ALBI, ARCIDIOCESI DI

ALBI, ARCIDIOCESI di. - Metropoli della Francia sud-occidentale con sede ad A., città di 30.000 ab., situata sulla riva sinistra del Tarn, affluente della Garonna, a nord-est di Tolosa, e allo stesso tempo capoluogo del dipartimento del Tarn (5780 kmq. e 297.800 ab.). A., che nell'età classica era centro della tribù celtica degli Albigenses, acquistò importanza soprattutto nel medioevo, sin dall'epoca carolingia, quando divenne sede di contea.

La sede vescovile risale verosimilmente al sec. III. S. Claro è onorato come il suo primo vescovo, ma il primo nome attestato dalla storia è quello di Dio-

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Qut. Enc. Cutt]
Albi - Cattedrale. Porta fatta costruire dal vescovo Domenico da Firenze (principio sec. xv).

Linguadoca, fu accolta molto malamente, il 25 giugno 1145, dai cittadini di Albi; tre giorni dopo, s. Bernardo vi ottenne conversioni in massa, ma non furono durevoli. Inoltre nel 1165 il vescovo Guglielmo Peire convocò un sinodo di numerosi vescovi delle diocesi vicine, di principi e di popolo nella borgata di Lombers, in quel di Albi, divenuta una cittadella dell’eresia catara; gli eretici, capitanati dal loro vescovo Olivier, sostenerono il contraddittorio col sinodo, che finì con una sentenza di condanna, ed i cui atti, diffusi largamente, contribuirono a fare della regione d’Albi il luogo d’origine e di denominazione del catarismo. In realtà poteva esservi stato un loro primo centro gerarchico; già nel sec. XI sono segnalati gruppi di eretici di dottrina dualistica o neo-manichea in Aquitania e nella Francia settentrionale, come pure in Italia.

Ritenendo autentici gli atti del Concilio cataro di Saint-Félix de Caraman (Tolosa) del 1167, l’albigeismo vi ricevette una unificazione dottrinale e una sistemazione gerarchica: i suoi rappresentanti, per opera del capo Niceta o Niquinta, venuto dall’Oriente, passarono al dualismo assoluto della chiesa catara de Dugnuthia (v. albanesi) e costituirono le diocesi o chiese eretici di Albi, ossia Lombers, Tolosa, Carcassona, Val d’Aran in Linguadoca e quella della Francia antica, che comprendeva i territori regali di lingua d’olì; avanti il 1230 fu stabilita la diocesi di Agen, nel 1225 quella di Razès. Il contemporaneo R. Sacconi (v.) nel 1250 elenca nella sua Summa de catharis, le tre chiese di Albi, Tolosa, Carcassona; i loro effettivi, con quelli della scomparsa circoscrizione di Agen, sommano a 200; essi sono rimasti fedeli al dualismo assoluto, perché seguivano la dottrina della frazione più antica degli Albanesi capeggiata dal vescovo cataro Balasinaza di Verona. Invece i membri della ecclesia Franciae, ossia delle regioni di lingua d’olì, erano stati dispersi dall’azione antiereticale soprattutto di s. Luigi IX e si erano raggruppati in numero di 150 nel veronese e in Lombardia; quanto alla dottrina erano passati al dualismo Bagnolesi (v.). Nella seconda metà del sec. XIII troviamo capi e gregari catari anche della Linguadoca esiliati o emigrati nella Lombardia e nelle Puglie, i quali poi, sulla fine del secolo, portarono, tornando in patria, credenze e formole del dualismo mitigato, le quali vennero professate accanto al dualismo puro degli antichi A. L’azione dell’Inquisizione e la dispersione dei centri concorsero a far scomparire il catarismo oncitanico, che nel sec. XIV conserva soltanto alcune nobili vestigia, le ultime.

Bibl.: J.-M. Vidal, Les derniers ministres de l’albigeisme en Linguadoc, in Revue d’questions historiques, 70 (1906), pp. 57-107; id. Doctrine et morale des derniers ministres albigeois, ibid. nuova serie, 41 (1909), pp. 357-409; 42 (1909), pp. 5-48; J. Guiraud, Histoire de l’inquisition au moyen âge, I e II, Parigi 1935-38; A. Dondaine, Les actes du Concile albigeois de Saint-Félix de Caraman, in Miscellanea G. Mercati, V (Studi e Testi, 125) Città del Vaticano 1946, pp. 324-55; Ilario da Milano, Le eresie popolari del sec. XI nell’Europa Occidentale, in G. B. Borino, Studi Gregoriani, II, Roma 1947, pp. 43-80.

2. LA CROCIATA ARMATA CONTRO GLI A

Dalla metà del sec. XII il catarismo o albigeismo nella Linguadoca si organizza in circoscrizioni gerarchiche, convoca raduni di grande affluenza, svolge un’azione intensa di diffusione e di conquista, sfida apertamente e

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Albi - Cattedrale. Stalli del coro (ca. 1500).

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con audacia l’opposizione del magistero e delle istituzioni ecclesiastiche. Gli eretici si fanno forti dell’appoggio armato dei grandi feudatari e delle autorità civili; l’ascetismo rigido dei « perfetti » permetteva ai semplici credenti e simpatizzanti ogni sfrenatezza, men- tre assicurava loro la salvezza eterna col conferimento in extremis del « consolamentum »; la predicazione erotica e contro i beni ecclesiastici rendeva possibile alla nobiltà cupida di farne man bassa senza più ostacoli morali. Le popolazioni indifese si lasciano sedurre dalla vita austera dei capi catari, abbandonando chiese e sacramenti, partecipano alle violenze contro il clero e i monasteri; non mancano dignitari ecclesiastici e curati che non solo non s’oppongono all’invasione erotica, ma entrano in intelligenza col nemico, ne ri- rano profitto. Secondo grida d’allarme, il cattolicesimo occitanico era prossimo al naufragio; la Chiesa e la nobiltà catara avevano stabilito un centro di minaccia per la pace delle nazioni e della società cristiana. Rai- mondo V di Tolosa nel 1177 confessa spaventato che le armi spirituali sono impotenti, che le sue forze mate- riali non bastano a causa della diserzione al nemico dei suoi vassalli, che solo l’intervento del re di Francia potrebbe mutare la situazione. Soltanto trent’anni dopo, il momento storico esigerà l’impiego della forza armata. Infatti le missioni dei legati pontifici, accompagnati dai monaci cistercensi in qualità di predicatori della fede e protetti da piccole scorte militari, nel 1178 e 1181, non approdano a nulla. Raimondo VI di Tolosa si mostrava favorevole agli eretici. Innocenzo III, che considera l’eresia come un delitto di lesa divinità, da punirsi alla stregua del delitto di lesa maestà, su- mentò i poteri dell’inquisizione legatizia, la quale agiva con giurisdizione ordinaria in materia d’eresia, desti- tuendo gli indegni dagli offici ecclesiastici, esigendo dai magistrati e signori un giuramento di fede romana e la prestazione del braccio secolare per la proscrizione degli eretici e la confusa dei loro beni, sotto pena di cadere essi stessi sotto le medesime sanzioni. In aiuto dei legati Pietro di Castelnau e Rodolfo, scoraggiati per l’insuccesso, s’adoperarono dal 1203 Diego, ve- scovo d’Osma, e Domenico di Guzman coi suoi primi compagni; essi procedettero con l’esempio della vita austera, la predicazione evangelica, le conferenze a con- tradittorio, ma ebbero soltanto successi parziali. Il conte di Tolosa con una condotta subdola teneva in scacco l’opera dei legati; il 5 genn. 1208 un suo suddito, rimasto impunito, assassinò il legato Pietro di Castel- nau, creando così il « casus belli »; Innocenzo III fece predicare la crociata delle armi contro gli eretici del Sud, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà a Raimondo VI, scomunicato. Il re di Francia, Filippo Augusto, rimase in attesa; permise solo ai suoi vassalli di farsi crociati. Il legato Arnoldo di Cîteaux muove da Lione con un esercito raccogliticcio e il 22 luglio 1209 espugna Béziers e il 15 ag. Carcassona. La crociata si dà un capo: Simone di Monfort, creato visconte delle due suddette città; lo scopo religioso si lega con quello politico, la piccola nobiltà del Nord intende impossessarsi dei feudi meridionali. I crociati sono animati da una fede sincera e danno prova di coraggio indomito, ma uniscono gli interessi propri con quelli della religione e si abbandonano alle crudeltà della guerra. Le autorità ecclesiastiche rinnovano la gerarchia locale ed epurano le regioni dall’infezione erotica. Ma Simone intendeva soppiantare Raimon- do VI nella contea di Tolosa; invece Innocenzo III, incline a misericordia, ordinò la sospensione della cro- ciata. Questa tuttavia continuò sotto l’aspetto politico;

Pietro, re d’Aragona, alleatosi con Raimondo VI, for- mò una lega, con l’intento di negoziare col Papa con- tro i crociati; il progetto fallì, per la grande vittoria ottenuta da Simone a Muret, il 12 sett. 1213. Il Con- cilio di Montpellier del 1215 gli assegnò la città di Tolosa; Innocenzo III, nel IV Concilio lateranense, con una transazione, riservò al figlio del conte di Tolosa, Raimondo VII, le terre non ancora occupate e costrine Simone di Monfort a chiedere al re di Francia l’inve- stitura dei feudi conquistati. L’azione contro l’eresia proseguì conforme alla legislazione ecclesiastica e civile; ma la campagna militare subì alterne vicende; finché Luigi VIII, figlio di Filippo Augusto, non intervenne con una sua armata a coglierne i frutti, impossessan- dosi di tutto il paese. Ma alla sua morte (1226) gli A. Risollevarono il capo e la guerra continuò fino al 1228, quando Raimondo VII ormai scoraggiato, manifestò il desiderio di trattare la pace. Il trattato di Meaux del 1229, tra i rappresentanti della reggente Bianca di Ca- stiglia e Raimondo VII, assicurò alla corona di Fran- cia le terre del mezzogiorno: le era ceduta la bassa Linguadoca, che formava il siniscalcato di Carcas- sona e Beaucaire. Raimondo diede la sua figlia Gio- vanna in sposa al fratello di Luigi IX, Alfonso di Poitiers, assicurando così la successione dei Capetingi nei domini rimastigli. Ciò avvenne nel 1271. Il conte di Tolosa, inoltre, sottoscrisse le misure per la difesa della fede. Non si può negare che la crociata contro gli A. fu un mezzo decisivo per stroncare la protezione armata dell’eresia e le complicità dei poteri civili, così pericolose per lo stesso bene pubblico; Innocenzo III con superiore onestà cercò di frenare le deviazioni, non previste, delle passioni politiche; si deve inoltre riconoscere che la crociata servì alla compenetrazione tra il Nord ed il Sud della Francia, segnando una tappa per la sua unità. La minaccia sempre grave della infe- stazione erotica sollecitò l’istituzione da inquisizione (v.) pontificia, siste- mata dai suoi successori, la quale continuò in Fran- cia, come altrove, la repressione delle varie sette ere- ticali.

BIBL.: C. Douais, L’Eglise et la croisade contre les Albigeois, in Annales du Midi, 2 (1890), pp. 37-64; L. De Lacer, L’Al- bigeois pendant la crise de l’albigeïsme. L’épiscopat de Guilhem Peire, 1185-1227, in Revue d’histoire ecclés., 29 (1933), pp. 272-315, 586-633, 849-914; J. Guiraud, Histoire de l’inquisition au moyen âge, I, Parigi 1935, pp. 261-419; id., s. V. Albigeois, in DHG, I, coll. 1693-94 (con ampia bibli.), A. Varagnac, Croisade et marchandise ; pourquoi Simon de Monfort s’en alla défaire les albigeois, in Annales (Economie, société, civilisations), 1 (1946), pp. 209-218.