AFFARTODOCETI. - Nome composto da due
parole greche: ἀφθασμός («incorruttibile») e θάνα-
ταχία («doceti» [v.]), adoperato per indicare i parti-
giani del monofisita Giuliano, vescovo di Alicarnasso,
a causa della loro dottrina sull’incorruttibilità del
corpo di Gesù Cristo prima della sua resurrezione.
Costo vengono pure denominati gaiantiti o gainiti,
dal nome del loro primo vescovo Gaianas, consacrato
ad Alessandria nel 536; giulianisti, dal nome del loro
principale teologo e vero fondatore; fantasisti, poiché
i cattolici attribuirono a questi settari l’errore dei
doceti. I Latini hanno tradotto la parola a. con «in-
corrupticolae».
Avendo diversi Padri greci insegnato che Adamo, pri-
ma del peccato, aveva un corpo impassibile, incorruttibile,
esente dalle deficienze della vita animale, Giuliano ed i
suoi discepoli attribuirono un identico stato all’umanità di
Nostro Signore, fin dal primo istante della sua concezione.
Secondo essi, per natura e come condizione permanente,
il corpo del Verbo incarnato era impassibile prima della
resurrezione come lo fu dopo; per un puro miracolo, che si
andava rinnovando frequentemente durante la sua vita
mortale, Gesù sottomise liberamente alle infermità che
non hanno nulla di reprensibile - come la fame, la sete,
il freddo, la fatica, la morte stessa - la sua carne impas-
sibile, derogando così alle leggi che la reggevano. Il Cristo
ha realmente sofferto ed è veramente morto, ma per mi-
racolo.
Questa tesi fu vivamente impugnata da Severo di An-
tiochia che sosteneva la vera dottrina, insegnando che il
Verbo ha preso un corpo passibile e mortale, come quello
di Adamo dopo la sua caduta. La controversia, sorta verso
il 510, quando i due monofisiti acefali si trovavano a Co-
stantinopoli, raggiunse il massimo sviluppo tra il 518 ed
il 520, epoca nella quale i due antagonisti si combatterono
l’un l’altro in una serie di scritti più o meno lunghi. Degli
scritti di Giuliano non rimangono che alcuni frammenti,
mentre quelli di Severo sono stati conservati nella tradu-
zione siriaca.
La disputa ebbe per risultato di dividere in due fazioni
uguali gli anticaledonisti. Fin dal 536 il partito di Giu-
liano si organizzò in Chiesa separata con una gerarchia
propria, di cui Gaianas fu il primo vescovo, e si mantenne
in Egitto fino verso il principio del sec. IX, cercando di
diffondersi nell’Asia Minore e nelle Indie. Esercitò un’in-
fluenza visibile su certi teologi armeni. Vi furono anche
cattolici che sostenerono tale dottrina, e l’imperatore Giu-
stiano I, alla vigilia della sua morte, nel 564, volle con
un decreto imporla a tutta la Chiesa bizantina.
Dal punto di vista teologico, l’affartodocetismo
sembra tenere una via di mezzo tra il monofisismo
verbale di Severo ed il monofisismo grossolano di
Eutiche; varie formole di Giuliano lo avvicinano real-
mente a quest’ultimo.
AGABO (“Ἀγαθός, dall’eber. ἠδάφθι «grillo», nome
che ricorre in Esd. 2, 45 e Neh. 7, 48 e negli ostraka
di Lachis). - Profeta della Chiesa di Gerusalemme, che
compare in due episodi connessi con il ministero di s.
Paolo. Visitando, nel 41 (sembra), con altri «profeti» la giovane comunità di Antiochia, che Saulo e Bar-naba evangelizzavano, A. predisse «mediante lo Spirito», con azione simbolica, la grande carestia che ebbe poi luogo sotto Claudio; Barnaba e Saulo portarono quindi soccorso ai «fratelli» della Giudea (Act. 11, 27-30).
Il regno di Claudio fu funestato da carestie succedute in varie province, compresa Roma, nell'inverno 551 (Tacito, Annales, XII, 43). Svetonio (Claud., 18) e Eusebio (Chronicon arm., ed. Schöne, II, p. 252) menzionano una carestia che inferì in Giudea e in Grecia nel 4° anno di Claudio (45). Flavio Giuseppe narra che Elena regina di Adiabene inviò grano egiziano a Gerusalemme, ove «la grande carestia» mieté molte vittime in 3 o 4 anni, dopo l'arrivo del procuratore (45-47) Tiberio Alessandro (Ant. Iud., XX, 2, 5; 5, 2).
A Cesarea, nel 58 (sembra), A. preannunziò a Paolo «mediante lo Spirito» l'impigriomane a Gerusalemme, con azione simbolica (stretto parallelo in Io. 21, 18) seguita da spiegazione, secondo l'uso dei profeti del Vecchio Testamento (cf. Ez. 3, 25 e 4, 8); ma non lo distolse dal suo viaggio (Act. 21, 10-14). L'indefinito τίς (Act. 21, 10) induce qualcuno a distinguere due A. Il doppio caso di A. dimostra che il risma del «profeta», sebbene non comporti essenziale, mentre la predizione del futuro, si manifestava occasionalmente in tal modo.
Null'altro ci è noto della vita di A. Tradizioni (Chronicon Paschale) lo includono fra i 72 discepoli e lo dicono martire ad Antiochia. I Latini (dal sec. IX) lo commentano tra i santi il 13 febbr., i Bizantini l'8 marzo.