AFRAATE (siriaco Apharhat). - È il più antico grande scrittore siriaco di cui possediamo le opere.
Fino al 1855 i suoi scritti, noti soltanto in traduzione armena, erano falsamente attribuiti a Giacobbe (Giacomo) di Nisibi, e sotto tale attribuzione furono editi da N. Antonelli, S. Patris nostri facobi, episcopi Nisibeni, Sermones, Roma 1756; ma nel 1855 il Curetone scoprì nei manoscritti del British Museum l'originale siriaco, che li attribuisce al 'Sapiente Persiano' chiamato A. o Giacobbe; probabilmente il nome Giacobbe fu preso da A. quando fu battezzato ovvero eletto vescovo, e l'omonimia fu la causa per cui i suoi scritti furono attribuiti a Giacobbe di Nisibi, maestro del celebre Efrem (v.), sia dalla traduzione armena, sia da Gennadio di Marsiglia (De scriptor. eccles., 1).
Certamente A. fu monaco e poi vescovo, come risulta da molti passi dei suoi scritti. Una tardiva notizia assegna come sua residenza episcopale il celebre monastero di Mar Matteo presso Mossul, che divenne più tardi un importante centro dei monofisiti; questa notizia incontra talune difficoltà, sebbene abbia in suo favore l'appellativo di 'Persiano' dato ad A., il che dimostra ch'egli risiedeva su territorio dell'impero persiano e non dell'impero romano. Altre notizie sicure sulla persona di A. non si hanno: è possibile, tuttavia, ch'egli sia morto martire nella persecuzione di Sapore II, poco dopo il 345.
Gli scritti di A., intitolati in siriaco Dimostrazioni, sono in realtà piccoli trattati sui seguenti argomenti: I. Della fede; II. Della carità; III. Del digiuno; IV. Della preghiera; V. guerre; VI. Dei monaci; VII. Dei penitenti; VIII. Della resurrezione dei morti; IX. Della umiltà; X. Dei pastori. Queste prime dieci Dimostrazioni furono terminate di scrivere nell'anno 337, dietro invito di un amico di cui è stata conservata la lettera; tuttavia A. nel 344 terminò di scrivere altre 12 Dimostrazioni, chiudendo così la loro serie alfabetica, giacché ogni Dimostrazione comincia per ordine con una lettera dell'alfabeto siriaco (che ha 22 lettere). Queste del secondo gruppo sono: XI. Della circoncisione; XII. Della Pasqua; XIII. Del sabbato; XIV. Della esortazione; XV. Della distinzione dei cibi; XVI. Dei popoli (pagan) che furono in luogo del popolo (ebraico); XVII. Del Cristo, ch'è Figlio di Dio; XVIII. Contro i Giudei e circa la verginità e santità; XIX. Contro i Giudei, perché dicono che dovranno radunarsi; XX. Del sostentamento dei poveri; XXI. Della persecuzione; XXII. Della morte e dei tempi eterni.
L'anno seguente, 345, A. scrisse ancora una Dimostrazione intitolata Dell'acino (con allusione a Is. 65, 8), con cui sembra cominciare una nuova serie alfabetica di scritti, ma che ne rimase unica rappresentante.
L'importanza di A. è somma per la lingua siriaca, grande per la storia del monachismo e della spiritualità cristiana nelle regioni mesopotamiche, minore per la teologia. Come scrittore siriaco, ha lingua pura e una sintassi che è genuino esempio di quella forma ara-mica che negli scrittori a lui posteriori è più o meno intorbidata dalla influenza greca. Per la storia religiosa delle sue regioni A., sebbene sia molto scarso di episodi, è ricco testimone di costumanze liturgiche, monastiche, culturali; con particolare interesse gli tratta della grande persecuzione che i cristiani coregionali subivano dall'impero persiano e delle incessanti ostilità, dottrinali e politiche, che incontravano da parte dei Giudei, potentissimi allora in quelle regioni. Come teologo A. non è costruttivo, ma è un autorevole testimone della tradizione siriaca: la sua stessa residenza geografica, oltre il Tigri, lo tagliava quasi fuori dal mondo culturale greco, ch'era il campo delle grandi discussioni ariane del sec. IV. Solo vagamente egli accenna a correnti gnostiche, perché queste, a differenza dell'arianesimo, erano penetrate nelle regioni oltre il Tigri. La base della teologia di A. è soprattutto la Bibbia; talune delle sue Dimostrazioni non sono, in sostanza, altro che catene di citazioni o allusioni bibliche. Per il resto, la teologia di A. segue la tradizione delle Chiese siriache. È tipico il fatto che si trova anche in lui come più tardi in S. Efrem, Isacco di Ninive, e altri scrittori siriaci - la dottrina del 'letargo spirituale' - secondo essa, nell'uomo battezzato sono da distinguere lo spirito animale, o anima, e lo spirito celestiale, o Spirito Santo; quando il battezzato muore, il suo spirito animale è seppellito insieme col corpo, ed entra in un profondo letargo che durerà fino al Giudizio universal, allorché si ridesserà per ricevere il premio o la pena: invece lo spirito celestiale, in punto di morte, ritorna al Cristo da cui era provenuto. Si notano anche in A. taluni insegnamenti di provenienza giudaica tardiva, che si ritrovano nei Misfidi in altri scritti rabbinici. Parimenti, secondo A., il mondo come fu creato in sei giorni così sarà consumato in sei migliaia d'anni: la quale opinione si ritrova sia in scritti giudaici sia in S. Efrem.