ADONNAI. - Eroe mitico, amante di Afrodite, la cui leggenda, pur tra varie divergenze, si compendia nel ciclo seguente: 1) la morte durante la caccia per opera di un cinghiale; 2) la disputa tra Afrodite e Proserpina, che se lo contendono per la bellezza e che, per l'arbitrato di Calliope, voluto da Zeus, lo ottengono per metà anno ciascuna; 3) il ritorno sulla terra. Così il poeta Paniassi (scc. v a. C.) e lo Pseudopapollo, III, 14, 4; cf. Ovidio, Metam. X, 299 sgg.
Il mito di A. rappresenta il ciclo agrario. Ciò risulta dalla nascita di A. da una pianta (mirra?) in cui era stata trasformata la madre Smirna, e più dalle feste Adonie celebrata ogni anno al solstizio di giugno (Greci), o alla fine dell'anno agricolo (Semiti), simboleggianti la morte della vegetazione sotto il caldo canicolare in attesa della ripresa primaverile. Come le lamentazioni per Tammuz, le Adonie sono essenzialmente funebri. La descrizione più precisa del culto di A. presso gli Alessandrini (sotto Tolomeo Filadelfo) è quella di Teocrito (Idillio XV); del culto presso i Siro-Greco-Romani dell'Impero, quella di Luciano (Dea syria, 6. V. syria dea).
Teocrito descrive la festa celebrata in Alessandria verso il 273 a. C. Intorno ai simulacri di A. e Astarte, stanno in bell'ordine frutta mature, focacce, unguenti di Siria in vaselli d'alabastro e poi, entro canestri d'argento, zolle di terra fiorite. Sono questi i giardini di A. (cf. Is. 17, 10), in genere vasi di argilla seminati con pianticelle di rapida crescita e breve durata (grano, finocchio, lattuga) i quali poi venivano gettati nell'acqua del mare o del fiume più vicino. A questo primo giorno, di gioia, ne seguiva un secondo, più caratteristico, di lutto nel quale le donne piangevano la rapida dipartita del dio che con alterna vicenda passa dalla terra all'Ade, e finivano con pregarlo di essere propizio e ritornare con il nuovo anno, apportatore di nuova gioia.
A. era un semi-dio orientale, di origine sira, come dimostrano: l'esser egli figlio di Cinira, re di Pafo nell'isola di Cipro o di Teante re siro; la rispondenza Tammuz (v.) siro-mesopotamico (cf. Ez. 8, 14, dove la Volgata traduce «plangentes Adonide»), dio della vegetazione morto in giovane età, sposo o figlio di Istar; lo stesso suo nome che è l'invocazione fenicia Adonit («signore mio») e marito mio») spesso ripetuta nelle lamentazioni in suo onore, e adottata dai Greci quale nome proprio ("Aδωνίς"). Non è ancora dimostrata l'identificazione A. = Tammuz, che, fin da Origene (Selecta in Ez.: PG 13, 797) si trova presso i Padri nell'esegesi di Ez. 8, 14 (s. Girolamo, In Ez., 8: PL 25, 82), ma è assai probabile. Il numero Dumnizi (v. Tammuz) è il noto dio della vegetazione, sceso nell'oltretomba e da cui il mese di giugno prese il nome.
Il culto di A., da Cipro diffusosi in Fenicia, donde fu fatto passare su tutte le coste mediterranee, Biblos (v.), dove il dio, secondo alcuni chiamato Ešmun, parente di Astarte (Damascio, Vita Isidori, 302), rispondeva allo Hay-Tau dei teologi, e forse anche a Osiride. Nelle vicinanze di Biblos le acque del fiume Adonis (attuale Nahr Ibrahim) periodicamente arrossantisi per cause chimiche, erano dai fedeli credute il sangue del giovine dio ucciso.
Il Baal siro di Biblos, Adon-Ešmun, non è nominato nella Bibbia, ma allusioni al suo culto, che doveva attravere gli Israeliti, si hanno forse in Dan. 11, 36, quasi certamente in Is. 17, 10. Per Zach. 12, 11, V. Adad-Remmon.
Riv.