volume-12

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lla Carta, escono scultori (v. tuiapistra e) toscani, veneti, e lombardi, come Matteo Raverti, che lavorò in Palazzo Ducale, e Andrea da Milano. Grande fama ebbe anche la bottega di Pietro Lombardi, che lavorò con i figli Antonio e Tullio e fu influenzato da Agostino di Duccio; i Lombardi lasciarono opere anche a Padova (Santo) e a Treviso (Duomo). Nella seconda metà del ' 400 appare a Venezia il genio di Antonio Rizzo che creò il suo capolavoro nelle statue di Adamo ed Eton in Palazzo Ducale; in cui finisce ogni goticismo e nasce un nuovo senso plastico, caratterizzato da masse fluenti e luminose.

Pietro Lombardo fu anche architetto, con spiccata tendenza alla decorazione più che a creare definite strutture (chiesa dei Miracoli, Palazzo Dario), mentre Mauro Codussi è sorretto da un vero genio architettonico e organizza gli spazi e dà alle nervature la loro missione funzionale (facciata di S. Zaccaria, S. Maria Formosa, S. Giovanni Grisostomo, S. Michele in Isola). Nel 1527, dopo il sacco di Roma, giunse a Venezia il Sansovino che vi ebbe moltissima fortuna; tra le sue opere principali vanno ricordate la Zecca, la Libreria di S. Marco, la chiesa di S. Francesco della Vigna, il Palazzo Cornaro, la loggetta del campanile. Egli seppe adattare le sue esperienze classiche e romane all'atmosfera particolare di Venezia, dando alle sue costruzioni ritmi scanditi dal predominio dei vuoti sui pieni, con evidenti ricerche pittoriche. Verso la metà del ' 500 fiorisce il più grande architetto veneto, Andrea Palladio (v.). Nel V. operarono inoltre il Falconetto, che deriva dal Bramante e dal Pe. ruzzi, il Serlio, particolarmente noto come teorico, fra' Giocondo (loggia in Piazza dei Signori a Verona) e, so-
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(Int. Alinari)
Veneto - S. Giorgio uccide il drago. Affresco (fine sec. xiv-inizio sec. xv). Verona, basilica di S. Zeno Maggiore.
pra tutti, il veronese Sanmicheli, grande architetto militare che rivela questa sua qualità anche nelle linee monumentali dei suoi palazzi (Grimani).

Intanto la scuola di Giovanni Bellini dà i suoi stupendi frutti; ormai a Venezia il colore è libero di ogni soggezione al disegno, è come un soffio vitale che anima, nella luce dei suoi rapporti, paesaggi e figure umane. In questa direzione, decisivo fu anche l'apporto di Antonello da Messina, attivo a Venezia e a Milano nel 14751476 (Pietà del Correr). Da questo maestro, che fuse in alta sintesi poetica i raggiungimenti pierfrancescani con gli apporti fiamminghi, fu particolarmente influenzato Alvise Vivarini, che poi si avvicinò al Giambellino, col Basaiti, B. Montagna (Vicenza) e Cima da Conegliano. Sul finire del ' 400 furono nella bottega del Bellini: V. Catena, il Bissolo, Rocco Marconi, G. M. Pennacchi (Treviso), B. Boccaccini (Cremona), F. Mazzola (Parma), N. Rondinello (Ravenna). Giorgione da Castelfranco ([v.] pala a Castelfranco) viene dal Giambellino ed è il fiore mirabile della sua scuola; come Tiziano (v.) viene a sua volta da Giorgione, ed altrettanto si può dire di Palma il Vecchio (v.). Fioriscono in questo periodo il Pordenone, che predilige le forme monumentali, Lorenzo Lotto che, per la sua raffinata inquietudine e gli accenti nordici dei suoi freddi colori, ha un posto particolare nella storia della pittura veneziana; A. Previtali, il Carcani, che deriva da Palma il Vecchio e dal Lotto, Bernardino Licinio, Savoldo, Romanino, Moretto da Brescia e Bonifacio de' Pitati e il Torbido di Verona, A. Schiavone, Paris Bordone.

Nel primo ' 500 opera a Venezia anche Sebastiano del Piombo, che poi subirà l'influsso di Michelangelo; mentre aprirono nuove strade: Paolo Veronese, Tintoretto, J. Bassano.

La scultura del ' 500 , che nel V. si sviluppa sulla scia della scuola dei Lombardi, riceve nuovo impulso da Jacopo Ransovino, toscano, cui giustamente il Vasari riconosce a facilità, dolcezza, grazia e un certo che di leg. giadro s; questo maestro, oltre alle statue della Loggetta, lasciò il monumento Venier e i Giganti della scala omonima (opera della sua scuola). Tra i suoi seguaci: Danese Cattaneo, Tiziano Minio, Tiziano Aspetti bronzista assai raffinato, G. Campagna di Verona e A. Vittoria di Trento, che dominò a Venezia con una spiccata tendenza a pittorici effetti di luce e ombre.

Alla fine del sec. xvi V. Scamozzi, dottissimo teorico, diffonde con le sue opere un accademismo che blocca il naturale svolgimento delle architetture rinascimentali nel V. Il primo a ritornare alla tradizione fu

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Veneto - Facciata posteriore della chiesa di S. Francesco (sec. xiv) - Pola.

Baldassare Longhena, scolaro dello Scamozzi, il cui linguaggio barocco porta fino alle estreme conseguenze quegli elementi di pittoricismo già presenti nel Palladio, nel Sansovino e nel Sanmicheli (Palazzo Belloni-Battagia, chiesa della Salute, $\mathrm{Ca}^{2}$ Pesaro, $\mathrm{Ca}^{2}$ Rezzonico, duomo di Chioggia, interno degli Scalzi, Scuola di S. Giorgio dei Greci e dei Carmini, scalone di S. Giorgio Maggiore, Villa Rezzonico a Bassano e Widmann a Bagnoli, ecc.). Egli non ebbe veri e propri seguaci.

Nel Seicento, la pittura a Venezia subisce una battuta d'arresto : gli epigoni dei grandi veneziani o si limitano all'imitazione dei maestri o si lasciano attrarre dal manierismo più comune, o continuano a sfruttare il colore di Tiziano. Pure in questo momento «l'Europa parla in pittura una stessa favella, la veneta». E a Venezia e nel V. il filone autentico riprese valore soprattutto per opera di artisti forestieri: D. Fetti che ebbe grande influenza anche su G. Liss, un tedesco che lavorò a Venezia in quegli stessi anni (fino al 1630), portando la pittura ad una grande libertà unita a raffinati preziosismi di stile. Nel 1630 giunse a Venezia B. Strozzi (Genova), che nell'eredità del Fetti chiarisce le qualità del suo estroso temperamento. Il filone più vivo della tradizione veneta continua con F. Maffei (Vicenza) e S. Mazzoni, il Mola, il Ruschi, lo Zanchi e il Langetti.

In questo periodo la scultura si sviluppa come decorazione : alla Salute lavorano molti artefici sotto la guida del fiammingo Giusto Le Court. Si recano a lavorare a Venezia scultori di ogni città d'Italia : il Parodi (Genova), il Mazza (Bologna), il francese Perreau e i tedeschi Weyering (S. Moisè) e Barthel (monumento Pesaro ai Frari). Tutti finiscono per assumere i modi pittorici locali.

Nel Settecento a Venezia l'architettura ritorna ai modelli palladiani; esterni maestosi a cinque ordini corrispondono ai leggeri e capricciosi interni rococò. G. Massari (prima metà del '70o) è l'autore di Palazzo Grassi, delle chiese della Fava e dei Gesuati. Da ricordare anche T. Temanza (chiesa della Maddalena) e A. Tirali (chiesa di S. Vitale e pronao dei Tolentini).

Nel '700 la pitlura si avvia nuovamente a riconquistare il primato attraverso l'Amigoni, G. A. Pellegrini e S. Ricci. Ma è il Piazzetta (v.) "che spalancando ad un tratto le porte del Settecento reca alla pittura veneziana la volontà e il senso essenziale di uno stile che significa costruzione plastica, severità lineare, concisione coloristica, che è semplificazione della tavolozza a pochi toni quasi per ridurla a forza energetica di ombra e luce" (Pallucchini). Nella sua orbita ha inizio l'attività di G. B. Tiepolo (v.), che poi attraverso il Ricci si rifà ai modi di Paolo Veronese. Nell'orbita di G. B. Tiepolo e di S. Ricci vanno ricordati, per apporti minori ma sempre validi, G. B. Pittoni, F. Fontebasso, G. B. Cignaroli e nel campo della pittura decorativa G. Diziani, J. Marieschi, lo Zugno, il Guarana, il padovano Crosato e infine il Novelli. Intorno al Piazzetta si trovano G. Angeli, il Cappella, i due Maggiotto, il dalmata Filippo Bencovich, la fama dei quali si sparse per tutta Europa specialmente attraverso le incisioni. Interprete profondo ed acuto del '70o veneziano è Pietro Longhi, che nelle sue piccole tele fissa episodi di vita quotidiana di una società che si avvia al tramonto. Il figlio di lui Alessandro fu celebre come ritrattista; in questo genere ebbe grandissima fama per i suoi pastelli Rosalba Carriera. Nel '70o fu particolarmente importante a Venezia e nel V. la scuola dei vedutisti veneziani, aperta dal friulano L. Carlevaris; alla sua bottega si iniziò il Canaletto sulla cui pittura influì lo avedese Richter. Da lui deriva il nipote Bernardo Bellotto. Mentre nel Canaletto «la realizzazione pittorica è mediata dall'inquadratura prospettica", su premesse completamente diverse si forma la pittura di F. Guardi, artista solitario. In lui il rapporto tra figura e spazio è essenzialmente pittorico: "egli realizza una luce atmosferica, pulviscolare, dentro la quale la forma è come dispersa, immersa nella natura stessa della luce" (Pallucchini).

Tra gli scultori dei sec. xvili si ricordano qui il Marchiori, il Bonazza e il Morlaiter, che continua la sensibile tradizione pittorica dei veneti. Nello stesso ambiente si forma A. Canova, che poi diventerà il massimo esponente della corrente neoclassica.

Nell'Ottocento, la tradizione coloristica continuerà nei limiti dell'aneddoto provinciale; hanno tuttavia una loro notevole personalità, rientrando nella storia della pittura italiana del tempo, G. Favretto, l'Hayea, di educazione lombarda, M. Grigoletti, G. Ciardi cui i rapporti con i macchisioli dànno una maggiore vivezza, L. Nono, A. Milesi, Zandemeneghi, che emigrà a Parigi e fu influenzato dagli impressionisti. Fra gli scultori devono essere soprattutto ricordati il Selva, il Dal Zotto e specialmente il Borre.

Fra i contemporanei il maggior pittore è G. Rossi e lo scultore più importante A. Martini di Treviso, che attraverso molteplici esperienze influì decisamente sulla scultura italiana moderna.

BibL.: R. Cattaneo, L'archit. in Ital. dal sec. VI al Mille circa, Venezia 1888; Venturi, 22 voll., Milano 1901-34, v. indice; L. Simeoni, Verona, Verona 1910; A. Kingsley Porter, Lombard archit., New Haven 1917; R. Van Marle, The ital. schools of painting, 18 voll., L'Aia 1923-36, v. indice; P. Toesca, Stor. dell'arte ital., Torino 1927; Studi Appliciosi afforti a G. Brusin. Aquileia 1953.

III. Venezia Giulia. - Tra i secc. vir e viif, la regione subl il dominio longobardo. A Cividale, che fu la capitale longobarda del Friuli, resta, insigne monumento di questo periodo, l'oratorio di S. Maria in Valla, costruito probabilmente sotto il patriarcato di s. Paolino, con elementi romani e bizantini; ha stucchi meravigliosi e affreschi coevi agli stucchi. Nel Museo archeologico locale e nel duomo sono raccolti frammenti con monumenti romani, barbarici e preistorici ed importanti opere d'arte dell'età posteriore. Nei platei di Cittanova d'Istria si notano, oltre a motivi decorativi classici, raffigurazioni di animali di vigorosa fantasia, preludio all'arte romanica, la quale non portò tante modificazioni negli elementi funzionali, quanto in quelli decorativi. Si ricordano S. Anastasia di Zara a tre navate (sec. xiri) con capitelli di vario stile, S. Lorenzo del Pasenatico, la basilica di Muggia Vecchia,

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(fol. Enit)
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(fol. Enit)
In alto a sinistra: TORRE DEL TRIVIO, compiuta nel 1353 - Velletri. In alto a destra: PALAZZO LANCELLOTTI ORA GINNETTI, architetto Martino Longhi il Vecchio (sec. xvi) - Velletri. In basso: IL LAGO e resti della città medievale di Ninfa.

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In alto a sinistra: PANORAMA di Arquà Petrarca. In alto a destra: VEDUTA della Val Venosta. In basso a sinistra: LE MURA DI MONTAGNANA, costruite dagli Ezzelini e dai Carraresi (sec. xiri). In basso a destra: GIARDINO e facciata della villa Donà delle Rose, già Barbarigo (sec. xvir) - Valsanzibio.

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(fol. Alinari)
(fol. Alinari)
In alto a sinistra: L'ARENA DI POLA, lato verso il mare (sec. I d. C.). In alto a destra: IL COSIDDETTO ARCO DI RICCARDO (sec. I d. C.) - Trieste. In basso: SARCOFAGO pagano con putti e frammenti di capitelli - Aquileia, Museo archeologico.

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In alto a sinistra: LA CHIESA GOTICA DI S. FERMO MAGGIORE ( $z^{a}$ metà del sec. xili) - Verona. In alto a destra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. SOFIA (sec. xi, compiuta nel sec. xili) - Padova. In basso: FIANCO E FACCIATA DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO (fine del sec. xili) - Bassano.

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la chiesetta di S. Silvestro a Trieste e infine S. Giusto, sorta nel sec. xiv dall'unione di due chiese preesistenti: l'Assunta, a tre navate, e la prima S. Giusto, più piccola e anch'essa a tre navate. La nuova basilica manca di unità, ma le cinque povere e austere navate creano un'atmosfera solenne. Vi sono capitelli classici e bizantini e i mussici sono coevi a quelli di S. Marco; gli affreschi dell'abside con le Storie di s. Giusto, martire, sono di Altichieri da Zevio. Nel Friuli sono degni di menzione S. Maria di Castello a Udine (con facciata lombardesea), S. Francesco a Cividale (sec. xir), quello di Udine, il duomo di Gemona (di G. Griglio), opera di transizione con interno ad archi gotici.

L'età gotica si sviluppa sotto il dominio di Venezia cui, dalla metà del ' 200 , anche l'Istria va assoggettandosi. In questo periodo tutto riflette la presenza della Repubblica di Venezia : ovunque si trova ancor oggi il suo suggello, il Leone di s. Marco. Vi lavorarono pittori, scultori e architetti veneziani, sicché si può parlare di arte veneziana. Tra le architetture si ricordano il duomo di Pola, di origine paleocristiana, ma con trasformazioni gotico-provinciali (sec. xv); la chiesa di S. Francesco costruita dai Frati Minori, molto attivi in Istria; il duomo di Muggia con facciata ad arco inflesso simile a quello della chiesa della Ca-
rità in Venezia; la piccola chiesa di S. Giacomo a Capodistria, il duomo di Udine (con affreschi di Vitale da Bologna) romanico-gotico, in seguito rimaneggiato, e quello di Venzone.

Tra le architetture civili e private, i palazzetti di Pola, Pirano (la città che più riecheggia Venezia), Parenzo, Capodistria; le case veneziane con bifore e trifore di Pirano, di Udine, di Pordenone e di altri centri, i castelli che fiorirono un po' dovunque e tra i quali si ricordano quello di Colloredo di Montalbano, con tre cinte di mura. Ovunque la Repubblica pose fortificazioni, mura e torri assai belle. Il Castello di Gorizia invece, come il duomo di Pisino, ha influssi tedeschi dovuti alla dominazione dei conti di Gorizia di origine tedesca; Trieste non subì al contrario alcun influsso dal nord. Nell'abside maggiore della sua Cattedrale erano affreschi - ora perduti - di scuola friulana. Loj scuola dei De Sanctis, scultori veneti formatisi su Nino Pisano, lascia opere a Udine e a Capodistria. La penetrazione dell'arte veneziana continua nel sec. xvI, con carattere più unitario, in tutta la regione, compreso il Friuli. A Capodistria lavorano nel Duomo i Dalle Masegne e Tullio Lombardo.

Alla metà del ' 200 Jacopo Bonsovino restaura S. Maria del Canneto a Pola; a Udine opera il Palladio; a Brioni fioriscono eccellenti maestranze di lapicidi. La pietra d'Istria conferisce nuova e particolare austerità ai modelli veneti. Non vi furono molte costruzioni originali, ma numerose trasformazioni e rifacimenti : il duomo di Osséra è un'architettura rinascimentale con facciata ad arco e portale lombardesco, come anche il duomo di Cherso; il duomo di Cividale, ampliato e rifatto su disegno di P. Lombardo; il bel Palazzo del comune di Venzone (secc. xiv e xv) e il Palazzo comunale di Gemona, il Castello di Udine (architettura di G. Gontana), ora Museo civico, e quello di Sanvincenti. Tra i pittori, G. Martini da Udine (opere a Udine, a Portogruaro, ecc.), di origine tolmezzina, fu influenzato da Alvise Vivarini e da Cima da Conegliano; ha influenze cimesche anche Pellegrino da S. Daniele; Gianfrancesco da Tolmezzo decora la chiesa di S. Martino a Socchieve; di G. Martini è scolaro Giovanni da Udine che nel Friuli operò come architetto. Per le città dell'Istria e della Dalmazia lavorarono Vittore Carpaccio e il figlio Benedetto, Tiziano, Paris Bordone e Palma il Vecchio, Paolo Veronese e Jacopo Bassano. Nel Friuli operarono G. A. da Pordenone, emulo di Tiziano (coro della parrocchiale di Travesio,
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(ed. Alinari)

Veneto - Incoronazione della Vergine. Dipinto di Girolamo da Udine (primi decenni del sec. xvI) - Udine, Museo comunale
duomo di Spilimbergo, S. Maria dei Battuti in Valeriano), poi Pomponio Amalteo e Sebastiano Florigerio. Di Zara sono Andrea Schiavone e Francesco Laurana, che però non lasciarono tracce nella regione. Fiori particolarmente l'architettura militare, diretta emanazione della Serenissima, specialmente per opera di Michele Sanmicheli (porto di Terraferma a Zara), del Falconetto, del Palladio, dello Scamozzi e del Serlio. Col periodo barocco il fervore artistico si attenua in tutta la regione; la decadenza coincide con la fine della potenza veneziana. Mancano architetture di grande significato : si modificano invece gli interni delle chiese (duomi di Udine, di Gorizia e di Capodistria) e nelle numerose ricostruzioni di chiese del sec. xviri e del primo Ottocento si riproducono i modelli veneziani di quella età. In S. Ignazio di Gorizia sono affreschi di Taucher, scolaro di p. Pozzo. Continua l'importazione di opere di pittori veneti fra cui quelle di Palma il Giovane e degli ultimi tizianeschi.

Con la caduta di Venezia si interrompe la tradizione veneta e l'arte entra nell'àmbito italiano ed europeo, senza che vi si produca nulla di eccezionalmente notevole. Del periodo neoclassico si ricordano S. Antonio Nuove e il Teatro Verdi a Trieste, dove si sviluppa una scuola accademica locale con influssi viennesi. Nel Museo Revoltella di Trieste, fra le molte opere dell'Ottocento, è conservato un notevole ritratto di signora di G. Tominz. Friulano è M. Grigoletti, notevole pittore che si forma a Venezia ed è maestro di G. Favretto.

Bial.: B. Cavalcaielle, Elenco dei monum. per il Friuli, mo. della Bibl. com. di Udine, 1876; G. Gartner, Uno studio sulla basilica di S. Giusto, Trieste 1914: F. De Maniago, Storia delle belle arti friulane, Venezia 1910; L. Colotti, Sull'origine e la diffusione della pitt. vomagmela del Trecento, in Dedalo, 11 (19301931), pp. 197-217; C. Cecchelli, Catal. delle cose d'arte e d'antichità d'Italia, - Zara -, Roma 1932; F. Forlati, La Basilica di S. Giusto, Trieste 1933; C. Ermacora, Il Friuli, Vicenza 1932; A. Santangelo, Inventario degli oggetti d'arte in Italia (La provincia di Pola), Roma 1933; F. Senzi, L'arte in Istria, Pola 1937; S. Bettini, Pitt. friulana del Rinasc. a Pordenone, in Le Arti, 1 (1939), n. v. pp. 484-80; B. Molzioli, Mostra del Pordenone e della pitt. friulana, Udine 1939; C. Cecchelli, Monum. del Friuli, Milano-Roma 1943; B. e F. Forlati, L'arte della Venezia Giulia, in La Venezia Giulia terra d'Italia, Venezia 1948, pp. 139-23. Michelangelo Muraro

## V. Folklore.

Folkloristicamente, oltre che per la lingua, il popolo veneto è tra i meglio definiti e individuati d'Italia. Non

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che gli elementi folklorici siano tutti o la maggior parte autoctoni, ma certo è che essi hanno assunto caratteristiche locali tali da potersi dire tipici e propri di quella zona. La quale comprende un un'unica regione l'intero territorio delle Tre Venezie, presentando una spiccata uniformità, pur con le naturali variazioni tra montagna e pianura, tra campagna e città, dei tratti fondamentali del carattere di quelle popolazioni e delle loro manifestazioni tradizionali : da questa continuità di coltura folklorica si stacca, come per il dialetto, il Friuli.

Il tipo più comune di canto lirico monostrofico nella tradizione popolare delle Tre Venezie è la cosiddetta villotta veneta, che è stilisticamente caratterizzata da un linguaggio dialettale nobilitato, dalla semplicità e linearità dei modi espressivi, velati spesso da un senso satirico, e che metricamente rappresenta la sopravvivenza dello strambotto, formata com'è da due, quattro, sei o anche otto endeusullabi rimati, o assonanzati alternativamente, con la coppia di chiusa a rima baciata. Foggiate in questo schema sono le serenate o mattinate, chiamate nella Val Lagarina mazzinae, diffuse tra i Veneto-giuliani e nel Trentino sin da età lontana, come dichiara un bando ecclesiastico del 1551 che proibiva di fare mattinate la notte in Trento durante la Quaresima. Da non confondere con la veneta è la villotta friulana, che è una strofa propria e soltanto del Friuli (con qualche traccia d'infiltrazione nella Venezia Euganea e nella Lombardia), composta di una semplice quartina di ottonari, nel cui breve cerchio melodico si racchiude un desiderio, una lode, un complimento. Né il V. ignora le canzoni narrative sacre e profane. Delle prime, numerose sono le versioni della Passione Italia Centrale I e III. Delle altre, carattere particolarmente conservativo rivela l'area istriana, dove oltre i canti del comune repertorio veneto (Donna lombarda, Pesca dell'umillo, Besanda somnifera, Falso pellegrino, ecc.), s'incontrano canzoni più rare, quali La fuga, La morte occulta, Il marito ucciso, Il testamento dell'avvelenato.

Ricchissima la novellistica. Le leggende romanzesche vive nei paesi veneto-giuliani comprendono tutti i più importanti cicli, a eccezione di quello brettone della Tavola rotonda; nel ciclo del Risorgimento emerge, specie a Buie e a Visinada, la figura di Garibaldi. Le leggende storiche traggono argomento dalle battaglie fra gli antichi Istri e Romani, dalla guerra di Chioggia tra Venezia e Genova e dalle lotte degli Istriani contro gli Slavi invasori. Gesù e la Madonna, Angeli e Santi (fra cui specialmente, nelle terre giuliane, s. Niccolò, s. Martino, s. Giorgio) sono i personaggi prediletti delle leggende sacre. Numerosissime sono infine le leggende sui fenomeni naturali e soprannaturali, per cui il popolo si è creata una sua mitologia di esseri fantastici, invocati di solito per intimorire i bambini inquieti e disobbidienti; tali sono, nel Trentino: oltre al Diavolo e all'Orco, il Salvanèl, il Calcatràpole o Calcaròt, il Basadòne, il Barzola; nella Venezia Giulia: il Balarin, il Massariol, il Sión; nonché dappertutto vari tipi e nomi di streghe.

Delle varie credenze e usanze che segnano il ciclo calendariale si ricordano le più caratteristiche. Nei giorni precedenti l'Epifania usano in molti luoghi del V. cantare la Stela: al tramonto, una compagnia di giovani fa il giro di questua per le case del paese, recando appesa a una lunga pernica una stella di carta, e cantando laudi a Gesù e alla Madonna, o la storia dei Magi. Tra i riti di carnevale si ricordano nel folklore trentino la mascherata degli aratori a Mésero e a Predazzo, la mascherata dei mesi a Cembra e la caccia al Salvanèl a Panchìà e a Tésero: i personaggi di quest'ultima sono, oltre al Salvanèl, che è un uomo coperto con pelle di capra o di pecora e con ramoscelli d'atete o di pino verde, la Casca barbara (capra con la barba), un Arlecchino e vari cacciatori. Notissime in tutto il V. le maschere di Arlecchino, vestito di cenci variopinti, Brigbella (l'antico Zanni) e Pantalone, il re del Carnevale. Nel giovedi di mezzaquaresima era un tempo uso comune di segare o bruciare la vècia, fantoccio rappresentante la Quaresima. A Calendimarzo, inizio di un ciclo stagionale, ha luogo in molte vallate del V. l'annunzio pubblico dei fidanzamenti, con usanze che sostanzialmente si ricollegano a quella de lis ciddis, sopravvivente
nella Carnia. In Val di Fiemme la festa veniva organizzata dalle associazioni giovanili: la compagnia eletta si recava sotto le finestre delle ragazze a cantare il maridazzo, con cui si assegnava la più bella si bangerál, capo dell'associazione, e quindi un'altra al sotobangerál, e via via agli altri componenti la compagnia. A Chizzola la cerimonia avveniva attorno ad un falò, fra le rovine di un vecchio castello, e mentre si svolgeva il dialogo cantato, tra grida e spari i giovani agitavano i tizzoni accesi lanciandoli, in segno di allegria e d'augurio, giù dalla rupe. Pasqua segna in molte località l'inizio della primavera. Elementi indicativi del suo significato propiziatorio sono a Verona le brassadele, specie di ciambelle dorate, simboleggianti il Sole, che nelle botteghe di campagna si vedono infilate ad alberelli, detti bastoni; e il gioco, diffusissimo, delle uova (a scoceta, a rompiovo, a righèla), talvolta tinte a più colori in segno propiziatorio. Tracce del culto primaverile di s. Giorgio (23 apr.) presenta il folklore veneto-giuliano: in molti paesi dell'Istria si fa la prima processione propiziatoria per il raccolto e a Cherso si benedica l'acqua che serve poi per la bonificazione dei campi e degli ormenti. Nella notte di S. Giovanni si faceva un tempo veglia nel Bellunese (vea de s. Zuane); in Cadore si accendono i grandi falò, di cui si raccoglie la cenere benedetta e si conserva come amuleto contro le frane. Molte virtù medicali e protettive si attribuiscono alle erbe : erba dela incontradura o de s. Zuane è detta nel Bellunese una speciale erba che si brucia contro i temporali. Vari e largamente diffusi (a Venezia, p. es.) i modi di trarre, in quel giorno, pronostici sull'avvenire e specialmente sul matrimonio.

Notevole valore spettacolare hanno alcune feste di tradizione locale, come quella del Redentore a Venezia (terza domenica di luglio), votata dal Senato veneziano per la liberazione della città dalla terribile peste del 1575, e caratterizzata dalla storica regata in costume sul Canal Grande; la Rua (ruota) a Vicenza, consistente in una grande macchina lignea a forma di torre, con la statua della Giustizia in cima e la ruota nel mezzo, che veniva recata in processione a spalla da 80 portatori, nel giorno del Corpus Domini, e il baccanale del gassco a Verona, il venerdì grasso. Della pittoresca cerimonia veneziana dello "sposalizio del mare" in occasione della festa dell'Ascensione o Sensa persiste il ricordo nel modo di dire andàr a la sensa, nel senso di perdere la testa: «... il Doge saliva in quel giorno solennemente sul Bucintoro, tutto parato di zendado; e, seguito da un superbo accompagnamento di gondole, battelli e barche di ogni forma più elegante, adorne di rasi e di fiori, si recava fino al Lido, in mezzo ad un incessante sparar di cannoni, da tutti i bastimenti e le navi che si trovavano all'intorno, ed allo scamponar festoso di tutte le chiese di Venezia. E, sceso al Lido, gettava in mare l'anello d'oro, pronunciando le famose parole: "Noi ti sposiamo, o mare, in segno di vero e perpetuo dominio "» (Olivieri).

Il ciclo della vita umana nel V. è anch'esso ricco di elementi etnograficamente interessanti. Dei riti del culto arboreo si segnala a Pinzolo, nel Bellunese, l'omaggio fra gli innamorati di un ramoscello verde, simbolo di giuramento; l'uso osservato nei paesi friulani, di collocare il ceppo sulla soglia di casa dell'amata, come richiesta nuziale, e la cerimonia, praticata in più luoghi, specie in passato, delle nozze con gli alberi. Carotteristica usanza del Polesine è di far la levata della sposa: in certi villaggi dei Sette Comuni si svolgeva un dialogo, secondo uno schema tradizionale, fra i parenti dello sposo e la famiglia della sposa, e tutta la scena rammemora il costume della ragazza che si nasconde prima di accedere alle nozze, tuttora diffuso in aree notevoli d'Europa. Durante il corteo, in molti luoghi del V. si faceva la sbarra, con fiori e nastri, e per ottenere il passaggio gli sposi erano obbligati a dare un'offerta. A Belluno per attraversare il ponte del Piave gli sposi dovevano pagare un diritto di pedaggio alla compagnia degli zattieri: la tradizione indica e segna un rito di passaggio materiale. Notevole traccia del rito delle notti di castità si ritrova in diversi luoghi del V., dove la prima notte la sposa dorme sola, mentre lo sposo veglia con gli amici, e la

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festa si protrae talora per tre giorni. Degli usi funebri singolare è il nome di anzoleto dato all'allegro scampanio con cui si annuncia la morte di un bambino o di una bambina, nome che si ricollega al motivo espresso in una ninna-nanna disoggiotta: «Fussistu nato per anare in cielo / I anacli godaria el to viso belol».

Elementi tradizionali e singolari del costume sono a Chioggia per l'uomo il berrettone rosso o azzurro con o senza fiocco, giacca ruvida, zoccoli pesanti (molati) e cappello con cappuccio; per la donna, la tonda, ampio fazzoletto di percalle, doppio d'inverno, che nei giorni di festa viene sostituito dalla pieta, di tela finissima e ornata di merletti, a Venezia lo scialito (detto una volta zendale o zendalèto), un tempo colorato, ora nero e frangisto. Il costume femminile veneto-giuliano e istriano è ricco di merletti (famosi quelli antichi di Veglia e del Quarnaro) e ornamenti vari: orecchini, spilloni, pendenti, grappoli di perle, come nell'abbigliamento di Dignano, e altri tipi dell'oreficeria istriana di Pirano, Pisino e Rovigno.

In stretta relazione con le caratteristiche dell'ambiente umano si presenta nel V. la distribuzione delle principali forme di case rurali, che specie nelle zone di confine risente dell'incontro dei vari influssi culturali, tedesco, italiano e slavo: una spiccata bipartizione e rilevabile, ad es., nella Venezia Giulia, dove una netta linea demarcatoria distingue il gruppo "medio-europeo", rappresentativo della parte orientale, prevalentemente montuosa, caratterizzato dal tetto con spioventi molto inclinati e dalla copertura in paglia o in legno, dal gruppo "sud-europeo", affine al tipo italiano, con tetto a due spioventi poco inclinati e copertura in tegole o in pietre. Particolare interesse, come sopravvivenza del passato, rivestono i cosiddetti tipi residuali, i cui esemplari rari ma esistenti su aree notevoli dimostrano che un tempo ben più grande dové essere la loro intensità di diffusione: le case monocellulari di Seiane e di Villanova del Quieto, estese una volta presumibilmente a tutta l'Istria e al Carso; la casa di Divaccia che mostra tratti friulani, istriani e medio-europei; le "casite" nell'Istria meridionale, che derivano da antiche costruzioni monocellulari a pianta circolare adibite al seppellimento dei cadaveri, e i «casoni» della laguna di Grado, ricordo dell'abitazione paleoveneta, rappresentativi del passaggio dalla pianta circolare a quella rettangolare. - Vedi tavv. CXXII-CXXV.

Bibl.: E. Scipione Righi. Saggio di canti pop. veronesi, Verona 1863; Widers-Wolf, Vullolieder aus Venetien, Vienna 1864; A. Arboit, Villotte friulane, Piacenza 1876; A. Ive, Canti popolari istriani, Torino 1877; D. G. Bernoni, Tradizioni, leggende, canti popolari, giuchi infantili evc. veneziani, Venezia 1873-78; N. Bolognini, Usi e costumi del Trentino, Rovereto 1883; A. Garbito, Canti del popolo di Chioggia, Venezia 1883; V. Ostermann, Villotte friulane, Udine 1892; id., La vita in Friuli. Usi, costumi, credenze pop., $2^{2}$ ed., 2 voll., ivi 1940; A. Balladoro, Follitore veronese. Novelline. Canti, Giunchi fanciuleschi, ev., Verona 1896-1913; P. Caliari, Antiche villotte e altri canti del folklore veronese, ivi 1900; L. Gortani, Tradizioni pop. friulane, Udine 1904; L. Beach, Le concancte dei nostri veri, Zara 1913; G. Fabris, Canti popolari religiosi della diocesi di Padova, Padova 1923; A. Zenetti, Canti pop. trentini, editi e illustrati da A. Pasetti, Lanciano 1923; L. Angoletta, L. Mattei, M. Borghe-rini-Scarabellin, Tradizioni venete, Padova 1924; D. Olivieri, Vita ed anima del popolo venera, Milano [1923]; A. Prati, Follitore trentino, ivi [1923]; F. Babudri, Fonti vive dei Venetoziuliani, ivi [1927]; Amy A. Bernardy, Venezia Tridentina, Bologna 1929; R. Nies, La casa rurale nella Venezia Giulia, ivi 1940; G. Cocchiara, Le regate veneziane nella storia del costume e nella poesia popolare, in Convivium, 1940, p. 230; L. D'Otlandi e G. Perusini, Antichi costumi friulani. Zona di Maniago, Udine 1940; id., Zona di Cividale, ivi 1941; G. Perusini, Il costume pop. empezzano, in Lares, 14, 1, febbr. 1943, pp. 14-19; G. D'Arunco, Bibliografia ragionata della tradizioni popolari friulane, Udine 1950; id., Dedici canti popolari raccolti in provincia di Udine, ivi 1952; G. Vidossi, Canzoni popolari narrative dell'Istria, catr. da Scritti vari, II, Torino 1951; A. Cucagna, La casa rurale del Carso di Pavenzo, Trieste 1953. Giovanni Bronzini

VENEZIA, PATRIARCato di. - Patriarcato e città capoluogo di provincia nel Veneto.

La diocesi ha una popolazione di 362.564 ab. dei quali 357.250 cattolici, distribuiti in 94 parroc-
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(fot. Biblioteca Vaticana)
Venezia - Carta topografica di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, f. 130 ${ }^{2}$.
chie servite da 241 sacerdoti diocesani e 301 regolari; conta 42 comunità religiose maschili e 134 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 94).
I. La Repubblica. - Sulla fine del sec. viII Paolo Diacono metteva i suoi lettori sull'avviso a proposito della differenza fra la V. dell'età romana (v. veneto) e quella del tempo suo, per cui quella "non solum in paucis insulia, quas nunc Venetias dicimus constat" (Hist. Langob., II, 14). Però anche al suo tempo questa seconda non era limitata solo a poche isole ma comprendeva il territorio lagunare da Cavarzere a Caorle, le lagune di Marano (presto congiunte col Ducato friulano) e quelle di Grado con una sottile fascia di terraferma difesa da una grande selva costiera che da Grado giungeva sino a Ravenna. Le attività degli abitanti di questa zona nel sec. vi sono note dagli enfatici elogi che ne fa Cassiodoro nelle sue lettere; si trattava di pescatori e di navigatori che mantenevano vive le comunicazioni nel territorio ed erano in grado di rendere utili servigi alle pubbliche autorità. Fra loro ebbero ricetto i profughi costretti man mano a lasciare le vicine città di Aquileia, Concordia, Oderzo, Altino durante le successive invasioni barbariche fino a quella longobarda. Sorsero cosi i grossi centri di Grado, Caorle, Cittanova dell'Estuario (detta poi Eraclea, ora Griselera), Equilium (Sesolo, Cavazuccherina), Torcello, Malamocco (poi Chioggia), che ebbero ciascuno una sede vescovile. Nonostante rivalità, il centro di maggiore importanza, dopo Grado, fu Cittanova che parve destinata a dominare sugli altri. Tutto questo paese rimase all'Esarcato di Ravenna sotto il governo di tribuni i quali, per lo meno alla caduta dell'Esarcato (751), avevano, come altri paesi, a loro capo un dux soggetto direttamente all'Impero di Costantinopoli. Non poterono tuttavia mancare contatti più o meno pacifici con i contermini duchi e sovrani longobardi (i quali non ebbero mai potere sul mare) sino a stabilire, durante il sec. viri, confinazioni abbastanza stabili. Sopravvenuta con Carlomagno la dinastia carolingia, parve per un momento che interessi vicendevoli avessero a consigliare più stretti rapporti politici col costituirsi di un partito

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(fot. Fobocclere, Torino)
Venezia - La regata sul Canal Grande. In fondo il Ponte di Rialto, opera di A. da Ponte (1388-91).
favorevole ai Franchi, che ebbe a capo fugacemente Fortunato patriarca di Grado; sinché Pipino, re d'Italia, tentò con le armi un colpo di mano per terra e per mare sulle lagune; ma i Particiaci, che tennero il Ducato dal1' 811 all' 887 con gli aiuti dell'Oriente, riuscirono a sventarlo. Intanto il centro del Ducato, che s'era spostato una prima volta a Malamocco, si stabiliva sul gruppo delle piccole isole realtine ( 812 ) e con questo ebbe realmente principio V., mentre incominciava la decadenza di Grado e di Torcello.

Quanto Costantinopoli si preoccupasse di conservare una sovranità, che diventava però sempre più nominale. lo dimostrano i contatti con V.: tribuni e duci furono decorati occasionalmente dei pomposi titoli di patrizi, ipati, protospatari, proedri e si strinsero anche legami matrimoniali con le famiglie più in vista. Non per questo però, dopo l'840, si mancò di assicurare l'indipendenza veneziana con ripetuti patti con i sovrani del continente; per cui mentre la dipendenza di Costantinopoli si attenuava sempre più, non si creavano però con il retroterra legato feudali di sorta e si costituiva invece la piena autonomia di V. Certo gli ordinamenti interni sui quali essa si reggeva, non erano cosi sicuri e precisi da impedire rivalità interne, sommosse, repressioni anche crudeli. S'era potuto formare, fra i profughi che avevano portato seco i resti di un'antica fortuna e gli abitanti del luogo che avevano l'esperienza del mare, un corpo sociale stretto insieme dai comuni bisogni pubblici e privati, senza però che si impedisse in esso l'emergere via via di località e di famiglie, capaci di esercitare una preponderanza nell'assemblea comune, sino a dirigere di fatto il corso degli affari ed avere le prime parti nella politica. Personaggi ricchi di esperienza e di energia si crearono propri aderenti, costituirono partiti, tennero un predominio sino a formare specie di dinastie ducali : cosi ai Particiaci tennero dietro i Candiani (932-76), che non esitarono ad appoggiarsi sui sovrani di casa sassone e poi gli Orseoli (976-1032). La prima impresa bellica in forze sul mare fu quella condotta da Pietro II Orseolo nel 1000 lungo la costa dalmata da Zara a Ragusa per fiaccare la violenza dei pirati slavi che infestavano l'Adriatico ed avevano osato assalire Grado e V. stessa ed esigere un tributo. Cominciò cosi quel diritto alla difesa del golfo che V. riservò a sé escludendo dall' Adriatico ogni altra flotta armata, e che trovò poi il suo simbolo solenne nel rito dello sposalizio del mare celebrato ogni anno il di dell'Ascensione. Poterono in tal modo mantenersi più larghe e sicure quelle relazioni commerciali con Costantinopoli, Alessandria, Siria e tutto il Levante sino entro il Mar Nero ch'erano la ragione prima del prosperare di V. In corrispondenza con questi rafforzati rapporti e col maggiore benessere che si andava attuando col sorgere dei Comuni italiani e coll'incremento della loro pro-
duzione agricola ed industriale che agevolava la possibilità di scambi lucrosi, sta la preoccupazione di V. per mantenersi aperte le comunicazioni ed i mercati del retroterra, nel sostenere le aspirazioni politico-sociali dei Comuni stessi e favorire le loro leghe a difesa delle libertà. Di qui l'atteggiamento ostile contro Federico Barbarossa e Federico II ed il costante proposito di tirare, anche con la forza, il patriarca d'Aquileia e le città istriane nell'àmbito dei propri interessi.
V. si trovò accanto a Pisa e a Genova nell'aiutare le Crociate; ma non si fece scrupolo di asservire ai propri interessi la IV, quando col concorso dei guerrieri occidentali strappò prima Zara al dominio unghereae e diresse poi le navi col doge Enrico Dandolo contro Costantinopoli (12011204), dove fu costituito l'Impero latino. durato sino al 1261 (v. ORIENTE, Impero d', II), ed il patriarcato latino riservato a prelati veneziani. Ciò accrebbe l'importanza ed il credito di V.; ma dopo il 1261 si offrì la possibilità anche a Genova di allargare le sue fortune sotto i Paleologhi sin entro il Mar Nero, in concorrenza perciò con V. Concorrenza che si mutò in aperta ostilità dopo la definitiva caduta di S. Giovanni d'Acri ( 1291 ), quando si ebbe fra le due Repubbliche una prima guerra (1294-99); poi una seconda (1350-55) seguita dalla perdita della Dalmazia per V. (1358), finalmente da una terza ancor più grave nel 1373, quando V. perdette per un momento persino l'Istria e Chioggia ed ebbe contro di sé il Friuli, l'Ungheria e Padova. Riuscì però a bloccare Chioggia, a cacciare i Genovesi, a stringere nel 1381 la Pace di Torino in seguito alla quale riconquistò gran parte del perduto, ristabili il suo prestigio in Oriente e allargò i suoi commerci, specialmente con l'Egitto: due volte l'anno le sue navi in a carovana s visitavano i mercati più lontani d'Oriente e giungevano sino alle Fiandre; esse trasportavano i pellegrini in Terrasanta in tempi determinati; il ducato d'argento (coniato nel 1193) e lo zecchino o ducato d'oro (coniato nel 1284), avevano sicuro credito negli scambi. V. raggiunse il più alto splendore, grazie anche alle franchigie di cui godeva ed era in grado di tutelare cittadini ed interessi affidati ai baili che risiedevano costantemente sui luoghi più frequentati.

Di pari passo erano intanto proceduti gli ordinamenti interni. Un'aristocrazia delle famiglie più potenti che si era costituita a Rialto, escludendo ogni rappresentanza dei centri minori, attese tenacemente a limitare l'autorità del doge, imponendogli il proprio controllo ed obbligandolo a giurare una promissio o programma di governo, mentre allontanava dal governo il popolo riducendo al nulla i poteri dell'assemblea popolare. Perciò furono posti accanto al doge due, poi sei (uno per ogni sestiere della città) savi (sapientes); nel 1223 si trova costituita la Quarantia, supremo tribunale dello Stato; ed i tre capi della Quarantia insieme con sei consiglieri ed il doge costituirono quella che dopo il 1423 fu chiamata la Signoria, ed alla loro volta insieme con i 6 savi grandi, i 5 savi di terraferma ed i 5 savi agli ordini formarono il Collegio, una specie di ministero. Invece l'assemblea veniva soppiantata dal Maggior Consiglio riservato ai membri delle famiglie più importanti, il cui numero ristretto da particolari condizioni fu ancora limitato nel 1297 con la "serrata" del Maggior Consiglio sotto il doge Pietro Gradenigo; questa assemblea formò la base dello Stato e ad essa erano riservate le nomine agli uffici più importanti, meno quello del doge cui si perveniva attraverso un complicato sistema di scrutini. Anima dello Stato era invece il Consiglio dei Pregadi (Senato), in seno al quale si discutevano i maggiori negozi dello Stato, organizzato definitivamente nel 1229 con 60 membri eletti dal Maggior Consiglio, che fu più tardi aumentato con la Zontu di altri 60 . Vi partecipavano anche i membri del Collegio, i procuratori di S. Marco il cui numero crebbe nel sec. xv

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sino a 9 ed avevano per compito la sorveglianza sulla Basilica, sui lasciti ad pias causas e sulla beneficenza, i tre avogadori di comun, agenti fiscali per sostenere i diritti dello Stato, e più tardi gli inquisitori. Tesorieri dello Stato erano i camerlenghi che risiedevano a Rialto; mentre ad altre commissioni erano affidate speciali incombenze a tutela della pubblica finanza o della moralità. Nel 1310 in occasione di congiure e tumulti fu costituito il Consiglio dei dieci e reso permanente nel 1335 : era presieduto a turno ogni mese da tre di loro detti i «Capi dei X ; era affidato loro il supremo servizio di polizia e di sorveglianza per l'incolumità dello Stato e procedeva con rapidità e segretezza assoluta controllando l'operato di tutti i magistrati e diplomatici, compreso il doge. Esso concentrò tanta autorità, a danno degli altri supremi ordini dello Stato, che fu necessario verso la fine del ' 500 limitarne i poteri. Il popolo si raccoglieva nelle sue scuole, cui partecipavano anche i nobili, nelle arti, nelle confraternite, legate queste per lo più agli Ordini religiosi; mentre il clero non aveva parte alcuna ai pubblici uffici di qualunque grado, eccetto, almeno sui primi tempi, quello di notaio. Gli uffici pubblici erano gratuiti, comprese le ambasciate, e solo per spese straordinarie si liquidava un compenso. Sebbene non mancassero interferenze il sistema di governo funzionò assai bene e destò a lungo l'ammirazione di coloro che ne riconobbero la stabilità ed il retto procedere.

Gli intricati avvenimenti del retroterra, complicati con le ambizioni austriache ed ungheresi, avevano offerta l'occasione ed imposta la necessità a V. di un suo intervento più efficace che per il passato. Con la conquista del Friuli (1420) tutte le città venete (meno Mantova) entravano ormai nel suo dominio, che nel 1426-27 comprese anche Borgomo, Brescia ed altre minori circoscrizioni. Per conseguenza V. si trovò più strettamente complicata nella rete delle mutue gelosie e dei contrasti che rendeva agitate le relazioni fra le diverse potenze italiane a cominciare da Ferrara. Padrona di Ravenna nel 1441, di Faenza, Rimini ed altri luoghi nella Romagna, dopo la caduta del Valentino (1503), di Otranto, Brindisi, Trani, Gallipoli ed altri luoghi nel Regno di Napoli, provocò contro di sé quella Lega di Cambrai (1509) fra Impero, Francia e Spagna, cui accedette anche Giulio II per avere il suo, per cui parve dovesse ridursi entro le sue lagune. Ma la dura guerra che ne segui costrinse si V. a lasciare i possessi recenti di Romagna e Puglia, ma le consentl di ricuperare il resto del suo dominio in Italia, e conservarlo, sia pure con confini scoperti ed incerti sull'Isonzo, sino all'invasione napoleonica.

Più gravi furono per Venezia a cominciare da questo tempo le ripercussioni sul suo commercio dalla scoperta portoghese della nuova via verso le Indie orientali, mentre andava sfaldandosi quel sistema di rapporti ch'era riuscita a creare con Alessandria ed il Mediterranco orientale. Infatti con la penetrazione turca in Europa nella seconda metà del Trecento cominciò quell'assorbimento dei territori che portò alla presa di Costantinopoli (1453) ed alla conquista di quasi tutta la regione balcanica e greca dove anche V. aveva possessi ed interessi. Ormai V. è la sola potenza marittima a resistere alla potenza turca nei mari di Levante dopo che i Turchi furono in grado di armare una flotta; e ciò anche quando le potenze europee, travagliate da contese dinastiche o dalla brama d'ingrandimento a danno degli altri, nonché prestarle man forte, l'accusavano volentieri di mancanza di fede, se col Turco era costretta a scendere a patti. Sollecitata dai papi a cominciare da Eugenio IV, e da loro aiutata sempre, essa torni navi, ricchezze, capitani, in una lotta che durò sino alla fine della guerra di Candia (1669); fortezze ed isole furono con alterna vicenda perdute e riprese anche più volte. Nel 1470 cadeva uno dei maggiori baluardi, Negroponte; e per impedire che anche Cipro cadesse in mano turca, V. costrinse nel 1489 Caterina Corner, vedova di Giacomo II di Lusignano re dell'isola (in. nel 1473), a cederle il dominio ed attese a fortificarla; ma le imprese del 1500-1503 in alleanza con Alessandro VI e della Prévesa con Paolo III nel 1539-40 non condussero ai risultati sperati. Anche dopo quella
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(per cortesia di S. Ecc. mens, Paschini)
Venezia - L'abside della chiesa di S. Maria dei Miracoli, opera di P. Lombardo (1489).
gloriosissima che culminò nella vittoria di Lepanto ( 7 ott. 1571) cui V. contribuì con uno sforzo mirabile, non ebbe essa quei vantaggi che le sarebbero stati dovuti; perdette Cipro e non aiutata adeguatamente dagli alleati dovette concludere col Turco una pace onerosa. La lotta ripresa ben tosto, culminò nel secolo seguente con la guerra per mantenere il possesso di Candia, durata dal 1645 al sett. 1669. Anche quest'isola fu dovuta sgombrare dopo eroica difesa accompagnata da episodi diversivi che esaurirono le risorse economiche di V., costretta a ricorrere persino ai beni della Chiesa ed alla vendita degli uffici, ma non le impedirono alla fine del secolo di riconquistare la Morea ed alcune isole che perdette di nuovo con la Pace di Passarowitz del 1718. Da queste epiche lotte l'Impero turco usciva stremato e l'Europa si preparava ad un nuovo assetto politico; V. continuò ancora nella difesa della Dalmazia, dell'Albania e delle isole ioniche per avere sicura la navigazione nell'Adriatico, dove a Trieste incominciava però a affacciarsi la potenza asburgica. Nel 1797 con il Trattato di Campoformio V. perdette la sua indipendenza e Napoleone la cedette all'Austria. Si estingueva il fasto che V. aveva sino all'ultimo conservato, si disperdevano memorie gloriose, sino a ridursi ad una città di provincia senza vita ed iniziative proprie, sotto l'impero d'una burocrazia piatta e monotona, e soltanto nel 1849, per alcuni mesi, le glorie di una resistenza sfortunata interruppero il dominio austriaco che durò ancora sino al 1866.

Brut.: la bibl. veneziana ricchissima, ha avuto eccellenti contributi per opera del Soranzo, del Valentinelli, del Cessi, del Medin, del Ferrari e particolarmente dell'Archivio sennio, però manca di un lavoro riassuntivo che informi su quanto fu pubblicato. La storiografia veneziana comincia propriamente con

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(ftet. Giacometti)
Venezia - Salone della scuola grande di S. Giovanni Evangelista. Pareti e soffitto con tele ed affreschi dei secc. xvı-xvII; sull'altare statua di S. Giovanni, di G. M. Morlauer (sec. xvili).
la Cronaca del diacono Giovanni sulla fine del sec. x ca. (cf. G. Monticolo, La Cronaca del diac. Giovanni, Perugia 1899). Cronache precedenti non sono che aridi elenchi più o meno attendibili (G. Monticolo, Cronache veneziane antichissime, Roma 1890); il cosiddetto Chronicon Altinate (ed. MGH, Script. XIV, pp. i-69) non è che una farragine di diversa origine ed età, di autorità ben limitata. Su questi dati incerti compiù la sua storia Andrea Dandolo, poi doge, fa cui autorità comincia con i tempi suoi (sec. xiv; ed. RIS, XII, i). Marin Sanudo (v.) condusse la Vita dei Dagi (ibid., XXII, iv) sino alla fine del sec. xv, quando incominciano i suoi famosi Diarii che giungono sino al 1233. Contemporanei a quelli del Sanudo sono i Diarii veneziani di G. Priuli (RIS, XXIV, II, III, iv). Sul finire del sec. xv l'umanista M. Antonio Sabellico compiù una storia di V. in latino a carattere umanista cui tennero poi dietro quelle di Pietro Bembo, Paolo Paruta ed altri a carattere ufficiale, sinché con il sec. xvili incominciarono gli studi a carattere erudito del Filiasi, del Gallicciolli e di altri; si giunse cosi alla grande opera d'insieme, ancora utile: S. Romanin, Star. document. di V., 10 voll., Venezia $1842-78$, poi ristampata. Seguirono le