AGOSTINO AURELIO, SANTO

AGOSTINO AURELIO, santo - Quadro di Matteo di Giovanni (II^ metà del sec. XV) - Chicago, Coll. Kyerron.

Cristo è dunque il nostro mediatore presso il Padre: non lo è in quanto Dio, essendogli uguale, ma in quanto uomo ed in quanto offre il suo sacrificio (In ps. 103, n. 8).

A. insiste spesso sulla dottrina paolina del corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa. Nell'incarnazione stessa, Cristo diventa il nostro capo; gli atti della sua vita, la sua morte, la sua resurrezione sono atti del capo che meritano atti simili delle sue membra (Sermo 45, n. 5; Sermo 114, 4, n. 5). Questa dottrina illustra il precetto della carità verso il prossimo: offendere le membra è offendere il capo (In epist. Ioan., tr. 10, 5, n. 8; cf. S. Tromp, Corpus Christi quod est Ecclesia, Roma 1937, p. 202). Così molti testi della Scrittura possono essere riferiti a Cristo, come fa A. principalmente nelle Enarrationes in psalmos, perché ciò che a lui in se stesso non converrebbe, si può intendere di lui nelle sue membra.

BIBL.: O. Scheel, Die Anschauung Aug. über Christi Person u. Werk, Lipsia 1901; J. Rivière, Le dogme de la Rédemption chez s. A. Parigi 1928; E. Schiltz, La christologie de s. A., in Nouv. Rev. Théol. 58 (1936), pp. 689-713; A. de Romanis, Gentis Christo nell'insegnamento di s. Agostino, Firenze 1940.

3. La Vergine Maria

Il Figlio di Dio è figlio di Maria: Maria è dunque madre di Dio (De Trin., VIII, 5, n. 7: «omnipotentem peperit», Sermo 191, 3, n. 4). Rimase sempre vergine, anche nel parto (Sermo 191, ibid.; Epist. 137, n. 8; Sermo 186, n. 1). A. oppone diverse volte la funzione di Maria nella Redenzione a quella di Eva nella caduta (De agone christiano, 22, n. 24; Sermo 51, n. 3; Sermo 191, 2, n. 3). Mentre tutti i santi sono venuti a commettere qualche peccato veniale, si eccettua la Vergine Maria, la quale «propter honorem Domini», è da pensarsi, per grazia, che trionfo completamente del peccato (De nat. et gratia, 36, n. 42). In questo passo, si tratta del peccato attuale. Quanto all'esenzione dal peccato originale, cioè all'immacolato concepimento di Maria, due testi sembrano supporlo ed affermarlo. Nell'uno è detto che se Cristo avesse avuto nella sua concezione il peccato originale, avrebbe anche commesso dei peccati attuali (Contra Iulian., V, 15, n. 57): donde segue che Maria, non avendo peccato attualmente, non dovette mai avere la colpa originale. Nell'altro, si risponde a Giuliano che accusava i cattolici di consegnare la Vergine al demonio con la dottrina del peccato originale: «Non ascriviamo al diavolo Maria per la condizione della sua nascita, ma perché questa condizione è disciolta dalla grazia della rinascita» (Opus imperf., IV, 121. Cf. E. Portalé, s. V. in DThC, I, col. 2375; Fr. Sal. Mueller, in Miscell. Agost., II, Roma 1931, p. 885 sgg., su cui V. GREGORIANUM, 14 [1933], pp. 93-96; contrario è dom Capelle, in Recherches de théol. médiéu., 4 [1932], pp. 361-370). La risposta sarebbe nulla se si concedesse che la Madonna ebbe un istante il peccato originale; ed è da rilevare come nel contesto si parli di grazia preservatrice. Vero è che A. dice più d'una volta che soltanto Cristo, tra gli uomini, fu senza peccato, e senza la carne di peccato, ma questo può restare, ammettendo che Maria ebbe bisogno di essere liberata, con una grazia preservatrice e redentrice, dal peccato in cui avrebbe dovuto incorrere come tutti i figli di Adamo per naturale concezione.
BIBL.: P. Friedrich, Die Mariologie des hl. Aug., Colonia 1907; J. Coppens, Aug. Marialeer, in Handel. V. Let Vlaamsch Mari. Congress te Brussel, Bruxelles 1921.

VIII. LA GRAZIA

I. Necessità della grazia

Il frutto della redenzione è la grazia di Cristo. Il merito di Cristo ci procura la grazia, cioè un soccorso morale di Dio, al quale non abbiamo diritto e che ci dà di poter agire bene per la nostra salvezza. La necessità di questa grazia nello stato presente dell'umanità è difesa da s. A. contro Pelagio e contro i semipelagiani. Pelagio, negando il peccato originale, diceva che l'uomo, con le proprie forze, può fare tutto il bene che gli è prescritto e salvarsi; può evitare ogni peccato, tanto il grave che il leggero. Dio può dare la sua grazia, ma questa non deve toccare direttamente la volontà per non sopprimere la libertà, e, ad ogni modo, non è necessaria. I semipelagiani ammettevano la necessità

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della grazia per la salvezza, ma volevano che si potesse senza di essa iniziarsi nelle vie del bene, principalmente aderire alla fede. Contro queste dottrine, A. insegnò la necessità della grazia per essere giusti, ed anche per il principio della fede.

Una certa evoluzione si trova a questo proposito nei suoi scritti. Fino all'anno 396, egli pensava che siamo capaci di arrivare alla fede ed alla buona volontà senza la grazia (Expositio ep. ad Romanos, prop. 61-62; De div. quaest. LXXXIII, q. 68; Retract., I, 23, nn. 2, 4). Ma scrivendo nel 397 il De diversis quaestionibus ad Simplicianum, capì dalle parole di s. Paolo «Quid habes quod non accepisti?» (I Cor. 4, 7) che anche il principio della salvezza proviene dalla grazia. Da quel tempo in poi, si può dire, come egli stesso ha dichiarato, che non ha cambiato niente di essenziale nella sua dottrina della grazia. Infatti Pelagio si sentì colpito già nelle Confessioni.

Per vincere il peccato, è necessaria la grazia: «Senza l'aiuto di Dio, non possiamo superare le tentazioni di questa vita» (In ps. 89, n. 4). La lettera del precetto uccide se non l'accompagna lo Spirito vivificatore (Epist. 188, 11-12). Siccome Pelagio gli opponeva gli esempi di virtù degli eroi romani, A. negò a questi, supposti senza grazia, la vera giustizia per queste ragioni: Cristo sarebbe morto invano, se senza di lui si potesse avere la salvezza (Contra Iulian., IV, 3, n. 17); quei pagani, cultori di falsi dèi, non osservavano la giustizia verso il vero Dio (De civit. Dei, V, 12); infatti vediamo che spesso trionfavano di un cattivo vizio per forza di un altro, l'amore della vanagloria (ibid., 13). Però non nega che le virtù dei pagani in qualche misura siano buone e degne di una ricompensa (ibid., 15); il detto che le virtù dei pagani siano «splendida vita» non è di A.; esse sono doni di Dio (Epist. 144, n. 2) e quelli che le posseggono sono «buoni a modo loro» (De civit. Dei, V, 12). Di più, è particolarmente da notare che con i pelagiani si trattava della virtù completa e totale che costituisce l'uomo giusto: A. concede che la grazia non è necessaria per qualche atto buono e permette che sia inteso in questo senso (sebbene ne preferisca un altro) il detto di s. Paolo (Rom. 2, 14) che le Genti osservano naturalmente i precetti della legge (De spiritu et littera, 28, n. 48).

Contro i semi pelagiani, che egli tratta con grande delicatezza, come fratelli illusi in un punto difficile, prova con la S. Scrittura che nessuno viene alla fede se non è interamente attratto dal Padre (De praedest. sanctor., 8, n. 15; In Ioan., tr. 80, n. 2). Contro i medi-simi egli insegna che la perseveranza dei giusti sino alla morte, ossia la morte in stato di grazia, è una grazia speciale di Dio. Ora, questa dottrina pone i difficili problemi dei rapporti della libertà e della grazia, e della predestinazione.

4. Grazia e libertà

a) Coesistenza. — A. aveva difeso la libertà contro i Manichei nel suo De libero arbitrio e sino alla fine ne sostenne la dottrina (Retract., I, 9). Anche negli ultimi anni, mentre la lotta anti-pelagiana l'obbligava a proclamare l'efficacia della grazia, scrisse appositamente l'opuscolo De gratia et libero arbitrio, per mantenere la coesistenza dell'una e dell'altro. Due casi sono da considerarsi, trattandosi sempre dello stato dell'uomo dopo il peccato originale: la libertà dell'uomo che si suppone privo della grazia e che viene infallibilmente a peccare, e la libertà dell'uomo sotto la grazia che lo porta infallibilmente al bene. Nel primo caso, A. afferma la responsabilità del peccatore: che ciascuno «imputi a se stesso quando pecca» (De gratia et lib. arb., 2, n. 4; De corrept. et gratia, 5, n. 7). L'infermità in cui si trova, e con cui può fare qualche atto buono, non gli toglie la libertà. Nel secondo caso, egli osserva che l'aiuto della grazia al libero arbitrio suppone che questo ci sia (Epist. 157, 2, n. 10).

Dio ci previene con la sua grazia, ma «consentire all'appello di Dio o dissentirne, è cosa propria della volontà» (De spiritu et littera, 34, n. 60). Quando dice che la grazia ci muove «insuperabiliter», il senso è che essa ci dà tanta forza da poter evitare di essere superati da qualsiasi tentazione (De corrept. et gratia, 12, n. 38; cf. J. Mausbach, Die Ethik des h. A., 2a ed., Friburgo in Br. 1029, p. 35). Grazia e libertà sono due realtà di cui non si deve negare l'una per favorire l'altra.

È necessario però esaminare quale differenza ponga A. tra la grazia di Adamo e la nostra e se sia opposta alla libertà nello stato presente. Prima del peccato originale, era dato all'uomo un soccorso «sine quo non», tale cioè che senza di esso non si poteva ottenere ciò per cui era dato, e che con esso si poteva ottenere o non ottenere secondo la scelta della libertà. Dopo il peccato, al posto di quel soccorso, se ne dà un altro, «auxilium quo», con cui si ottiene infallibilmente ciò per cui è dato, ma esso non è dato a tutti. Alcuni, come i giansenisti, hanno identificato l'«auxilium sine quo non» con la grazia sufficiente, e l'«auxilium quo» con la grazia efficace, così che, soppresso l'«auxilium sine quo non» non vi sarebbe più la grazia sufficiente. Ma questa interpretazione è errata. Tutto, nel contesto, dimostra che quei soccorsi non sono dati per un atto singolo, ma che sono soccorsi per la perseveranza. Adamo non avrebbe potuto perseverare nella grazia senza l'«auxilium sine quo non» che gli fu dato e con cui la perseveranza gli era facile; però, anche avendo questo soccorso, egli peccò; se avesse avuto l'«auxilium quo» non avrebbe peccato. Ora, i figli di Adamo, in mezzo a tante tentazioni di questa vita, se avessero soltanto il soccorso «sine quo non», finirebbero col fare il male. Ma potrebbero i medesimi stare molto tempo nel bene, facendo atti buoni col solo soccorso «sine quo non». Non hanno lo stesso dono che aveva Adamo; ma ricevono soccorsi appropriati alla loro condizione; è manifesto nei testi agostiniani che la grazia, anche quella della giustificazione, è data a molti che non hanno l'«auxilium quo» (cf. De corrept. et gratia, 9, n. 20) e non è dovuta ai loro meriti; e quel dono è procurato per mezzo dell'«auxilium quo» (De corrept. et gratia, 6-13).

b) Spiegazione. — S. A. ha dunque in ogni tempo mantenuto la libertà dell'uomo nello stato attuale della sua natura. Quanto al modo con cui ha concepito l'accordo della grazia e del libero arbitrio, non è da tutti compreso nello stesso senso. Sembra però, e così ritiene la scuola agostiniana, che non abbia ammesso il principio metafisico delle necessità di una predeterminazione fisica per il compimento di un atto buono. Parlando degli angeli al momento della loro prova, ammette come possibile che tutti fossero aiutati ugualmente da Dio: soltanto dopo la scelta, i buoni ricevettero come ricompensa un soccorso migliore, cioè la felicità perpetua. (Ciò risulta dal confronto del n. 32 del De corrept. et gratia, con il cap. 9 del I. XII del De civitate Dei. Cf. J. Schmucker, Die Gnade des Urstandes und die Gnade der auserwählten in Augustins De corr. et grat., Metten 1940; G. Vranken, Der göttliche Konkurs z. freien Willensakt des Menschen beim hl. Aug., Roma 1943).

La spiegazione più esplicita si trova nelle Divers. Quasi, ad Simpliciamum: quelli a cui Dio fa misericordia, li chiama «nel modo che sa convenire perché non respingano la sua chiamata» (I, q. 2, n. 13). Dio conoscendo ciò che accadrebbe nei diversi casi possibili (cf. De corrept. et gratia, 8, n. 19), e volendo che l’uomo compia un atto buono determinato, agisce internamente sulla mente di lui, proprio in quel modo a cui sa che sarà dato il consenso. È un congruismo simile a quello che sarà poi del Suarez. L’azione interna consiste nell’illuminare l’intelletto e nel suscitare l’amore del bene nella volontà. Dio attira a sé con la grazia e però lascia ciascuno scegliere come gli piace: e sono pochi che possono capire questo (Contra litt. Petiliani, II, 84, n. 186; cf. De praedest. sanctor., 8, n. 13; De spiritu et litt., 3, n. 5).

5. Predestinazione

La predestinazione è «la prescienza e la preparazione della grazia di Dio, per cui sono certissimamente salvati tutti quelli che sono salvati» (De dono perseverantiae, n. 35). Appartiene propriamente allo stato che ha seguito il peccato originale, in cui la libertà abbisogna di speciale protezione per perseverare nel bene; la predestinazione è insomma la preparazione del dono di perseveranza. A dimostra con la Scrittura e la tradizione l’esistenza di un’elezione divina a cui gli eletti dovranno il buon uso della loro libertà (De corrept. et gratia, 7; Enchir., 98-99; Epist. ad Sixtum, 8; De dono perseverantiae, 8; De praedestinazione sanctor., 18-19). Sembra che egli non abbia considerato la questione come i teologi del Seicento, cioè disputando se il primo volere di Dio predestinante sia di dare la grazia o di dare la gloria, ma che abbia pensato l’uno e l’altro come un tutto (cf. Petavio, De praedestinazione, IX, 14, n. 16). L’elezione non è causata da nessun merito dell’elettore, ma non esclude la considerazione dell’uso che vorrà fare della sua libertà; anzi il congruismo di cui testé abbiamo parlato, suppone che l’elezione sia illuminata dalla conoscenza degli atti che ciascuna volontà sceglierebbe di porre nei diversi casi possibili. La predestinazione non è contraria, né per sua natura né in sé. A, al libero arbitrio dei suoi eletti, e non lo è alla concessione fatta loro di soccorsi sufficienti per salvarsi. Cristo è morto per tutti gli uomini: A. l’afferma e ne fa argomento per provare che tutti hanno il peccato originale (Contra Iulian., VI, 4, n. 8; cf. Opus imperf., II, 175; In ps. 95, n. 15). Anche per Giuda fu versato il sangue divino (In ps. 68, n. 11). Tra le molte spiegazioni che dà A. del passo di s. Paolo: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi» (I Tim. 2, 4), c’è anche questa, mai ritrattata, che lo vuole condizionatamente alla loro libera accettazione (De spiritu et littera, 33, n. 58); le altre interpretazioni, che restringono ad alcuni soltanto la volontà salvifica di Dio, intendono la volontà divina assoluta, la quale si compie sempre (cf. De praedest. sanct., 8, n. 14; De corrept. et gratia, 14, n. 44-45; 15, n. 47; Enchir., 103, n. 27; Contra Iulian., IV, 8, n. 42. 44). Insomma, il mistero della predestinazione sta in ciò che Dio, che potrebbe, se lo volesse, assolutamente salvare tutti, non li salva tutti, ma soltanto gli eletti e permette che gli altri si perdano liberamente. Perché sceglie questo e non quest’altro, non lo sappiamo, ma sappiamo che i consigli di Dio sono giusti.

Si è posta la questione se la grazia, di cui A. difendeva contro Pelagio la necessità, fosse la grazia attuale, data per ciascun atto, o la grazia santificante, perfezione permanentemente inerente nell’anima. In verità, era l’una e l’altra; si trattava del soccorso che guarisce, che ci giustifica, che ci fa figli adottivi, che ci illumina, che ci attrae, e si metteva soltanto l’accento, secondo i casi, ora sul suo aspetto attuale, ora sull’abi-tuale.

Bibl.: E. Portalé, s. V. in DThC, I, coll. 2375-2408; O. Rottmanner, Der Augustinismus, Monaco 1802; A. Casamassa, Il pensiero di s. A. nel 396-97, Roma 1919; T. Salgueiro, La dottrina de s. A. sul la grazia d’après le traité à Simplicien. Porto 1925; C. Boyer, Essais sur la doctrine de saint Augustin, Paris 1932, cap. 8; A. Guzzo, A. contro Pelagio, Torino 1934; J. Henninger, S. Augustinus et doctrina de duplici iustitia, Mö-dlin 1935; K. Janssen, Die Entstehung der Gnadenlehre Aug., Rostock 1936; Ph. Platz, Der Römerbrief in der Gnadenlehre Aug., Wurzburg 1938; J. Schmucker, Die Gnade des Urstandes u. die Gnade des Auserwählten in Aug. De corrept. et gratia, Metten 1939; G. Vranken, Der göttl. Konkurs z. freien Willen-sake des Menschen beim hl. Aug., Roma 1943.

IX. LA CHIESA

6. Costituzione

Per salvare gli uomini e procurar loro la grazia meritata dalla sua morte, Cristo lasciò un’istituzione, la Chiesa. La dottrina di A. sulla Chiesa fu preparata dagli scritti di s. Cipriano e di s. Optato, e tiene un posto molto importante nella sua teologia. L’occasione di svilupparla venne dallo scisma dei donatisti, contro i quali era necessario mantenere la nozione ed i diritti della Chiesa cattolica. La Chiesa è il regno di Cristo, è la sposa di Cristo, è il corpo mistico di Cristo, è la madre dei cristiani (Epist. 34, n. 3; Sermo 22, n. 10). È necessario appartenere alla vera Chiesa. Gli scismatici possono avere la fede ed i sacramenti, ma la salvezza si trova nella sola Chiesa cattolica (Sermo ad Caesarsemis ecclesiae plebem, n. 6). Fuori della Chiesa si può avere la grazia di Dio, come l’ebbe il centurione Cornelio, per azione immediata ed invisibile di Dio, ma sotto la condizione della buona fede, cioè di non disprezzare l’intermediario visibile, «nam contemptor eius invisibiliter sanctificari nullo modo potest» (Quaest. in Hept., III, q. 84). Nella Chiesa tutti i battezzati sono sottomessi all’autorità della gerarchia, ma lo sono anche i catecumeni, non, invece, gli scismatici e gli eretici. I peccatori rimangono nella Chiesa: «nunc malos habet permixtos» (Post collationem ad Donat., n. 11; De civit. Dei, XVIII, 48); però vi sono membra morte e non le appartengono che in un modo imperfetto (De bapt., IV, 2, n. 4).

Alla Chiesa è essenziale la gerarchia, in cui sta l’autorità. Spetta ai pastori di dirigere le anime, di predicare e di dare i sacramenti (Contra litt. Petil., III, 55, n. 67). I vescovi stanno sopra i semplici sacerdoti (Haer. 53). La Chiesa è infallibile perché l’assiste il Cristo (In ps. 59, n. 1; Epist. 190, n. 22). Quando un concilio universale ha fissato un punto dottrinale, ogni dubbio deve cessare. A. si appella ad un concilio universale, celebrato prima della sua nascita (forse quello di Nicea nel 325), per difendere la validità del battesimo degli eretici (De bapt., I, 7, n. 9; 9, n. 14). I concili plenari di tutta l’Africa hanno una grande autorità, ma l’uno può correggere l’altro (ibid., II, 3, n. 4). La Chiesa di Roma gode di un’autorità privilegiata e di un primato indiscutibile (Epist. 143, 3, n. 7; De utilit. cred., 17, n. 35). Le porte dell’inferno non la possono sopraffare (Ps. contra partem Donati). A. riconosce il primato dottrinale del vescovo di Roma. Quando la Sede Apostolica approvò i concili tenuti in Africa contro i pelagiani, egli disse: «causa finita est. Utinam aliquando finiatur error» (Sermo 130).

Stanno fuori della Chiesa non soltanto gli infedeli, ma anche gli eretici, gli scismatici, sebbene validamente battezzati. Invece è frequente nel santo Dottore il concetto della Chiesa come estesa a tutti i tempi,

fin dalla creazione, e comprendente anche gli angeli. È composta da tutte le creature razionali che furono, o sono, o saranno santificate e sottomesse a Cristo capo (De catechiz. rud., 19; cf. G. B. Franzelin, De Ecclesia Christi, Roma 1887, pp. 8-21).

Nella Chiesa, vescovi e presbiteri hanno un vero potere governativo, nonché sacerdotale: hanno la responsabilità di comandare ed i fedeli debbono loro obbedienza (Sermo 146, n. 1). La scomunica che si dava ai penitenti e che li separava dalla mensa del Signore non li separava dalla Chiesa, in cui erano curati per la remissione dei loro peccati (Post collata, 20, n. 28).

7. Ricorso allo Stato

Alcuni però, inguaribili, sono espulsi dalla Chiesa (Epist. 157, 3, n. 22). In ogni tempo, A. ha ammesso il diritto della Chiesa di chiamare in suo aiuto la forza dello Stato contro gli eretici e scismatici; ma credette meglio in un primo periodo che non se ne facesse uso (Contra epist. Pamen., I, 8-14). Siccome però l'imperatore Onorio dice, come contro i donatisti delle misure radicali che manifestamente ebbero buoni risultati, A. cambiò il suo atteggiamento e si fece il difensore della legittimità della repressione esercitata dallo Stato. L'impunità incoraggiava i donatisti, i quali si portavano a tutti gli eccessi contro i cattolici. L'esperienza dimostrava poi che le conversioni ottenute con l'applicazione delle leggi erano sincere e durevoli: le leggi erano una occasione, per alcuni, di compiere ciò che già desideravano, e per altri di riflettere meglio sullo stato della controversia. Anche i meno convinti erano dopo poco tempo soddisfatti di aver ritrovato l'unità. I leggi, insomma, erano un aiuto piuttosto che un ostacolo per la libertà (Contra litt. Petil., II, 184). Quanto agli ostinati, che con le loro gesta sono un pericolo per lo Stato, questo ha il diritto di agire contro di loro. A. però domanda ai magistrati civili di usare indulgenza e di non condannarli a morte (Epist. 100, n. 1).
Bibl.: Th. Specht, Die Lehre von der Kirche nach dem hl. Aug., Paderborn 1892; C. Romeis, Das Heil des Christen ausserhalb der wahren Kirche nach der Lehre des hl. Aug., Paderborn 1908; P. Batifoll, Le catholicisme de s. Augustin, 3a ed. Parigi 1929; F. Hoffmann, Der Kirchenbegriff des hl. Aug., Macon 1933.

X. I SACRAMENTI

Per A., la parola sacramentum significa un segno sacro (De civit. Dei, X, 5) e si può dire di molte cose, ad es. del segno di croce (In ps. 141, n. 9). Bisogna distinguere quelli del Vecchio Testamento, che annunziavano la futura venuta di Cristo e della redenzione, e quelli del Nuovo che lo significano già venuto e danno la salvezza (In ps. 73, n. 2). Gesù Cristo non soppresse i sacramenti antichi, ma li trasformò (Adversus Iudaeos, 3). I sacramenti debbono avere qualche somiglianza con la cosa rappresentata (Epist. 98, n. 9) ed hanno per scopo d'unire la società religiosa (Epist. 54, n. 1). Essi sono istituiti per confermare la speranza dei beni futuri della vita eterna (Enchir., 66). Nel Nuovo Testamento i sacramenti sono in minor numero, e tra di essi alcuni hanno un'importanza ed un'efficacia speciale. Quattro sono nominati insieme: il Battesimo, la Cresima, la Eucaristia, la Penitenza (De bapt., V, 28), ai quali si può sicuramente aggiungere l'Ordinazione dei sacerdoti. La loro funzione è di comunicare la carità, lo Spirito Santo (In ps. 103, enarr. 1, n. 9).

8. Il Battesimo

Il Battesimo cancella totalmente il peccato originale ed anche negli adulti tutti i peccati personali (De peccat. merit. et remiss., II, 28, n. 48). Esso dà, anche ai bambini, la grazia che è inserzione nel corpo di Cristo (ibid., I, 9, n. 10).

Si amministra con l'invocazione della S.ma Trinità (Sermo 149, n. 10). Ebbe la sua preparazione in molti avvenimenti del Vecchio Testamento e nel battesimo del Battista (De peccato orig., 32; De bapt. V, 10, n. 12). È assolutamente necessario, ma basta, se non lo si può ricevere, anche il desiderio di esso nel caso del martirio o della conversione del cuore (De bapt., IV, 21, nn. 28-29). Si può somministrare al fanciullo appena nato (Epist. 166, 7, n. 23), come al catecumeno privo dei sensi (De coniug. adult., I, 26, n. 33).

Lo scisma dei donatisti costringe A. ad insistere sulle condizioni di validità e di efficacia del Battesimo (come anche dell'Ordine). Egli insegna che il sacramento amministrato da un ministro peccatore od anche eretico, è valido e non si deve ripetere. Bisogna considerare quello che è dato (il sacramento) e non chi lo dà (De bapt., IV, 10, n. 16); oppure, se si vuol guardare chi lo dà, si deve capire che è Cristo stesso che battezza: il sacerdote che amministra il sacramento è soltanto lo strumento visibile di Cristo (Contr. litt. Petil., III, 49, n. 59). Il battezzato riceve il carattere o distintivo del suo Capo e lo conserva anche se diventa disertore (Contra litt. Petil., II, 108, n. 274). Vero è che s. Cipriano, tanto ammirato da A., aveva insegnato il contrario, cioè la necessità di ribattezzare gli eretici, ma se aveva sbagliato in una questione non ancora abbastanza chiarita al suo tempo, non si era ribellato alla Chiesa e non aveva fatto scisma (Epist. 93, 10, nn. 35-45).

Rimane però che il battesimo degli eretici, ricevuto con cuore eretico, quantunque sia valido, non opera la remissione del peccato. Soltanto nella Chiesa cattolica i sacramenti danno lo Spirito Santo, perché chi non vuole l'unità, non può avere la carità (De bapt., VII, 3, n. 5).

9. La Cresima

La Cresima è un sacramento distinto dal Battesimo (Contra litt. Petil., II, 104, n. 239). Nella sua amministrazione c'è l'imposizione delle mani (De bapt. III, 16, n. 21) e c'è anche l'unzione del cristian, il quale nel Vecchio Testamento ungeva soltanto i re e i sacerdoti, ma adesso unge tutti i cristiani (Enarr. II in ps. 26, n. 2). Non è del tutto chiaro quale sia il rito essenziale (v. J. Coppens, L'imposition des mains, Wetteren-Parigi 1925, pp. 297-303); ma sembra consista nell'unzione, come indica il Sermone 227, dove l'olio è nominato, per completare l'opera del Battesimo. Ad ogni modo alla materia si aggiunge un'invocazione (De Trin., XV, 26, n. 46).

10. L'Eucaristia

a) La presenza reale. – Riguardo al mistero eucaristico, il pensiero di A. è ricco di dottrina, ma assai complesso ed è stato spesso frainteso dai protestanti e dai modernisti. Egli parla in molti testi della presenza di Cristo e del sacrificio dell'altare. Per una giusta interpretazione dei passi sulla presenza, è necessario attenersi a tre realtà che egli distingue: c'è quello che si vede e che, prima della Consacrazione, era pane e vino: questo segno visibile è il sacramento corporis Christi; c'è quello che non si vede, cioè il vero corpo e il vero sangue di Cristo: «hoc agnoscite in pane quod pependit in cruce; hoc in calice quod manavit ex latere» (G. Morin, S. Augustini sermones, in Miscellanea Agost., I, Roma 1930; id., Gualferb. Serm. VII, ibid., p. 462; M. Denis, Serm. III, n. 2, ibid., p. 19), senza però che si possa dividere la carne di Cristo in parti con la manducazione come capirono stoltamente i caffaraiti (In ps. 98, n. 9); c'è infine l'effetto del sacramento, cioè l'unione al corpo mistico di Cristo. Questa unione per mezzo della fede e della carità è la vera manduca-

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zione per cui fu istituito il sacramento (« Crede et manducasti », In Ioan., tr. 25, n. 12; tr. 26, n. 13 sgg.) : senza di questa, sebbene si riceva la carne di Cristo (Sermo 71, n. 17), non si mangia propriamente il corpo di Cristo (Sermo 131, n. 1; De civit. Dei, XXI, 25, n. 3).

A. fu spinto a queste precisazioni per combattere delle concezioni grossolane e specialmente quelle dei manichei che vedevano nei cibi il vero corpo di Cristo, in essi imprigionato (Contra Faustum, XX, 11). La vera e nutritiva manducazione, la res sacramenti, essendo l'unione al corpo mistico di Cristo, la ricezione del corpo fisico di Cristo è ordinata a questa unione e la significa (è res et sacramentum); gli elementi scelti per il mistero, cioè il pane e il vino, significano lo stesso effetto, l'unione del corpo mistico, ossia la Chiesa, ossia noi stessi nella Chiesa (Sermo 272). Così A., ben lungi dal negare la dottrina tradizionale, della presenza reale, così esplicita nei Padri anteriori, l'ha spiegata in una teologia già assai sviluppata (cf. Th. Camelot, Réalisme et symbolisme dans la doctrine eucharistique de s. A., in Rev. de science phil. et théol., 31 [1947], pp. 394-410).

b) L'Eucaristia è anche un sacrificio. — Il sacrificio è secondo A. il segno visibile del sacrificio invisibile, che è l'oblazione che la creatura fa di sè al Creatore (De civit. Dei, X, 5-6). I sacrifici del Vecchio Testamento annunziavano quello della Croce e quello dell'altare in cui il corpo di Cristo viene offerto a Dio e distribuito ai partecipanti (De civit. Dei, XVII, 20, n. 2). La cena cristiana suppone l'immolazione del Calvario (Sermo 112). Lo stesso Cristo che immolò se stesso sulla croce, viene immolato ogni giorno a pro dei fedeli, perché sull'altare si rinnova sacramento, mentre il sacrificio una volta offerto in modo cruento con l'oblazione del corpo e del sangue di Cristo (Epist. 98, n. 9; Contra Faustum, XX, 18.21; cf. M. de la Taille, Mysterium fidei, 3a ed., Parigi 1931, p. 243). Insieme con l'oblazione del Capo, è fatta l'oblazione delle membra, poiché il frutto del sacrificio è appunto l'unione delle membra al Corpo mistico. La Chiesa dunque nel suo sacrificio offre se stessa per mezzo di Cristo (De civit. Dei, X, 20). Si fa il corpo di Cristo per mezzo di una consacrazione (Contra Faustum, XX, 13) o santificazione (Sermo 227) ossia di una preghiera mistica (De Trin., II, 4, n. 10).

11. La Penitenza

La Chiesa ha ricevuto dal suo Fondatore il potere di rimettere i peccati commessi

Article illustration
(feL. Anderson)
Agostino Aubclio, santo - Medaglione di Niccolò Pizzolo (ca. 1449). Padova, Chiesa degli Eremitani.

dopo il Battesimo. È il cosiddetto potere delle «chiavi», amministrato dai sacerdoti (Enchir., 65; Sermo 392; Epist. 228, n. 8). L'imposizione delle mani, quale si pratica nella Chiesa per assolvere i peccatori, è numerata due volte tra i riti sacramentali (In ps. 146, n. 8; De bapt., V, 20, n. 28). A. distingue tre specie di penitenza per tre corrispondenti categorie di peccati: c'è la penitenza pubblica, che è necessaria nei casi di scandalo pubblico per le colpe conosciute da qualche giudizio civile od ecclesiastico (Sermo de symbolo; Sermo 352, n. 2). Alcuni la chiedevano spontaneamente, ed infatti il numero dei penitenti era rilevante ad Ippona. Poi c'è la penitenza per i peccati veniali, che A. chiama quotidiana, e che consiste principalmente nelle preghiere, come nel recitare: «dimmite nobis debita nostra» (Epist. 265, cap. 8). Tra queste due penitenze c'è la «correpito», fatta privatamente dal ministro della Chiesa per la remissione di alcuni peccati gravi, ai quali, per qualche ragione, non è imposta la penitenza pubblica (De fide et operibus, 26, n. 48; De div. quaest. 83, q. 26): con ragione, si vede in questa prassi un passo importante verso i modi susseguenti dell'amministrazione del sacramento (cf. K. Adam, Die kirchliche Sündenvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebungen nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach denvergebung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung nach dem Verwendung 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nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem 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Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach dem Vermlung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nachdem Verwendung nach

tisti, parla dell'ordinazione sacerdotale allo stesso modo che del Battesimo. Essa è valida anche se conferita da un peccatore o da un eretico (Contra epist. Parmen., 13, n. 28). Quando un chierico donatista ritornava alla Chiesa cattolica, conservava il proprio Ordine (Epistola 185, 11, n. 46). Come il Battesimo, anche l'Orazione imprimere un carattere, «signaculum» (De bono coniugali, 18, n. 21).

12. Il Matrimonio

S. A. assegna chiaramente come fine primario al Matrimonio la procreazione e l'educazione dei figli (De coniugis adulter., II, 12; Sermo 51, 13, n. 22). Tre sono i principali beni del matrimonio: proles, fides (fedeltà coniugale), sacramentum (indissolubilità). Fini secondari sono l'amore mutuo degli sposi (De bono coniug., 3, n. 3; Sermo 51, 13, n. 21) e il medio contro la concupiscenza.

Ci può essere vero matrimonio con la continenza perpetua. La Vergine Maria e s. Giuseppe erano veri sposi (De consensu evang., II, 1, n. 2-3). L'intenzione dei coniugi nell'atto della generazione deve essere la procreazione dei figli; nella misura in cui si agisce per concupiscenza, entra il peccato, che però è veniale a causa dei beni del matrimonio (Contra Iulian. op. imp., IV, 29).

L'unione matrimoniale essendo il simbolo della unione di Cristo con la Chiesa, ne segue l'indissolubilità, che soltanto la morte d'uno dei coniugi può rompere (De nupt. et conc., I, 10, n. 11), e ne segue anche la santità del matrimonio (De bono coniug., 18, n. 21; 24, n. 30), la quale, se vista nell'insieme della dottrina di A. sulla virtù dei simboli del Nuovo Testamento (Contra Faustum, XIX, 13), include la grazia sacra-mentale.

Bibl.: K. Adam, Die Eucharistiethe der hl. Aug., Ausburo 1908; id., Die kirchliche Sündenvergebung nach dem hl. Aug., Paderborn 1917; Ed. Hocedez, La conception augustinienne du sacrement dans le Tr. 8e in Joan., in Rech. de science relig., 9 (1919), pp. 1-29; P. Batiffol, Etudes d'histoire et de théol. positiviste, II, Parigi 1920, pp. 422-53; B. Poschmann, Kirchenbusse u. correctione secreta beim Aug., Braunberg 1923; C. Spallanzani, La nozione di sacramento in s. A., in Scuola Catt., (1927, 1), pp. 175-88, 2-88; 268; G. Lecordier, La doctrine de l'Eucharistie chez s. A., Parigi 1930; A. Pereira, La doctrine du mariage selon s. A., Parigi 1930; P. Galtier, L'Eglise et la rémission des péchés aux premiers siècles, Parigi 1932; P. Bertocchi, Il simbolismo ecclesiologico dell'Eucaristia in s. A., Bergamo 1937; P. Galtier, Comment on ecate la pénitence privée, in Gregorianum, 21 (1940), pp. 183-202; A. Reuter, S. Augustini doctrina de bonis matrimonii, Roma 1942; N. Ladomersky, S. A. docteur du mariage chrétien, Roma 1942.

XI. La vita cristiana

13. I princìpi della morale

La dottrina speculativa di s. A. è tutta ordinata alla pratica. I princìpi più generali dell'azione umana, come gli altri princìpi della ragione, ci sono dati dalla natura, cioè dall'attività spontanea dell'intelletto sotto la divina illuminazione. Che ci sia il bene e il male, che il male sia da evitare, che le cose superiori siano da preferirsi alle cose inferiori, questi e simili assiomi, ogni uomo li vede nelle ragioni eterne (De libero arb., II, 10). Insieme a questa conoscenza fondamentale, un impulso naturale spinge tutti gli uomini verso il termine dell'azione morale, ed è il desiderio della felicità (Sermo 150, 3, n. 4; Confess., X, 21). In ogni nostro volere si trova implicita la volontà di essere beati; cioè di raggiungere il nostro sommo bene. Così le nozioni di dovere e di obbligazione sono nella mente umana come una trascrizione di quella legge eterna che sta nella mente di Dio e che è «la divina disposizione che comanda il rispetto dell'ordine naturale e proibisce di turbarlo» (Contra Faustum, XXII, 27).

Qual'è il sommo bene, il cui possesso sarà la nostra felicità? A. esclude le 288 risposte che Varrone aveva dette possibili a questa domanda, perché si arrestava-no ad un fine immanente, mentre l'uomo non basta a se stesso, ma deve cercare in Dio la felicità, come deve da Lui ricevere la verità. In questo avevano ragione i platonici, i quali «avendo conosciuto Dio, trovarono dove sia la causa che creò l'universo, la luce che fa percepire la verità e la fonte a cui si beve la felicità» (De civit. Dei, VIII, 10, n. 2). Infatti, niente di finito ci soddisfa pienamente (De beata vita, 2, n. 11); l'esperienza lo dimostra: «Signore, ci hai fatti per te ed il nostro cuore è irrequieto finché non riposa in te» (Confess., I, 1, n. 1). Conoscere ed amare Dio, in ciò sta la nostra perfezione morale e la nostra felicità. La ragione non può che approvare queste indicazioni dell'esperienza: i beni finiti non essendo altro che un riflesso della perfezione creatrice, è nell'ordine delle cose che al di là ed attraverso delle imitazioni tendiamo al divino esemplare ed alla fonte di ogni realtà (In evang. Ioan., tr. 26, n. 5; De Trin., VIII, 7). È da notare che A., quando parla del possesso di Dio, l'intende come ci è promesso dalla fede cristiana, cioè come l'intuizione della stessa essenza divina; ma egli sa che una tale perfezione di felicità è una grazia e conseguentemente un fine soprannaturale (De Gen. ad litt., XII, 26, n. 54). Avremmo dovuto lodare il Creatore, anche se fosse stato meno liberale verso di noi.

Se il termine dell'intenzione etica si confonde con la felicità, non ne segue che la morale sia un egoismo superiore. È proprio l'amore disinteressato di Dio, per cui si gode di Dio senza riferirlo a se stessi, che è la nostra felicità (In Ioan. evang., tr. 123, n. 5). L'amore di sé è riferito all'amore di Dio. Ogni altro bene, ed il nostro proprio bene, deve essere amato in quanto serve all'amore del Sommo Bene: ecco il principio secondo cui sono giudicati gli atti della creatura ragionevole. S. A. si tiene fedele a questo principio, e ciò spiega il suo modo di considerare le virtù dei pagani (v. SORA) o di parlare del timore dei castighi: questo è utile in quanto ritrae dal fare il male, ma per essere morale (timor castus) deve includere un inizio di amore del bene (In epist. Ioan., tr. 9, n. 2-8). A. si servi delle idee neo-platoniche sulla purificazione, cioè sul distacco dai piaceri sensibili, per descrivere le tappe del progresso morale: i fantasmi delle cose terrene accecano l'intelletto ed ostacolano la volontà (Confess., X, 30-43; De Trin., XII, 11, n. 16).

Negli scritti di A. non si trova uno studio sui problemi della coscienza dubbiosa. Una volta però fatta la questione se il cibo presentato fosse stato offerto agli idoli, risponde: nell'ignoranza (che qui è un dubbio), si può senza scrupolo mangiare questo cibo (Epist. 47, n. 6).

14. Precetti speciali

a) Individuali. – A. non permette nessuna bugia, cioè di parlare contro la propria mente con l'intenzione d'ingannare (Enchir., 22). Poiché non si deve fare il male per procurare un bene, la menzogna utile rimane un peccato, sebbene meno grave (De mendacio, 14, n. 25). La malizia intrinseca del mentire sta nell'abuso che si fa della fiducia altrui (cf. M. Ledrus, De mendacio, in Periodica, 32 [1943], pp. 5-58, 123-71; 33 [1944], pp. 5-60; 34 [1945] pp. 157-209).

Ad A., come a qualche altro Padre, non piace che si uccida, solo per difendere la propria vita (Epist. 47, n. 5): ma sembra che si tratti qui di semplice consiglio. Il rispetto del diritto di proprietà è inculcato dalla natura stessa (Confess., II, 4, 6); però la società ha la facoltà di moderarlo secondo le esigenze del bene comune (In Ioan. evang., tr. 6, n. 25). La schiavitù

è un male, oriundo dal peccato e conseguenza delle guerre. Lo schiavo, se non può ottenere la propria libertà, sia fedele, e il padrone sia pieno di carità per lo schiavo, suo fratello (De civit. Dei, XIX, 15-16; Sermo 58, 2, n. 2).

b) Sociali. — La società civile è un'istituzione fondata sulla natura ragionevole dell'uomo e fortificata dalla comunità del sangue (De civit. Dei, XIX, 12, n. 2; XIX, 21). Il vincolo delle società umane è l'amore; il loro fine è la pace (ibid., 13, n. 1). L'ordine risulta dall'osservanza delle leggi, le quali debbono sempre ispirarsi alla Legge eterna, ma possono e debbono variare secondo le diversità dei tempi (De lib. arb., I, 6, n. 15; Confess., III, 7, n. 13). Si deve ubbidire ai poteri civili, poiché il potere viene da Dio (Expositio epist. ad Rom., 72). L'amor patrio è un dovere; se i genitori ti comandassero qualche cosa contro la patria, non li ascoltare; e non ascoltare la patria se ti comandasse contro Dio (Sermo 62, 5, n. 8).

Il miglior servizio della patria è di portarla al vero culto di Dio e di farne una parte della Città di Dio. Il miglior regime è quello che più si confà con i bisogni concreti del popolo, ma più il popolo è ragionevole, più grande è la parte che gli si deve fare nel governo della Città (De lib. arb., I, 6, n. 14). A. fa un bel ritratto del buon principe (De civit. Dei, V, 24), ma ammonisce che tanto la successione degli imperi quanto l'ordine interno degli Stati sono diretti dalla Provvidenza, secondo i suoi misteriosi decreti (De civit. Dei, V, 19).

Se non ci fosse l'ingiustizia, non ci sarebbe la guerra, non ci sarebbe la necessità di grandi imperi, ma l'umanità si comporrebbe di molti piccoli Stati, felici del loro pacifico vicinato. Togliete la giustizia e gli Stati non sono più che una banda di briganti (ibid., IV, 15). La guerra può dunque essere necessaria. È un male che bisogna lenire con l'osservanza della giustizia verso il nemico e con lo scopo di assicurare la pace (Epist. 189, n. 6). Beati sono i negoziatori di pace che con la loro parola uccidono la guerra (Epist. 229, n. 2).

c) Le due città. — Al di sotto delle divisioni visibili, ne esiste un'altra invisibile e più profonda tra gli uomini: quella delle due città. La città di Dio riunisce tutti coloro che amano Dio fino al disprezzo di se stessi, e la città terrestre è composta da quelli che amano se stessi fino al disprezzo di Dio (De civit. Dei, XIV, 28). La nascita ed i progressi della città di Dio costituiscono il disegno della Provvidenza attraverso i secoli, mentre il suo termine nell'armonia del paradiso sarà senza fine. Quaggiù le due città sono mischiate ed alcuni beni sono comuni all'una ed all'altra. La Chiesa ha la mansione di promuovere la città di Dio. Lo Stato non deve fare niente che l'ostacoli; anzi, nell'interesse del bene comune temporale, deve favorire le virtù che appartengono alla città di Dio, e nell'interesse del bene eterno dei suoi sudditi li deve aiutare a far parte della medesima città (Epist. 155, 3).

Bibl.: A. Cupertioli, Theologia moralis et contemplativa, 3, 4, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54, 55, 56, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 63, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 77, 78, 79, 80, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 87, 88, 89, 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 97, 98, 99, 100, 101, 102, 103, 104, 105, 106, 107, 108, 109, 110, 111, 112, 113, 114, 115, 116, 117, 118, 119, 120, 121, 122, 123, 124, 125, 126, 127, 128, 129, 130, 131, 132, 133, 134, 135, 136, 137, 138, 139, 140, 141, 142, 143, 144, 145, 146, 147, 148, 149, 150, 151, 152, 153, 154, 155, 156, 157, 158, 159, 160, 161, 162, 163, 164, 165, 166, 167, 168, 169, 170, 171, 172, 173, 174, 175, 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183, 184, 185, 186, 187, 188, 189, 190, 191, 192, 193, 194, 195, 196, 197, 198, 199, 200, 201, 202, 203, 204, 205, 206, 207, 208, 209, 210, 211, 212, 213, 214, 215, 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1179, 1180, 1181, 1182, 1183, 1184, 1185, 1186, 1187, 1188, 1189, 1190, 1191, 1192, 1193, 1194, 1195, 1196, 1197, 1198, 1199, 1200, 1201, 1202, 1203, 1204, 1205, 1206, 1207, 1208, 1209, 1210, 1211, 1212, 1213, 1214, 1215, 1216, 1217, 1218, 1219, 1220, 1221, 1222, 1223, 1224, 1225, 1226, 1227, 1228, 1229, 1230, 1231, 1232, 1233, 1234, 1235, 1236, 1237, 1238, 1239, 1240, 1241, 1242, 1243, 1244, 1245, 1246, 1247, 1248, 1249, 1250, 1251, 1252, 1253, 1254, 1255, 1256, 1257, 1258, 1259, 1260, 1261, 1262, 1263, 1264, 1265, 1266, 1267, 1268, 1269, 1270, 1271, 1272, 1273, 1274, 1275, 1276, 1277, 1278, 1279, 1280, 1281, 1282, 1283, 1284, 1285, 1286, 1287, 1288, 1289, 1290, 1291, 1292, 1293, 1294, 1295, 1296, 1297, 1298, 1299, 1300, 1301, 1302, 1303, 1304, 1305, 1306, 1307, 1308, 1309, 1310, 1311, 1312, 1313, 1314, 1315, 1316, 1317, 1318, 1319, 1320, 1321, 1322, 1323, 1324, 1325, 1326, 1327, 1328, 1329, 1330, 1331, 1332, 1333, 1334, 1335, 1336, 1337, 1338, 1339, 1340, 1341, 1342, 1343, 1344, 1345, 1346, 1347, 1348, 1349, 1350, 1351, 1352, 1353, 1354, 1355, 1356, 1357, 1358, 1359, 1360, 1361, 1362, 1363, 1364, 1365, 1366, 1367, 1368, 1369, 1370, 1371, 1372, 1373, 1374, 1375, 1376, 1377, 1378, 1379, 1380, 1381, 1382, 1383, 1384, 1385, 1386, 1387, 1388, 1389, 1390, 1391, 1392, 1393, 1394, 1395, 1396, 1397, 1398, 1399, 1400, 1401, 1402, 1403, 1404, 1405, 1406, 1407, 1408, 1409, 1410, 1411, 1412, 1413, 1414, 1415, 1416, 1417, 1418, 1419, 1420, 1421, 1422, 1423, 1424, 1425, 1426, 1427, 1428, 1429, 1430, 1431, 1432, 1433, 1434, 1435, 1436, 1437, 1438, 1439, 1440, 1441, 1442, 1443, 1444, 1445, 1446, 1447, 1448, 1449, 1450, 1451, 1452, 1453, 1454, 1455, 1456, 1457, 1458, 1459, 1460, 1461, 1462, 1463, 1464, 1465, 1466, 1467, 1468, 1469, 1470, 1471, 1472, 1473, 1474, 1475, 1476, 1477, 1478, 1479, 1480, 1481, 1482, 1483, 1484, 1485, 1486, 1487, 1488, 1489, 1490, 1491, 1492, 1493, 1494, 1495, 1496, 1497, 1498, 1499, 1500, 1501, 1502, 1503, 1504, 1505, 1506, 1507, 1508, 1509, 1510, 1511, 1512, 1513, 1514, 1515, 1516, 1517, 1518, 1519, 1520, 1521, 1522, 1523, 1524, 1525, 1526, 1527, 1528, 1529, 1530, 1531, 1532, 1533, 1534, 1535, 1536, 1537, 1538, 1539, 1540, 1541, 1542, 1543, 1544, 1545, 1546, 1547, 1548, 1549, 1550, 1551, 1552, 1553, 1554, 1555, 1556, 1557, 1558, 1559, 1560, 1561, 1562, 1563, 1564, 1565, 1566, 1567, 1568, 1569, 1570, 1571, 1572, 1573, 1574, 1575, 1576, 1577, 1578, 1579, 1580, 1581, 1582, 1583, 1584, 1585, 1586, 1587, 1588, 1589, 1590, 1591, 1592, 1593, 1594, 1595, 1596, 1597, 1598, 1599, 1600, 1601, 1602, 1603, 1604, 1605, 1606, 1607, 1608, 1609, 1610, 1611, 1612, 1613, 1614, 1615, 1616, 1617, 1618, 1619, 1620, 1621, 1622, 1623, 1624, 1625, 1626, 1627, 1628, 1629, 1630, 1631, 1632, 1633, 1634, 1635, 1636, 1637, 1638, 1639, 1640, 1641, 1642, 1643, 1644, 1645, 1646, 1647, 1648, 1649, 1650, 1651, 1652, 1653, 1654, 1655, 1656, 1657, 1658, 1659, 1660, 1661, 1662, 1663, 1664, 1665, 1666, 1667, 1668, 1669, 1670, 1671, 1672, 1673, 1674, 1675, 1676, 1677, 1678, 1679, 1680, 1681, 1682, 1683, 1684, 1685, 1686, 1687, 1688, 1689, 1690, 1691, 1692, 1693, 1694, 1695, 1696, 1697, 1698, 1699, 1700, 1701, 1702, 1703, 1704, 1705, 1706, 1707, 1708, 1709, 1710, 1711, 1712, 1713, 1714, 1715, 1716, 1717, 1718, 1719, 1720, 1721, 1722, 1723, 1724, 1725, 1726, 1727, 1728, 1729, 1730, 1731, 1732, 1733, 1734, 1735, 1736, 1737, 1738, 1739, 1740, 1741, 1742, 1743, 1744, 1745, 1746, 1747, 1748, 1749, 1750, 1751, 1752, 1753, 1754, 1755, 1756, 1757, 1758, 1759, 1760, 1761, 1762, 1763, 1764, 1765, 1766, 1767, 1768, 1769, 1770, 1771, 1772, 1773, 1774, 1775, 1776, 1777, 1778, 1779, 1780, 1781, 1782, 1783, 1784, 1785, 1786, 1787, 1788, 1789, 1790, 1791, 1792, 1793, 1794, 1795, 1796, 1797, 1798, 1799, 1800, 1801, 1802, 1803, 1804, 1805, 1806, 1807, 1808, 1809, 1810, 1811, 1812, 1813, 1814, 1815, 1816, 1817, 1818, 1819, 1820, 1821, 1822, 1823, 1824, 1825, 1826, 1827, 1828, 1829, 1830, 1831, 1832, 1833, 1834, 1835, 1836, 1837, 1838, 1839, 1840,

non potrà dirgli alamm quell'uomo che ha fatto il suo lavoro, e non potrà dire che il suo lavoro è stato fatto per il suo bene, e non potrà dire che il suo bene è stato fatto per il suo bene, e non potrà dire che il suo bene è stato fatto per il suo bene, e non potrà dirgli alamm quell'uomo che ha fatto il suo bene, e non potrà dire che il suo bene è stato fatto per il suo bene, e non potrà dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non potrà dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non potranno dire che il suo bene è stato fatto per il suo bene, e non potranno dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non potranno dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non poter dire che il suo bene è stato fatto per il suo bene, e non poter dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non poter dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non potranno dire che il suo benefo è stato fatto per il suo bene, e non potranno dire che il suo benefo è stato fatto per i suoi bene, e non potranno dire che il suo benefo è stato fatto per i suoi bene, e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene, o non potranno dire che il loro benefo e non potranno dire che il loro benefo è stato fatto per i suoi bene,

Article illustration
(Ist. Ist. Patologia del Libro)
Agostino Aurelio, santo - Retractationes, cod. Scas. 38 (2095). fol. 32^{°} (sec. Ix) - Roma, Biblioteca Nazionale.

tempo del giudizio finale (Epist. 197, nn. 1-2). Nella re-
surrezione, i corpi saranno formati con i loro elementi
di un tempo, ma disposti forse altrimenti (Enchir., 89).
La bellezza del corpo dei giusti sarà meravigliosa.
Quei corpi avranno le doti di agilità e di incorrutti-
bilità (Sermo 244, 6-8).

L'esistenza dell'inferno è affermata da Gesù Cri-
sto (De civit. Dei, XXI, 17-27) ed è eterno (Enchir.,
67-69; De civit. Dei, XXI). L'errore dei «misericor-
diosi» è contrario ai testi più manifesti (De octo Dulg.
quaest., q. 1, n. 14). La Chiesa non prega per i dannati;
se qualcuno, mantenendo l'eternità della pena, asse-
risce però che in certi tempi viene mitigata, A., senza
aderire a questa opinione, non la condanna (De civit.
Dei, XXI, 24, n. 3). Nell'inferno, c'è un fuoco reale,
ma la sua intensità punitiva non è la stessa per tutti
(ibid., 16).

Il cielo è la patria dei giusti, angeli ed uomini.
Tutti formano l'unica Città celeste, nella medesima
e felicissima visione di Dio. In questa visione si com-
pie la perfezione delle virtù con la perfezione del-
l'immagine di Dio nell'anima umana. La mente vede
l'essenza divina, la Verità in se stessa. Ad alcuni A.
è sembrato confondere l'intelligibile col sensibile, quan-
do concede che i beati vedono Dio anche con gli occhi
del corpo: ma il senso di questa asserzione è che l'in-
telletto, nell'oggetto appreso dai sensi, sa vedere, al
di là del sensibile, Dio rivelato dal sensibile, come
quaggiù sappiamo cogliere la vita guardando con i
nostri occhi un corpo vivente (De civit. Dei, XXII,
29, n. 6). L'azione senza fine dei beati sarà la visione,
l'amore, la lode di Dio: «Videbimus, amabimus, lau-
dabimus» (Sermo 254, 6, n. 8).

Bibl.: E. Portali, s. V. in DThC, I, coll. 2443-53: A. Lehaut, L'éternité des peines de l'enfer dans s. A., Parigi 1912; H. Eger, Die Eschatologie Aug., Greifswald 1933.

IV. LA PEDAGOGIA

La pedagogia di s. A. segue e deriva come un
corollario dalla sua dottrina sul fine ultimo e sull'illu-
minazione. Poiché il supremo interesse dell'uomo ed
il suo dovere consistono nel pervenire al possesso di
Dio, tutto nell'educazione deve tendere ad ordinare
l'uomo verso l'amore di Dio e l'impiego dei mezzi
forniti dalla Provvidenza a tale scopo; e poiché la co-
noscenza della verità si compie nell'interno dell'anima
in virtù dell'illuminazione che vi diffonde Dio, princi-
pale ed in qualche senso unico Maestro, l'educatore
deve far sì che il discepolo trovi in sé, consultando
dolcamente la verità, quanto gli viene insegnato.

Quando A. indirizza tutta l'educazione verso la
salvezza dell'anima e la conquista del Sommo Bene,
egli non fa altro che ordinare in una teoria sistematica
ciò che il cristianesimo insegnava in un modo più pe-
polare e riusciva a tradurre in pratica. Vero è che
qualche filosofo pagano, da Platone a Marco Aurelio,
aveva detto nobili parole sul fine dell'uomo, ma in un
modo troppo vago ed esoterico per esercitare un in-
flusso sull'andamento della cultura, la quale era rimasta
ad una superficialità che la decadenza verso la fine del
IV sec. aveva peggiorato assai. La retorica appariva
come l'arte suprema (cf. H.-I. Marrou, S. A. et la
fin de la culture antique, Parigi 1938, pp. 166-75).
Nella lettera del vescovo d'Ippona al giovane stu-
dente Dioscoro, che l'aveva interrogato su diverse
materie letterarie, appare il contrasto tra la cultura
del tempo e quella che promuove A. (Epist. 118).
La vera scienza da acquisire è quella del Sommo
Bene; i mezzi sono quelli che la fede cristiana insegna.
Di conseguenza, il cristiano bramoso di cultura deve
prima di tutto approfondire la sua fede per averne
l'intelligenza nella misura quaggiù concessa e per di-
fenderla. Per ciò lo studio della S. Scrittura è indispen-
sabile. Non è però l'unico da perseguire: esso stesso
richiede la conoscenza della filosofia, della teologia,
della disciplina liberali (De Ordine, II, 5, n. 17). Di
più il cristiano deve istruirsi nelle scienze che ser-
vono al bene comune della società (De doctrina chri-
stiana, II, 42, n. 63; II, 39). Anche la retorica, mante-
nuta nel suo posto, è da coltivare; ma si possono trovare
lezioni di eloquenza negli scritti cristiani di s. Paolo,
di Cipriano, di Ambrogio (ibid., IV, 21, n. 50). A. ha
cura di osservare la cadenza delle clausole. Niente di
più legittimo che dare alla parola tutta la forza e
tutta la limpidezza che essa può avere. Ma non si
può mai abbastanza rimproverare quell'insegnamento
che A. aveva ricevuto a Madaura, in cui si riempiva
l'immaginazione dei ragazzi con le turpitudini della
mitologia, come se si volessero nobilitare i cattivi co-
stumi collocandoli nella divinità.

Le altre arti belle possono far parte della cultura
cristiana e perciò entrare nell'educazione della gio-
ventù, ma si devono sottomettere alla stessa regola:
per es. il piacere preso nel canto dei salmi non deve
impedire di attendere alle parole (Confess., X, 3,
n. 50). In tal modo veniva dato alla cultura, e all'edu-
cazione che la fa acquisire, un indirizzo razionale,
elevato, solido.

Nello stesso tempo, l'educando era ammonito di
contribuire alla propria formazione con un'attività ar-
dimentosa. La verità non ci viene dal di fuori, ma la
dobbiamo trovare noi stessi in noi, sotto la luce della
Verità sussistente. È necessario per la percezione delle
verità più alte che l'anima sia ben disposta, che cer-
chi puramente il vero, senza preoccupazione di vanità
e d'interesse mondano, ma con perfetta e schietta
sincerità (Contra Academicos, I, 3; De moribus Eccle-
siae, 17). È naturale, anzi, che lo sforzo per imparare
sia accompagnato dalla preghiera, cioè dall'invoca-
zione al Maestro interiore, come la troviamo nelle
Confessioni.

A. sta agli antipodi di Rousseau nell'apprezza-
mento delle nostre tendenze naturali; egli sa che non
sono tutte buone e che il peccato originale ci ha in-
clinati al male fin dall'infanzia. Egli perciò non vede
salvezza per l'uomo se non in una educazione illumini-
nata dalla fede cattolica e sorretta dalla grazia di Cri-
sto (cfr. Eph. 26, 101, 118).

Bibl.: P. Ballerini, Il metodo di s. A. negli studi, Milano 1773; F. X. Eggersdorfer, Der hl. A. als Paedagogen, Friburgo in Br. 1907; H.-I. Marrou, S. A. et la fin de la culture antique, Parigi 1938; C. Boyer, S. A., Milano 1947, pp. 221-39.

V. CONCLUSIONE.

Concludendo, si può dire di s. A. ciò che egli dice
dei platonici, che cioè trovò Dio e, avendolo trovato,
potè spiegare l'essere delle cose, la certezza della ve-
rità, il fine dell'umano vivere. Fu però più felice dei
platonici, in quanto egli conobbe Cristo, il Verbo In-
carato, il quale mostrò agli uomini la via umile da
seguire per possedere Dio, e meritò loro la grazia per
potervi camminare. Tutto compreso da tanta luce,
egli impiegò ogni forza della sua anima a diffon-
derla con la parola e con la penna. Non compose una
Somma sistematicamente ordinata, ma, scrivendo se-
secondo le occasioni, trattati e sermoni per i fedeli,
risposte agli eretici, lettere a chi lo consultava, egli
costituì un corpo di dottrina cristiana, filosofico e
teologico, a cui per molti secoli poco fu aggiunto e

che ispirò in buona parte gli sviluppi che dopo sopravvenero.

Gli scritti agostiniani ebbero dunque un influsso straordinario. I papi s. Leone Magno, s. Gelasio, s. Gregorio se ne sono nutriti. Il medio evo, fino all'introduzione dell'aristotelismo, è tutto agostiniano. Anche la corrente più indipendente e novatrice di s. Alberto Magno e di s. Tommaso cerca ordinariamente l'accordo con s. A., e si può dire che il tomismo, quando in punti di grande importanza corregge Aristotele, si appoggia all'agostinismo. Abbiamo visto come la dottrina di A. sia diversa da quella dei protestanti, che a lui spesso si appellarono, abbandonando però quando troppo manifestamente li contraddiceva. I giansenisti lo presero come unico maestro, ma lo lessero con mentalità di protestanti. Sul pensiero moderno rimane profonda l'azione della dottrina agostiniana. Cartesio in diversi punti ne segue l'ispirazione. La corrente spiritualista che si riconosce in Pascal, Malebranche, Gerdil, Gratry, Blondel si appella ad A. Diversi temi prediletti dai filosofi moderni sono agostiniani: autooccidenza, dinamismo della volontà, insufficienza del finito, ed altri. I teologi hanno di continuo in mano i volumi del grande Dottore. La pietà cristiana è penetrata delle sue idee e spesso delle sue espressioni. Egli rimane una delle luci maggiori, con cui la Provvidenza rischiara il cammino della Città di Dio, nel tempo del suo terrestre pellegrinaggio.

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BIBL.:** Per completare la letteratura indicata nel corso dell'articolo, rimandiamo a quella contenuta nelle seguenti opere: E. Nebreda, Bibl. august., Roma 1928; R. Gonzales, Bibl. agust. del Centenario, in Religion y Cultura, 15 (1931) pp. 460-500; I. I. Marrou, S. A. et la fin de la culture antique, Parigi 1938; E. Gilson, Introduction à l'étude de s. A., 2a ed., Parigi 1945; e per le opere anteriori al 1903, l'art. Augustin in D'ThC. Carlo Boyer

ICONOGRAFIA. A. è figurato con l'abito e le insegne di vescovo e spesso allo scritto o con un libro in mano. Nel corso del sec. XV compaiono i suoi attributi individuali; un fanciullo che tenta di raccogliere il mare in una fossetta accenna al più famoso episodio della leggenda; un cuore ferito, trafitto da due saette o fiammante, che, fin dall'epoca barocca, fu il distinto preferito del Santo, simboleggia il suo amore di Dio e del prossimo, richiamando un passo delle Confessioni. La più antica effige di s. A. è l'affresco nell'antica biblioteca del Laterano (fine sec. VI); oltra'Alpe le sue immagini esordiscono nel sec. XII con l'affresco di Nonnberg (Salisburgo) e con miniature come quelle del Passionale di Stocarda. Mentre nell'arte tedesca, che offre nel tardo gotico con lo sportello d'altare di Michele Pacher a Monaco e con la statua di Nicola di Hagenaun nell'altare d'Isenheim due magnifici esempi, le raffigurazioni del santo rimangono relativamente scarse, ne abbonda invece l'arte italiana: da solo lo dipinsero il Botticelli (Firenze, Ognissanti), Giusto di Gand (Parigi, Louvre), Niccolò Pizzolo (Padova, Eremitani); radunato con altri santi in devozione il Beato Angelico, il Cariani, Cima da Conegliano, il Perugino, il Pinturicchio; come fondatore del suo ordine Bartolomeo Vivarini (Venezia, SS. Giov. e Paolo), Andrea del Sarto (Firenze, Pitti) e Carletto Caliari (Vienna, Museo; Venezia, Accad.). Le più estese rappresentazioni cicliche della leggenda si trovano nei rilievi dell'arca di s. A. in S. Pietro in Ciel d'oro a Pavia (1361) e negli affreschi di Benozzo Gozzoli a S. Gimignano (1363-65, chiesa degli Agostiniani); tra le singole scene c'è particolarmente la visione del misterioso fanciullo che dai fogli volanti del Quattrocento fino ai quadri del Rubens, del Guercino e del Murillo

attrae l'immaginazione artistica. - Vedi Tavv. XXXIX-XLI.

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BIBL.:** K. Kunstle, Ikonographie der Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 105-110; I. Errera, Répertoire abrégé d'iconographie, Wetteren 1929, pp. 284-95; I. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941. Kurt Rathe

**AGRAM.:** V. ZAGABRIA.