ALESSANDRO D'AFRODISIA. - Filosofo peripatetico della Caria e celebre commentatore di Aristotele. Visse alla fine del sec. II d. C. e al principio del III, sotto l'impero di Settimio Severo. Discepolo di Aristotele da Messina, fu l'ultimo grande rappresentante della scuola aristotelica ad Atene.
Ci sono pervenute di lui le seguenti opere di sicura attribuzione: 1) il commento al II. I-V della Metafizica (poiché la parte che concerne i II. VI-XIV è d'altro autore posteriore, forse di Michele d'Efeso); 2) l'ampia esposizione del I. I degli Analitici primi; 3) il comm. ai Topici (quello attribuibili sugli Elenchii sofistici pare di Michele d'Efeso); 4) il comm. al De sensu; 5) l'esposizione dei libri sulle Meteore; 6) un trattato in due libri De anima; 7) un trattato De fato dedicato agli imperatori Settimio Severo e Caracalla (scritto dunque fra il 198 e il 211); 8) un trattato De mixtione et augmento. Sono andati perduti i commenti alle Categorie, al De interpretatione, al I. II degli Analitici primi, agli Analitici secondi, alla Fisica, al De caelo e al De generatione et corruptione, alcuni dei quali sicuramente conosciuti dai peripatetici arabi. Il proposito perseguito da A. è quello di esporre la dottrina del filosofo di Stagira e di difenderla dalle obiezioni degli avversari, segnatamente degli stoici. Per questo egli meritò di essere chiamato dagli altri espositori greci « il commentatore » per eccellenza, e fu ritenuto un « secondo Aristotele ». L'influenza che esercitò sugli altri commentatori si greci che arabi è notevolissima, tanto che lo stesso Averroè, che spesso lo combatte, non disconosce che egli « fu uno dei buoni espositori » del pensiero aristotelico, e c'informa che i suoi contemporanei non ritenevano perfetto filosofo « nisi qui est Alexandreus » (Averroè, De anima, III; comm. 14).
Insistendo sulla critica che Aristotele aveva fatto delle idee separate di Platone, A. afferma che i con-
cetti universali non sarebbero niente se non fossero pensati. Ciò ha indotto taluni a vedere in lui un nominalista. Egli per altro non ripudia la teoria aristotelica dell'astrazione. Questa, secondo lui, si compie mercè l'azione dell'intelletto agente, che è una sostanza separata in cui sono le idee e le forme di tutte le cose; anzi egli la chiama addirittura «la prima causa», cioè Dio. Come aveva udito da Aristotle da Messina, questo intelletto penetra in esse secondo il modo e le proprietà di ciascuna. Prima che nella materia, le forme sono nell'intelletto agente. Mercè l'astrazione, l'intelletto umano contempla le forme pure, liberate dalla materia, per la luce dell'intelletto agente che si unisce ad esso. Ma che cosa è l'intelletto umano? Con Aristotele egli distingue un triplice intelletto: l'intelletto che è una pura potenza o disposizione ad intendere, e questo chiama intelletto naturale (φυσικός) o materiale (ὁλικός), per la somiglianza con la materia che è in potenza a divenire tutte le cose; l'intelletto acquisito, già attuato dall'idea e pronto per intendere e ragionare; l'intelletto agente, che è la causa attiva grazie alla quale l'intelletto materiale passa dalla potenza all'atto. Mentre l'intelletto naturale o materiale è una disposizione o attitudine dell'anima, che è forma del corpo, a intendere, e perciò è in noi, come in noi è, del pari, l'intelletto acquisito, l'intelletto agente è invece fuori di noi, e in noi entra e opera dal di fuori. Ma poiché l'anima, di cui l'intelletto materiale è una capacità, è una forma del corpo e inseparabile da questo, ne segue che al corrompersi del corpo, si corrompe anche la sua forma, e niente rimane dell'intelletto materiale e dell'intelletto acquisito, ossia di quello che corrisponde alla coscienza individuale. Solo l'intelletto agente è immortale ed eterno. Siffatta interpretazione del pensiero di Aristotele fu combattuta da Temistio, da Averroè e da s. Tommaso, da punti di vista assai differenti. Essa fu accolta invece da coloro che si dissero appunto alessandristi. Va ricordato, per altro, che G. Pico della Mirandola, nella prima dello otto Conclusiones secundum Alexandrum Aphrodisium, e Agostino Steuco da Gubbio (Perenn. Philos., Basilea 1542, I. IX, coll. 21-22), tentarono di vendicare l'Afrodisio dall'accusa d'aver negata l'immortalità dell'anima.
Tutti gli scritti che ancora restano dell'Afrodisio, già stampati a Venezia in greco e in traduzioni latine, alla fine del sec. xv e nella prima metà del xvi, sono stati stampati in edizioni critiche a Berlino nei Commentaria in Aristotelem graeca, I-III (i commenti), e nel Supplementum aristotelicum (gli scritti minori e dissertazioni speciali), II.
BBL.: F. Fiorentino, Pietro Pomponazzi, Firenze 1868, p. 103 sgg.; F. Nourisson, Essai sur A. d'Aphrod., Parigi 1870; A. Gercke, A. von Aphrod., in Pauly-Wissowa, Realencycl., I, col. 1454; E. Zeller, Philos. der Griech., III, Lipsia 1909, pp. 817-30; B. Nardi, Introduzione a Tommaso d'Aquino, trattato sull'unità dell'intelletto, Firenze 1938, pp. 19-20, 40-42, 57, 134. Bruno Nardi