ANATEMA (GR. ἈΝΆΘΝΗΜΑ [ΤῸ ἈΝΆΘΕΜΑ])

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ANATEMA (gr. ἀνάθνημα [τὸ ἀνάθεμα]) - «ciò che è collocato in alto, sospeso». - Presso i classici profani, in II Mach. 9, 16, in Judt. 13, 23 (19) ed in Lc. 21, 5, indica un oggetto consacrato alla divinità, appeso alle pareti o alle colonne del tempio, una specie di «ex voto». Nei Settanta, peraltro, traduce l'ebraico hērem.

Designando ἀνατίθημα, nell'uso religioso, la consacrazione alle divinità infernali, si dubita se al tempo dei Settanta (sec. III-II a. C.) ἀνάθνημα significa «oggetto di maledizione» e ἀνάθνημα «maledire», come nelle tavolette di Cnido e nelle iscrizioni di Megara (sec. II-I a. C.), oppure se abbiano assunto tal senso dopo, sotto l'influsso giudeo-ellenistico.

Nel Nuovo Testamento (a parte Lc. 21, 5) indica: a) un giuramento da adempirsi sotto pena di gravi privazioni (Act. 23, 14); b) «un oggetto di maledizione e di esecrazione» (Gal. 1, 8 sg.). Proferirlo di Gesù era formola blasfema, incompatibile con i carismi sopprannaturali (I Cor. 12, 3). Paolo si rassegna ipoteticamente a diventare a., cioè privato della salvezza in Cristo, pur di vedere convertirsi gli ebrei (Rom. 9, 3). Da a. è sotto l'ellenistico anatematizzare (Mc. 14, 71; Act. 23, 12. 14. 21).

Avendo gli ebrei sostituito alla pena di morte richiesta dal hērem, quella della perdita dei beni e l'esclusione dalla società dei fedeli (Esd. 10, 8), si veniva formando dal tempo di Esdra il concetto di scomunica sinagogale; per cui nel Nuovo Testamento appaiono già coniugi ἀποσυνάγωγος e ἀποσύνδεσμος «essere espulso o separato dalla sinagoga» (Io. 9, 22; 12, 42; 16, 42; Lc. 6, 22). Nel Talmud si distinguono due forme di tale scomunica: il niddah implica l'esclusione temporanea (30, 60, 90 giorni) dalle sacre adunanze e forse anche dalla società, ed il hērem, l'esclusione cioè solenne e perpetua da ogni consorzio con i fedeli, con la comminazione delle maledizioni del Deut. 28.

BIBL.: F. Vigouroux, s. V. in DB, I, coll. 545-50; S. Bialobocki, s. V. Cherem, in Enc. Judaica, V, coll. 411-22; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midrasch, Monaco 1922-29, IV, 1, pp. 293-333 (Eckurs XIII); G. Sacco, La Koine del N. T., Roma 1928, p. 74; J. Behm, in Theologisches Wörterbuch zum N. T. di G. Kittel, I, p. 356 sg.

NEL LINGUAGGIO DELLA CHIESA CRISTIANA. - La parola a. ebbe un senso analogo a quello che aveva nella S. Scrittura, cioè: separazione dal Cristo e conseguentemente scomunica o separazione dalla sua Chiesa. Sin dai primi secoli i concili presero l'abitudine di colpire con l'a. i cristiani colpevoli di gravi delitti e soprattutto gli eretici contro i quali era ordinariamente riservata. Quando i canoni dei concili colpiscono di a. una dottrina, anatematizzando coloro che la sostengono, significa che essa è eretica. Di qui il termine anatematismo, o decisione conciliare riguardante la fede (sono celebri i 12 anatematismi di s. Cirillo d'Alessandria, accettati dal Concilio di Efeso del 431).

Nelle fonti del CIC e presso gli antichi autori, il termine a. si trova spesso usato per indicare la scomunica maggiore (cioè la totale separazione dalla società dei fedeli), in contrapposto alla scomunica minore (consistente nella semplice esclusione dai Sacramenti). Oggi, abolita la scomunica minore, la parola a. - secondo quanto avverte il can. 2257, § 2 del CIC - scomunica (v.), ma viene specialmente riferita a quei casi in cui la scomunica è inflitta con le solennità descritte dal Pontificale Romano sotto il titolo Ordo excommunicandi ad absolvendi.

BIBL.: F. M. Cappello, De Censuris, 3a ed., Torino 1933, p. 138 sg.; F. Robert, De delictis et poenis, II, Roma 1938, p. 375 sg.