ALBERO della CROCE: V. CROCE, ALBERO della CROCE.
ALBERO della SCIENZA DEL BENE E DEL MALE. - Pianta del paradiso terrestre, destinata dal Creatore a far conoscere sperimentalmente ai progenitori il bene dell'obbedienza e il male della ribellione al comando divino. Iddio aveva posto il veto ai suoi frutti, sotto pena di morte. Il subdolo tentatore, equivocando sul significato del nome, istigava la donna con la promessa: «Quando ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, conoscere te il bene e il male». Eva, sedotta, disobbedì e indusse Adamo al peccato. I colpevoli sperimentarono il disordine della natura decaduta (Gen. 2, 9.17; 3, 5-8).
Sebbene il carattere letterario dei primi tre capi del Genesi non obblighi a intendere in senso proprio tutti i particolari, è affatto estraneo al testo l'interpretazione di alcuni rabbini e allegoristi alessandrini, che vede nel frutto proibito l'uso del matrimonio (cf. s. Agostino, De Genes ad litteram, XI, cap. 41); tale teoria è oggi propugnata da F. Mayrhofer, in Theologie und Glaube, 28 (1936), pp. 133-162; ma è ben confutata da J. Miklik. Sulla natura dell'aula si può dire; R. Nehemia, Teodoro e Procopio l'identificano col fico (cf. Gen. 3, 7). La tradizione pone in contrasto l'albero vivo del paradiso terrestre che provocò la morte, e l'albero morto del Calvario che donò la vita: Ipse lignum tunc notavit damna ligni ut solveret (Venanzio Fortunato, Inno Pange lingua gloriosi | lauream, ecc.).
BIML.: Angelus Merz, De arbore scientiae boni et mali secun- dum Scripturas et Ecclesiae ac magni patriarchae Augustini doctrinam, Monaco 1765; E. Mangenot, s. V. in DB, I, coll. 896 sq.; F. Miklik, Der Fall des Menschen, in Biblica, 20 (1930), pp. 387-396. - Sul carattere storico dei fatti e le risposte della Commissione Biblica, cf. P. Cruveilhier e L. Pirot, Genèse, in DBs., III, coll. 590-613. Pietro De Ambroggi
ALBERO della VITA. - Pianta «nel mezzo di paradiso terrestre, cui il Creatore aveva conferito il potere di conservare la vita dell'uomo e di preservarlo dalla morte (Gen. 2, 9).
Secondo s. Tommaso (Summa Theol., 1°, q. 97, a. 4), si trattava di un potere naturale: «habebat virtutem fortificandi virtutem speciei contra debilitatem provenientem ex admixtione extranei», e il suo frutto doveva essere mangiato spesso a tale scopo. Ma, secondo la maggioranza dei Padri, conferiva una versione soprannaturale quasi sacramentale, producendo l'immortalità gloriosa; il frutto doveva essere gustato una volta, nel passaggio dallo stato di via allo stato di minne; doveva essere il premio dell'ubbidienza al divieto di mangiare dall'albero della scienza; che si creava la sanzione della disubbidienza (s. Ireneo, Abel, Haer., III, 23, 6; cf. s. Agostino, De Civitate Dei, XIII, 20; XIV, 26; s. Cirillo Alessandrino, Adv. Iuianum, 3). Dopo il peccato, Dio scacciò i progenitori dal paradiso e collocò dei cherubini «ad oriente del giardino dell'Eden per custodire la via che conduceva all'albero della scienza». I sacerdoti ancora il potere di prolungare la vita mortale.
La realtà storica è generalmente ammessa nella tradizione egesetica cattolica, come per l'«albero della scienza del bene e del male» (v.), col quale a torto P. Mayrhofer (in Theologie und Glaube, 28 [1936], pp. 133-62) dopo altri lo identifica, vedendovi il divieto dell'uso della fabbrica procreativa; tale interpretazione fu proposta da primo ma da Clemente Alessandrino secondo cui il peccato fu contro la castità (Strom., III, 14, 17; PG 8, 1193 sg. 1260) e J. Coppens oggi la rinnova. Vari cattolici oggi, con J. Feldmann, H. Junker, J. Coppens, dàmo un colorito alle gloria e ai due alberi del paradiso, o li connettono a tradizioni popolari; così i protestanti odierni (H. Th. Obibink).
Nella stessa Bibbia e nella tradizione l'a. della V. ha ricevuto significati simbolici. Nel libro dei Proverbi la scienza è paragonata all'a. della V. (3, 18), e così pure le azioni del giusto (11, 30), il compimento d'un desiderio di vita (13, 12), la lingua apportatrice di pace (15, 4). Nell'Apocalisse l'a. della V. è collocato nel paradiso celeste: i suoi frutti saranno concessi dallo Spirito al vittorioso (2, 7); in mezzo alla celeste Gerusalemme «e tra i due rami del fiume l'a. della V. dava frutti 12 volte l'anno [perenni]» (traduz. preferibile: 22, 2. 14; Ez. 47, 7. 12).
Gli apocalittici giudei lo trapiantano nel cielo (Apoc. Mosè 28) o nel mondo futuro (Enoch slavo 8, 3-5; 22, 8-10) o nel regno messianico ove i santi ne mangeranno i frutti (Enoch citop. 25, 4-7; 32, 3-6; Testam. Levi 18, 10 sg.; IV Esd. 8, 52); riferendosi all'albero messianico di Is. 11, 1 descrivono la futura «pianta di giustizia» (Enoch citop. 10, 16; 62, 8; 84, 6; 93, 2.5). Negli scritti rabbinici, l'a. della V. rappresenta l'immortalità beata (Midrâš del Cant. C. 6, 9). I rabbini hanno favoleggiato di misure enormi di tale pianta (Talmud Jerus., Berachoth 1, 1).
I Padri vedono spesso nell'a. della V. Adamo, oppure un simbolo dell'Eucaristia. In Ad Diognetum XII (finale d'autore posteriore) i due alberi figurano il vero cristiano (cf. Dante, Purg., XXXII, 37-60).
Presso molti popoli si trovano tradizioni riguardanti alberi vivificanti o alberi «sacri». P. Dhomre, J. Feldmann, A. Ungnad, con altri, vedono accenni ai due alberi del paradiso nei documenti assirolabonesi. I paralleli babilonesi sono, per lo più, GIROLAMO (v.). Uno dei temi prevalenti nei sigilli assirolabonesi è l'albero sacro con ai lati due personaggi, animali o mostri, opposti simmetricamente.
Nell'arte giudaica: Z. Ameisenowa, The Tree of Life in Jewish Iconography, in Journal of Warburg Instit., 1939, pp. 326-45; H. G. May, The sacred Tree on Palestine Painted Pottery, in Journal of Amer. Oriental Soc., 59 (1939), pp. 251-50.
Per le tradizioni dei popoli orientali: A. Deimel, Genesis 2-3 cum monumentis assyriis comparata, in Verbum Domini, 4 (1924), pp. 281-87, 312-15; A. Unenad, Die Paradiesbäume, in Zeitschr. d. deutsch. morgenl. Ges., 79 (1929), p. 111; J. Plessis, Babylone et la Bible, in DBS, I, col. 757 sg.; Z. Mayani, L'arbre sacré et le rite de l'alliance chez les anciens Sémités, Parigi 1935; N. Perrot, Les représentations de l'arbre sacré sur les monuments de la Mésopotamie et de l'Elam, Parigi 1937; H. Danthine, Le Palmier datlier et les arbres sacrés dans l'iconographie de l'Asie ancienne, Parigi 1937; S. N. Kramer, Gilgamesh and the Huluppu Tree, Chicago 1938.
Ante. — A prescindere dagli ipotetici rapporti con simili concezioni orientali, l'a. della v., collocato secondo Gen. 29 nel mezzo del Paradiso, venne nell'esegesi patristica fin dai primi tempi confrontato, se non identificato, con la croce di Cristo. L'onnipresenza di tale simbolismo fece sì che la tendenza recente di riconoscere l'a. della V. in certi segni scoperti su fonti battesimali e lastre sepolcrali dell'alto medioevo, nonché nella stilizzazione araldica degli scritt, rimase al-quanto problematica. Non c'è dubbio invece che quelle forme del crocifisso che palesano ancora alcunché della loro origine arborea, risalgono all'idea del lignum vitae.

Albero della vita - Disegno della maniera del B. Angelico (metà sec. xv) - Parigi, Louvre.
(v. ALBERO della). Se le croci sulle ampolle orientali di Bobbio (sec. VII) ricordano la corteccia d'una palma, nei tipi occidentali si trova figurata la croce con rudimenti di rami (Astkreuz) oppure la «crude» croce forcata, prescelta dalla mistica tedesca del sec. XIV, o la croce ancorata o anche l'a. della croce (Baumkreuz).