AMORE e PSICHE. - Il mito di P. (l’anima) ebbe poetica espressione nei libri IV-VI delle Metamorfosi di A-puleio. Sposata ad A., P., per la sua curiosità, vede sparire l’amato, ma, dopo lunghe prove dolorose, lo ritrova e si riunisce con lui in eterne nozze.
Attraverso le interpretazioni neoplatoniche la favola acquistò alto valore morale, adombrando il concetto che l’amore delle cose divine è pegno d’immortalità. Così elaborata, si offrì all’arte cristiana antica come poetica illustrazione della felicità eterna e poté figurare accanto al Buon Pastore, ad oranti o a Giona in riposo. Munita di ali di farfalla, emblema dell’anima, P. coglie rose nei puri chiarori celesti insieme con A., o si diletta con lui nell’eterna danza, su affreschi delle catacombe di Domitilla o nei musaici di S. Costanza. Il gruppo alessandrino di A. e P. che si abbracciano appare in un fondo di vetro con formola cristiana, e rarissime volte nella plastica, ove un rilievo l’unisce anche alla dextramum iunctio, come augurio della riunione nell’altra vita. Nella vendemmia paradisiaca, P. offre ad A. un canestro di uva, espressione di delizie celesti.
AMORE PURO, CONTROVERSIA sull’. - Celebre dibattito teologico-mistico intorno a uno dei più importanti argomenti della spiritualità cattolica. Per il lato storico si vedano le voci: FÉNELON; GUYON, M.me de; MOLINOS; per quello dottrinale: CARITÀ; QUIETISMO; SPERANZA.
Potendo un oggetto essere amato perché conveniente a chi ama, o perché amabile in se stesso, si distingue l’amore di concupiscenza da quello di amicizia: il primo
fa del suo oggetto un mezzo; il secondo, il termine o fine cui ordina se stesso. E poiché la carità amicizia (v.), si pose la questione se l'uomo può amare Dio in modo tale da escludere se stesso, cioè se l'amore di sé è compatibile con la carità. Se l'amore di sé fosse contrario alla carità perfetta, l'amore che naturalmente ogni essere deve portare a se stesso sarebbe in contrasto con la carità, cioè la natura distruggerebbe la grazia, viceversa. Essendo poi la speranza, virtù teologale, amore di Dio non in quanto è buono in se stesso, ma in quanto è il nostro sommo bene, sarebbe anch'essa incompatibile con la carità perfetta. Sicché la vera perfezione cristiana implichierebbe non solo il rinnegamento dei nostri appetiti disordinati, ma l'annientamento di tutto il nostro essere, quasi ciò sia necessario per lasciare maggior spazio alla gloria di Dio.
Tale a. p. o disinteressato, più o meno insegnato dai falsi mistici di tutti i tempi, trovò uno strepito sostenitore nel quietista Michele Molinos, condannato da Innocenzo XI nel 1687. Intanto in Francia se ne faceva ardente apostolo la vedova Guyon, riuscendo a conquistare alla sua dottrina Fénelon nel 1689. Nel 1693 Bossuet conobbe la corrispondenza tra questo e M.me Guyon, della quale lesse gli scritti, condannandoli. Per far ravvedere Fénelon, Bossuet fece indire le Conferenze di Issy (villa del seminario di S. Sulpizio, a Parigi), ove Bossuet, de Noailles, allora vescovo di Châlons, e Tronson cercarono, dal luglio 1694 al 10 marzo 1695, di definire i limiti dell'ortodossia, riesaminando le dottrine quietiste seguite dalla Guyon. Ne risultarono i 35 Articoli di Issy, sottoscritti da Fénelon, in cui è espressa la retta dottrina circa l'a. p., la contemplazione e alcune prove mistiche passive. Divenuto arcivescovo di Cambrai (1695), Fénelon riprese a sostenere le sue idee con la pubblicazione di Explication des maximes des saints (1697), che oppose alla Instruction sur les états d'oraison di Bossuet (1697). La vivace lotta tra i due presuli (dal febbr. 1697 al febbr. 1699) si conclude con la condanna delle Maximes, per opera di Innocenzo XII col breve Cum alias, del 12 marzo 1699.
AMORE. — Nome (aramaico "amôra", plur. "amôra" e in forma ebraica "emôra"im, «espositore») dato in origine ai maestri inferiori ebrei che esponevano al popolo l'insegnamento dei dottori della Legge; dopo la chiusura del canone della Misnâh divenne designazione tecnica dei dottori rabbini, succeduti ai tannati, che, dal 220 al 500 a. c., spiegavano il testo della Misnâh, risolvendone le contraddizioni o definendo nuovi casi, e lo sviluppavano marginalmente raccogliendo altre tradizioni legali che fissavano in scritto. Dal loro lavoro risultò la duplice Gemarâ, che, aggiunta al testo della Misnâh, formò il Talmud; vi inserirono antiche sentenze rimaste fuori della Misnâh chiamandole barajthâ' («cose esteriori»). Gli a. ebbero fuori scuole: in Palestina, dal 219 fino alla chiusura per ordine di Teodosio II, 425 a Cesarea, Seffori, Tiberiade; in Babilonide (dal 219 al 500 a. c.) a Surâ, Neharde'â, Pumbeditâ, Mahuzâ.
Sono noti circa duemila a., distinti in 7 generazioni, variamente elencate e datate dagli storici. Le 5 prime generazioni racchiudono a. palestinesi (col titolo rabbi) e a. babilonesi (titolo rabh, talora mar; V. ABBÂ II), in serie quasi parallele; le 2 ultime, soli a. babilonesi. Gli ultimi grandi a. Asî (v.) SABINA (v.). Oltre questi, sono celebri fra i babilonesi: Abba Arka, tre Samuel, Jehudah bar Jehezqel, Rabbâ bar Nahmani, Josef ben Hijâ, Nahman ben Jâhâq (e altri 4 Nahman); fra i palestinesi: Usâ'jah, tre Juchdâh (2°, 3° e 4°), Eleazar ben Pedath, Johanan bar Nappahâ, Abhâhû, Tanhum ben Abba.