ALESSANDRO DI ABONOTICO

ALESSANDRO di Abonotico. - N. ad Abonotico, sul Mar Nero, ca. il 115 d. C., m. verso il 175. Contemporaneo di Luciano di Samosata, col quale ebbe beghe personali, A. apparteneva a quella scuola di pseudo-taumaturghi che seppero guadagnarsi in tutta l’Asia Minore una straordinaria reputazione. Secondo Luciano, A. fu formato ancora fanciullo alla scuola di un medico originario di Tiana, il quale era uno di coloro che avevano profittato Apollonio di Tiana (v.). Dopo varie peripezie, ritornato in patria, riuscì verso il 150 ad inaugurare, sulla base della religione dei misteri, un nuovo culto al cui centro stava il dio Glicone, nato da un uovo, in forma di serpente e testa umana. I misteri da lui istituiti duravano tre giorni e si chiudevano con la ierogamia di A. e di Selene che riecheggiava il mito di Endimione e della Luna: questo, secondo l’interpretazione della teologia astrale del tempo, simboleggiava l’anima pia (Endimione) che attratta dalla Luna ivi sale a riposare come in una stazione intermedia prima di passare ad altra esistenza: mito adombrante la sorte ultramodana degli iniziati e perciò frequentemente riprodotta sui sarcofagi. A. stesso si spacciava come mediatore del dio e di progenie divina. Qualche tempo dopo passava in Italia e inaugurava i suoi misteri con cerimonie e processioni, precedute da annunzi solenni contro gli epicurei e i cristiani, che, prevenuti contro le superstizioni, si rifiutavano di credere alle sue imposture. Luciano, che è la fonte principale per la conoscenza di A., lo qualifica come falso profeta.

BIBL.: Alexander seu Pseudonantis, in Luciani Samosatensis opera, ed. Dindorf, Parigi 1840, pp. 326-434; O. Weinrich, in Neue Jahrbücher für das klassische Altertum, 47 (1921), pp. 129-151; F. Cumont, Alexander d’Abonutichos et le néophytes, in Revue de l’hist. des religions, 85 (1922), p. 208 sgg.; E. De Faye, Alexander d’Abonutique et l’élité et un charlatan ou un fondateur de religion?, in Revue d’histoire et de philosophie religieuses, 5 (1925), pp. 201-207; P. de Labriolle, La réaction païenne, Parigi 1934, pp. 107-108 e 176.

MARIO SCADUTO

ALESSANDRO d’AFRODISIA. - Filosofo peripatetico della Caria e celebre commentatore di Aristotele. Visse alla fine del sec. II d. C. e al principio del III, sotto l’impero di Settimio Severo. Discepolo di Aristotele da Messina, fu l’ultimo grande rappresentante della scuola aristotelica ad Atene.

Ci sono pervenute di lui le seguenti opere di sicura attribuzione: 1) il commento al II. I-V della Metafisica (poiché la parte che concerne il VI-XIV è d’altro autore poteriore, forse di Michele d’Efeso); 2) l’ampia esposizione del I. I degli Analitici primi; 3) il comm. ai Topici (quello attribuitogli sugli Elenchi sofistici parte di Michele d’Efeso); 4) il comm. al De sensu; 5) l’esposizione dei libri sulle Meteore; 6) un trattato in due libri De anima; 7) un trattato De fato dedicato agli imperatori Settimio Severo e Caracalla (scritto dunque fra il 198 e il 211); 8) un trattato De mitione et augmento. Sono andati perduti i commenti alle Categorie, al De interpretazione, al I. II degli Analitici primi, agli Analitici secondi, alla Fisica, al De caelo e al De generatione et corruptione, alcuni dei quali sicuramente conosciuti dai peripatetici arabi. Il proposito perseguito da A. è quello di esporre la dottrina del filosofo di Stagira e di difenderla dalle obiezioni degli avversari, segnatamente degli stoici. Per questo egli meritò di essere chiamato dagli altri espostori greci « il commentatore » per eccellenza, e fu ritenuto un « secondo Aristotele ». L’influenza che esercitò sugli altri commentatori si greci che arabi è notevolissima, tanto che lo stesso Averroè, che spesso lo combatte, non disconosce che egli « fu uno dei buoni espostori » del pensiero aristotelico, e c’informa che i suoi contemporanei non ritenevano perfetto filosofo « nisi qui est Alexandreus » (Averroè, De anima, III; comm. 14).

Insistendo sulla critica che Aristotele aveva fatto delle idee separate di Platone, A. afferma che i con-

cetti universali non sarebbero niente se non fossero pensati. Ciò ha indotto taluni a vedere in lui un nominalista. Egli per altro non ripudia la teoria aristotelica dell’astrazione. Questa, secondo lui, si compie mercè l’azione dell’intelletto agente, che è una sostanza separata in cui sono le idee e le forme di tutte le cose; anzi egli la chiama addirittura «la prima causa», cioè Dio. Come aveva udito da Aristotele da Messina, questo intelletto penetra in esse secondo il modo e le proprietà di ciascuna. Prima che nella materia, le forme sono nell’intelletto agente. Mercè l’astrazione, l’intelletto umano contempla le forme pure, liberate dalla materia, per la luce dell’intelletto agente che si unisce ad esso. Ma che cosa è l’intelletto umano? Con Aristotele egli distingue un triplice intelletto: l’intelletto che è una pura potenza o disposizione ad intendere, e questo chiama intelletto naturale (φυσικός) o materiale (ὀλιστικός), per la somiglianza con la materia che è in potenza a divenire tutte le cose; l’intelletto acquisito, già attuato dall’idea e pronto per intendere e ragionare; l’intelletto agente, che è la causa attiva grazie alla quale l’intelletto materiale passa dalla potenza all’atto. Mentre l’intelletto naturale o materiale è una disposizione o attitudine dell’anima, che è forma del corpo, a intendere, e perciò è in noi, come in noi è, del pari, l’intelletto acquisito, l’intelletto agente è invece fuori di noi, e in noi entra e opera dal di fuori. Ma poiché l’anima, di cui l’intelletto materiale è una capacità, è una forma del corpo e inseparabile da questo, ne segue che al corrompersi del corpo, si corrompe anche la sua forma, e niente rimane dell’intelletto materiale e dell’intelletto acquisito, ossia di quello che corrisponde alla coscienza individuale. Solo l’intelletto agente è immortale ed eterno. Siffatta interpretazione del pensiero di Aristotele fu combattuta da Ternistio, da Averroè e da S. Tommaso, da punti di vista assai differenti. Essa fu accolta invece da coloro che si dissero appunto alessandristi. Va ricordato, per altro, che G. Pico della Mirandola, nella prima delle otto Conclusiones secundum Alexandrum Aphrodisium, e Agostino Steuco da Gubbio (Perenn. Philos., Basilea 1542, I. IX, coll. 21-22), tentarono di vendicare l’Afrodisio dall’accusa d’aver negata l’immortalità dell’anima.

Tutti gli scritti che ancora restano dell’Afrodisio, già stampati a Venezia in greco e in traduzioni latine, alla fine del sec. XV e nella prima metà del XVI, sono stati stampati in edizioni critiche a Berlino nei Commentaria in Aristotelem graeca, I-III (i commenti), e nel Supplementum aristotelicum (gli scritti minori e dissertazioni speciali), II.

Bibl.: F. Fiorentino, Pietro Pomponazzi, Firenze 1868, p. 103 seg.; F. Nourisson, Essai sur A. d’Aphrod., Parigi 1870; A. Gercke, A. von Aphrod., in Pauly-Wissowa, Realencycl., I, coll. 1454; E. Zeller, Philos. der Griech., III, Lipsia 1909, pp. 817-30; B. Nardi, Introduzione a Tommaso d’Aquino, trattato sull’unità dell’intelletto, Firenze 1938, pp. 19-20, 40-42, 57, 134.

Bruno Nardi