ABŪ 'I-'ALĀ al-MA'ARRĪ. N. da genitori musulmani in al-Ma'arrah o Ma'arrat an-Nu'mān (Siria) nel 973, e m. nel 1058. È rinomato come poeta e come pensatore; perdette la vista all'età di quattro anni.
Tra le sue opere, le più note sono una collezione di poesie giovanili (Saqt az-Zand) e un'altra di poesie dell'età matura (Luzūmiyyāt), celebri per il loro pessimismo; ma quella che più interessa è la Risālat al-Ghufrān ossia l'Epistola del perdono, ai giorni nostri additata tra le fonti della Divina Commedia. Asin Palacios osserva che il modo con cui il viaggiatore terreno inizia il colloquio con le anime in paradiso, il fatto che egli ve le trova divise in gruppi, e il criterio secondo cui Dio le ammette in esso, sono identici in ambedue le opere. Inoltre l'incontro di Dante con la Pia, Piccarda, Cunizza, Virgilio, Adamo e Matelda, hanno analogie e riscontri nell'epistola suddetta. Si noti però che, a differenza di Dante, A. è miscredente, e l'epistola è una parodia dell'escatologia musulmana. Si crede che abbia parodiato anche il Corano; ma in merito a ciò vedasi A. Fischer, Der « Koran » des Abū 'I-'Alā al-Ma'arrī, Lipsia 1942.