assai importanti per le genti latine che quivi si radunavano.
In Roma la nuova dea fu interpretata e sostituita ad arcaiche divinità locali, come Murcia, Cloacina e Libitina; anzi il tempio di quest'ultima (in un bosco sacro presso il Circo Massimo), una volta avvenuta l'identificazione, fu dedicato anche a V.; e l'anniversario di questo tempio era celebrato nel giorno dei Vinalia rustica ( 19 ag.) quando gli ortolani (bolitores) celebravano la loro festa (Varrone, loc. cit.).
L'identificazione con la greca Afrodite (v.), dea diffusa largamente sulle sponde mediterranee, sarebbe avvenuta con l'infiltrazione del culto di questa dea dal famoso santuario siciliano della Venus Erycina, il cui simulacro la tradizione voleva che fosse stato portato a Roma da Enea stesso (Solino, II, 14). In realtà, mentre i primi contatti col culto siciliano di Afrodite i Romani lo ebbero con la prima guerra punica (Diodoro, IV, 83), dopo la disfatta del Trasimeno del 217 a. C. i Libri sibillini ordinarono di votare alla Venus Erycina un tempio, che nei due anni seguenti fu costruito sul Campidoglio (Livio, XXII, 9, 10; Ovidio, Fasti, IV, 875); nel lectisternisse tenutosi nella stessa epoca (217 a. C.) V. fu associata a Marte (v.). In seguito, sempre per il crescente influsso di Afrodite, si ebbe la V. Felix (cui fu particolarmente devoto Silla), la V. Vicerix (-Nikephoros) alla quale Pompeo nel 55 a. C. eresse un tempio, la V. Salacia (patrona delle meretrici), ecc. Dopo Farsalo, Cesare costruisce il tempio alla Venus Genetrix, il quale culto, oltre a soddisfare le ambizioni del dittatore, divenne caro ai Romani che, attraverso Enea (tradizione troiana di Roma), si ritenevano discendenti di V., sicché tale culto divenne nazionale e finì col soppiantare gli altri. Nello stesso tempo V. fu più strettamente connessa con Marte, il padre di Romolo, e ad essi fu reso comune culto oltre che nel tempio eretto da Cesare, anche in quello di Mars Ultor consacrato da Augusto.
RisC.: L. Freller-H. Jordan, Römische Mythologie, Berlino 1881, pp. 434-50; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, Monaco 1912, pp. 288-93; F. Altheim, A history of Roman religion, Londra 1938, pp. 142-43.
VENERINI, Rosa, beata. - Fondatrice delle Maestre pie, n. a Viterbo il 9 febbr. 1656, m. a Roma il 7 maggio 1728.
Educata con cristiana severità, dopo un lieve tentennamento, con recisa volontà e sotto la sapiente guida spirituale dei Gesuiti, si diede a vita di alta perfezione. Seguendo l'impulso verso l'apostolato pratico, sin dal 1682 iniziò in casa sua una specie di scuola di catechismo, con rosario serale per le ragazze del popolo e le loro madri; da qui si sviluppò l'idea di una vera e propria scuola pubblica. La prima "Scuola Pia" fu aperta il 30 ag. 1685, al preciso scopo di istruire le fanciulle del popolo nella religione, formarle ad una vera vita cristiana e prepararle alla vita civile. Gran merito nella sua impresa, molto difficoltosa, ebbe il p. Ignazio Martinelli, per lunghi anni suo direttore spirituale (m. nel 1716). Il vescovo della vicina Montefiascone, card. M. A. Barbarigo, chiamò la V. nel 1692 nella diocesi; col suo efficace appoggio, la V. riuscì, entro due anni, ad aprire ed organizzare le Scuole Pie femminili quasi in tutti i paesi della diocesi. Finché visse il Barbarigo (m. nel 1706) essa ne ritenne la sopraintendenza, mentre la direzione fu affidata, dietro suo consiglio, a s. Lucia Filippini (v.). La V. poi, superando dure difficoltà e con una fermezza ammirabile, aprì in seguito e fino alla sua morte una quarantina di Scuole Pie. Dal 1713 fissò la residenza a Roma; il 24 ott. 1716 ricevette una solenne visita di Clemente XI, grande ammiratore e fautore della sua opera, nella stessa Scuola Pia di Roma. La sua provvidenziale istituzione continua sotto il titolo di Maestre Pie Venerini (v.).
Il grande merito della V. sta in questo: fino al suo tempo l'istruzione femminile popolare era quasi nulla. Qualche raro monastero di clausura o conservatorio e qualche città spesso senza continuità, aveva merveduto in qualche modo allo scopo. La V. portò la scuola e le Maestre, solidamente formate, fuori dei conventi, nei paesi anche piccoli, a diretto contatto con il popolo, assicurando in pari tempo la stabilità con una organizzazione centralizzata. Felice anche la sua idea di mantenere, per regola, un vivo contatto con le ragazze anche dopo che avevano terminato la scuola e con le loro mamme, creando cosi intorno alle singole scuole un centro di vita cristiana stabile e operante. La V. fu beatificata da Pio XII il 4 maggio 1952.
RisC.: A. Andreucci, Rogg. della vita della Serna di Dio R. V. viterbea, istitut. delle Schole e delle Maestre Pie, Roma 1732 (biogr. fondamentale); E. Valentini, Vita della s. di D. R. V., Roma 1917; [F. Antonelli - G. Löw], Positio super virtutibus (Sect. hitt. S. R. Congregationis, n. 48), Roma 1942 (presenta la documentas. criticam. elaborata); G. V. Gremigni, La b. R. V., ivi 1952; M. E. Pastronarchi, Vita della b. R. V., ivi 1952; P. Chiminelli, Profilo della b. R. V., antesignana della scuola femm. ital., Napoli 1923.
Giuseppe Löw
VENETO. - E tutta la regione compresa fra l'arco alpino, il Garda, il Mincio, il Po e l'Adriatico. E divisa in tre unità distinte: Trentino-Alto Adige; V. o Venezia Euganea; Friuli-Venezia Giulia.
## I. Geografia.
1. Il Trentino-Alto Adige. - Comprende il bacino dell'Adige a monte della chiusa di Salorno, la valle del Sarca con un lembo del Lago di Garda e le testate di alcuni fiumi lombardi (Chiese) e veneti (Astico, Cimone, Piave); oltre che nelle due province è diviso nelle numerose piccole unità che formano alcune delle sue valli maggiori (di Non, di Sole, di Fassa, di Fiemme, Val Sugana, Val Pusteria, ecc.).
E la regione più settentrionale e più montuosa d'Italia: della sua superficie ( 13.602 kmq ., dei quali 6202 nel Trentino) metà è coperta da boschi, in prevalenza conifere, ed un quarto da pascoli, mentre le colture occupano i fondi delle valli, specialmente delle maggiori (Val d'Adige), dove si addensa la popolazione. Grano e granturco prevalgono nel Trentino, segala nell'Alto Adige, patata un po' dappertutto. Le culture arboree da frutto sono largamente diffuse specie nelle conche di Merano e Bolzano, e cosi pure la vite; l'olivo solo nella regione
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1. Confini di Stato - 2. Confini di regione - 3. Confini di provincia - 4. Confini di
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del Garda. L'allevamento vi ha modesta importanza. Risorse minerarie non mancano, ma sono di piccola entità; tuttavia l'industria ha avuto impulso dal grande sviluppo degli impianti idroelettrici.
La popolazione ( 729 mila ab.) è tutta italiana nel Trentino, mista nell'Alto Adige, dove vi sono 195 mila parlanti tedesco e 17 mila ladino. Il 28 nov. ' 48 la regione ufficialmente detta Trentino - Alto Adige ha ricevuto uno Statuto speciale, che riconosce parità di diritti alle lingue italiana e tedesca. Dei 48 mila tedeschi che nel 1939 optarono per l'Austria e vi emigrarono, sebbene siano autorizzati a ritornare in Alto Adige, solo 5000 vi si sono di fatto ristabiliti (fino al 1951). Oltre i due capoluoghi di provincia sono da ricordare Merano ( 28 mila ab.), una delle più note stazioni climatiche europee, e Rovereto ( 22 mila ab.), notevole cittadina industriale.
| Provincie | Super- <br> ficie in <br> kmq. | Popol. <br> cens. <br> 1930 <br> (in 1000 <br> ab.) | Dens. <br> a kmq. | Capoluogo <br> (popol. in 1000 <br> ab.) |
| :-- | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Bolzano | 7400 | 334,0 | 45 | Bolzano (70) |
| Trento | 6202 | 394,6 | 63 | Trento (62) |
| Trentino-Alto | | | | |
| Adige | 13602 | 728,6 | 54 | |
Biel.: G. Poli, Venezia trid., Torino 1927; C. T. I., Venezia trid., Milano 1932; E. Migliorini, Bibl. zeogr. della Venezia trid., in Bell. R. Soc. Geogr. Ital., 7 (1930), pp. 743-63.
II. It. V. o Venezia Euganea. - Risulta dalla parte nord-orientale della pianura padana, bagnato da fiumi indipendenti dal Po, con la maggior parte delle lagune che si stendono ad E. di esso da una fascia di rilievi prealpini e subalpini esistenti dal Garda alla Livenza; e dal versante meridionale delle Alpi Dolomitiche. Del suo territorio ( $18.585 \mathrm{~kmq}$.; essendo passata alla Venezia Giulia la provincia di Udine, o Friuli che prima vi era compresa), una metà è pianeggiante, l'altra metà formata da monti e colline. L'agricoltura è fiorente, massime nella bossa pianura, cioè a valle delle risorgive, e dà soprattutto cereali (grano e granturco), foraggi, uva, frutta, e specialmente nel Polesine (fra Po ed Adige), barbabietole, canapa, e tabacco. Diffuso il gelso che alimenta un intenso allevamento di bachi da seta. Anche la collina, dove qua e là prospera l'olivo, è ricca di frutteti, di vigneti, mentre nelle zone di montagna, rivestite di foreste e abbondanti di pascoli, le risorse principali son date dalla silvicoltura e dall'allevamento (bovino), con l'annessa industria dei latticini (burro e formaggi). L'industria ha fatto negli ultimi anni notevoli progressi (specialmente nelle tessili), in virtù dello sviluppo degli impianti idroelettrici e dell'impulso dato al grande centro di Porto Marghera (industrie estrattive, siderurgiche, meccaniche, cantieri navali), che sorge in prossimità di Venezia, la città verso cui converge la maggior parte del traffico della regione, e che ne è di fatto l'unico emporio marittimo.
La popolazione (quasi 4 milioni di ab.), che ha una densità assai superiore alla media italiana, vive in larga misura raccolta in centri urbani, molti dei quali, di antica origine, come Verona, allo sbocco della grande via del Brennero, e Padova, la più popolosa città di terraferma, al centro di un fiorente distretto agricolo. Sorta nell'alto medioevo, Venezia, dopo un periodo di grande prosperità (commercio con il Levante), seguito da un lento decadimento, si è risollevata in grazia della sua pur sempre favorevole posizione geografica, sebbene contrastata dalla crescente concorrenza degli altri porti adriatici.
Oltre i capoluoghi di provincia, la Venezia Euganea conta una decina di città ciascuna con oltre 20 mila ab., tutte interne - salvo Chioggia ( 49 mila ab.), porto pe-
schereccio di notevole importanza - e talora sviluppatesi come centri industriali (Schio, Valdagno).
| Province | Super- <br> ficie in <br> kmq. | Popol. <br> cens. <br> 1930 <br> (in 1000 <br> ab.) | Dens. <br> a kmq. | Capoluogo <br> (popol. in 1000 <br> ab.) |
| :-- | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Belluno | 3685 | 2368 | 64 | Belluno (29) |
| Padova | 2142 | 7140 | 33 | Padova (166) |
| Rovigo | 1804 | 3551 | 197 | Rovigo (46) |
| Treviso | 2477 | 6111 | 247 | Treviso (62) |
| Venezia | 2458 | 7399 | 301 | Venezia (316) |
| Verona | 3097 | 6448 | 208 | Verona (178) |
| Vicenza | 2722 | 6077 | 223 | Vicenza (80) |
| Venezia Euganea | 18385 | 39094 | 239 | |
Bibl.: A. A. Michieli, Venezia Eug., Torino 1927; C.T.I., Venezia, Milano 1937.
III. Venezia Giulia. - Nei limiti dell'Italia fisica, la Venezia Giulia si estende su ca. 9000 kmq . e comprende il versante interno delle Alpi Giulie, l'altopiano del Carso, la penisola istriana, e le Isole del Quarnaro. L'Italia non ha conservato, dopo la seconda guerra mondiale, se non un lembo sulla sinistra dell'Isonzo, con la città di Gorizia, lambita essa stessa dal confine iugoslavo. A questi 469 kmq . di territorio della vecchia contea di Gorizia e Gradisca (che da sola ne misura ca. 3000) si aggiunge, nell'accezione data oggi al toponimo regionale, il Friuli o provincia di Udine, che riproduce, in sostanza, i caratteri del finitimo V.
La popolazione ( 928 mila ab.) è costituita quasi tutta da Italiani (parlanti un dialetto ladino), con esigue minoranze slovene. Oltre i capoluoghi di provincia, due soli centri abitati oltrepassano i 20.000 ab .: Pordenone (27 mila ab.), il maggiore centro industriale del Friuli (cotonificio), e Monfalcone ( 24 mila ab.), al piede dell'altopiano carsico, anch'esso importante, per le sue industrie (cantieri navali).
| Province | Super- <br> ficie in <br> kmq. | Popol. <br> cens. <br> 1930 <br> (in 1000 <br> ab.) | Dens. <br> a kmq. | Capoluogo <br> (popol. in 1000 <br> ab.) |
| :-- | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Gorizia | 469 | 133,2 | 283 | Gorizia (41) |
| Udine | 7166 | 795,2 | 111 | Udine (72) |
| Friuli-Venezia <br> Giulia | 7635 | 928,4 | 121 | |
Bibl.: C. Battisti, La Venezia Giulia, Novara 1920; S. Squinabol - V. Furlani, Venezia G., Torino 1928; C. T. I., Venezia G. e Dalmazia, Milano 1934; Istit. di Statist. dell'Univ. di Trieste, L'Economia della Venezia G., Trieste 1946. Giuseppe Caraci

(fot. Wolfrom Knoll)
Veneto - Dolomiti. La Marmolada (m. 3344).
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(fot. Rodolfo Bensi)
Veneto - Facciata del Palazzo Salvadori a Trento (scc. xvi) con rilievi del sec. xvir.
## II. Storia.
Il territorio abitato dagli Euganei è da collegare probabilmente ai Liguri Ingauni. Manufatti neolitici ed eneolitici, sepolcreti con tombe e fosse ad inumazione, particolarmente nella zona di Este, sono attribuiti a questo popolo o ad altre popolazioni preistoriche. I Veneti provenienti dal ceppo indo-europeo, come altre antiche popolazioni italiche dell'età del ferro, immigrarono, in epoca non precisata, per stabilirsi nella "parte superiore del mare Adriatico, cacciandone gli Euganei che abitavano tra il mare e le Alpi" (Livio, I, i).
La vita e la civiltà dei Veneti sono sufficientemente documentate nell'età del bronzo, da castellieri nella Venezia Giulia e Tridentina, da palafitte sul Garda da riferire allo stesso periodo delle terramare dell'Emilia, da necropoli e vari oggetti della prima età del ferro nella Venezia orientale (S. Lucia presso Tolmino nella valle dell'Isonzo, Caporetto, S. Caralano nei dintorni di Trieste, nel Carso, a Cividale e S. Pietro al Natisone) e da sepolcreti affini nelle province di Padova, Treviso, Belluno, Verona, Trentino e Alto-Adige. Questi manufatti si prestano a confronti con quelli di Este (Ateste) il centro più notevole e importante della civiltà veneta, città che assume il nome dell'Adige "Athesis ", fiume qui scorrente senza ripari, come documentano due epigrafi romane nel Museo atestino, e che poi per l'alluvione del 589 si aprì in un altro letto a 19 km ., nel Polesine. Il Museo atestino accoglie le antichità e i monumenti della civiltà euganea-veneta, distinti in tre periodi: italico, veneto e gallico. Il periodo veneto dura fino al sec. III a. C. e le sue manifestazioni artistiche assumono un indirizzo diverso da quello prevalente nell'Emilia: all'ossuario di Villanova (presso Bologna, donde la civiltà villanoviana), si sostituisce una situla (secchia) bronzea, od un'imitazione della medesima: celebre la situla Benvenuti in bronzo sbalzato, divisa in tre zone e serie di figurazioni dei Veneti : produttori di situle (ramai), agricoltori, guerrieri. Su stele, tavolette, lamine e vasi, è inciso l'alfabeto della lingua paleoveneta, che, per la mancanza di iscrizioni bilingui, attende l'interprete e il rivelatore.
Dopo la dominazione etrusca, nei secc. v e iv mi-
grarono nel V. i Celtı, fermandosi all'Adige. I Veneti, rimasti padroni di Vicenza e di Ateste, loro frontiere avanzate, furono in grado di prestare ai Romani valido aiuto combattendo i terribili vicini mentre altre turbe di questi erano inoltrate verso il centro d'Italia sino ad assalire Roma. "Soltanto in un tempo posteriore troviamo in potere dei Celti anche la regione delle Alpi Carniche; dalla Germania dove stanziavano numerose tribù galliche essi s'infiltrarono nelle valli dell'odierna Carnia, della Carintia e della Carniola; sono noti appunto sotto le denominazioni di Taurisci e Carni e, dalla parte delle Alpi che più tardi furono dette Giulie, vennero a trovarsi vicini agli Istri ed ai Giapidi, mentre si misero in grado di premere sui Veneti abitanti nella pianura. Però, quando avrebbero potuto tentare una conquista da questa parte, si trovarono di fronte un avversario assai più forte dei Veneti : i Romani che nel 222 a. C. sconfissero nella Gallia Cisalpina i Celti e presero Milano, e così anche i Cenomani ed i Veneti, per amore o per forza, dovettero accettare la loro alleanza" (P. Paschini, Storia del Friuli. I, Udine 1934, p. 10).
Nel 181 a. C. i Romani fondarono in territorio car-nico-illirico la colonia latina di Aquileia, destinata ad essere poi grande emporio del mondo romano; da Aquileia mossero vittoriosi contro gli Istri (178-177 a. C.) e con il console Caio Sempronio Tuditano contro i Carni, i Taurisci e i Giapidi ( 129 a. C.); dopo la guerra sociale ( 89 a. C.) Aquileia è municipio con autonomia amministrativa e le città del V., par la legge Pompeia, sono assimilate a colonie di diritto latino, come Padova, Este, Vicenza.
Dopo le conquiste e le vittorie di Augusto sui popoli transalpini e i Pannoni, il confine dell'Impero fu portato al Danubio; nella divisione augustea dell'Italia in 11 regioni, Aquileia diventa capitale della X regione "Venetia ed Histria", comprendendo il territorio dall'Adda alle Alpi Carniche e Giulie, spostando i confini d'Italia dal fiume Formicone (odierno Risano) fino all'Arsa, includendovi così con Pola quasi tutta la penisola istriana; nel territorio della X regione, già occupato dai Galli Cenomani, sorgono le città di Brescia, Cremona, Trento, Verona, Mantova; nel territorio dei Veneti, tra il Po e il Livenza : Padova, Vicenza, Este, Altino, Adria, Oderzo, Belluno, Feltre; tra il Livenza e il Risano: Concordia (colonia romana, fondata nel 41 a. C.), Aquileia, Trieste (Terpeste), Cividale (Parum Iulii), Zuglio (Iulium Carnicum), Longatico, Nauporto, Lubiana: in territorio dell'Istria: Pola, Parenzo, Nesazio; mentre il resto dell'Istria con Altona, Fianona e la costa lungo il Quarruro (Liburnia) continuò a far parte dell'illirico (v. le singole voci). Augusto dimostrò particolare interesse per Aquileia, anche in rapporto ai suoi piani di espansione verso la Pannonia e il Danubio, e collegò organicamente ad essa le arterie stradali.
Dopo Augusto, la storia del V. è subordinata alla storia dell'Impero: sono da ricordare l'invasione dei Quadi e Marcomanni ( 169 d. C.), che distrussero Oderzo (v.), le varie opere di fortificazione, episodi come il "bellum Aquileiense", conclusosi con la vittoria del Senato romano e con l'uccisione dell'imperatore Massimino e suo figlio sotto le mura di Aquileia ( 238 d. C.), la vittoria di Costantino a Verona su Ruricio Pompeiano, generale di Massenzio ( 312 d. C.), e inoltre la guerra vittoriosa di Teodosio contro i ribelli Massimo (388), Eugenio ed Arbogaste nella valle del Frigido (395), le invasioni dei Visigoti, guidati da Alarico, che arrecarono gravi danni e distruzioni al V. (401-10), le varie incursioni di barbari e particolarmente di Attila (452) con saccheggi e incendi, di Teodorico, che vinse (489) Odoacre ad est di Verona, dove poi costruì la sua reggia: Aquileia, con la Venezia e l'Istria, formò parte del Regno estrogoto, ch'ebbe per sua capitale Ravenna. Teodorico affidò la difesa d'Italia a popolazioni alamanniche, le quali però non riuscirono ad impedire ai Baiuvari o Bavari, stanziatisi nella Rezia (Baviera), di penetrare nelle valli Venosta, dell'Ivarco e Pusteria.
Il cristianesimo, almeno per la parte ad oriente dell'Adige, fa capo ad Aquileia; non se ne hanno però prove sicure prima della metà del sec. III; anteriori alla pace
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costantiniana si debbono ritenere con quella di Aquileia le sedi vescovili di Verona, Padova, Parenzo nell'Istria (v. italia, Storio, n. 10). Durante il sec. Iv, via via si costituiscono quelle di Altino, Trento, Concordia (le cui recenti scoperte di aree sepolcrali paleocristiane, basiliche cimiteriali dicono tutta la sua importanza nei secc. Iv e v), Giulio Carnico e probabilmente Mantova, Oderzo, Feltre, Belluno, Asolo, Treviso, Vicenza, Trieste; ed oltralpe Scarabanzia, Sabaria, Emona nella Pannonia Saviense. Nel sec. v Aquileia è metropoli per i vescovati della "Venetia ed Histria" e i territori della Rezia seconda con la Vindelicia, del Norico e della Pannonia superiore: n'è esclusa Brescia. L'elenco delle sedi è conservato nelle sottoscrizioni del Sinodo di Grado (579), cui intervennero oltre ad Elia, residente a Grado, ma "episcopus sanctae Aquileiensis Ecclesiae", che lo convocò e presiedette, oltre i vescovi sopra detti, quelli di Pola, Cissa (diocesi dell'Istria ora scomparsa), Parenzo e Pedena nell'Istria; di Celcia (Cilli), Agunto (Innichen in Carintia) e Tiburnia (Spittal) nel Norico; di Sabiona (Seben, poi Bressanone, nella Rezia seconda).
Nel sec. vi nuovi avvenimenti e dissensi politici e religiosi determinarono radicali mutamenti nei rapporti interni della Venezia ed Istria, dovuti alla condanna dei Tre Capitoli (v.) voluta dall'imperatore Giustiniano e sancita dal Concilio ecumenico quinto e secondo di Costantinopoli (553). Il metropolita di Aquileia insieme con i suoi suffraganei non accettò la condanna ponendosi in opposizione non solo con l'imperatore, ma anche con il Papa ed invano Pelagio II e Gregorio I cercarono di convincerlo che non s'era compromessa la definizione del Concilio di Calcedonia, com'essi pretendevano. Anche le maniere forti tentate dall'esarca di Ravenna alla fine del sec. vi si dovettero abbandonare di fronte agli scismatici. i quali intendevano profittare degli sconvolgimenti creati dall'invasione longobarda.
I Longobardi, attraverso le Alpi Giulie erano penetrati in Italia ( 568 ) ed avevano costituito a Cividale il primo loro ducato. Ritenendosi sicuri alle spalle s'inoltrarono attraverso la Regio $X$, tolsero ai Bavari Bolzano e Merano e costituirono il ducato di Trento, oltre quelli di Verona e Ceneda, preoccupati di opporre agli ordinamenti bizantini quelli più in armonia con i loro usi nazionali. Ariani di religione, pur senza particolare fanatismo, incontrarono diffidenza nella gerarchia cattolica, per cui i vescovi veneti lasciarono le loro città più vicine al mare con parte almeno della popolazione urbana per cercare rifugio nelle lagune antistanti, comprese sempre nei confini delle loro diocesi, sulle quali le autorità bizantine conservarono giurisdizione: Concordia a Caorle, Oderzo a Cittanova, Altino a Torcello; quanto ad Aquileia, il vescovo Paolo (557-69), dice Paolo Discorso, "temendo la barbarie dei Longobardi, fuggì nell'isola di Grado e portò con sè tutto il tesoro della sua chiesa" (Hist. Longob., II, 10). L'Istria invece, sulla quale i Longobardi non potevano tenere stabile dominio, rimase soggetta all'esarcato sino alla venuta dei Franchi. L'unità della metropoli aquileiese fu rotta, quando nel 607 l'autorità bizantina riuscì ad imporre a Grado un vescovo di sentire cattolico (Candidiano); allora infatti gli scismatici del continente, sotto la protezione del re longobardo Agitulfo, riuscirono ad avere in Aquileia un vescovo del loro partito (Giovanni) e si ebbero due metropoli : quella di Aquileia per il territorio longobardo e quella di Grado, che si proclamò in seguito Nuova Aquileia con l'Istria e le sedi lagunari man mano che queste si costituirono: Caorle, Cittanova, Equilio, Torcello, Malamocco (più tardi Chioggia); ambedue i metropoliti assunsero il titolo di patriarca. Lo scisma non si estinse sul continente, se non quando a Pavia verso la fine del sec. vir il vescovo di Aquileia lo abiurò solennemente ed i suoi suffraganei con lui. Di questi ultimi si sa assai poco e si dubita che la successione episcopale in alcune sedi sia rimasta interrotta; in ogni modo Concordia ebbe il suo vescovo; come lo ebbe Ceneda quale successore di quello di Opitergio. L'occupazione franca non mutò sostanzialmente lo stato delle cose. Ai duchi longobardi successero i conti franchi, e poiché quello del Friuli ebbe diretta impor-

(fol. Rodolfo Rensi)
Veneto - Altare di S. Vigilio in Campo (inizio sec. xv) - Tassullo.
tanza nella difesa dei confini, ebbe particolare preminenza col titolo di marchese estendendo per un momento il suo governo sui territori transalpini d'oriente di recente annessi al Regno franco. Lo scompaginarsi dell'Impero franco e le invasioni degli Ungheri nel principio del sec. x sottoposero a dura prova le popolazioni venete : la sede della marca fu portata a Verona ed il regime feudale si costitui nel paese particolarmente sotto re italici, fra i quali Berengario I fu costretto a largheggiare con i suoi dipendenti in concessioni di carattere politico. Ma accanto a quella dei conti si affermava la potenza dei vescovi grazie alla concessione di immunità, possessi, privilegi da parte dei sovrani sassoni e franconi, per cui ad esempio, il patriarca di Aquileia ebbe la contea di Carniola, la marca d'Istria, la diretta autorità feudale sul vescovato di Concordia e sui vescovati dell'Istria. Intanto si costituiva il principato vescovile di Trento con Bolzano, la Valle Venosta passava alla Rezia Curiense e le valli della Rienza e dell'Isarco alla Baviera. Poiché il potere dei vescovi aveva il suo centro nella città, nel V., come del resto nella contermine Lombardia, tale potere favorì le popolazioni cittadine, le quali crescendo in numero ed in ricchezza furono in grado di resistere alla pressione dei signori del contado e crearsi la costituzione a comune limitando anche i poteri del vescovo fino a collegarsi liberamente fra loro come avvenne nel 1164 con la Lega Veronese. I comuni più importanti furono Verona anzitutto, Treviso, che fu a capo della marca gioiosa sul principio del sec. xiri, Padova, Mantova; mentre importanza piuttosto secondaria ebbero Vicenza, preda agognata di vicini potenti, Feltre, Belluno; una speciale fisionomia storica, più lungamente feudale, mantenne il Friuli, privo ancora di centri cittadini d'importanza. Per contenere la potenza comunale al cadere della potenza imperiale, Ezzelino III da Romano, forte di un vicariato avuto da Federico II, tentò di costituirsi uno Stato con Verona, Vicenza e Padova, mentre suo fratello Alberico si stabiliva a Treviso, ma fiaccati definitivamente nel 1260 lasciarono il campo libero alle Signorie; quella dei della Scala Verona che ebbe il suo centro d'azione a
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(da Arte medioevole nell' alto Adige, Catalogo a cura di N. Rosmo, Rilione B9. (or. di)
Veneto - La Madonna. Particolare della statua della Madonna con Bambino, in legno scolpito e dipinto. Arte locale (ca. 1470). S. Paolo d'Appiano, chiesa parrocchiale.
Verona e il suo maggiore rappresentante in Cangrande (m. il 22 luglio 1329; v. Dante, Parad., XVII, 70 sgg.) i da Carrara a Padova e i da Camino (Gherardo, in Dante, Purg., XVI, 124 sgg., Rizzardo, in Parad., IX, 49-51) a Treviso, il cui potere si affermò con il decadere degli Scaligeri, i Bonacolsi e poi i Gonzaga a Mantova; Vicenza è un po' l'oggetto delle cupidigie di tutti. Ben presto però i duchi d'Austria s'adoperano per il possesso del Friuli, di Belluno e Feltre e persino di Treviso, e Gian Galeazzo Visconti per quello di Verona; Francesco di Carrara, fattosi cedere dall'Austriaco nel 1382 Treviso, Feltre e Belluno, tenta di profittare delle discordie friulane, cresciute durante lo Scisma d'Occidente, per averne il possesso a danno del patriarca d'Aquileia. Ma Venezia, che aveva tentato invano d'avere via libera sul Po con la guerra per Ferrara nel 1308, dove non riusci mai a mettere piede, trova che era necessario intervenire nel V. a tutela dei suoi interessi : morto Gian Galeazzo, spazza via gli ultimi Scaligeri e stronca senza pietà gli infidi Carraresi (1406), si crea un forte partito in Friuli che ha centro in Udine con la potente famiglia dei Savorgnani finché con i suoi condottieri, vinta ogni resistenza nel 1420 , si fa signora di tutto il paese riunendo tutto il V. (meno Mantova e Trento) sotto il suo dominio, e nonostante il turbinoso periodo della guerra 1509-16 lo conserva sino alla invasione francese, governando le singole città per mezzo di suoi magistrati.
Sconvolgimenti religiosi di rilievo non si ebbero nel V. dopo lo scisma dei Tre Capitoli. Il moto della Riforma nel sec. xvı tentò di creare focolai d'eresia nell'ambiente umanista delle città, particolarmente a Verona, Padova, Vicenza e Venezia; traccie di anabattismo vengono attestate nella regione; più forti furono i tentativi a Gorizia e Trieste; nell'Istria i due fratelli vescovi Vergerio: Battista a Pola e Pier Paolo (v.) a Capodistria pretesero introdurre una riforma a carattere disciplinare; ma morto il primo e costretto a lasciare l'Italia (1549) il secondo, ogni traccia di protestantesimo venne presto a cessare.
Cessato il dominio veneziano con il 1797, con il Trattato di Campoformio il territorio di terraferma ad oriente dell'Adige fu aggiudicato all'Austria. Ma dopo la vittoria di Austerlitz nel dic. del 1805 questo territorio sino all'Isonzo fu unito al Regno d'Italia; dopo Wagram ( 6 luglio 1809) esso fu ingrandito con l'aggiunta del Trentino e con le province illiriche di Gorizia, Trieste, Istria, littorale dalmato ed altri paesi non italiani. Con la caduta del Regno italico, il 7 apr. 1815 , il V. insieme con la Lombardia entrò a far parte del Regno LombardoVeneto, sotto il governo di un arciduca austriaco, residente a Milano. Esso comprese gli antichi territori veneziani di terraferma, modificati i confini ad oriente; rimasero però sotto il diretto dominio austriaco il Trentino, il litorale dalmata ed il cosiddetto Litorale (Kustenland) che comprendeva Gorizia, Gradisca con valle d'Isonzo, Trieste e l'Istria sotto il governo di un luogotenente residente a Trieste. I rapporti ecclesiastici furono sistemati nel 1818 con trattative tra Pio VII e Francesco I (v. VENEZIA). Con il 1866 il V. entrò a far parte del Regno d'Italia, ma il Litorale rimase soggetto all'Austria e non furono mutati gli ordinamenti ecclesiastici; vennero però applicate tosto le leggi eversive sancite nel Regno.
La guerra del 1915-18 riunì all'Italia il Trentino con l'Alto Adige ed il Litorale, modificando i confini delle diocesi di Gorizia e di Trieste; ma con la pace imposta all'Italia nel 1945 i confini furono portati all'Isonzo e si creò quel Territorio Libero di Trieste che non può avere vita autonoma, mentre quasi tutta l'Istria fu assegnata alla Jugoslavia. I rapporti ecclesiastici in questa parte non hanno ancora avuto sistemazione stabile.
Biel.: mancando al V. una storia unitaria prima dell'occupazione veneziana, conviene per l'età precedente ricorrere alle fonti ed alla bibliografia delle singole città e delle grandi famiglie che vi ebbero signoria (della Scala, da Camino, da Carrara); v. anche friuli. Opera monumentale e ricca di documenti specialmente: G. B. Verci, Storia della Marca Trevigiana, Venezia 1786. Per il periodo dal sec. xv, v. la bibliografia veneziana.
Paolo Lino Zovatto
## 111. Regione conciliare.
Coincide con la provincia ecclesiastica e pertanto non è vincolata all'obbligo di celebrare il Concilio Regionale plenario, seguendo il disposto del can. 283 sgg. del CIC sul Concilio provinciale. Fanno parte della regione conciliare veneta le seguenti sedi : 1) immediatamente soggette: a) metropolitana senza suffragance: Udine; b) arcivescovile: Trento; c) vescovile: Bressanone; a) metropolitane: Venezia (patriarcato) con le suffraganee di Adria, Belluno e Feltre, Chigogia, Concordia, Padova, Treviso, Verona, Vicenza, Vittorio Veneto; Gorizia e Gradisca con le suffraganee di Trieste e Capodistria (Territorio libero di Trieste). Per il motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938 (AAS, 30 [1938], pp. 410-13) è stato costituito il Tribunale regionale per le cause matrimoniali con sede a Venezia; esso è tribunale di prima istanza per tutte le diocesi della regione e tribunale di appello per le diocesi della regione Flaminia o Romagna. Per la regione veneta, invece, tribunale di appello è il Tribunale regionale milanese. Per il funzionamento di detti tribunali valgono le norme emanate dalla S.Congregazione dei Sacramenti il 10 luglio 1940 (ibid., 32 [1940], p. 304). Cosimo Panno
## IV. L'arte nel V.
I. Venezia Tridentina. - Per la sua posizione geografica la Venezia Tridentina fu soggetta a correnti artistiche varie e a volte opposte. Vi si trovano zone d'influenza chiaramente veneta a nord-est del Garda (Riva, Rovereto, Ala), mentre a ovest del lago prevalgono influenze lombarde. Trento (v.) e il suo circondario hanno una chiara impronta rinascimentale italiana; nell'Alto Adige, a Bolzano e Merano, prevale invece l'elemento gotico e tedesco.
La corrente che vi ebbe diffusione più unitaria è indubbiamente quella romanica, di carattere italiano: massimo esempio il duomo di Trento (secc. xit-xiII), cominciato da Adamo d'Arogno e continuato da maestranze di Comacini e Campionesi; interno a tre navate con vòlte a crociera; portale con protiro. Nel braccio sinistro del transetto, interessanti affreschi della corrente emiliana del sec. xiv con la Leggenda di s. Giuliano, di Monte da Bologna.
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Nella piccola chiesa di S. Benedetto a Malles si trovano affreschi preziosi del sec. IX, già pregni del senso plastico dell'arte romanica. A Tubre (alta Val Venosta) è la chiesa di S. Giovanni, fondata dai Cavalieri Gerosolimitani, e a S. Candido la collegiata dei SS. Candido e Corbiniano (sec. xim), con un solenne interno e vigorosi esemplari di scultura lignea e di pietra. Esistono poi molti esempi di architetture romanico-gotiche, come S. Apollinare a Trento, S. Pietro a Cembra (interno gotico), S. Maria Assunta a Malé in Val di Sole, il duomo di Bolzano (prima metà del sec. xiv). Il gotico durò a lungo in questa regione, con forme italiane che giungono eccezionalmente fino all'Alto Adige, dove però dominarono modelli d'oltralpe. Alla corrente gotico-italiana appartiene la partel più antica del Castello del Buon Consiglio a Trento (secc. xili-xiv), con la rotonda Torre Grande, romanica. A Fiora di Primiero, la chiesa di S. Maria Assunta, con imponente interno a tre navate di stile gotico, e S. Francesco a Bolzano con bel chiostro.
Il '400 trentino è quasi tutto ancora gotico: sono tipici di questa regione i castelli, caratteristiche costruzioni che mantengono spesso il carattere medievale della loro prima struttura, con sovrapposti elementi di epoca gotica e rinascimentale; spesso conservano affreschi della corrente internazionale profana e cavalleresca, di grande qualità e raro interesse, come Castel S. Pietro presso Calliano, il Castello di Rovereto (ingrandito dai veneziani nel ' 400 ), il Castello di Avio (cui primo ciclo di affreschi profani del Trentino) a Merano, il Castello di S. Zeno e Castel Tirolo (secc. xil-xili ceduto nel 1363 agli Asburgo) con bei rilievi romanici, Castel Churburg, in Val Venosta (secc. xili e xvi) e ancora quello di Pérgine in Valsugana (fine del sec. xv) e quello d'Appiano (secc. xil e xvi ora in rovina). Nel Castel Ròncolo, a nord di Bolzano, affreschi del ' 400 con il ciclo di Tristano.
Nella pittura, oltre ai citati esempi della corrente internazionale, cui va aggiunto il ciclo dei mesi nel giro delle mura presso il Buonconsiglio (Torre dell'Aquila), opera di un artista d'oltralpe, una corrente giottesca romagnola giunge fino a Bolzano, dove nella cappella di S. Giovanni della chiesa dei Domenicani lascia un insigne complesso di affreschi ( 1340 ). E di grande importanza l'influenza germanica, profonda specie nell'arte popolare che si nota negli affreschi del chiostro romanico del duomo di Bressanone (secc. xiv e xv), ove operò anche Jacopo Sunter, l'ultimo pittore gotico altoatesino.
Da citare ancora i singolari affreschi della chiesa romanica di S. Giacomo a Terineno (sec. xili) e quelli elegantissimi con le Storie di s. Daniele (sec. xv) nella chiesa omonima a Ora. In S. Procolo a Naturno, affreschi dei secc. viII e IX derivati da miniature irlandesi.
La corrente rinascimentale penetra lentamente verso la fine del ' 400 e il suo sviluppo, ad esclusione della zona di Trento e di qualche altra rara eccezione, fu sempre contrastata dall'elemento gotico. La fioritura rinascimentale di Trento è dovuta all'inizio al vescovo di Trento dal 1514 al 1539; sorge nel 1520 la bella chiesa di S. Maria Maggiore di A. Medaglia, comasco; nel giro di pochi decenni la città si adorza di palazzi di schietto carattere veneto, tra cui quello del Municipio (sec. xvi), le case Geremia, Salvadori e Rella (questa con affreschi attribuiti al Fogolino) e Palazzo Tabarelli, di scuola lombarda. A Bressanone, dove gli elementi nordici si fondono spesso con quelli rinascimentali, il Palazzo dei principi vescovi ha un bel cortile a tre ordini di loggiati. Ma l'architettura rinascimentale più importante è senza dubbio il complesso del Buonconsiglio. La prima costruzione romanica fu modificata con varianti venete per opera del vescovo Hinderbach nel 1475; poi tra il 1528 e il 1536 Bernardo Clesio fece aggiungere a sud il Palazzo Magno degno di stare a confronto con le più belle regge italiane dell'epoca.

Veneto - Chiesa della B. V. del Soccorso, detta la "Rotonda ", architetto F. Zamberlano (1594) - Rovigo.
Non si conosce il nome dell'architetto. La loggia fu affrescata dal Romanino; anche il Lotto, i due Dosso, il Fogolino, lo Zucchi, furono chiamati a decorare il Castello. E questo un momento di grande fervore artistico; la città è aperta a tutto ciò che di meglio si produce nelle regioni vicine. Il Palazzo Lodron a Ponte Caffaro è un esempio di architettura bresciana. A Rovereto, sotto la Serenissima, viene riedificato nel 1476 il Palazzo del Municipio (fregio del Fogolino). Michele Pacher di Brunico ( $2^{\circ}$ metà del sec. xv), scultore e pittore, è l'artista più notevole e raffinato dell'Alto Adige (parrocchiale vecchia di Gries).
Lavorarono inoltre in alcune località del Trentino i Baschenis, pittori popolari bergamaschi (affreschi della chiesa di S. Antonio a Pelugo in Val Rendena e della chiesa di S. Vigilio presso Pinzolo, con la famosa Danza macabra dipinta sulla facciata da Simone Baschenis: v. Ixv. xlviI). Molte chiese sono affrescate da anonimi pittori popolari trentini e ornate da statue, altari, cantorie lignee di arte locale (con tendenza tra il gotico e il barocco). L'età barocca non ha grande importanza; si ricordano la chiesa del Seminario di Trento disegnata da p. Pozzo, nativo appunto di questa città, la cappella del Crocefisso nel duomo di Trento e, ancora a Trento, le chiese dell'Annunziata e di S. Martino (decorata da Knoller e Cignaroli). Nel Settecento grande importanza assume la pittura per i rapporti con la vicina arte rococò viennese. La famiglia dei Guardi è originaria della Val di Non (a Vigo, nella parrocchiale, pitture di Antonio e Francesco Guardi). E questo il momento in cui fiorì un gruppo di notevoli pittori che trovarono spesso la fama in altre città d'Italia: Alberti, Unterpergher e il Lampi.
Nell'800, ogni attivita artistica ristagna. Notevole ancora la pittura del Segantini e, sul finire del secolo, quella di Umberto Moggioli.
Bib.: L. Obersiner, Le fonti della stor. dell'arte nel Trentino, in Arch. trentino, 28 (1913), pp. 74-80; G. Fogolari, Trento, Bergamo 1916; S. Weber, Artisti trentini e artisti che lavorano nel Trentino, Trento 1933; A. Morassi, Stor. della pittura nella Venezia Trident., Roma 1934; G. Genda, Il Castello del Buon Consiglio e il Museo nec. di Trento, ivi 1934; N. Rasmo, Arte mediov. nell' Alto Adige, Bolzano 1949.
II. Venezia Euganea. - Con l'affermarsi della civiltà romana nella regione cominciano ad apparire anche i monumenti che di questa civiltà fanno mirabile testimonianza e si moltiplicano attraverso il periodo che si conclude, grasso modo, con l'invasione longobarda. Sono monumenti sepolcrali, di cui splendidi esempi si trovano soprattutto in Aquileia, statue e rilievi, notevole prodotto di arte provinciale; anfiteatri ancora in buona
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(loc. Vardivoy)
Veneto - L'Immacolata. Bozzetto di A. Canova - Fossagno (Treviso), Gypanheca Canoviana.
conservazione come a Pola, Verona e, assai meno, a Padova; teatri come a Trieste e Verona; templi ed archi come a Pola e Verona mentre ad Aquileia si sono scoperte parti notevoli del Foro. Avanzi di edifici di minore im. portanza e di ville s'incontrano in tutta la regione. Numerosi poi i musaici, specialmente in Aquileia. Le prime basiliche cristiane sorgono ad Aquileia (v.) dai primi decenni del sec. iv al vi, ma se ne hanno solo le piante coperte di musaici, come a Giulio Cornico, mentre sono conservate nelle loro linee quelle della Vergine e di S. Eufemia di Grado (v.), di Eufrasio a Parenzo (v.), dei SS. Felice e Fortunato a Vicenza (v.), dell'Assunta a Trieste (v.).
L'arte veneta paleocristiana può dirsi arte tardoromana con influssi bizantini raccolti attraverso Ravenna. Il patrimonio artistico del mondo classico, attraverso l'influsso barbarico, preparò la nuova arte romanica, che nella terraferma più tardi si sviluppò con più libero respiro: S. Sofia a Padova, e, capolavoro del romanicoveneto, S. Zeno di Verona, derivata dalla splendida catedrale modenese di Lanfranco (1120-38). Sul litorale, più legato all'antica tradizione, ecco gli splendidi esempi del duomo di Torcello, a tre navate di tipo esarcale, e, nella stessa isola, S. Fosca, riedificata probabilmente su un preesistente "martyrion" (Bettini), con interno a croce greca ed esterno ad arcate che seguono un perimetro poligonale. L'abside, tutta articolata di nicchie e mattoni, ricorda quella dei SS. Maria e Donato di Murano (rifatta nel 1140), per la stessa tendenza al colore e la delicatezza dei rapporti fra le superfici e l'atmosfera. Prototipo di queste chiese lagunari fu il duomo di Caorle (1038), a tre navate, con capitelli romanico-bizantini e piccole finestre a feritoie. Simile doveva essere la prima basilica dogale dei Partesipazi (828); è questo il momento in cui giungono a Venezia le maestranze bizantine, chiamate appunto a lavorarvi. La seconda S. Marco, dovuta a Pietro Orseolo, era tutta decorata di marmi e sculture bizantine, che furono poi usati nella terza Basilica, costruita da Domenico Contarini, la quale assorbì e cancellò le architetture precedenti (ro63). Secondo alcuni studiosi, la struttura di S. Marco è dunque romanica e deve il suo aspetto orientale alla decorazione che man mano si arricchì con i ricchi bottini che i mercanti veneziani riportavano dall'Oriente; secondo il Fiocco, è opera di maestranze bizantine ispiratesi all'esempio dell'Apostoleion rinnovato per opera di Basilio, con cupole sporgenti su schema volutamente arcaico. S. Marco influisce sull'architettura del Santo di Padova, dove però le cupole non armonizzano col corpo della basilica romanico-gotica. A Venezia, nella parte più antica, specialmente nella zona di Rialto, esistono ancora costruzioni civili bizantine.
Sull'attività pittorica nel V. l'influsso dell'Oriente fu continuo e la pittura veneta si formò proprio da questo rapporto fra l'antica civiltà orientale e quella occidentale. A Venezia e sulle coste predominò a lungo l'elemento bizantino che produsse gli splendidi musaici di S. Marco al tempo del doge Domenico Selvo (sec. xi), mentre nel
retroterra veneto si espandono forme romanico-settentrionali, a Verona con notevoli apporti germanici. Alla metà del sec. xili alcuni musaicisti di S. Marco manifestarono rapporti con l'arte romanica e assunsero un'intensità drammatica che solo la scultura aveva raggiunto : sembrò quasi che Venezia si staccasse dall'Oriente (musaici dell'avio).
La scultura paleocristiana ebbe nel V. forme tardoromane ereditate da Ravenna: S. Marco fu adornata di bassorilievi e capitelli e statue paleocristiane (cattedra di S. Marco, la Natività, ecc.). Nel retroterra sono presenti forme longobarde-carolingie in sculture di carattere decorativo. Nel sec. xili l'arte bizantina ha di nuovo gran peso sul V. marittimo: molti bassorilievi ed opere di carattere più specificamente decorativo (transenne) renarono le chiese e molti artefici bizantini vi lavorarono, formando una loro scuola, che tuttavia teneva conto della nuova arte romanica. Nella terraferma, a Verona, si afferma la corrente lombarda con Niccolò, che decora la facciata di S. Zeno, rielaborando motivi ellenistici e bizantini; le formelle in bronzo dei portali della stessa chiesa sono di scuola romanico-tedesca. La nuova corrente gotica non fu subito accolta nell'ambiente veneto che l'assorbì lentamente; vi prese poi grande sviluppo nei primi tre decenni del ' 400 , accentuando sempre più gli elementi decorativi. Nella terraferma ci sono S. Anastasia e il duomo di Verona, S. Fermo e gli Eremitani a Padova; a Venezia le chiese gotiche degli Ordini Mendicanti, la cui costruzione si protrasse nel ' 400 : SS. Giovanni e Paolo e i Frari, quasi contemporanee, e poi S. Stefano, più semplice, la Madonna dell'Orto, il Carmine e S. Zaccaria (interno), tutte a tre navate, con vòte a crociera. Elementi caratteristici sono le colonne, i tiranti che riducono la funzione dei contrafforti, gli archi che si sviluppano in ampiezza. Più tarde, a una navata, S. Maria della Carità e S. Gregorio. E di questo periodo la costruzione definitiva del Palazzo Ducale che, castello prima, cominciò ad assumere la forma attuale verso il 1340 , dopo varie riedificazioni, e ricevette l'impronta di quel gotico fiorito, caratterizzato dal predominio dei vuoti sui pieni, che dominerà a lungo a Venezia. Altro splendido esempio di questa architettura leggera, in armonia con la luce e tutta risolta in superficie, è la $\mathrm{Ca}^{\prime}$ d'Oro: tra le architetture civili sono ancora da ricordare $\mathrm{Ca}^{\prime}$ Foscari, $\mathrm{Ca}^{\prime}$ Pisani, i Palazzi Priuli, Soranno, Van Asel. Contarini-Fasan. Nel '300 lavorò a Padova Giotto (cappella degli Scrovegni), la cui arte esercitò un'influenza profonda nella regione. Per comprendere però i successivi sviluppi della pittura nel V. bisogna sottolineare l'importanza della scuola dei miniaturisti riminesi e romagnoli. Ecco Tommaso da Modena (con influssi gotici e senesi) che lavorò specialmente a Treviso; Attichiero al Santo di Padova, e poi Stefano da Verona. A Verona operò Pisanello, il genio più alto del gotico internazionale in Italia (affreschi a S. Fermo e a S. Anastasia). A Venezia, Paola Veneziano è ancora impregnato di modi bizantini e influenza il padovano Guariento; ma Lorenzo Veneziano è già attratto nel mondo gotico, e cosi Jacobello del Fiore, che subisce il fascino di Pisanello. Con i grandi apporti che la pittura di Gentile da Fabriano dà a Jacopo Bellini e Alvise Vivarini, si è ormai alle soglie della Rinascenza.
Nel campo della scultura persiste ancora qualche bizantinismo (sarcofago dei SS. Sergio e Bacco), ma per il resto la corrente gotico-veneta è tutta sotto l'influenza dell'Antelami e forse, indirettamente, anche dell'arte francese: notevoli, a Padova, il portale di S. Giustina; a Venezia, il Sogno di s. Marco (Basilica Marciana) e la decorazione del portale maggiore della stessa Basilica, in cui si notano ancora influssi bizantini nella sensibilità pittorica. A Padova è presente Giovanni Pisano (Madonna e angeli agli Scrovegni), Nino Pisano lavora a Venezia al monumento Corner a S. Giovanni e Paolo. Sia a Venezia che a Padova, i due toscani lasciarono traccia profonda in una scuola che, come sempre, elaborò il loro apporto e lo trasformò in un linguaggio veneto. Di questa scuola fecero parte molti maestri che lasciarono opere in tutta la regione; i più noti sono i fratelli Jacobello e
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Pier Paolo dalle Masegne che furono attivi anche a Mantova, a Bologna e in Lombardia e sono autori delle statue dell'iconostasi di S. Marco. Balduccio da Pisa portò a Verona l'insegnamento dei Pisani e influenzò quei maestri campionesi cui si devono le arche scollgere.
Sui primi del ' 400 alcuni grandi artisti toscani vengono chiamati nel V.; dopo l'incendio che devastò S. Marco nel 1479, Paolo Uccello e Andrea del Castagno furono chiamati dalla Repubblica a infondere nuova vita alla scuola del musaico ormai decadente. E i due maestri, pur non rinnovando i fasti dell'antica decorazione, la portarono a un alto livello. Così a Padova Filippo Lippi (lavora al Santo) portò il verbo nuovo della Rinascenza, influenzando alcuni maestri locali. Dalla scuola dello Squarcione esce il Mantegna (cappella Ovestri, agli Eremitani), e dal 1443 lavora a Padova per dieci anni Donatello; questa città è ora il centro artistico più vitale e fecondo per la diffusione dei problemi e dell'arte rinascimentale nel settentrione. Da Andrea Mantegna (v.) si può dire derivino e prendano novello vigore tutte le scuole rinascimentali del V. e della Lombardia. I veneti risolveranno sempre più i problemi di forma e di spazio nel colore, il loro elemento naturale, essenziale conseguenza della pittura musiva. Allora si può dire che in ogni città del V. fiori una scuola: a Padova, a Verona, dove pure fu vivissima l'influenza mantegnesca, con F. B. Bonsignori, D. e F. Morone, G. dei Libri, Liberale e F. e G. Caroto. La scuola veneziana sta per dare i suoi frutti più alti con i Bellini (v.). Oltre a Donatello, lavorano a Padova altri scultori toscani come Dello Delli, Michele da Firenze, Pietro Lamberti e Agostino di Duccio, che col loro esempio liberano dagli influssi gotici la scultura veneta. Da loro si formano Niccolò Pizzolo, autore della paia degli Eremitani (terracotta), Bartolomeo Bellano (che lascia opere al Santo, a S. Giustina, agli Eremitani, a S. Francesco, ecc.) e inoltre Andrea Briosco detto il Riccio, famoso bronzista che si distingue per uno spiritoso realismo. A Venezia, dalla bottega di Bartolomeo Bon, autore della Porta della Carta, escono scultori (v. tuiapistra e) toscani, veneti, e lombardi, come Matteo Raverti, che lavorò in Palazzo Ducale, e Andrea da Milano. Grande fama ebbe anche la bottega di Pietro Lombardi, che lavorò con i figli Antonio e Tullio