NELL'ARCHEOLOGIA CRISTIANA

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NELL'ARCHEOLOGIA CRISTIANA. - Come nelle iscrizioni sepolcrali pagane anche in quelle cristiane vennero usate formole deprecative per impedire la violazione dei sepolcri, accompagnate da minacce del castigo divino; si scongiura in nome di Dio, o delle tre Persone della S.ma Trinità, in nome del giorno del tremendo giudizio; chi si renderà colpevole Anathema sit, habeat; ne dovrà rispondere davanti a Cristo nel giorno del giudizio, subire pena eterna con Giuda, venir colpito dalla lebbra del sìro Naaman, di Giezi, discepolo d'Eliseo, morir male, restare insepolto, non risorgere; si giunge a minacciare il violatore perché a lui accada quanto è detto nel Ps. 109, o che riceva l'a. dai 318 Padri (del Concilio di Nicea).

L'uso di tali formole appare alla fine del sec. IV e si sviluppa nel V. nei successivi, perdura anche nel medioevo, dove tali imprecazioni si ripetono per accrescere fermezza ai documenti.

In Oriente s. Gregorio Nazianzeno detto 81 epigrammi contro i violatori di tombe, minacciandoli perfino delle torture di Tantalo, di Tizio, del Tartaro (PG 38, 99).

BIBL.: C. M. Kaufmann, Handbuch der altchristlichen Epigrafik, Friburgo in Br. 1918, pp. 152-56; F. Grossi-Gondi, Manuale d'epigrafia cristiana, Roma 1920, pp. 252-54; E. Diehl, Inscr. chr. lat. vet., III, Berlino 1927, nn. 385-86. Enrico Josi