SUPERBIA. – It is the disordered love of one’s own excellence (Sum. theol., 2a-2ae, q. 84, a. 2). By excellence is to be understood everything that elevates one’s person and that is sought precisely with a view to highlighting and elevating one’s person.
Whereas humility inclines one to attribute no good to oneself, but to God alone, p. tends to attribute everything to itself; it is therefore an inner swelling of the mind, whose acts are: a) to dwell greatly on one’s real and apparent perfections while concealing one’s defects; and consequently to persuade oneself that one possesses a perfection greater than that which one actually possesses; b) to attribute to oneself, and not to God, the gifts possessed, whether natural or supernatural; c) high esteem of one’s own perfection and complacency in it; d) aspiration to great things, freedom from subjection to anyone, considering oneself more perfect than all others; aspiration to dignities and honors as things due to oneself, in preference to all others; pain, anger, and complaints when one fails to attain them; e) refusal to submit even to one’s superiors, whom the proud person considers less prudent than himself and whose orders, at least inwardly, he despises; f) finally, sometimes

SUPERBIA - La s., in alto, assieme all'avarizia e alla vanagloria quali cause principali del mal governo, rappresentato dalla tirannia. Affresco di A. Lorenzetti (1938) - Siena, Palazzo del Comune
ribellione a Dio stesso, quasi che di lui non si abbia bisogno. Quest'ultimo è il massimo atto di s. e perciò peccato mortale in genere suo (ibid., 2a-2ae, q. 162, a. 5; cf. ancora s. Gregorio Magno, Moralia, XXIII, cap. 6: PL 76, 258-59). Tale fu il peccato di Lucifero, che osò mettersi in opposizione a Dio stesso con la blasfema sfida: Salirò al cielo, ... sormonterò l'altezza delle nubi, sarò simile all'Altissimo (Is. 14, 13-14); e ne fu tosto punito con l'inferno (cf. ibid., 14,15 e Lc. 10, 18). Tale è anche il peccato di coloro che rifiutano di sottomettersi all'autorità della Chiesa, o di accettare il suo magistero.
Da quanto si è detto, la s. si distingue in perfetta e in imperfetta. a) Perfetta è di colui che talmente ama la propria eccellenza, da non voler assoggettarsi a Dio o a coloro che a nome di Dio ci governano; è peccato mortale; b) Imperfetta è di colui che non rifiuta obbedienza a Dio o a quelli cui deve essere soggetto, ma ama più del giusto la propria eccellenza. È peccato veniale quando non è congiunta a grave disprezzo degli altri.
S. Gregorio Magno (Moralia, XXXI, cap. 45: PL 76, 620-21), cui aderisce s. Tommaso (Sum. theol., 2a-2ae, q. 132, a. 4), pone ancora la s. non tra i vizi capitali, ma al di sopra di tutti essi, quasi madre e regina di tutti i vizi, perché, per quanto non tutti i peccati siano di s., tuttavia l'orgoglio può condurre a qualsiasi colpa. In particolare, dalla s. derivano quasi necessariamente la presunzione, l'ambizione, la vanagloria (v. alle singole voci). La s. conduce poi facilmente alla durezza ed alla intransigenza verso gli altri. È un vizio eminentemente antisociale e sta all'origine della più parte dei conflitti tra gli uomini, spingendoli ad usare una diversa misura per sé e per gli altri.