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culminante nei sopra citati Bevitori (o Trionfo di Bocco) del Prado e nel Crocifisso del medesimo Museo; la seconda, che abbraccia il quinquennio 1634-39, in cui emergono i più prestigiosi ritratti, eseguiti alla Corte madrilena, compresi quelli dei buffoni, in panoramica Portita di caccia al cinghiale (Galleria nazionale di Londra) e la Resa di Breda o Le lance (Museo del Prado); la terza, che va dal 1640 in poi, e vanta altre opere oltremodo caratteristiche, come le figure di Esopo, Menippo e alcuni noni, la scena picaresca Mercurio e Argo e quelle più complesse: Le filatrici e Las Meninas (tutte al Museo del Prado). Ma la cronologia, nell'opera di V., ha un'importanza molto relativa. Più utile ai fini di definirne la natura creatrice è l'esame degli atteggiamenti e dei mezzi che assunse il suo radicato, antegrade realismo, non solo al contatto immediato della realtà quotidiana, ma in sede aulica o celebrativa, in sede storica e nell'ambito del racconto sacro. Se talvolta, come nella Fucina di Vulcano (Museo del Prado), V. si dimostra poco idoneo ad elevare sul piano del mito le notazioni anatomiche ed ambientali, in quasi tutte le occorrenze a lui proposte o scelte dal suo sicuro istinto di poeta del colore, egli sfoggia una duttilità e capacità trasfiguratrice, che ha ben pochi riscontri nell'arte universale da Giotto in poi. Il che può spiegare come, in difetto di inclinazioni al trascendente e all'ascetismo, talune sue opere di soggetto religioso siano da annoverare tra le più alte del Seicento europeo e senza la minima traccia di spirito barocco. Si ricordano, oltre al Crocifisso sopra citato, con il volto a metà coperto dalla chioma spiovente, l'Adorazione dei pastori e il Cristo alla colouna (entrambi nella Galleria naz. di Londra), l'Incoronazione della Vergine, il Colloquio di s. Antonio e s. Paolo eremiti (ambedue nel Museo del Prado). - Vedi tav. CXX.

Bibl. : G. Frizzoni, Intorno al primo viaggio del V. in Italia, in Nuova Antologia, 1917: id., Intorno al secondo viaggio del V. in Italia, in Rassegna d'Arte, 4 (1917), pp. 106-16; A. Mulino, Le impressioni romane del F., in Nuova Antologia, 1917; G. Cantalamessa, Un dipinto di V. nella Gall. Borghese, in Ball. d'arte, nuova serie, 2 (1922-23), pp. 97-100; H.Vollmer, in Thieme-Becker, XXXIV (1040), pp. 180-97 e in bibl. ivi citata; L. Grossi, Incontro con il giovane V., in L'Arte, 1942, n. 4: id., V. critico, in Primato, 1942, n. 17; F. J. Sanchez Canton, Como sesto V., in Arch. Español de Arte, 1942, n. 30; A. Mulino, V., Roma 1942; G. Galassi, V., Parigi 1950; R. Longhi, V. 1630, La rissa all'ambasciata di Spagna, in Paragone, I (1930), n. 1, pp. 28-34.

VELEHRAD, sANTUARIO di. - Nella diocesi di Olomouc (v.) in Cecoslovacchia, luogo di pellegrinaggi e sede dei Congressi internazionali unionistici.

Nel sec. ix sorgeva nelle vicinanze dell'attuale villaggio di V., secondo l'antica tradizione confermata dai recenti scavi, la capitale della Grande Moravia e la sede dell'arcivescovo s. Metodio (v. cirello e metodio) distrutta (ca. il 900) da pagani ungheresi. Nel 1205 il mar-
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(per carlonia dei p. Orbis de Urbina, S.J.) Velendad, santuario di - Veduta.

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gravio di Moravia Vladislav Jindřich Přemyslide fondò nei pressi di V. un monastero dei Cistercensi, divenuto presto un importante centro religioso-culturale. Nel 1421 una banda di Ussiti incendió il monastero bruciando vivi l'abate con alcuni monaci. Nel secc. xv-xvi V. risorse lentamente, e nel sec. xvir cjhori̇ riprendendo le tradizioni del culto cirillometodiano. Ma nel 1789 l'imperatore austriaco Giuseppe II soppresse il monastero i cui beni vennero confiscati mentre il ricco archivio e la biblioteca andarono perduti. I giubilei cirillometodiani nel 1863 e 1885 ravvivarono l'interesse per V., che, specialmente per opera del sacerdote (poi arcivescovo di Olomouc) A. Stejan (v.), divenne nuovamente mèta di numerosi pellegrinaggi.

Nel 1890 la cura del santuario di V. venne affidata ai Gesuiti i quali nel 1916 aprirono la Scuola Apostolica (dal 1919 Pontificia) per l'educazione dei missionari tra i dissidenti orientali. Dal 1907 al 1936 furono celebrati a V. sette Congressi internazionali unionistici, organizzati dall'Academia Velehradensis che vi ha pure la sua sede. Il magnifico santuario di V. (dal 1928 basilica) fu restaurato (1935-36) col contributo di tutta la nazione.

Per ordine del governo comunista i Gesuiti furono deportati nel 1950 con la conseguente paralisi di tutte le attività di V.

Biol.: R. Hurr, Déjiny cistercidchého hláltera na Velehradé, Olomouc 1934; Fr. Cinck, Velehrad wiry, ivi 1936.

Giuseppe Olè
VÉLEZ, Rafael. - Prelato e teologo cappuccino spagnolo, n. a Vélez (Malaga) il 15 ott. 1777 e m. nel monastero di Herbón il 3 ag. 1850.

Lettore di filosofia e teologia a Écija e a Cadice, ove il successo delle Cortes gli offri l'argomento della sua prima opera: El preservativo contro la irreligión ó los planes de la filosofia contra la religidn y el Estado (Cadice 1812), quadro del piano rivoluzionario in Europa e specialmente nella Spagna. Il 30 sett. 1816 fu eletto vescovo di Ceuta e fu consacrato il 13 luglio 1817 .

Nel 1818 pubblicò La apologia del altar y del trono, l'opera apologetica di maggiore risonanza nella Spagna nella metà del sec. xix. I realisti la ricevettero con entusiasmo, i costituzionalisti e i liberali esaltati dichiararono guerra all'opera e all'autore che dovette prendere la via dell'esilio.

Rovenciato il governo liberale in seguito all'intervento deciso nel Congresso di Verona, V. fu richiamato e nominato cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Carlo III. Nel 1824 fu promosso alla sede di Burgos e poco dopo arcivescovo di Santiago. Morto Ferdinando VII, si volle ristabilire nuovamente il regime costituzionale. Il V. allora si oppose alle leggi anticlericali; il 21 apr. 1835 fu esiliato a Minorca e poté rientrare nella sua diocesi solo il 26 giugno 1844. Dedicò tutte le sue rendite ai poveri; fondò un seminario a Santiago (1829), un ricovero per gli incurabili, un ospedale per i colerosi, la Casa dei Venerabili per i sacerdoti a riposo e per gli esercizi spirituali, restaurò la disciplina ecclesiastica colpita dalla rivoluzione.

Bon... Pruebas contra la conducta politica del Sr. R. de V., Obispo de Ceuta, alegados... por la Comisión... sobre la Pastoral del Obispo y enero 1822, Alipcciras 1822; C. Bouzas J., Pr. R. V. y el Seminario de Santiago. Santiago 1920; id., in Archivio Ibero-Amer., 21 (1924), p. 220 seg. (opere); M. Pazos, El Episcopado gallego, I, Madrid 1936, pp. 381-89; J. B. de Arduins, La divina pastore, I, Sevilla 1949, pp. 638-54 (biografia); Sebastian de Ubriquc, Examen de la "Apologia del Altar y del Trono", in Adulid Serdico (Sevilla), 1950, pp. 12-14; Leuiron Capuccinum, Roma 1950, coll. 1786-87.

Felice da Mareto
VELI. - I v. che ornavano le basiliche cristiane derivano certamente dall'uso comune nelle abitazioni patrizie e negli edifici pubblici romani.
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(per curissia di mass. A. F. Frates)
VELI - Basiliche paleocristiane con le porte ornate di y. (sec. iv). Fianco del sarcofago, già Lateranense 174, ora trasportato alle Grotte Vaticane. Basilica di S. Pietro.

Le porte d'ingresso li avevano sia come custodia (s. Paolino, Poém., XVIII, 30) sia come semplice ornamento (ibid., XIV, 98) ad esprimere quel significato allegorico dato dall'apostolo Paolo nella sua epistola agli Elesini (3, 14). Gli ingressi infatti o erano muniti di battenti lignei o bronzei, o, in mancanza di questi, venivano protetti da pesanti cortine; nell'un caso o nell'altro l'arco o l'architrave era sempre munito esternamente di un v. singolo, o più spesso doppio, che si sollevava, annodandolo al centro, oppure sospendendolo a due appigli fissati negli stipiti laterali. Non essendo sopravvissuto alcun esemplare, quanto si sa viene desunto da fonti scritte e da figurazioni superstiti. Esempi tipici illustrativi li offrono la scena sul Reliquario eburneo di Samagher, il sarcofago lateranense n. 174 (Wilpert, Sarcofagi, tav. 121, 2-3) e i musaici della cupola di S. Giorgio a Salonicco. V. si vedono all'ingresso delle chiese, come in un pannello della porta di S. Sabina, nella chiesa graffita in una lastra sepolcrale, ora nel Museo cristiano lateranense, e nei musaici di Ravenna. All'ufficio di sollevare le portiere dinanzi ai personaggi illustri erano addetti suddiaconi e ostiari (v. illustrazione alla v. STOFFE. vol. XI, col. 1355).

Altri tipi di v., ciascuno con caratteristiche proprie, erano destinati agli intercolunni delle navate (restano talvolta gli uncini di sospensione o gli anelli laterali), al presbitero, all'altare, al ciborio (sono detti anche cortinae e tetrecele), al portico, al nartece e alla sacrestia. Si vuole che sia stato Costantino a donare per primo alla chiesa di Costantinopoli v. bordati d'oro. Certo nell'epoca della pace i pontefici fanno dono di ogni sorta di v. (singoli, doppi, quadrupli, ecc.) alle chiese di Roma e dalla precisa descrizione, che ne fa spesso il Liber Pontificalis, è possibile determinare il numero e in parte la qualità stessa dei tessuti.

Circa il numero non sempre detta fonte è precisa: talvolta i vela destinati agli intercolunni sono in quantità maggiore e allora facilmente s'intendono indicati anche per le porte o per il presbiterio o intorno all'altare. Circa la qualità, una fonte preziosa è l'elenco contenuto nella Charta Cornutiana (Lib. Pont., I, p. cxlviI) che enumera donazioni della seconda metà del sec. v. Il papa Adriano I (772-95) offrì 20 v . de stauracim seu trena a ciascuna delle chiese titolari romane (Lib. Pont., I, p. 504). Il papa Pasquale I offrì una serie di v. a S. Maria in Domnica, a S. Cecilia in Trastevere e a S. Maria Maggiore (ibid., II, pp. $35-36,61$ ). I vela erano per lo più di lino o di seta, che a loro volta assumevano denominazioni particolari a seconda della purezza del tessuto (linea pura, olosirica $=$ tutta seta), della qualità più scadente (tramestrica, subserica $=$ mezza seta o derivati della seta?) e degli ornamenti applicati (paragaudata $=$ gallonata, loricata, auroclava paragaudata, paragaudata persica, ro-

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(Int. Gub. (id. naz.)
diocesi di - Cripta della Cattedrale (fine sec. xili).
sulata, aquilata, cantharata, holoserica cum cancellis decorata mirifice, ecc.). Di difficile comprensione sono altri tipi che pure ricorrono di frequente : vela de stauracim seu quadrapolis, seu octapolis, de fundato, ecc. Anche i colori presentano una grande varietà : taluni sono comuni come il bianco (albus), il rosa (rhodinus), il verde (prasinus) e lo scarlatto (coccus); altri di difficile determinazione come coccomelinus (arancione? marrone?), coccoprasinus, rhodomelinus, ecc.

Una qualità di v. certo più pregiata o di forma diversa dalla comune dovevano essere i paratura, destinati cioè come addobbo nelle grandi feste; e le cosiddette cortinae, che nella loro ricchissima decorazione (cf., ad es. : Lib. Pont., II, 107, n. 9 sgg.) testimoniano dell'alto grado di perfezione delle manifatture orientali.

Direttamente derivate dall'uso liturgico dei v., ma con intenti puramente ornamentali e in sostituzione di quelli veri, sono le grandi decorazioni con finte drappeggiature sulle pareti laterali delle basiliche, nella zona inferiore dell'abside e del presbiterio e nelle calotte delle cupole. Tra i numerosissimi esempi tuttora superstiti in Oriente e in Occidente, valga per tutti quella di S. Maria Antiqua a Roma, dove si ritrova tutta la gamma dei motivi ornamentali che rendeva ancor più preziosa la finezza dei vari prodotti indigeni e d'importazione.

Bibl.: J. A. Martigny, Voile et portières, in Dict. des antiq. chrétiennes, Parigi 1899, coll. 800-801; St. Beissel, Bilder aus der Gesch. der altchristl. Kunst u. Liturgie in Italien, Friburgo 1899, pp. 260-82; W. F. Volbach, Spätantib. u. frühmittelalt. Stoffe, Mainz 1932; C. Cecchelli, Vita di Roma nel medioevo, I, fasce. v-vi, Roma 1953, pp. 281-372 (con ampia bibl.).

Pasquale Testini
VELLETRI, diocesi di. - E una delle diocesi suburbicarie che, ad eccezione della città e del territorio di V. compresi in provincia di Roma, si estende nella porzione nord-ovest della provincia di Latina; immediatamente soggetta alla S. Sede; superficie kmq. 479; ab. 90.451; cattolici 90.200; chiese 52; parrocchie 29; sacerdoti secolari 51; re-
golari 24; Seminario minore. I patroni sono: s. Clemente e, dal 1806, anche la Madonna delle Grazie.

Al confine del Latium vetus, V. è il volsco Velester, con alterne vicende sempre in lotta contro Roma, finché non venne definitivamente sottomesso nel 338 a. C. dal console C. Menio. Allora diventa Velitrac e municipio romano; ma la ben nota iscrizione su lamina enca indica come nel sec. Iv vi si parlasse ancora volsco. Vantava molti monumenti del tutto scomparsi, tra cui un tempio del sec. vi a. C. decorato con fittili di alto valore artistico. Con l'invasione di Alarico, V. decadde e nella lotta iconoclasta e in quella per le investiture fu a fianco della Chiesa, ottenendo privilegi. Nel 1181 vide l'elezione a pontefice del suo cardinale vescovo Ubaldo Allucingoli (Lucio III), che continuò a dimorarvi, con la corte, fino al 1183.

Ma la sua autonomia si afferma quando Gregorio IX lo pone alle dipendenze della S. Sede, staccandolo da quelle del comune di Roma. Nel 1299 ne fu podestà lo stesso papa Bonifacio VIII. Però durante il periodo avignonese Roma riprende il sopravvento, non senza resistenze da parte di V., che contemporaneamente era dilaniata, all'interno, dalle fazioni delle Pecore (guelfi) e dei Lupi (ghibellini). Nella prima metà del sec. xvi passò definitivamente sotto il diretto dominio della Chiesa, diventandone protettore e governatore il cardinale vescovo. Nel suo territorio si svolsero: la battaglia del 10 ag. 1774, episodio della guerra di successione d'Austria, in cui restò sconfitto l'austriaco gen. Lobkowiz; i moti democratici, con le relative ribellioni popolari, del 1798 e gli scontri tra garibaldini e le truppe napoletane nel 1849 .

E tuttora incerto quando il cristianesimo venne introdotto a V. Oltre il sarcofago marmoreo cristiano (Wilpart, Sarcofagi, tav. 4, 3, pp. 3, 59, 131) alcune iscrizioni cristiane, forse del sec. Iv, provengono dal locale cimitero suburbano, scoperto nel 1750 in contrada Palazzo fuori Porta Napoletana. Sebbene se ne sia smarrita l'esatta ubicazione, tuttavia, come fanno supporre alcune fortuite scoperte avvenute dopo il 1910, le gallerie di esso, dai loculi chiusi con tegole, vanno ricercate su i due lati della Via Appia Nuova, compresa tra V. e la ferrovia (cf. Notizie di arch. st. ed arte di V., 1942, pp. 37; 41-43). Un altro cimitero cristiano, probabilmente del sec. Iv, a km. 4,5 dalla città, in contrada Solluna fu scoperto nel 1921. Però sembra che esso sia servito piuttosto ai cristiani della prossima Mornio ad sponsas, sulla Via Appia Antica, che a quelli di V. Comunque, l'antichissimo titolare della Cattedrale, s. Clemente, è stato arbitrariamente considerato come evangelizzatore e protovescovo della diocesi. Ma finora il più remoto vescovo conosciuto resta Adeodato (465).

La diocesi di V. s'ingrandi con l'annessione, temporanea nell'ag. 592 e definitiva tra gli anni 870-80, della sede episcopale di Tres Tabernae (v.) e, dopo il 963, con quella della sede di Norma, della quale è noto il solo vescovo Giovanni, presente al Concilio di Roma nel nov. del detto anno. Per preservarla dalle incursioni barbariche, una bolla di Gregorio I (febbr. 592) permise il trasloco temporaneo della sede episcopale veliterna nella chiesa di S. Andrea in Silice a Castelvecchio, oggi le Castella. Ma raggiunse il massimo dello splendore ca. l'anno 1150, quando da Eugenio III, come sembra, venne unita alla diocesi di Ostia, sede del cardinale decano, situazione durata fino al 5 maggio 1934.

I presuli di V. appartengono ai cardinali dell'Ordine dei vescovi, e di essi vanno ricordati : s. Geraldo Moroveo (1146), che liberò V. dai Saraceni; Ugolino de' Conti (Gregorio IX); Rinaldo de' Conti (Alessandro IV); Pietro da Tarantasia O. P. (Innocenzo V); Latino Malabranca Orsini (1278), grande statista e diplomatico; Niccolò Boccasini O. P. (Benedetto XI); Niccolò da Prato (1304), pacificatore della Toscana; Pietro d'Etain (1377), legato d'Italia; Guglielmo d'Estouteville (1461), cui si deve l'erezione dell'episcopio : Giuliano della Rovere (Giulio II), restauratore della Cattedrale; Alessandro Farnese (Paolo III); Gian Pietro Carafa (Paolo IV); Bartolomeo Pacca (v.); Luigi Micara (1844);

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Basilio Pompili (1920), che provvide il Seminario di salubre villeggiatura, e Clemente Micara (dal 1946) che ha restaurato la Cattedrale, danneggiata dai bombardamenti aerei del 1943-44.

Vi ebbero i natali, tra gli altri : Giovanni da V., benemerito vescovo di Firenze (1205-30); i pittori Andrea Velletraun (sec. xiv), Giovanni (sec. xv), Luciano (sec. xv) e Lello (sec. xvI) da V.; Antonio Mancinelli (1462-1505), umanista discepolo di Pomponio Leto; Ruggero Giovannelli (1560-1625), musicista e successore del Palestrina; il card. Marzio Ginnetti (1585-1670), diplomatico e dotto fautore delle arti; Bonaventura Teoli O. F. M. Conv. (1596-1670), vicario apostolico di Costantinopoli, storico e fondatore dell'Accademia degli Estinti in sostituzione di quella dei Gonfiaotri, ed in concorrenza delle altre contemporanee, ecclissate e sepolte dalla celebre Accademia Valsca Veliterna (1763-1839), di fama europea; Alessandro Borgia (1731-1804), arcivescovo di Fermo ed amico di L. A. Muratori; il card. Alessandro Borgia, prefetto della Congr. di Propaganda Fide, storico ed orienziliata; Clemente Cardinali, archeologo di bella fama; il canonico Ignazio Galli, illustre metereologo e sismologo, morto nel 1920 e mons. Attilio Gabrielli (1876-1927), apprezzato ricercatore e divulgatore delle memorie municipali.

Monumenti. - La cattedrale di S. Clemente, già ricordata nel 496 , ricostruita nel periodo romanico, cui appartiene, oltre la cripta, l'abside con affrescatura del 1500 e soprastrutture ogivali, venne trasformata nel 1660 e racchiude la notevole cappella della Madonna delle Grazie (1657). L'annesso Museo capitolare conserva, tra l'altro, una Madonna col Bambino di Gentile da Fabriano (1426); una Madonna attribuita ad Antoniazzo Romano; 4 frammenti di rondo membranaceo di Exullet miniato, forse, alla scuola di Montecassino (secc. xI-xII); il ricchissimo reliquiario cruciforme di arte bizantina (secc. viII o IX), donato da Alessandro IV, e preziosi paramenti sacri. Da notare, inoltre, i resti del Teatro della Passione per la rappresentazione, dal 1499 al 1675, dei Misteri; la chiesa di S. Maria del Trivio di C. Maderno (1622), con facciata di stile classico (1840); l'imponente torre campanaria del 1353 di stile romanico con doppie bifore e doppie monofore; il monumentale Palazzo Ginnetti con la rinomata scala panoramica di Martino Longhi il Vecchio, distrutta dalla guerra; il Palazzo comunale di G. Della Porta (1575) con biblioteca di grande interesse storico locale; la bramantesca chiesa di S. Maria del Sorgue (sec. xvir); la chiesa di S. Michele Arcangelo (sec. xi); e la chiesa di S. Martino, ricordata nel ro65, ricostruita a croce greca (1772) e con pronao tetrastilo in prospetto (1825). In diocesi, oltre le imponenti mura ciclopiche di Norma e di Cori, si ammirano in questa città il cosiddetto tempio d'Ercole; la chiesa collegiata di S. Maria della Pietà, con uno dei più antichi candelabri (sec. xII) del coro pasquale; la chiesetta dell'Annunziata (sec. xv), oltre la singolare chiesa con chiostro di S. Oliva (sec. xv), ed a Ninfa, che vide l'incoronazione del papa Alessandro II (1132), le suggestive rovine, medievali e del Rinascimento, del paese, abbandonato nel sec. xvII.

A sud-est di Cisterna la toponomastica ricorda lo scomparso Castello di Tivera (Tiberia), preferita dimora del papa Pasquale II. - Vedi tav. CXXI.

Bibl.: Ughelli, II, p. 41 sgg .: S. Borgia, De Cruce veliterna commentarius, Roma 1780; Cappelletti, I, p. 454 sgg.: A. Nibby, Analisi, sec., III, 2* ed., Roma 1840, p. 458 sgg.: Moroni, LXXXIX, p. 34 sgg .: L. Angeloni, Istoria del santuar. della Madonna delle Grazie, Velletri 1882; A. Zandonati, L'Accademia Isti. valsca velli., Treviso 1900; G. Giovannoni, Il chiostro di S. Oliva in Cori, in L'Artv.9 (1906), pp. 108-60; P. F. Kchr. India Pontif., II, Berlino 1901, p. 401 sgg .: G. Tomassetti, La Campagna romana, II, Roma 1910, pp. 345-83; A. Gabrielli, Il Teatro della Passione, Velletri 1910; id., Storia munis. di V., ivi 1913; id., La cattedrale di V., ivi 1918; id., $V$. artistica, Roma 1924; G. Falco, Il Comune di V. nel medioevo, in Arch. Soc. rom. st. patria, 36-39 (1913-16); Notizie degli scavi, 1922, pp. 250-52; e 1924, pp. 341-52; Lanzoni, I, pp. 14547; A. Tersenghi, V. e le sue contrade, Velletri 1933; A. Accrocca, Cori, Roma 1933; G. Battelli, Rationes decimarum Italiae. Latium (Studi e testi, 128), Città del Vaticano 1946; A. Galieti, Le origini mediev. di Cisterna Neronis, in Arch. Soc. rom.
st. patria, 71 (1948), pp. 89-108. V. anche il Bollettino della Associazione veliterna di archeol storia ed arte. Alberto Galieti

VELLICO, Antonio Masta. - Teologo dell'Ordine dei Minori, n. a Dignano di Istria il 14 dic. 1894, m. a Feltre (Belluno) il 26 apr. 1942.

Religioso a S. Francesco del Deserto presso Venezia (1910), sacerdote il 24 giugno 1917, perfezionatosi negli studi teologici nel Collegio Internazionale di S. Antonio a Roma (1920-23), vi ottenne brillantemente il titolo di lettore generale in teologia dogmatica. Dopo aver insegnato in vari conventi veneti, nel 1928 fu nominato professore di teologia fondamentale nell'Ateneo Antoniano e nel 1930 in quello Lateranense.

Frutto del suo fervido insegnamento furono l'ampio ed erudito trattato De Ecclesia (Roma 1940), il notevole saggio La Rivelazione e le sue fonti nel \& De praescriptione hiareticorum \& di Tertulliano (coll. Lateranum, Roma 1935) e importanti articoli nell'Antonianum (sul titolo Episcopus Episcoporum, sul concetto di transustanziazione in Scoto, sulla nozione del miracolo in s. Agostino, sulla Regula fidei secondo Scoto, sul carattere scientifico della teologia secondo Scoto) e nel Bollettino filosofico dell'Ateneo Lateranense (Blondel e l'apologetica). Tra le numerose opere inedite occorre ricordare il De episcopatu in catholica doctrina e l'Antroductio in S. Theologiam.

Bibl.: anon., In memoria del P.A.V., Venezia 1942.
Antonio Piolanti
VELLORE, DIOCESI di. - Situata nell'India sudorientale ed eretta per decreto del 13 nov. 1952 con territorio distaccato dall'arcidiocesi di Madras.

Comprende il distretto civile del Nord Arcot (eccetto la parte a sud del fiume Cheyyar, spettante all'arcidiocesi di Pondicherry) e le taluks di Palmaner e Tirutani di pertinenza del distretto civile di Chittor. Confina con le arcidiocesi di Madras e Pondicherry e con le diocesi di Salem, Mangalore e Nellore.

Ha una popolazione di 2.862 .155 ab., dei quali 2.500 .000 indù, 300 mila maomettani, 31.102 cattolici e 20 mila protestanti. E affidata ai Salesiani di s. Giovanni Bnaco. Il vescovo, ch'è in:llgeno, risiede a V., capitale del distretto civile del Nord Arcot con 106.603 ab., di cui 2000 cattolici. La prima chiesetta erettavi risale al 1626. Ecclesiasticamente la diocesi è divisa in 28 stazioni primarie o quasiparrocchie e 60 stazioni secondarie. Numerose sono le opere in favore della gioventù maschile e femminile. La superficie totale ascensile a 12.830 kmq . Vi si parlano il tamil e il telegu. Le scuole cattoliche ammontano ad una settantina con 12.000 allievi. Attualmente vi lavorano 25 sacerdoti salesiani, 16 sacerdoti secolari, 20 suore europee e 41 indiano.

Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Ponenza n. 23, pos.prot. n. 4151/52: MC. 1950, pp. 434-35: L. Del Neve Sgueri, V., nuova diocesi indiana, in L' Ouercatura Romana, 29 ott. 1923, p. 3. Prospeo Borana

VELO OMERALE. - Lunga striscia di seta o di lino che si poggia sulle spalle con i due lembi pendenti sul petto e che serve per coprire le mani tenendo oggetti sacri.

Si distinguono: i) il v. o. del suddiacono, di seta del colore prescritto per la s. Messa, di regola senz'ornamento, a) per portare il calice preparato all'altare per l'Offertorio, b) per tenere la patena dall'Offertorio fino al "Pater noster»; 2) quello dell'accolito che porta la mitra o il pastorale nelle funzioni pontificali (di lino o di seta senza ornamento, bianco o del colore prescritto per la funzione pontificale); 3) quello del sacerdote nella benedizione eucaristica, nelle processioni eucaristiche ed anche nel recare l'Eucaristia o il viatico agli ammalati (di seta sempre bianca e rioramente ornoto).

Dapprima l'accolito "patenarius" teneva con la "sindone" la patena dall'Offertorio fino al "Pater noster" (Ordo roman., I [Andries], 91). Questa "sindone" era un panno d'etichetta per non toccare la patena direttamente con la mano, forse a forma dell'attuale v. o. (s sub humero habens sindonem in collo ligatum v). Il funzionario dell'accolito "paternarius" (rimane in Francia ed in Inghilterra fino al sec. xvili), fu sostituito nel sec. xixII dal suddiacono, il quale tenne la patena dapprima con la stessa "mappula" che, detta "offertorio" (Ord. Rom.

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(da L'antica tessuta d'urte italiano nella mostra del lessile nazionale, Roma 1937-38, fig. 118)
Velo Omérale - V. O. in velluto cesellato, fine del sec. xv - Roma, collezione Sangiorgi.
[Andrieu], I, 84; V, 55; VI, 50), copriva le oblate dopo la loro preparazione. Dal sec. xili-xiv (Ord. Rom. [Mabillon], XVI, 53, dell'anno 1311) cambio il modo di portare il velo: il lembo, che non serviva per tenere la patena, pendeva sul dorso dalla spalla destra ("cuius extremitas defluere debet post dextrum humerum "). La forma attuale del v. o. venne in uso a Roma non prima del sec. xv (Ordo Rom., XV [Mabillon]). Al velo dell'accolito di mitra, detto "tobalta", ancora assente al tempo di Durando (m. nel 1296), accenna già l'Ordo di Giulio Cajetano (XIV. 53 [Mabillon]) del 1311.

Il velo della benedizione eucaristica venne in uso nel sec. xiv (Ord. Rom., XIV [Mabillon], 77); era di seta e si portava dapprima come il velo suddiaconale (il lembo pendeva sulla spalla sinistra "sibi pendet super humerum sinistrum"), poi come il v. o.

Bibl.: J. Braun, Handbuch der Paramentik, Friburgo 1912. pp. 262-65.

Pietro Siffrin
VENAFRO. - Antica diocesi e città in provincia di Campobasso situata alle pendici del monte Croce.

Fu abitata in età antichissima da Osco-Sanniti; fiorì in età romana; Augusto vi pose una colonia di veterani, onde la sua denominazione di colonia Iulia Augusta Venafrum. Nella valle sussistono ruderi d'un teatro e d'un anfiteatro. I Longobardi vi istituirono un gastaldo alle dipendenze del duca di Benevento; poi nel sec. x fu contea; più tardi divenne feudo dei Pandona, dei Peretti, dei Savelli, dei Caracciolo, dei Miranda. Protettori della città i ss. martiri Nicandro, Marciano e Daria. I primi due sono attribuiti da una Passio a V. (BHL, 6073), invece il Geronimiano li dà quali martiri di Durastoro nella Mesia (P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, IV [Studi e testi, 24], Roma 1912, pp. 141157). Primo vescovo fu, sembra, Costante alla fine del sec. v; mentre fu sede vacante tra il 591-95 (Jaffé-Wattembach, 1135. 1190). Il primo sinodo diocesano fu celebrato dal vescovo V. Martinelli il 21 sett. 1634. La Cattedrale dedicata a Maria S.ma, costruita con avanzi romani, è a tre navate; venne funestata dal terremoto del 1349 e dal fuoco nel 1356. Fu riconsacrata nel 1764 da mons. Stabile. Il papa Benedetto XIV con breve del 1743 concesse privilegi ai canonici. Per i dati statistici v. isernia, alla quale è unita dal 1852 .

Bibl.: T. Lanzillo, Storia civile dell'antica città di V., $2^{\circ}$ ed., Isernia 1877; Moroni, XC, pp. 121-44; Lanzoni, I, pp. 175-77; G. Verrecchia, V. nell'alto medioevo ed origine di alcuni comunali nell'agro Venafruno, Campobasso 1928; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 231-41.

Enrico Josi

VENANZIO, santo, martire. - Due sono i santi più noti di questo nome: il protovescovo di Salona (v.) e il martire di Camerino (v.).

Incerte sono le notizie che riguardano il V. di Salona; secondo tradizioni locali pare che V., inviato da Roma ad evangelizzare la Dalmazia, vi sia perito in circostanze non precisabili, al tempo di Valeriano o Aureliano. Un frammento di iscrizione trovato nei pressi di Salona (v.) è stato ritenuto l'epitaffio di V.

Il papa Giovanni IV (640-42) ne trasportò a Roma il corpo insieme con quelli di altri martiri della Dalmazia ed in loro onore edificò, presso il battistero del Laterano, l'oratorio tuttora esistente con lo splendido mosaico (Lib. Pont., I, p. 330). Nel Martirologio romano è commemorato il $1^{\circ}$ apr., ma più che del dies natalis del martire si tratta forse della dedicazione dell'oratorio lateranense. Non esiste una Passio propria del V. di Salona; il Delehaye insieme con altri pensa che elementi di una Passio perduta potrebbero ritrovarsi in quella dell'omonimo venerato a Camerino il 18 maggio (Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 136-44). Anche questa però è molto leggendaria e ricalcata su quella di s. Agapito (BHL, 125-27). Lo studio del reliquiario di s. V. di Camerino (sec. xi-xili), venuto in luce nel 1942 nella cripta della omonima chiesa camerinese, potrà forse offrire elementi per la soluzione dellintricato problema agiografico.

Bibl.: Acta SS. Aprilis, I, Parigi 1865, p. 6; G. B. De Roso, Musuiei crisi., XIX, Abside dell'oratorio di S. P., Roma 1899; Wilpert, Massilien, pp. 732-39 e tav. 111; J. Zeiller, Les relations de l'ane. cgl. de Salone avec l'cgl. rom., in Bessarione, 4 (1903), p. 239; H. Quentin, Les martyral. hist. du moyen âge, Parigi
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(fol. Enit).

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1907, p. 696; F. Bulıć, So. Venacije privi bistup Solinski i musenik duvaniski, in Vjenish hrv. arheol. drustva u Zagrebu, 15 (1926), pp. 55 71; H. Delcheye, Les orig. du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 232; C. Mccasna, Il colono argenteo di S. V. a Camarino, in Rie. di Arch. critt., 20 (1943), pp. 317-27; Martyr. Romanum, pp. 120, 193.

Venanzio Fortunato, santo. - N. ca. il 530 presso Treviso, m. a Poitiers poco dopo il 600.

Studio a Ravenna, fece un pellegrinaggio alla tomba di s. Martino (565) a Tours, dove rimase parecchio tempo. Durante un viaggio a Poitiers fece conoscenza in un convento con s. Radegonda, figlia del re di Turingia, e della sua figlia adottiva Agnese, che ebbero grande influenza su lui. Cosí divenne sacerdote e piú tardi vescovo di Poitiers. Per il suo carattere simpatico ebbe molte amicizie, non ultima quella di Gregorio di Tours. Si ha di lui una collezione di Carmina miscellanea in 11 il., contenente, senza un preciso ordine, inni, elegie, epigrammi, epitaffi, ecc. Nel II l. sono i suoi famosi inni in onore della S. Croce, scritti in occasione del dono di una particella della Croce da parte di Giustino II a Radegonda. Sono gli inni del Breviario romano: il Pange lingua e il Vexilla Regis (II, 2 e II, 6). Nel X I. c'è una Expositio orationis dominicae e la sua famosa poesia: De navigio suo (ro, 2), che descrive una gita sulla Mosella. Nell'XI I. la sua Expositio Symboli, cioè un estratto dal Commentarius in Symbolum Apostolorum di Rufino. Fuori della collezione di Carmina miscellanea è trasmessa una poesia: De excidio Thoringiae, dove è descritta la fine della Casa reale di Turingia. Un inno in lode di Maria: «Quem terra, pontus, sidera e e un altro: "In laudem S. Mariae», insieme con gli inni: "Tibi laus perennis auctor" e "Agnoscat omne saeculum", è stato rivendicato a V., contro F. Leo, da G. M. Dreves. Inoltre V. ha scritto un poema epico: De vita s. Martini, e sette vite di santi in prosa, fra le quali: Vita di s. Flavio di Poitiers; Vita di s. Germano di Parigi (m. nel 576) e la Vita di s. Radegonda (m. nel 587). Festa il 14 dic. in alcune diocesi francesi e italiane.

Bibl.: ed. crit., dopo quella del benedettino M. A. Luchi, in Pl. 88, è quella di F. Leo e B. Krusch, Berlino 1881-82 in MGH, Auctores antiquiss., IV, 1, 2; W. Meyer, Der Gelegenheitstichtter V. F., in Abhandl. d. Gesellsch. der Wissensch. zu Göttingen, 1901; G. M. Dreves, Hymedag. Stedim 20 V. F., Mionaco 1908; R. Koebner, V. F., Lipsia 1912; S. Blomgren, Studia Fortunatiana, 2 voll., Uppsala 1933-34; G. S. Kopp, Ein neues Eleptum von V. F., Würzburg 1938; E. R. Carrius, Europ. Liter. und Latein. Mittelalter, Berna 1948, passim; S. Blomgren, in Eranos, 1950, pp. 27 sgg.; 190 sgg. (cchi di Stazio e Choudiano in V. F.); B. de Gaifler, S. Venance Fortunat, évêque de Poitiers, Les témoignages de son culte, in Anal. Bolland., 70 (1952), pp. 262-84. Erik Peterson

VENARD, Jean-Thiéophane, beato. - N. il 21 nov. 1829 a St-Loup-sur-Thouet (Deux-Sèvres, Francia) e m. il 2 febbr. 1861.

Passo, già suddiacono, al Seminario delle Missioni Estere di Parigi il 3 marzo 1851. Ordinato sacerdote il 5 giugno 1852, partl il 19 sett. dello stesso anno per Hongkong e verso
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(Int. Notes Vaticani)
Venanzio, santo - S. V. Particulare dei musaici della Cappella di S. Venanzio (metà del sec. 111) - Roma, battistero di S. Giovanni in Laterano.
la fine del 1853 fu inviato nel Tonchino occidentale. Nonostante la continua persecuzione e la malferma salute e in mezzo a grandi difficoltà esercitò il suo ministero in varie località, utilizzando i suoi riposi forzati a tradurre in annamita i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le Epistole e l'Apocalisse. In seguito a denuncia fu arrestato a Ke-beo, il 30 nov. 1860, e, rinchiuso in una gabbia, fu condotto ad Hanoi, dove ven-
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Ibl. Enc. Cult. 1 Venanzio Fortunato, santo - Prima parte dell'inno: Pange lingua gloriosi penelium certaminis Biblisteca Vaticana, cod. Vat. lat. 552, f. $62^{v}$ (sec. IX-x).
ne decapitato l'anno dopo. Il corpo fu seppellito nel luogo stesso del supplizio e fu esumato nel 1864 per essere trasportato a Parigi. La testa, gettata nel Fiume Rosso, fu ritrovata due settimane più tardi ed ora si venera nella chiesa di Kè-tru. Fu beatificato da Pio X I'11 apr. 1909. Bibl.: anon., Mémorial de la Société des Missions Étrangères, parte $2^{2}$, Parigi 1916, pp. 619-20; F. Trochu, Le bx Th. V., Lione 1929.

VENASQUE. - Antica diocesi nella Provenza in Francia, da cui prese nome il Comtat Venaissin nel medioevo; oggi è un villaggio nel circondario di Carpentras. Gli antichi vescovi di V. nel periodofranco furono residenti più a V. che a Carpentras, pur portando il titolo di «episcopi Carpentoratensium o Vindascensium ${ }^{\circ}$.

Dei vescovi di V. si conoscono: Costanziano, rappresentato al Concilio di Riez del 439, presente nel 441 a quello di Orange e a Valoon nel 442; Giuliano, presente al Concilio di Epaona del 517; Clemasio che firmò come vescovo di V. a Orléans nel 542 e come vescovo di Carpentras nel 549; Tetradio nel 573; Bortris nel 584-894; Ambrogio che fu nel 614 al Concilio di Parigi; Licerio a Chalon-sur-Saône nel 652.

La chiesa di Notre-Dame della fine del xir, o dell'inizio del xiri sec., ha una cupola ottagona e una navata romaniche con cappelle laterali posteriori; l'abside fu rifatta nel sec. xv, il campanile è del sec. xviII; rimangono vestigia della cripta romanica e il portale romanico. A sinistra è il battistero, edificio merovingio della fine del sec. vi, rimaneggiato nel sec. xir. E a forma quadrata con quattro absidi, all'ingresso delle quali sono grandi colonne corinzie in marmo rosa con capitelli di marmo bianco. Le absidi sono decorate ciascuna con cinque archi poggianti su sei colonnine antiche. La vasca battesimale è ottagonale.

Bibl.: L. Duchesne, Faute épic. de l'ane. Guide, I, Parigi 1894, pp. 263-65; L. H. Labande, Le baptistère de V., in Bull. archéol. du Comité, 1904, pp. 287-304; J. Hubert, L'art pré-roman, Parigi 1958, pp. 3-4, 41-42, 71, 114, 146, 153, 171; E. Griffe, La Gaule chrét. à l'époque romaine, I, ivi 1947, pp. 83, 84, 124 .

Enrico Josi
VENGE, Bibbia di. - Edizione francese della Bibbia con commento, curata da Enrico Francesco V. (ca. 1675-1749), la quale uscì a Nancy (1738-43) in 22 voll. La denominazione, però, venne in uso solo con l'edizione ( 17 voll.) curata da L. St. Ronder (1717-85) in Avignone (1767-73). Base di questa Bibbia è la traduzione di origine giansenistica pubblicata nel 1667 (Nuovo Testamento) e completata nel 1672-95 nella rielaborazione di I. Le Maistre (v.) detto de Sacy.

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(fot. Jan Stene)
Venceslao, santo, martire - Status di S. V. di Pietro Parlef (1373) - Praga, cattedrale di S. Vito.
L. de Carrières (1662-1717) la ripubblicò, parafrasandola alquanto. Le brevi aggiunte esplicative sono inserite in corsivo. L'opera, arricchita di note e di dissertazioni speciali dovute al de Carrières ed al Calmet, ebbe grande diffusione. Il V. fu incoraggiato specialmente da Bossuet. Nonostante il valore esiguo di alcune parti e talune ipotesi sovpassate o sconcertanti, l'opera ebbe molte edizioni sia con la sola traduzione o parafrasi sia in unione con ampi commenti desunti da autori diversi : ad es., la Ste Bible de V. en latin et en frangais ( $5^{\circ}$ ed., Parigi 1827-33) comprende 27 voll., di cui il I è composto da sole dissertazioni introduttive, il XXV contiene alcuni libri apocrifi ed il XXVI scritti di Padri apostolici. Tale edizione fu tradotta anche in italiano, ma adattata alla versione del Martini (Milano 1830-40).

Angelo Penna
VENCESLAO, santo, martire. - Duca di Boemia, della famiglia di Přemyslidi, n. ca. il 907, m. a Stará Boleslav, il 28 sett. 935.

Educato nella fede cattolica dalla nonna Ludmila, prese in mano le redini del governo della Boemia ca. il 925; ma si urtò fin dal principio contro la forte ostilità del partito antigermanico, che era favorito da sua madre Drahomira. Poiché la diffusione del cristianesimo, in mezzo a popolazioni attaccate alle loro pratiche pagane, era impossibile senza il concorso dei missionari bavaresi o svevi, un odio sordo si alimentò e sviluppò tra i nobili contro il giovane principe. L'animosità dei sudditi si accrebbe, poi, quando il re di Germania Enrico I comparve sotto le mura di Praga (929) con un potente esercito e impose il riconoscimento della sua autorità. Il partito germanofobo, allora, decise la morte del duca, che sembrava loro antinazionale. Boleslao, fratello minore di V., lo invitò nel castello di Stará Boleslav e ne provocò l'assassinio il 28 sett. 935. In seguito la sfortunata vittima venne venerata come martire. Festa il 28 sett.

Bibl.: alcune vite di s. V., in J. Martinov, Annus ecclesiasl. graeco-danisus, Bruxelles 1863, p. 234-36; Fontes rerum Bohemicarum, I, Praga 1873, pp. 125-26, 144-56, 167-90, 199-227; Acta SS. Septembris, VII, Anversa 1760, p. 700 sgg.; A. Naegle, Der hl. Wenzel, Warnsdorf 1928; P. David, Bohême, in DHG. IX, col. 475; Martyr. Romanum, p. 421 sg.; Fliche-MartinFrutaz, VIII, p. 404 sg.

Guglielmo Mollat

VENCESLAO IV, IMPERATOBE. - Re di Boemia e di Germania, n. a Nüremberg il 26 febbr. 1361, m. a Praga il 9 ag. 1419.

Nonostante la sua giovane età, il padre, l'imperatore Carlo IV, riusci ad assicurargli la successione; l'elezione ebbe luogo il 10 giugno 1376 a Francoforte e l'incoronazione ad Aquisgrana il 21 luglio. Mancava solo la consacrazione imperiale e Carlo IV la sollecitò, ma senza formulare alcuna domanda di approvazione, a cui la S. Sede teneva assai e che era contraria alla Bolla d'Oro. Gregorio XI volle esigere solenni promesse in favore della Chiesa romana, e Carlo IV le fece, ma con un sotterfugio, senza cioè il consenso del Collegio elettorale. Gregorio non si lasciò ingannare da questo procedimento e tardò ad inviare una risposta favorevole, che poi la morte gli impedì di formulare. Urbano VI, il 26 luglio 1377, diede soddisfazione a V., nella speranza di guadagnarlo alla sua obbedienza; ma dovette amaramente constatare che il Re dei romani seguiva una politica equivoca e si rifiutava di intervenire in suo favore con le armi. I prìncipi elettori, malcontenti di questo modo di procedere, lo deposero il 20 ag. 1400 e il 21 gli sostituirono Ruperto, conte palatino.

Bibl.: J. Weisssecker, Deutrche Reichrtagsabten unter König Wenzel, I, Monaco 1867; N. Vabis, La France et le grand schisme d'Occid., 4 voll., Parigi 1896-1003; S. Bulate, Vitae paparum Avenian., ed. G. Mollat, 4 voll., ivi 1912-21; G. Mollat, Les Papes d'Atuignon, gr. ed., ivi 1230, p. 262.

VENDETTA: v. CARITÀ; ODIO.
VENDI. - Popolazioni slave, che abitavano vaste contrade, comprese fra l'Elba e l'Oder, e delimitate al nord dal Mar Baltico e al sud dalla Moravia.

La loro evangelizzazione fu piuttosto opera di carattere politico, voluta dai sovrani tedeschi del sec. x, che miravano ad assoggettarsi per mezzo del cristianesimo le tribù turbolente. Il metodo adoperato consisteva nel creare vescovati, che sarebbero diventati centri di missione e avrebbero avuto come metropoli Magdeburgo. L'evangelizzazione dei pagani unita alla colonizzazione tedesca incontrò ostacoli, dovuti a questioni razziali. I magri risultati ottenuti sotto Ottone I (936-73) furono annientati dalla sollevazione dei V. sotto Ottone II (973-86). Non si ebbero che pochissime conversioni al cristianesimo nel sec. xi, e solo nella parte settentrionale del territorio. La fede fiori più tardi mediante l'opera dei missionari moravi.

Bibl.: Tietmaro di Mersebourg, Chronicon, ed. F. Kurze, Hannover 1889; A. Hauck, Kirchengesch. Deutsch., III, $3^{4}$ ed., Lipsia 1906 (è l'opera migliore da consultare); Fliche-MartinFrutaz, VII, nn. 336-64.

Guglielmo Mollat

## VENDITA: v. COMPRAVENDITA.

VENDÔME. - L'abbazia benedettina della S.ma Trinità di V., nel dipartimento del Loir-et-Cher in Francia, fu fondata nel 1034 da Goffredo conte di Angers.
V., oggi sottoprefettura del Loir-et-Cher, fu un antico borgo della Gallia, a cui i Romani sostituirono la città di Vindocinum, donde il nome attuale. Divenne alla fine del sec. x una contea indipendente fondata da Bucardo I, detto il Vecchio; nella seconda metà del sec. xir vi si combatté a lungo fino al Trattato di V. nel 1227. Fu presa e saccheggiata dagli Inglesi nel 1362. Per eredità la contea passò nel 1375 alla casa di Borbone, nel 1515 divenne ducato, ad opera di Carlo I di Borbone-V., avo paterno di Enrico IV, che nel 1589 ne smantelló il castello; nel 1598 lo donò al figlio naturale Cesare di V.; fu riunito alla corona nel 1712.

La chiesa fu dedicata il 31 maggio 1040 da Goffredo Martello, ma i lavori erano stati iniziati nel 1035 . Nel 1063 fu concesso agli abati di V. il privilegio di divenire alla loro elezione cardinali del titolo di S. Prisca con l'onere di provvedere perché 12 monaci vi assicurassero il servizio. Il monastero fu alle dipendenze dirette della S. Sede, esenzione accettata da Teodorico, vescovo di Chartres, e confermata nel 1056 dal re Enrico I. Fu visitato da Ildebrando; l'abate Goffredo nel 1094 venne a Roma da

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Urbano II il quale si recò a V. dal 19 febbr. al 3 marzo 1098 e consacrò il 26 febbr. l'altare sotto il Crocifisso, all'entrata del coro. L'abbazia nel 1621 accolse la riforma maurina. Il 9 dic. 1790 tutto fu disperso dalla Rivoluzione.

Bibl.: L. Alphan, Etude critique sur les chartes de fondation et les principaux privilèges pontif. de la Trinité de V., in Le Moyen age, 14 (1901), pp. 69-112; E. Métais, De l'authenticité des chartes de fondation et bulles de l'abbaye de V., ibid., 17 (1904), pp. 1-44; X. De Potigny, Comment fut retrouvé le Cartulaire de l'abbaye de la Trinité de V., in Bull. de la Soc. archéol. du Vendómais, 23 (1914), pp. 4-62; R. De Sain Verrant, Dist. tapogr., histor. etc. du Vendómais, 4 voll., Blois 1912-19; Cottineau, II, coll. 3317-19; G. Plat, L'église de la Trinité de V., Parigi 1934.

Enrico Josi
VENDVILLE, Jean. - Vescovo di Tournai, n. il 24 giugno 1527 a Lilla, m. a Tournai il 15 ott. 1592. All'età di 15 anni andò a Parigi per seguire i corsi di diritto civile, consegui la laurea a Lovanio e fu quindi professore a Douai. Giovanni d'Austria lo chiamó come consigliere di Stato.

Insieme con il suo amico Allen nel 1567 fece un pellegrinaggio a Roma, presentando a Pio V un memoriale per l'unione della cristianità contro i Turchi e un altro sulla fondazione di un seminario missionario. Tornato in patria, fondò a Douai insieme con Allen il celebre Seminario inglese, distrutto dalla Rivoluzione Francese. Rimasto vedovo, si fece sacerdote nell'inverno 1580-81. Il 29 maggio 1588 fu promosso vescovo di Tournai. Per primo propose un progetto concreto per un collegio generale romano "de Propaganda Fide " per la formazione di missionari che Pio V fece esaminare. V. presentò di nuovo nel 1578 a Gregorio XIII il memoriale che il padre gesuita Antonio Possevino esaminò. All'occasione della sua visita ad limina nel 1589 V . per la terza volta propose il suo progetto a Sisto V e nel 1592, poco tempo prima della sua morte, a Clemente VIII. La morte del Papa e le vicende del tempo ne impedirono per allora la realizzazione.

Il memoriale fu pubblicato soltanto nel 1870 a Tournai per opera del prof. Reussens sotto il titolo: La première idée du Collège de la Propagande, ou mémoire présenté en 1589 par J. V., évêque de Tournai, au souverain pontife Sixte V.

Bibl.: V. A. Dessel, Bibliotheca Belgica, Lovanio 1643. p. 575; Streit, Bibl., I, nn. 180, 1428; G. Goyau, L'Eglise en marche, Parigi 1928, pp. 35-82.

Nicola Kowalsky
VENEGONO INFERIORE, Seminario e Fa. coltà teologica di. - Modesto comune della provincia di Varese, assurto a notorietà in Italia e fuori da quando (1927) la Chiesa milanese vi costruì, quale omaggio a Pio XI, un importante edificio (v. veduta aerea alla v. seminario), sede comune per il seminario liceale, proveniente da Monza, e per quello teologico, trasferito dall'antica sede costruita dallo stesso s. Carlo in Milano.

Gli alunni dei due seminari riuniti si aggirano sui cinquecento. Il reparto liceale è dotato di un gabinetto sperimentale chimico-fisico, di un museo mineralogico e zoologico, e cura il regolare funzionamento di due modernissimi osservatori, metereologico e sismografico. La Biblioteca principale, affiancata da biblioteche speciali per gli alunni d'ambo i reparti, conta ca. 80.000 voll., tra cui parecchi incunaboli, e riceve, in cambio o abbonamento, oltre duecento riviste nazionali ed estere. Nel reparto teologico ha sede la Pontificia Facoltà di teologia di Milano. Creata da Gregorio XIII, nel 1580, su istanza di s. Carlo, soppressa da Maria Teresa d'Austria nel 1774 per motivi politici ed egemonici, fu ristabilita da Leone XIII nel 1892, su richiesta dell'arcivescovo di Milano L. Nazzari di Calabiana, e aperta ai teologi di tutti i seminari della Lombardia. Alla schiera dei suoi alunni o maestri appartengono nomi illustri di cardinali (Maffi, Minoretti, Ruffini) e prelati (Orsenigo, Cazzani, Tredici, Bernareggi, ecc.). Per rispondere alle esigenze della cost. Deus scientiarum si penso dapprima ad un coordinamento e inserimento della Facoltà teologica con l'Università Cattolica del S. Cuore, che avrebbe potuto
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(fot. J. Damays)
Vendôme - Facciata della chiesa abbaziale della S.ma Trinità, illuminata di notte (sec. xv).
dare ad essa un più ampio sviluppo e raggio d'azione; ma tale progetto, fallito finora per diversi motivi, rimane soltanto una possibilità del futuro. Rinchiusa nell'ambito del Seminario, la Facoltà teologica fu perciò costretta a conciliare nei suoi nuovi statuti, approvati da Pio XI nel 1938, due finalità, se non opposte, certo ben diverse: la finalità di una facoltà, che è quella di formare studiosi, e la finalità di un seminario diocesano, per quanto grande esso sia, che è quella di istruire professionalmente pastori per la cura d'anime. A tale duplice scopo il Curriculum studiorum, nei nuovi statuti, fu diviso in due periodi; il primo, quadriennale, pur avendo gran parte delle cattedre distinte da quelle dei corsi seminariutici, ha carattere prevalentemente istituzionale e si conclude con la "licenza"; il secondo, biennale, ha carattere monografico ed è obbligatoriamente frequentato da chi intende conseguire la "laurea". Ne venne alla Facoltà teologica di V. la caratteristica di avere sei corsi. Dal 1902 il Collegio dei professori della Facoltà aveva assunto la redazione e la direzione della rivista La scuola cattolica (v.).

Bibl.: "Humilitas", Misc. stor. dei Seminari milanesi, Milano 1928-39.

Carlo Figini
VENERE. - Dea di indubbie origini italiche, estranea però al più antico pantheon romano dato che, secondo alcuni storici romani, essa non era nominata nell'antico carmen saliare, né era conosciuta ancora all'epoca dei re.

Anteriormente ad ogni influsso greco la figura di V. fu essenzialmente agreste, essendo la dea protettrice dei campi, dei giardini e dei loro coltivatori (Varrone, De lingua latina, VI, 20; Plinio, Nat. hist., XIX, 50). Per tali caratteristiche V. appartiene a quel tipo di divinità femminile della natura fiorente, della primavera, ecc., diffuso

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(per cortesia della Superiora Generale delle Maestre Pie Venerini)
VENERINI, Rosa, beata - Ristoro contemporaneo. Quadro a alto fatto eseguire della principessa Laura Altieri per la scuola aperta nel suo feudo di Oriolo, nel 1899, donde fu trasferito alla Casa Generalizia dell'Istituto - Roma.
tra le popolazioni italiche, quali, ad es.. Feronia e Flora. Le tracce più antiche del culto di V. si ritrovano ad Alba e a Gabi, mentre è noto che ad Ardea e a Lavinio alla dea erano eretti due templi assai importanti per le genti latine che quivi si radunavano.

In Roma la nuova dea fu interpretata e sostituita ad arcaiche divinità locali, come Murcia, Cloacina e Libitina; anzi il tempio di quest'ultima (in un bosco sacro presso il Circo Massimo), una vo