone opere compiute in vita. Per meriti straordinar, vengono promesse speciali ricompense; i donatori di cavalli "si uniscono col sole" (Bgv., X, 107, 2). Scarsissimi e vaghi sono anche i riferimenti a luoghi di pena. L'inno rgyedico VII, 104, 3, invoca Indra e Soma perché questi due dèi precipitino, nell'abisso senz'appiglio, i fattucchieri, i maldicenti, i bugiardi, gli odiatori dei brahmani, cosi che neppure uno possa di là ritornare. Alle ragazze senza fratelli (intersttii) e alle adultere, è destinato un "lungo profondo ", che dev'essere un inferno, mentre non è certo che le vaghe allusioni a "cadute nella fossa" e " discese nelle profonde tenebre" si riferiscono a luoghi di pena ovvero a una fine tragica e alla morte.

Bibl.: H. Oldenberg, Die Religion des V., $2^{2}$ ed., Stoccarda e Berlino 1917; V. Papesso, Inni del Riyoda, 2 voll., Bologna 1920-21. Ferdinando Belloni Filippi

VEDĀNTA. - Uno dei sei sistemi filosofici ortodossi e forse il più importante, perché conta tuttora milioni di seguaci fra gli Indiani delle classi colte. Si fonda sulle Upanisad (v.), la parte speculativa del Veda, e suol essere associato con un altro sistema di carattere teologico, la Mīmāṃsā o "Indagine" che si basa invece sulla parte rituale.

Il nesso fra i due sistemi, limitato alla comune appartenenza alla letteratura vedica, è allora indicato dai titoli: Pūrvamimāṃsā o "prima indagine", dato alla dottrina teologica, e Uttara-m. o "ulteriore indagine dato al V. o "fine del Veda ". E stato accennato alle contraddizioni esistenti fra le Upanisad che rappresentano una filosofia in formazione con tutto il rigoglio di una pianta, non ancora potata. Ma tale filosofia non si poteva toccare; era considerata rivelazione. Riusci a Badarāyana, filosofo vissuto tra il 200 e il 450 d . C., di cui nulla si sa eccetto il nome, di mettere ordine nelle contrastanti teorie upanisadiche. Ma i 555 aforismi (sūtra) del suo trattato sistematico, dal titolo Brahma-sūtra, sono, per l'estrema conclusione, cosi enigmatici, che hanno consentito ai commentatori, a distanza di secoli, due diverse interpretazioni del Brahma-sūtra: quella panteistica di Śahkara (ca. 800 d. C.) e quella teistica di Rāmānuja (m. il 22 genn. 1138 d. C.) e d'altri suoi epigoni.

Per dirimere i contrasti più gravi fra la sua interpretazione, il testo di Bādarāyana e le Upaniṣad, Śankara, formidabile dialettico, costrui sulla base dei sūtra, due sistemi filosofici; uno empirico, essoterico, per le menti grosse, l'altro metafisico, esoterico, per i pochi capaci d'intenderlo. Chiamò il primo apard vidyā "sapere inferiore" e il secondo pard vidyā "sapere superiore", che egli contusse a trionfare dell'empirismo, e la cui sostanza è, in breve, questa. Il mondo vario e molteplice, la pluralità delle anime, il loro destino d'oltretomba, sono per Śankara un'li-
lusione (māyā) perché esiste in realtà soltanto il Brāhman (Dio) che non è il demiurgo personificato e suscettibile di adorazione, ma l'Inconoscibile a cui si accede solo per mezzo dell'anubhava, "intuizione". Questa fa l'uomo partecipe dell'essenza divina nello stesso istante in cui egli riconosce: "Io sono il Brāhman". Da quel momento egli è jivunmukta, "liberato in vita". Non ha desideri né passioni perché ha raggiunto l'appagamento supremo, e ama veramente il prossimo suo come se stesso riconoscendo in lui se medesimo. Vive nel mondo e nell'illusione di questo, ma senza esserne ingannato, e morendo non trasmigra ma entra in Brāhman (v.), "come fiume nel mare ". Anche la trasmigrazione delle anime o sam. sāra, per effetto del karman (v.), è del resto una concezione che appartiene all'apard vidyā; dal punto di vista esoterico si tratta soltanto di una verità metafisica, espressa in forma allegorica per renderla accessibile alla conoscenza empirica. Tutto è illusione fuorché l'Ātman, il se stesso, l'Io che si identifica col Brāhman, con cui l'anima umana ha comune gli attributi dell'onnipotenza, dell'eternità e dell'onnipresenza, sebbene queste qualità divine siano latenti "come il fuoco nel legno", fino a che la liberazione (mokṣa) non le renda manifeste. Questo, in nuce, il monismo idealistico, divulgato da Śankara nel suo Brahmansutrabhāya (commento al Brahmasūtra). L'opera, tenuta in gran conto dalla massima parte dei pandit indiani, ha carattere scolastico, e la distinzione tra le due vidyā è piuttosto artificiosa, malgrado l'ammirazione del Deussen per cotesiò espediente.

Bibl.: P. Deussen, Das System des V., Lipsia 1906; id., Alhcmeine Geschichte der Philosophie, 1, 3 (Die nachvedische Philosophie der Inder), ivi 1908, pp. 579-680.

Ferdinando Belloni Filippi
VEDIOVE. - Dio dell'antica religione romana. La festa segnata al 21 maggio nel calendario arcaico con la sola parola Agonism risulta (da annotazioni calendariali posteriori) sacra a V.

La posizione di questa festa, in mezzo tra i Lemuria e i Carnaria, getterebbe già luce sul carattere infero del dio, anche ove questo non apparisse evidente da altri fatti : il nome del dio implica un riferimento negativo a Giove (ve-iovis, come ve-sanus, ve-cors); il dio viene invocato insieme con i di Manes. A Roma egli ha un tempio all'Isola Tiberina (festa: $1^{\circ}$ genn.) e un altro sul Campidoglio "inter duos lucos" (festa: 7 marzo). La sua immagine cultuale lo rappresentava in forma di giovane con arco in mano - somigliante quindi ad Apollo ma con una capra ai piedi. A V. si dedicava il culto gentilizio della gens Iulia, fatto che non sembra privo di legami con il culto augusteo di Apollo.

Bibl.: G. Wissowa, Religion und kultus der Römer, $2^{2}$ ed., Monaco 1912, p. 236 sgg.; C. Koch, Der römische Juppiter, Francoforte 2. M. 1937, p. 67 sgg.; F. Althron, A history of roman religion, Londra 1938, p. 262 sgg.; K. Kerenyi, La religione antica, Bologna 1940.

Angelo Brelich
VEDOVANZA. - E la condizione della donna che ha perduto il marito.

Presso gli Ebrei, la v. era uno stato di desolazione e comportava divieti particolari (cf. Gen. 38, 14, 19; Iudt. 10, 2; 16, 9; II Reg. 20, 3; Lev. 21, 14). Cosi la vedova è un essere che si raccomanda per se stessa alla pietà (cf. Ex. 22, 22; Deut. 24, 17; 19, 21; 14, 29; 26, 12-13; 16, 11, 14; 10, 18; 27, 19; 22, 24); molto spesso, non avendo parenti prossimi per difenderla, è in balia dei violenti (cf. Iob 22, 9; 34, 3. 21; Ps. 95, 6; Sap. 2, 10; Is. 1, 23; 10, 2; Ivr. 7,6; $E z .22,7: 25 ;$ Allal. 3, 5, ecc.); è consolata ed aiutata solamente dall'uomo caritatevole (cf. Iob 29, 13; 31, 16; Ier. 22, 3; Zach. 7, 10; Is. 1, 17; ecc.). La donna era sempre proprietà di un uomo: fanciulla, apparteneva al padre; sposa, al marito; vedova, agli eredi di suo marito (cf. II Reg. 3, 7; 16, 22; III Reg. 2, 13-18). I beni personali della vedova si limitavano a ciò che aveva portato con sé, maritandosi, ed a ciò che il marito le aveva donato. Se si rimaritava, non portava con sé i beni del marito defunto (cf. I Reg. 23, 42); se non si rimaritava, poteva ritornare presso suo padre (cf. Lev. 22, 13) o restare con uno dei

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(da Catalogus EI, Religion della Libreria Beuriet, Torino 1859) VEDOVANZA - La chasteté dane le vevuage. Lettera di s. Girolamo e a Madame Furie, fille d'un sénateur de Rome... traralato. en françois par Charles Bonin, prêtre (mis. del sec. xv). La ministura raffigura s. Girolamo che oueoagna la lettera ( $K p$. 24: Pl. 22, 520-60) e la vedova Furia che la riceve.
suoi figli (cf. II Reg. 14, 6-7). La vedova non poteva far voti senza il consenso altrui (cf. Num. 30, 10). La S. Scrittura parla però di tante vedove che seppero validamente operare a beneficio del proprio popolo (v. GIUDITTA) o che diedero esempio di vita austera e perfetta (v. ANNA).

Fin dalle antiche civiltà fu vietato alla vedova di passare ad altre nozze, prima di un dato termine dalla morte del marito. Il diritto romano, con una costituzione dell'anno 38 I (cf. 1. 2, C. de sec. nupt., 5, 9), elevava ad un anno il termine di dieci mesi, stabilito da una legge, che la tradizione fa risalire a Numa. Duplice era il motivo del divieto: quello della convenienza e della decenza, e quello del pericolo della turbatio sanguinis e della incertezza della paternità della prole (cf. 1. 11, § 3, D, de his qui not. inf., 3, 2). Tale sistema continuò ad essere applicato anche nel periodo delle leggi romano-barbariche ed è passato in molti diritti odierni, come in quello italiano.

Secondo l'art. 89 del Cod. Civ. it., di dieci mesi è il termine del divieto, che viene a cessare dal giorno in cui la donna abbia partorito, e non trova applicazione rispetto al matrimonio dichiarato nullo per impotenza. Il predetto articolo e la legg 27 maggio 1929, n. 847, art. 2, prevedono la possibilità della dispensa.

Il diritto della Chiesa ad vitandum incontinentiae periculum, sustulit necessitatem anni luctus" (P. Gasparri, Tractatus canonicus de matrimonio, II, Roma 1932, p. 168 e sgg.). Se non che, in regime concordatario, per l'Italia, l'art. 26 della Istruzione della S. Congreg. de' Sacramenti dell'8 luglio 1929, pur sancendo che «l'autorizzazione per il matrimonio della vedova prima del decorso di dieci mesi dalla v. è iacizta al pru fonte giudizio dell'Ordinario», precisa tuttavia che «l'Ordinario non dovrà accordare il permesso alla vedova prima del decorso di dieci mesi, se non avrà sufficiente certezza che rimangano esclusi quegli inconvenienti, ai quali intende ovviare il legislatore». Perciò, secondo l'insegnamento della Chiesa, sebbene una casta v. sia preferibile (I Cor.
7. 8 sgg., 39 sgg.), non sono proibite alla vedova le seconde ed ulteriori nozze (v. MAtRIMONIO, IV. Diritto e teologia morale, Seconde nozze). Non si deve impartire la benedizione solenne alla vedova che si rimariti e che l'abbia già ricevuta nelle prime nozze (can. 1143). La vedova è ovviamente tenuta all'osservanza della castità imparfetta, detta appunto vedovile. La povertà della vedova, gravata di prole numerosa e bisognosa, costituisce motivo di dispensa matrimoniale. La vedova può acquistare, oltre al quasi-domicilio, anche domicilio proprio (can. 93; cf., per la cittadinanza, artt. 10-11 della legge 13 giugno 1912, n. 555). "La moglie, durante lo stato vedovile, conserva il cognome del marito" (art. 149 Cod. civ. ital.). Ove si è introdotta la consuctudine legittima, la vedova, nei primi giorni dopo la morte del marito, è scusata dal precetto della Messa festiva.

Secondo il diritto romano, gli interessi e i frutti della dote, in caso di morte del marito, non decorrevano a profitto della moglie, se non dopo spirito un anno dalla morte del marito (cf. Papiniano, in D., in soluto matrim., 24, 3). Il Codice di Napoleone all'art. 1570, quello Alberttino all'art. 1561 e l'attuale Cod. civ. ital. all'art. 1415 adottano un diverso sistema. Per essi, in tutti i casi, sono dovuti alla vedova ipso ture gli interessi della dote, ma le è accordata la facoltà di preferire a tali interessi una pensione alimentare durante l'anno di lutto. Se la vedova non aveva portato nessuna dote all'atto di matrimonio, non ha diritto di riserva (cf. artt. 132, 133, 136 Cod. civ. ital.). Per i rapporti patrimoniali tra coniugi, vedi artt. 159-220 del Cod. civ. ital. e la voce coniuci; per le donazioni, art. 781; per le successioni legittime e testamentarie, cf. artt. $581-85,542-54,595$, ecc. e la voce SUCCESIONE EREDITARIA.

L'oppressione delle vedove (come dei pupilli e dei poveri), in quanto costituite in uno stato di inferiorità, è uno dei peccati, che gridano vendetta al cospetto di Dio: "Non recherete alcun danno alla vedova e al pupillo. Se li offenderete, alzeranno a me la voce ed io esaudirò il loro grido" (Ex. 22, 2).

Bibl.: cf. i trattati di dirito canonico e civile de matrimonio, " inoltre: L. Ramponi, Le condiz. del celibato e di v. nei tratam. e nei contrari, Firenze 1893; F. Bubl, La socidè isradice d'apris l'A. T., trad. Cintré, Parigi 1904: H. Lasêtre, Veuwage-veuve, in DB, V, coll. 2411-13; A. Rosambert, La vence en droit can. jusqu'au XIVe siècle, Parig: 1923; C. Verri, Lutto vedovile, in Nuovo Digesto, VII, 1086-88. Angelo Crocito
ARCHEOLOGIA. - Damaso ricorda che sua madre, vissuta ca. cento anni, "sexaginta Deo visit post foedera prima" (Enc. Catt., IV, col. 1136).

Magnifico è l'elogio fatto dal figlio Obas alla madre Turtura rappresentata in abito vedovile nella celebre pittura di Commo-filla, con i due santi protettori Felice e Adautto; quest'ultimo presenta la vedova alla B. Vergine assisa in trono col Bambino. Obas attesta che "post mortem patria servasti casta mariti / sextriginta annia sic vi-
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(fts. Anderson)
Vedovanza - L'obolo della vedova. Musaico del sec. vi nella basilica di S. Apollinare nuovo - Ravenna.

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duata fidem / officium nato patris matrique gerebas... (ibid., IV, col. 65). Nel museo Cristiano Lateranense si ha una "Octavia matrona vidua Dei" (O. Marucchi, Monumenti del Museo Crist. Pio Later., Milano 1910, tav. 54, n. 2); a Milano una Dingenia "quae viduata viro visit amica Deo" (CIL, V, p. 618, n. 10); a Verona (CIL, V, 3419); a Treviri (CIL, XII, 3916); a Tabarka "viduitatis et verecundiae preconium castratis et pietatis exemplum" (Bull. archéol. du Comité, 1911, p. 172). Fra le iscrizioni sepolcrali greche si ricordano quelle di una ФAABIA XHPA vissuta 85 anni, sepolta in Priscilla (G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 1886, p. 902, n. 130); di una BIKTDPIA XHPA in Callisto (G. Wilpert, La cripta dei Papi e la Cappella di S. Cecilia, Roma 1910, p. 70).

In alcune rare iscrizioni pagane, ma più nelle giudaiche e nelle cristiane, si trova talvolta il termine univira o il corrispondente greco póvav $\delta \rho \circ \varsigma$ per elogiare una donna che ha avuto un solo marito e vedova non era passata a seconde nozze. Talvolta si trova nelle cristiane una perifrasi come "uni devota marito" (G. B. De Rossi, Juscr. chr., II, Roma 1888, p. 447, n. 200) o "unius viri consortio coniuncta" (id., op. cit., I, ivi 1861, n. 882). Il termine è adoperato da scrittori cristiani (Tertulliano, Ad usorem, 1, 7: PL 1, 1286; De velaudis virginib., 9: PL 2, 982; De exhort. castitatis, 13: PL 2, 928 sg.; De monogamia, 17: PL 2, 952 sgg.; De ieiuniis, 8: PL 2, 963 ; lo stesso autore adopera "univiratus": De exhort castit., 13: PL 2, 929; Ad usorem, 1, 9: PL 1, 1289; s. Girolamo, Adversus Jovinianum, I, 11 : PL 23, 225); Minucio Felice contrappose univira a "multivira" (Octavius, 24 : PL 3, 315); s. Agostino a "bivira", "septivira" (De bono viduitatis, 12: PL 40, 439 sg.).

Nota è l'iscrizione di Regina "matri viduae quae sedit annos LX et aeclesa [ecclesiam] nunqua(m) gravavit unibyraque visit annos LXXX mesor. V dies XXII" ora nel museo Lateranense; esempi si hanno pure in Callisto sia nel greco póvav $\delta \rho \circ \varsigma$ (G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, p. 145) sia in latino (G. Wilpert, La cripta dei papi e la cappella di S. Cecilia nel cimitero di Callisto, Roma 1910, p. 79); e anche fuori Roma (O. Marucchi, Scoperta di un antico cimitero cristiano al miglio 36 della vita Preaestina, in Nuovo Bull. di arch. crist., 1914, p. 133 n. 10). L'espressione "ecclesiam nunquam gravavit" dell'iscrizione di Regina, ricorre pura in quella di "Dafnen vidua" la quale "cum vis(it) ecclesiam nihil gravavit" (Marucchi, Mon. del Museo Lat., tav. 54, 2). L'espressione "vidua sedit" si ritrova in iscrizioni di Ferentino (CIL, X, 5902) e di Cagliari (CIL, X, 7787). La rappresentazione della parabola dell'obolo della vedova (Néc. 12, 41-44; Lc. 21, 1-4) è nel ciclo musivo di S. Martino "in caelo aureo" in Ravenna, oggi S. Apollinare nuovo; la scena fu pure rappresentata nella basilica di S. Martino a Tours, finita dal vescovo Perpetuo nel 470; detta rappresentazione era illustrata con versi di s. Paolino di Périgueux (PL 61, 1071) "non quae multa dedit, sed quae sibi nulla reliquit/ laudari recruit iudicis ore Dei ". Si ritrova ancora in una delle miniature del codice parigino (greco 510 ) delle Omelie
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(da E. Federici, La b. Giocorbica de F., Roma 1626, VEDRUNA, Joaquina de, beata - Ritratto.
di s. Gregorio di Nazianzo (ed. H. Omont, Miniatures des plus anciens mss. grecs de la Bibl. nat. du VIe au XIVe siècle, Parigi 1929, tav. 46) e nel ciclo di S. Angelo "in Formis".

BibL.: Wilpert, Mosaiken, pp. 831-32; G. B. Frey, La signification des termes Movavb̧o̊́ et Univira, in Rech. de sc. relig., 20 (1930), pp. 48-60; J. Mayer, Monumenta, de viduit, diaconissis virginibusque tractantia, in Florileg. patristicum, 42, Bonn 1938. Enrico Josi
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(fot. Enc. Catt.)
VEGA, ADREAS de - Frontespizio della Tridentini decreti de iustificatione expositio, Venezia, ad signum Spei, 1248 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
VEDRUNA, Joaquina de, beata. - Fondatrice delle Carmelitane della Carità, n. a Barcellona il 16 apr. 1783, m. a Vich il 28 ag. 1854.

Sposata a 16 anni a Teodoro de Mas, da cui ebbe 9 figli, fu ammirabile esempio di sposa e di madre cristiana. Rimasta vedova a 33 anni (1816) e ritiratasi nel feudo della famiglia a Vich per sorvegliare l'amministrazione dell'ampio patrimonio, ritornò al suo antico ideale di vita religiosa, e frattanto, pure attendendo alla premurosa educazione dei figli, si diede ad una vita di solitudine e di austerità straordinarie. Quando, poi, nel 1826, si sentì pienamente libera, per l'essolo dei figli avviati o a nozze o al chiostro, raccolse intorno a sé 9 compagne e fondò con esse, sotto la guida del cappuccino Stefano di Olot, l'Istituto delle Carmelitane della Carità, con lo scopo di provvedere alla educazione delle fanciulle, specialmente di quelle povere, e all'assistenza dei malati. La guerra dei 7 anni, le persecuzioni, le solitudini dell'esilio e lo squallore della prigione noxquero assai alla sua opera, che però si riprese nel 1849, aumentò rapidamente nel numero delle case e delle vocazioni, e accrebbe soprattutto il bene spirituale operato tra le schiere delle fanciulle, educate ad uno spirito integralmente vivo e cristiano, e dei malati, accuditi con ogni premura. La V. fu beatificata il 19 maggio 1940. Festa il 22 maggio.

BibL.: E. Federici, La b. G. de F., ved. de Mus. fondatr. delle Carmelit. della caritd. Roma 1940. Celestino Testore
VEGA, ANDRES de. - Teologo francescano, n. a Segovia nel 1498, m. a Salamanca nel sett. 1549. Studiò e insegnò a Salamanca; a 40 anni divenne religioso francescano dell'Osservanza.

Quale teologo del card. Pacheco, da Carlo V fu inviato al Concilio di Trento, ove presenzio alle prime sette sessioni; il 23 febbr. 1547 tenne il discorso delle Ceneri. Per la conoscenza del greco e dell'ebraico ebbe parte principale sulle questioni bibliche; nei decreti sui libri canonici fu adottata la sua opinione. Ebbe parte rilevante

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(fot. Enc. Catt.)
Vega Carpio, Lope Felix de - Ritratto. Incisione di Moreno Tejada, premessa alle Obras sueltas, Madrid 1776 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
nel preparare il decreto sulla giustificazione; risulta infatti che quasi la metà dei canoni su questo decreto (sessione VI del Concilio) sono presi quasi letteralmente dallo schema del V.; negli altri poi è avvertibile il suo influsso. A Trento disputò pure ( 25 gen. 1547) sui Sacramenti in genere e in particolare sul Battesimo, la Conformazione e ( 16 febbr.) l'Eucaristia. Dal 1547 al 1549 fu a Venezia per curare l'edizione delle sue opere; nel 1549 ritornò a Salamanca.

Fra le opere principali si ricordano l'Opusculum de iustificatione, Gratia et meritis (Venezia 1546) e il capolavoro Tridentini decreti de iustificatione expositio et defensio libris XV distincta totam doctrinam de iustificationibus complectentibus (ivi 1548). Gli ultimi due libri sono contro Calvino, che aveva scritto ( 13 ott. 1547): Antidotum in acta Synodi Tridentinae. Stimando questo duplice trattato sulla giustificazione come il migliore del genere, s. Pier Canisio nel 1572 ne curò una nuova edizione a Colonia, modificando però un po' il titolo. Anche attualmente quest'opera è ritenuta (M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, Milano 1937, p. 209) la fonte migliore per comprendere la dottrina tridentina sulla giustificazione. Altre opere sono inedite.

BibL.: Wadding, Scriptores, p. 17; N. Antonio, Bibliotheca hispana, I, Madrid 1783, p. 88; B. Oroni, Les Franciscanes espaliales en el Concilio de Trento, ivi 1927, pp. 87-121 (con bibl.); G. M. Pou y Marti, I Frati Minori nel primo periodo del Concilio 1547-47, in Il Concilio di Trento, 2 (1943), p. 206 (con bibl.); R. Varesco, I Frati Minori al Concilio di Trento, in Arch. Franc. hist., 41 (1948), pp. 99-104 (con bibl.); vari autori, A. de V. en el IV centenario de su muerte, in Liceo Franciscano (Santiago de Compostela), 2 (1949), pp. 75-172. Gaudenzio Melani

VEGA CARPIO, Lope Felix de. - Poeta, n. a Madrid il 25 nov. 1562 , ivi m. il 27 ag. 1635.

Di condizione familiare mediocre, alunno del Collegio imperiale dei Gesuiti, precocissimo; si sfrena dietro tutte le attrazioni dell'immaginazione e del senso. A quindici anni, e sino a diciannove, per meccanaiseno del vescovo di Cartagena, frequenta l'Università di Alcalá de Henares; quindi, tornato a Madrid, è segretario del marchese de Las Navas, si dissipa nella vita dei teatranti, si lega ad Elena Osorio, il cui abbandono tenta di vendicare con scritti diffamatori, che gli valgono la condanna all'esilio da Madrid e dal Regno di Castiglia, per dieci anni. Rapsice e sposa nel 1588 la nobile Isabel de Urbina, nello stesso anno s'arruola nell' Invencible Armada e e al ritorno, dopo la sconfitta, si stabilisce a Valenza. Segretario del duca d'Alba, vive in pace alcuni anni arcadici; ma, mortagii Isabella, riprende il focoso vagabondaggio sensuale, non interrotto né da una condanna per concubinaggio né dalle seconde nozze con la ricca popolana Juana Guardo. Senza seguire più oltre la cronaca dei suoi amori, basti accennare al patetico declino di colei che chiama Amarillide, Marta de Nevares Santoyo, cerca e demante. Aveva ricevuto, nel 1614 , gli Ordini sacri. Fervori religiosi e tumultuosi abbandoni di una natura indomabile, squisite delicatezze sentimentali e sfacciate confessioni, un continuo disordine di vita, percorsa tutta nel guooco degli impulsi opposti, ora verso vili abiezioni del senso, ora verso le più pure immagini dell'amor divino. Ma il dramma che si intravede dietro il lucere del suo fantasticare, egli non par soffrirlo nella sua intensità di fatto morale : prima dello strazio d'esser separato dal Bene, par godere del sentirsi diverso; e se non rinnega mai il soccorso dell'intelletto nel riconoscersi in peccato, s'affaccia alla parola col candore di una prima condizione ingenua, fanciullesea pur nel tumulto degli anni stanchi. "Mostro di natura" fu detto; valga il barocco eulegio a intender l'altro ed altrettanto famoso dei suoi titoli : a fenice degli ingegni .

Ordinare le notizie importanti dell'opera del più fecondo poeta d'agni tempo e gente, si può osservandolo vivere e poetare con la stessa alata disinvoltura; e cominciare a ristabilir le proporzioni della sua vita morale, da quell'opera, La Dorotea, che riflettendo l'avventura di Elena Osorio, meditata nella giovinezza, fu rifatta poco prima di morire. Derivata dalla famosa Celestina di Fernando de Rojas (scritta un secolo prima anche a formare un argine di dolente orrore e condanna contro il dilagare dell'edonismo), la Dorotea rievoca l'invincibile forza del cieco impulso: senza adattare l'aperta vicenda nella forma chiusa del consueto organismo scenico, questa acción en prosa comprende, sia pure alterando i dati, ma su fondamenti reali, una confessione di miseria e di male. Senza di lei il ritratto del poeta rimarrebbe privo di una dimensione morale; e, a dir meglio, fra le testimonianze, tante ed appassionate, della vita carnale, e le testimonianze, tante ed appassionate, della vita religiosa, non si ritroverebbe un termine intermedio, quello della penitenza: che l'abbia accompagnato per tutta la vita, mentre la sua vulcanica fantasia esplodeva in miriadi di lapilli, indica che questa riflessione è un momento costante, seppur nascosto dietro le illusioni dell'evidenza scenica e del senso estetico. Occorre far dunque capo a questa confessione, come a centro dell'opera: al di là, verso la sfera delle immagini della poesia, stanno le liriche, che meglio definiscono l'animazione poetica di tutta l'opera, proiezione estetica di quel sensuoso abbandonarsi ch'era il suo vivere; al di qua, verso il mondo della realtà naturale ed umana cui va incontro con invitta volontà di tutto comprendere ed egualmente amare, sta la sua opera d'autore drammatico. Ma nemmeno questo centro e questo riferimento sarebbe valido se, sdoppiandosi nell'atto stesso di raccogliersi, il poeta non gli comprendesse e componesse accanto trasfigurazioni delicate e vaghe: tale l' Arcadia, in prosa anch'essa, variegata di liriche stupende.

Già riflettendosi nell'atto autocritico del disporre le raccolte dei versi, L. de V. stabilisce una elimex ed una anticlimax. Rimas (1604), Rimas sacras (1614), Rimas humanas y divinas del Licenciado Tomé de Burguillas (1634). Egli accetta i modi italianizzanti già introdotti da Gar-

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cilaso; ma dove l'accademismo italiano si era volentieri arreso ad una esercitazione formalistica, egli meglio di ogni poeta al mondo intende che valore immenso di illuminazione della realtà perennemente imprevedibile e divinamente feconda abbia la forma ingegnosa, che riconduce alla costanza di una legge di natura l'avventura dell'immaginazione. Può dunque essere insieme poeta dotto e poeta popolare, centonare su versi dell'Ariosto, del Tasso, del Camōes, e del Petrarca e di Orazio, e adunare intorno al tema d'amore una vasta riflessione di modi epici e morali. Tutte di argomento religioso la Rimas sacras; ma dove altri si attenderebbe la monotonia di un costante atteggiamento parenetico e gnomico, qui trionfa quel che s'è inteso di chiamare realismo mistico, accanto al realismo naturalistico dell'altra sua opera, con una immensa varietà di atteggiamenti, dal più contrito avvilirsi al più trionfale abbandono, dall'approfondimento psicologico all'estasi più vittoriosamente concreta. Poche raccolte ha la letteratura mondiale in cui l'esperienza del cristianesimo sia cosi direttamente, cosi insistentemente chiamata in causa, e con risultati di cosi luminosa intelligenza dell'umano, come questa di un poeta che sembra aprirsi senza divario alla grazia carismatica come altra volta al richiamo del senso. E infine le Rimas homonas $y$ divinas, che pur contengono l'elegante poemetto burlesco della Gatomaquin, la guerra dei gatti, sono un elegantissimo e ironicamente blando controcanto degli abbandoni delle prime rime, almeno dove non parla da senno, consapevole della responsabilità di quanto ha da dire. Amore umano, amor divino e parodia del reale, quasi a cercare in una zona retrattile e umbratile e sorriso la contraddizione e il rimedio (uno dei rimedi: L. de V. non è scarso nelle sue attese!) del suo prodigarsi; e una immensa luminosità di confessione, intanto e sempre : la baldanza del suo ritorno consegnarsi indifeso e confidente alla parola.

La sua parola lirica andò fra la gente ricca di ventura; ed era gente fastosa e prodiga, che aveva conquistato il mondo e precipitava nel rapidissimo declino. Ma a studiar l'incontro giova ben altrimenti il teatro : perché certo la parola di L. de V. rimane nel linguaggio spagnuolo come e più che quella del Cervantes, ma il suo teatro penetrù nel costume, lo atteggid indimenticabilmente; e quando la cultura europea riscoperse la Spagna, giunse a lui attraverso quel costume impregnato di lui. Gli fu attribuito il numero formidabile di duemila composizioni drammatiche; e sia pur riducibile (si conoscono di lui 275 titoli, e restano testi scenici in numero di 470 ). anche il numero aiuta a misurare l'estensione del dominio che esercitò sul teatro spagnuolo: che egli trovò aperto ma incerto, e che condusse alla più vasta espressione dell'arte di eredità rinascimentale, facendo dell'accolta teatrica l'intermediaria di un messaggio che il poeta lancia in tutte le direzioni e dimensioni dell'universo: con un'estensione che non conosce nemmeno la drammaturgia di Shakespeare, certo più profonda della sua, ma man vasta. Compose la sua Ars poetica in 376 esdevasillabi nel Arte nuevo de hacer comedias (1609), e subito oltrepassando il creduto precettismo aristotelico e la tradizione dell'accademismo italiano, che pur rispetta, e attendendo la fama letteraria da opere di gusto più elaborato, fa centro delle sue riflessioni il fatto che le sue commedie sono per il pubblico pagante, dal cui piacere tutto dipende : sicuro, del resto, di poter sempre vincere la battaglia contro ogni resistenza; e conclude con uno schema di tipologia teatrale e un trattatello delle forme metriche da usare sulla scena. Il tecnicismo formale e il tecnicismo pratico di queste proposte non illudano: il vero è che il poeta va si incontro al suo pubblico ma ne anticipa il destino. Drammi di "cappa e spalla", commedie d'avventura e d'amore : la drammaturgia spagnuola s'era fin qui elaborata fra i termini opposti della rappresentazione illustre (composizione dotta che fosse o dramma religioso) e dell'intermezzo : adesso fa centro in una medietà, ma non dimessa. Diversamente dal dramma borghese che uscirà dalle presuntuose cautele e dai circosperti conformismi dell'enciclopedismo, subito s'accende. I capricci di Belisa, Il cane dell'ortolano, Il contadino nel suo cantuccio, La ragazza sciocca... E tutte le
estremità dell'amore e del caso, tutte le passioni terrestri, tutte le trasfigurazioni sono possibili, dopo quell'attenzione raccolta in termini apparentemente poveri : la patetica umiltà consolata dei Fiori di don Giovanni (la storia del giovane povero, che vince fuggendo nell'ombra dei suoi umili sogni), l'efferatezza che trascina la vicenda in una cerchia d'orrore (Il castigo senza vendetta), il giuoco delle illusioni e dei fuochi e dell'ombre (La notte di S. Giovanni). L'amore, la morte e la salvezza sono i nodi di questo perpetuo favolare, dove in un equilibrio che non fu mai raggiunto cosi ardito fra la distensione dell'avventura e la concentrazione drammaturgica s'ec cresce il mondo dell'umana conoscenza. E il popolo risponde, s'anima, si ritrova concorde : anche fa giustizia del male; e il Monarca, che nella concezione vegliana riassume ogni moto discorde ed esercitando la giustizia trasferisce la vita sociale nella trascendente unità della vita morale ( $I l$ miglior giudice è il Re) suggella con la sua autorità sacrale l'acquisto della concordia. In questo senso, punto d'arrivo dell'opera di L. de V. è il dramma degli oppressi vendicatori : quel popolo di comune rustico che, esercitata la giustizia punitiva contro il corruttore violento, risponde al giudice che vuol sapere chi abbia commesso il fatto col nome della piccola patria: Fuenteovejuna. E il Re assolve e consacra.

Bibl.: edd.: Obras a cura dell'Acad. española, 15 voll., Modrid 1890-1914; Obras dramáticas escogidas, a cura di E. Julian Martinez, Madrid 1933; A. Croce, La Doreina di L. d. V., studio crit. e vers. parziale, Bari 1940; Tragédie, scelta e vers. di A. R. Gerrarm, Milano 1945. Studi: H. A. Rennert, The life of L. d. V., Glasgow 1904; M. Menendez Pelayo, Estud. sobre el teatro de L. d. V., Madrid 1919-23: vi sono raccolte le prefiz. alla cit. ediz. accad. dell'Obraz. K. Vossler, L. d. V. und sein Zeitalter, Monaco 1932. Mario Apollonio

VEGETARISMO : v. aSTINENZA, IV. Medicina pastorale.

VEGHE, JoAnNes. - Rappresentante della «devotio moderna", n. a Münster (Germania) nel 1431 o 1432, m. a Niesink nel 1504.

Entrò nel 1451 tra i Fratelli della Vita comune a Münster. Nel 1469 istituì la casa di Rostock. Nel 1475 fu eletto sesto rettore nella casa madre a Deventer, ove nel 1478 costrui la chiesa nuova. Durante la sua direzione furono trascritti bellissimi libri. Dal 1481 fu rettore delle suore del monastero a Niesink. Di V. sono conosciuti 24 sermoni e 4 trattati devoti, dei quali H. Rademacher ha pubblicato: Lectulus noster floridus (Hiltrup 1958). Bral.: P. Josua, T. F. Ein deutscher Prediger des XV. Jahrh., Halle 1883; H. Rademacher, Mystik und Humanismus der Devotio Moderna in den Predigten und Trahtaten des T. V., Hiltrup 1932. Pietro Grootena

VEGIO, Maffeo. - Umanista, n. a Lodi nel 1407, m. a Roma prima del 29 giugno 1458; fu sepolto nella cappella di S. Monica nella chiesa di S. Agostino.

A Pavia, dove s'era recato per studiar giurisprudenza, conobbe il Valle e il Panormita e si rivolse allo studio dei classici. Tra i poeti predilesse Virgilio e scrisse persino un Supplementum all'Eneide (1427) che finiva con l'assunzione dell'eroe troiano all'Olimpo. Compose inoltre epigrammi, elegie, poemetti mitologici ed epici (Astyanax, 1430; Velleris aurei libri IV, 1430, ecc.) ed un importante dizionarioto di parole giuridiche ad illustrazione del Digesto (De verborum significatione, 1433). Non riuscendo a trovar sistemazione in Lombardia, entrò al servizio della Curia pontificia e ne segui le peregrinazioni con l'ufficio di datario e abbreviatore. A Bologna, nel 1437, compi il poema Antoniados libri IV, già iniziato a Pavia e ispirato da episodi della vita di s. Antonio abate; esempio tipico di quella ricreazione in senso cristiano dell'epica antica, che costituisce uno dei motivi più fervidi della letteratura umanistica, e in pari tempo preannunzio della conversione che doveva in lui attuarsi soprattutto per influenza delle Confessioni di s. Agostino. Nel 1443 fu nominato da Eugenio IV canonico di S. Pietro. Nel 1455 entrò fra gli Agostiniani e al culto del Santo d'Ippona e di s. Monica consacrò gli ultimi suoi anni rasserenati dalla lettura dei Salmi, da lui stesso in gioventù giudicati nenie da vecchio. Documenti del fervore religioso che

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(per cortezia del p. A. Casamossa; Vezzo, Marzzo - Pietra tombale ritrovata nel 1048 nel convento di S. Agostino - Roma.
domina tutta la seconda parte della sua vita sono il De perseverantia religionis, composto nel 1448 per una sorella monaca, e il De rebus memorabilibus Basilicae S. Petri (1455-57), che applica all'archeologia cristiana i metodi seguiti da Poggio e dal Biondo per la Roma antica.

Il V. è un insigne rappresentante di quella corrente umanistica che, fondendo ideale classico e ideale cristiano, trova nell'accordo tra lettere sacre e profane il segreto di ogni più elevata formazione spirituale.

BibL.: opere: in Maxima Bibliotheca veterum patron et antiquorum scriptorens ecclesiasticorum, Lione 1677: cf. pure W. M. Fanning, M. V. Laudensis de educatione liberorum, Washington 1933. Il li-
bro XIII dell'Eneide in: A. Cox Brinton, M. V. and thirteenth book of the Aeneid, California 1930. Altri scritti in Opera, Lodi 1613. Studi: M. Minoia, La vita di M. V., Lodi 1896; G. A. Cossoni, Intorno alla vita di M. V. da Lodi, in Arch. stor. ital., $2^{2}$ serie, 42 (1908), pp. 377-88; L. Raffaele, M. V. Elenco delle opere, scritti med., Bologna 1909 (con ampia biografia). Studi particolari: A. Liverani, Il XIII libro dell'Eneide di M. V., Livorno 1897; C. Picci, M. V. epigrammatista, Varallo Sesia 1911; A. Casamossa, La pietra tombale di M. V., in Riv. di Storia della Chiesa in Italia, 2 (1948), pp. 402-403. Giosechino Paparelli
Il pedagogista. - L'opera pedagogica del V., in 6 ll., una delle migliori e più cristiane prodotta dall'Umanesimo: De liberorum educatione clarisque eorum moribus, scritta tra il 1445 e 1448 , risente tutti i benefici effetti della sua conversione, avvenuta ca. ro anni prima.

Infatti, mentre vi abbraccia tutto il processo educativo dalla prensacita e dalle cure fisiche dell'allevamento fino ai gradi superiori dell'insegnamento, egli mira alla formazione del perfetto e completo cittadino; perciò insiste non solo sull'elemento umanistico, in quanto vuole che esso sia ornato della cultura attinta dai classici, ma anche e più sull'elemento spirituale e cristiano, nel quale riconosce meglio di altri umanisti il principio di una superiore esigenza morale e il conseguente rispetto della persona umana. Perciò le sue fonti sono i classici : Quintiliano e Plutarco, ma anche la lettera di s. Girolamo a Leta, gli ammaestramenti attinti dalla Scrittura, dai Padri, specialmente da s. Agostino.

Nel I l. il V. parla dei doveri dei genitori : cure fisiche della gravidanza e dell'allattamento, che non deve essere mercenario se non in caso di estrema necessità; possesso e pratica dei principi di una sana eugenica verso i figli, affinché crescano saldi, indurati alla fatica e al dolore, sensibili al dovere, stimolati più dall'amore che dal timore, quantunque anche i castighi abbiano, occorrendo, una loro benefica efficacia; buon esempio e riserbo nelle parole e nei discorsi. Nel II l. tratta dei maestri (da preferire le scuole pubbliche alle private per lo stimolo dell'emulazione; studio dei caratteri e delle capacità degli alunni per un migliore adattamento delle
materie; ricorso di tanto in tanto al metodo del mutuo insegnamento) e delle materie di studio (tra i classici pagani Omero, Cicerone, Sallustio, Esopo, con preferenza a Virgilio; esclusi i lirici e gli elegiasi troppo spinti; alcuni libri della S. Scrittura, specialmente i Salmi, i Proverbi, la Sapienza; ma soprattutto auto-istruzione, creatività mediante declamazioni, espousioni critiche orali e scritte sugli autori, esercizio della memoria). Nel III si tratta dell'educazione (studio delle inclinazioni ai vari rami dello scibile, sui pericoli della autosufficienza, sul valore educativo della musica, del disegno, della ginnastica, che è sollievo e sviluppo del corpo, dei giochi e della filosofia, intesa come filosofia morale). Dove è notevole il pensiero del V. circa l'educazione femminile: le fanciulle meglio dotate si devono spingere fino agli studi più alti : e anche per esse, come per i giovani, hanno il loro valore formativo la musica, il disegno, la ginnastica, il giuoco, la filosofia. Negli ultimi 3 ll. si parla della "verecondia" considerata virtù fondamentale, che è tutto insieme pudore e decoro nel tratto, riverenza verso Dio, garbo e delicatezza verso il prossimo.

BibL.: K. A. Kopp, Mapheus Vegius Erziehungslehre, Friburgo in Br. 1889 (con versione dell'opera); G. B. Gerini, Scrittori pedagog. ital. del sec. XV, Torino 1896, pp. 74-117 (soprio riassunto); A. Franzoni, L'opera pedagogica di M. V., Lodi 1907; V. Zabughin, Virgilio nel Rinascere, ital., I, Bologna 1921, pp. 281-87, 304-12; G. Saitta ne dà una delineazione in senso idealista in L'educaz. dell'Umanesimo in Ital., Venezia 1928, pp. 73-89 e in Il pensiero ital. nell' Umanesimo, I, Bologna 1946, pp. 273-80; G. Vidari, L'educaz. in Italia dall' Umanes. al Rinascere., Roma 1930, pp. 44-46. Ciccchino Tonoro
VEGLIA (Krk), diocesi di. - Diocesi della Croazia (Jugoslavia). Comprende le isole del Quarnero: Veglia, Cherso, Lussino, inoltre Arbe, la parte settentrionale dell'isola di Pago ed altre isolette minori. Ha una superficie di rooo kmq. con 31.000 ab., tutti cattolici, distribuiti in 29 parrocchie, servite da 51 sacerdoti diocesani e 16 regolari; vi sono 5 comunità religiose maschili e 6 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 443; questi dati, però, si riferiscono al 1951). E immediatamente soggetta alla S. Sede.

L'odierna diocesi risulta dalla fusione delle antiche diocesi di V., Ossero ed Arbe.

1. V. (dal romanzo Veblis o Vibla, probabilmente da vedlas, vetus [sottinteso * civitas 1]; la denominazione croata Krk deriva dal preromanico e latino Curicum), capoluogo dell'isola omonima. Sino alla fine del sec. xit comprendeva, oltre l'isola, anche un vasto territorio della terraferma, parte dell'odierna diocesi di Segna. Il primo vescovo conosciuto è Vitale (1018), sotto gli Orseoli di Venezia. Dapprima suffraganeo del metropolita di Salona (poi Spalato), il vescovo di V. nel 1154 passò sotto quello di Zora col quale fu, nel 1155, dal papa Anastasio IV sottomesso al patriarca d'Aquifna (dal 1450 a Venezia). Nel me linevo la città di V. era comune con proprio statuto e privilegi. Gli altri 4 comuni - castelli - sono : Castelmuschio (Omišalj), Dobrigno (Dobrinj), Verbenico (Vrbnik) e Besca (Balka). Sull'isola si susseguirono il dominio bizantino, veneziano, croato, ungaro-croato, e nuovamente veneziano (1480-1797). Fino al 1480 vi dominò la famiglia locale dei Frankapani (Frangipani). La Cattedrale è costruzione romanica basilicale con 3 abnidi (sec. xit) e conserva un prezioso paliotto d'argento del sec. xv, donato dai Frankapani, ed altre opere d'arte.
2. Ossero (Auzeron, in croato Osor) è situata sull'atmo tra Cherso e Lussino; è assai dubbio che il vescovo Lorenzo, che sottoscrisse al Concilio Niceno (787), sia il vescovo di Ossero. Nelle lettere di Giovanni VIII è nominato un vescovo Domenico (879).
3. Arbe (croato Rab), sull'isola omonima, ebbe come primo vescovo noto un Pietro nel 986. I metropoliti erano gli stessi che per V. ed O.; sino al sec. xit gran parte dell'odierna diocesi di Segna e l'isola di Pago appartenevano alla diocesi d'Arbe. Un suo vescovo, Vincenzo Negusanti, ordinò a Venezia nel 1537 s. Ignazio di Loyola e i suoi compagni. Come V. ed Ossero anche Arbe era comune autonomo con a capo un priore. L'antica cattedrale di S. Maria, di stile romanico (sec. xit), fu consa-

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crata dallo stesso papa Alessandro III durante il viaggio da Zara a Venezia (1177). Il meraviglioso campanile (uno dei 4, caratteristici della città) è pure del sec. xir.
4. Dopo la caduta di Venezia (1797), il territorio delle summenzionate diocesi passò dapprim sotto l'Austria (1797-1806), poi sotto i Francesi (1806-13), indi nuovamente sotto l'Austria sino al 1918, come parte della provincia d'Istria e non più della Dalmazia. Con la bolla Locum beati Petri, del 30 apr. 1828, le diocesi di Ossero e d'Arbe furono soppresse e riunite a V., che divenne suffraganca del metropolita di Gorizia (1830-1933). Col Trattato di Rapallo (1920) il territorio dell'antica diocesi di Ossero passò sotto l'Italia ed il 10 ag. 1932 fu assoggettato all'arcivescovo di Zara. Col Trattato di Parigi (ro febbr. 1947) esso venne assegnato alla Jugoslavia. Il vescovo di V. ne è ora amministratore apostolico.

Primo vescovo della diocesi unita fu Antonio Šintić (1792-1837). E particolarmente meritevole per l'organizzazione della diocesi il vescovo Antonio Mahnić (18931920) distiricosi già prima come ministero ed anima del rinnovamento cattolico in Slovenia, specialmente tra gli studenti. Come vescovo di V. ed autore di scritti teologicofilosofici iniziò un simile movimento, nello spirito delle direttive dei papi contemporanei Leone XIII e Pio X, anche in Croazia. Ha inoltre grandi meriti per la cosiddetta liturgia glagolitica, in questa diocesi in uso «ab immemorabili»; tra l'altro par suo merito fu fondata a V. l'Accademia Paleoslava (1902) per lo studio della lingua liturgica paleoslava.

Boll.: fonti: Monum. histor.-jur. Slavorum meridion., IV, Zagabria 1890, pp. xL-LxxI e 142-77; Codex diplom., IIXV, in 1904 sgg., passim; L. Jelić, Fontes hist. liturgiae Glagolcio-Romanae a XIII ad XIX soor., Veglia 1906; Statuta Veglae, a cura di A. Lusardi - E. Besta, Milano 1942. Studi: D. Furlati, Illyricum soer., V. Venezia 1773, pp. 182 sgg., 223 sgg., 296 sgg. e 639 sgg. (Accessiunio et correctiones, ed. F. Bulić, Spalato 1910); I. Cročić, Najstarija poviest Krčbaj. osorskoj, rabskoj, senjskoj i hehovskoj biskupiji, Roma 1867; G. B. Cubich, Notiz. natur. e stor. soll'isola di V., 3 voll., Trieste 1874-72; T. G. Jackson, Dalmatia, the Quarnero and Istria, III, Oxford 1887, pp. 81-162; V. Klsić, Krčhi knezoví Franhopuni, I, Zagabria 1901; J. Vaja, Mem. liturg. slav. in dioec. Auxerensi, Veglia 1906; V. Brasić, Otab. Rub. [Zagabria 1926]; S. Mitis, Stor. dell'is. di Cherso-Ossero dell'a, 476 al 1409, Parenzo 1923; id., Cherso ed Ossero sotto la Sermissima, in Alti e mem. della Soc. Istr. d'arch. e stor. pair., 94 (1932); G. Vossili, Le stor. della città di V. nei suoi momenti princ., in Arch. stor. per la Dalmazia, 8-9 (19331934); L. Pozzo Balbi, L'Isola di Cherso, Roma 1934. Ivan Vitezić

VELA, Vincenzo. - Scultore, n. a Ligornetto presso Mendrisio nel Canton Ticino il 3 maggio 1822, m. ivi il 4 ott. 1891.

La prima scultura che dette fama al V. a Milano, dove, ragazzo, aveva lavorato quale scalpellino nel Duomo,
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(da G. Dainelli, Fisena e la Dalmazia, Torino 1836, p. 183; Veglia, diocesi di - Veduta di Veglia.
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(Int. Alinari)
Vela, Vincenzo - Le due regine Maria Teresa e Maria Adelaide - Torino, Santuario della Consolata.
ma dove aveva anche frequentato i corsi di Brera quale scolaro del Cacciatori, fu lo Spartaco (1847; Palazzo Litta). Successo derivante anche dai valori illustrativi del tema di chiara significazione in quegli anni rivoluzionari. Lo sospettò il governo austriaco, tanto che il V., volontario in Svizzera contro il moto separatista nel 1852, dopo quella sua avventura guerriera piuttosto che rientrare a Milano preferì andare a Torino. E li rimase fino al 1867 succedendo al Gaggini quale insegnante di plastica all'Accademia Albertina.

Furono quelli torinesi i quindici anni più proficui per lo scultore che, postosi su di una via per molti aspetti simile a quella del Bartolini, non eluse del tutto le forme accademiche anche quando volle esprimere concezioni naturalistiche. Tanto che l'interesse maggiore delle sue sculture sembra quasi sempre debba ricercarsi nei loro prevalenti interessi illustrativi. Cosi nella Desolazione che è a Lugano ( 1852 ca.), cosi nel caratteristico gruppo delle figlie del marchese Ala Ponzone (già a Cremona), cosi nelle immagini delle regine Maria Teresa e Maria Adelaide (1861) nella chiesa della Consolata a Torino, cosi nella tomba di Antonio Rosmini che è nella chiesa del Crocifisso a Stresa, cosi infine in quello che viene considerato il suo capolavoro: il Napoleone morente nel castello di Versailles (1866).

Dopo il ' 67 il V. si ritirava di nuovo a Ligornetto, ove continuò ad operare intensamente fino alla morte evolvendo il proprio stile in senso sempre più incline al pittoricismo verso cui s'erano più orientati tanti suoi scolari e seguaci in Piemonte e Lombardia. Ma l'altorilievo in bronzo Le vittime del lavoro (1883) della Galleria nazionale d'Arte moderna di Roma, che di quella evoluzione è caratteristico esempio, malgrado il sentimento e la bella larghezza d'impostazione, non si può considerare fra le cose più riuscite del maestro. Ottimi alcuni suoi ritratti fra i quali notevolissimo il Tito Pollestrini del Museo civico di Torino ed il Cavour nel Palazzo della borsa di Genova.

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Velázquez. Diego Rodbiquez de Silva y - Cristo in croce. Madrid. Galleria del Prado.

Bibl.: G. Vigezzi, La scultura ital, dell'Ottoc., Milano 1932: N. Tarchiani, La scultura dell'Ottoc., Firenze, s. d.; F. Sapori, La scultura moderna, Roma 1946.

Emilio Lavamino
VELAZQUEZ, Diego Rodbicuez de Silva y. Pittore, n. a Siviglia il 6 giugno 1599 e m. a Madrid il 7 ag. 1660.

Discepolo del colorista e realista Francisco de Herrera il Vecchio e poi del suocero Francisco Pacheco, V. non tardò a conseguire a Madrid successi ed onori e, dopo il ritratto di Filippo II, ebbe la nomina di pittore di corte, che mantenne per ca. 40 anni. In un primo viaggio in Italia (1629-31), visitò Genova, Milano, Venezia, Loreto, con lunghe soste a Roma e a Napoli; a Ferrara lasciò al cardinale legato Giulio Sacchetti un suo autoritratto (Galleria Capitolina), a Cento ebbe utili contatti stilistici col Guercino e a Napoli esegui una bella replica del suo quadro famoso I bevitori (Museo naz.). Durante un successivo viaggio in Italia (1649-51) V. dipinse il celeberrimo ritratto di Innocenzo X (Galleria Doria a Roma) e due singolarissime vedute di Villa Medici, che precorrono i modi impressionistici. Prerogativa dominante, nell'eccezionale temperamento pittorico di questo maestro, è la ininterrotta e fluente vena realistica, a cui recarono senza dubbio apporti lo studio e l'assimilazione dei modi di Rubens e dei diretti caravaggeschi italiani, come G. B. Caracciolo e il Borgianni, ma ancor più l'amore per i veneti del Cinquecento e in prima linea Tiziano, di cui sotto parecchi aspetti V. può dirsi un congeniale seguace. Nella sua produzione si è voluto distinguere tre fasi successive ed evolutive: la prima, giovanile,
fin verso i trent'anni, culminante nei sopra citati Bevitori (o Trionfo di Bocco) del Prado e nel Crocifisso del medesimo Museo; la seconda, che abbraccia il quinquennio 1634-39, in cui emergono i più prestigiosi ritratti, eseguiti alla Corte madrilena, compresi quelli dei buffoni, in panoramica Portita di caccia