DI GIACOMO, SALVATORE. - Poeta dialettale, n. a Napoli il 12 marzo 1860, ivi m. il 4 apr. 1934. Abbandonata la facoltà di medicina, si diede giovanissimo al giornalismo e alla poesia, collaborando ai giornali napoletani (Il pungolo, Il mattino, Il corriere di Napoli) e partecipando alla sagra di Piedigrotta con canzoni divenute famose. Fu poi bibliotecario della Lucchesi-Palli, e accademico d'Italia dal 1929.
Passò dalla poesia al racconto, al dramma, a lavori storico-aneddotici, restando sostanzialmente poeta. Così in La cronaca del teatro S. Carlino; Celebrità napoletane; Luci ed ombre napoletane; Ferdinando IV e il suo ultimo amore, ecc., se può lodarsi la diligenza della ricerca, la voce del poeta parla più forte. L'iniziale tendenza realistica perdurò in lui anche quando l'approfondimento psicologico e lo sviluppo del senso pittorico vennero ad arricchire la sua arte. Nelle poesie, nei drammi (A. S. Francisco, Assunta Spina, L'abbé Péru, O voto), nei racconti (Pipa e boccale, Novelle napoletane, L'ignoto), ritrae dolori, pene, sogni, impulsi passionali di creature agitate fra il bene e il male, e talora si attarda nel torbido della malavita. Il dramma O mese mariano offre, in contrapposto alle brutalità di alcune sue composizioni (cf. Documenti umani, La taglia, Lo sfregio), un quadro in cui il motivo della pietà ha il massimo rilievo.