ANGELICO, «BEATO». - Guido o Guidolino di Pietro, n. a Vicchio di Mugello nel 1387 o nel 1388, m. a Roma il 17 febbr. 1455, entrò nel 1407 nel convento dei Domenicani di Fiesole insieme con il fratello maggiore (divenuto fra Benedetto) con il quale, l'anno seguente, pronunziò i voti in S. Domenico di Cortona, assumendo il nome di fra Giovanni. I Domenicani di Fiesole, coinvolti nelle vicende dello scisma della Chiesa, dovettero riparare (1409) a Foligno, furono quindi probabilmente a Cortona ed infine riebbono il possesso della loro sede (1418). Fra Giovanni, che si presume seguisse la comunità, dopo il ritorno di questa a Fiesole, salvo assenze per lavori restò costantemente nel proprio convento. Ma sicura è la sua presenza in Roma nel 1447, chiamatovi per dipingere la cappella del Sacramento in Vaticano, sembra fino al 1449 in cui ha già iniziato dall'anno precedente la decorazione pittorica dello «studio» del Papa, cioè

Una luce di leggenda avvolge la figura di fra Giovanni da Fiesole, popolarmente noto come il «Beato A.» sebbene la Chiesa non lo annoveri fra i suoi beati; leggenda riecheggiata dal Vasari che presenta l'artista
in preghiera prima di accingersi a dipingere, o senz'altro in pianto quando traccia le sembianze del Salvatore. Supposto da alcuni sempre partecipe del mondo gotico, è da altri agnosticamente veduto come artista di transizione; e venne non felicemente accostato durante lo stesso suo secolo a Giotto e a Cimabue (fra Domenico da Corella) o contrapposto per il suo fare «vezoso et divoto et ornato molto» a Masaccio (Landino). Nemmeno nel giusto si trovano coloro che nel sec. XIX, esaltando sulla falsariga vasariana il misticismo dell'A. lo vogliono continuatore dell'«empirico metodo giottesco» per il chiaroscuro (Aleardi) o che ne raffrontano le poetiche creazioni figurative alle sublimi visioni di Dante nel Paradiso (padre Marchese). La feconda opera pittorica prova come il pittore appartenga intero al suo tempo, come cioè partendo dal gotico tardo, valendosi di una esperienza viva e aggiornata, sia pienamente consapevole delle novità della Rinascita, dalla scienza di prospettiva alla unità luministica e formale, esperienza che è mezzo all'A. per dar vita ad un elevato mondo figurativo che non contrasta, nella sua spiritualità, col novus ordo. E ormai la critica moderna colloca il grande maestro nell'ambito del Rinascimento.
L'A. ha un proprio serrato sviluppo che muove da modi miniaturistici riflessi nel suo stesso fare pittorico liscio, nitido, vibrante nel colore, luminoso e fine, che non abbandona nemmeno quando dipinge sulle pareti, preferendo la tecnica a secco, in luogo dell'affresco, o quella mista. Ed è verosimile che il giovane domenicano frequentasse, presso i Camaldolesi del monastero degli Angeli, Lorenzo Monaco, cioè il maggior pittore che avesse Firenze ai primi del Quattrocento sulla via del gotico; il che è confermato dalle risonanze di costui nel nostro. Un sicuro contatto ci è offerto dal diurno domenicale n. 3 della biblioteca Laurenziana, scritto nel 1409, nel quale di fronte alle sgargianti iniziali dovute alla scuola degli Angeli e a certi appassionati e spinosi profeti che rivelano Lorenzo Monaco e un suo discepolo, alcune composizioni con la Resurrezione ed altri soggetti fra cui la Danza di David hanno un idealizzato e sereno senso della bellezza prossimo a quello del Ghiberti della seconda porta, entro le fluenti armonie lineari derivate dal monaco camaldolese, congiunto ad affascinanti arcaismi e ad una gamma chiara, luminosa e preziosa, caratteristica dell'A. Se questi lasciava il convento di Fiesole proprio nel 1409, anche nella sua cella folignate poteva attendere a tale fatica. Ma negli anni trascorsi lontani da Firenze — del tutto oscuri per la conoscenza della sua arte — egli non poté orientarsi verso la Rinascita che faceva le sue prime prove figurative con Donatello. Così una tavola che si ammira al Museo di S. Marco — il Museo dell'A. — riferibile al 1418 ca., con la Madonna dal profilo legnosetto, risente sempre, ad onta dello statico atteggiarsi tridimensionale, nei contorni sinuosi e calligrafici del manto, dei modi gotici di Lorenzo Monaco, come conferma l'inflettersi del corpo del Bambino, quantunque la fervorosa ascesi del camaldolese sia scomparsa nel calmo candore della malinconica Vergine e nel virile tipo del piccolo Gesù di una idealizzazione sempre ghibertiana. Il passaggio da Firenze di Gentile da Fabriano volge per un momento l'A. a sontuosità decorative proprie del mondo settentrionale (Madonna della Raccolta Stroganoff a Leningrado) cui seguono forme lievi di estrema delicatezza (Madonna Van Beuningen a Rotterdam) le
quali ci preparano a gustare l'astratto idealismo di opere come la Vergine fra Santi della Pinacoteca Vaticana, la Madonna della Stella e il piccolo tabernacolo con l'Annunciazione e l'Adorazione dei Magi nel Museo di S. Marco, di splendore esteriore e di nitide forme collocate con ordine sicuro nello spazio che fa pensare all'insegnamento di Masaccio. L'A. si inserisce in tal modo nella Rinascita e la sua successiva sovrabbondante operosità mostra tessiture compositive subordinate alla visione prospettica che potenzia la staticità delle immagini dal trittico di S. Domenico di Fiesole (trasformato in pala da Lorenzo di Credi e in parte ridipinto) e dalla piccola ancona con la Madonna, il Bambino e Angeli nel Museo Staedel di Francoforte, fino alla Incoronazione e al Giudizio finale del Museo di S. Marco, dove anche in due memorabili pezzi di predella, lo Sposalizio e la Morte della Vergine appariscono echi strutturali dell'ordine nuovo che l'A. piega alle sue aspirazioni di pittore religioso. Seguendo le varie tappe del suo sviluppo, nella gigantesca Madonna dei Linaioli (1433) egli esalta monumentalmente l'austerità solenne della madre di Dio e il dominio del Figlio, in piedi, simile ad un piccolo idolo arcaico in una ripresa delle « maestà » toscane del Due-Trecento. E, mentre i santi degli sportelli troppo palesano nell'ingrandirsi delle forme lo sforzo per la ricerca del monumentale, le tre scene della predella concretano figure di più ampio respiro nello spazio definito del Rinascimento. In esse affiora la collaborazione degli aiuti che raramente nella copiosa operosità del maestro svelano i loro accenti personali, restando quasi sempre riassorbiti nel linguaggio pittorico di fra Giovanni; del quale è un puro prodotto riferibile a questo momento l'Imposizione del nome al Battista (anteriore al 1435) nel Museo di San Marco che dispone solide e nobili figure nel recinto di una villa suburbana su cui spicca una bella porta rinascimentale. Questa squadratura possente si osserva nella Deposizione già in S. Trinita priva di ogni eccesso patetico e con

(Ist. Alinari)

(Ist. Alinari)
complicata e se accanto alla lieve mano dell'A. vi appare talora quella pesante degli allievi, come lo Strozzi e il Gozzoli, che traducono i disegni di lui. Va ora menzionata perché di poco posteriore a questa decorazione pittorica una pala proveniente dalla cappella della Compagna del Tempio, col Rimpianto del Cristo, di un ritmo tanto più serrato e concluso di quello della nota tavola di Giottino agli Uffizi, dalla quale deriva, che volgendo la composizione da verticale in orizzontale, trova posto in un paesaggio vastamente realizzato, a grandi linee, livido e plumbeo, memore forse di Roma,
la cui profondità e il cui silenzio sono potenziati dalle sconfinate mura di quella disabitata Gerusalemme. Nemmeno qui ferve il movimento ed esplode il dramma: l'insieme ha un senso di stasi e di concentrata contemplazione. I più tardi sportelli degli armadi (1448 ed oltre) della S.ma Annunziata con 35 storie, ora nel Museo di S. Marco, dalle figure più articolate e più sciolte, per la presenza di vari collaboratori fra i quali sono riconoscibili il Baldovinetti, lo Strozzi, il Gozzoli, appariscono un po' discontinui ma di una narrazione chiara e spedita e di un tono vivace, anche se talora discordante nei luminosi colori. Perché l'A. è ora il capo di una scuola che volge al prosastico la sua arte sempre nutrita di poesia, anche nei disegni come il David del Museo Britannico di Lon-

Santi, accarezzati da un pennello cui è guida uno spirito che sogna un mondo ultraterreno bello e puro. Ed è sterile ricerca quella che intende spiegare l'arte dell'A. attraverso fonti letterarie (Rio, Kraus, Broussolle) o più particolarmente attraverso fra Giovanni Dominici (Maione). Le pie letture, ed anche gli scritti dell'inflammato oratore domenicano, possono avere approfondito la grande fede e la cultura religiosa del nostro ed anche ispirato, come vedemmo, qualche sua composizione. Però l'A. ebbe il dono di una personalità artistica troppo alta perché quella che è l'intima essenza del suo spirituale linguaggio poetico potesse dipendere da altri; in particolare il suo temperamento sereno e contemplativo non consentirebbe raffronti con quello esuberante e militante del Dominici. La cristiana umiltà che fa l'A. amico dei poveri, la purezza che lo allontana dal pensare e dal vedere il male, sono il presupposto morale della sua opera pittorica. La quale non fu indifferente, come è stato osservato (Rothes) al mondo terrestre che, abbiamo visto, l'A. indagò volgendo lo sguardo acuto fuori del chiostro; mentre, d'altra parte, non è troppo da insistere come fa un attento
monografista (Langton Douglas) sull'influsso dell'antico e della natura, dal momento che l'arte di lui rivela, come è stato ben detto, l'immanenza di Dio. L'A. ricreando il sensibile in un astratto mondo creato per gli uomini di fede, impersona meglio di ogni altro nella pittura l'aspetto religioso di quella unità spirituale che è il Rinascimento. Però grande è anche l'importanza storica di lui. Oltre i collaboratori, i discepoli e i seguaci che incontriamo nel suo lungo cammino (Battista Sanguigni, Zanobi Strozzi, Domenico di Michelino, Andrea di Giusto, Giovanni di Consalvo, Pesellino, Benozzo Gozzoli, gli umbri ecc.) possiamo dire che i pittori fiorentini fra il 1440 e il '50 in specie e quelli che vennero allora a Firenze sentirono il fascino della sua arte, come a Roma lo sentì Jean Fouquet; arte la quale grandeggia altissima come la figura morale dell'uomo. - Vedi Tavy. CVII-CX.
95; G. Pacchioni, Gli ultimi anni del B. A., ibid., 12 (1909), pp. 1-14; id., Gli inizi artist. di B. Gozzoli, ibid., 12 (1910), pp. 423-42; A. M. Ciaranfi, Lorenzo Monaco miniatore, ibid., 25 [nuova serie, 3] (1932), pp. 285-317 e 379-90; R. Longhi, Un dipinto dell'A. a Livorno, in Pinacotheca, 1928, pp. 155-159; id., Fatti di Masolino e di Masaccio, in La Critica d'Arte, fasc. 25-26, parte 2ª (1940), pp. 145-91; G. C. Argan, La tradizione critica intorno all'A., in Saggi e sezioni sull'arte socca dell'Istituto B. A. di Studi per l'arte socca, Roma 1944, pp. 65-77. - Per l'A. disegnatore: B. Berenson, The drawings of Florentine Painters, amplif. ed., Chicago, Ill., 1938. Mario Salmi