ARNOBIO DI SICCA, DETTO IL VECCHIO

ARNOBIO di SICCA, detto il VECCHIO. - Scrittore e apologista cristiano, vissuto a Sicca Veneria (oggi el-Zef) nell'Africa Proconsolare agli inizi del sec. IV, m. verso il 327. Secondo quanto racconta S. Girolamo, A. era un retore (e in tale qualità ebbe anche a discepolo Lattanzio) che, dopo aver combattuto il cristianesimo, si convertì in tarda età, e offrì al vescovo, quale testimonianza della sua conversione, un'opera apologetica, Adversus nationes, da lui composta ca. il 303-305 e a noi pervenuta attraverso un solo codice (ed. a cura di A. Reifferscheid, in CSEL, 4, Vienna 1875, e a cura di C. Marchesi, Torino 1934).

L'opera si compone di 7 libri; gli ultimi capitoli (38-51) del settimo, di compilazione affrettata e disorganica, hanno fatto pensare piuttosto ad un abbozzo, ma la loro autenticità è fuori questione. A. difende il cristianesimo dalle accuse dei pagani (I), risponde a varie obiezioni sull'opera selvifica del Cristo, sugli ultimi destini dell'umanità e sull'essenza del cristianesimo (II), ritore l'accusa di empietà sui pagani (III-V), mostrando come questi e non i cristiani offendano la divinità con le pratiche del loro culto (VI-VII). A. che pure rivela nella sua opera le più impensate influenze di autori non cristiani, soprattutto dell'epicureismo, mostra una singolare imperizia, per non dire ignoranza, nell'uso del Nuovo, ma soprattutto del Vecchio Testamento, quest'ultimo da lui ripudiato esplicitamente. Per quanto la sua opera non sia, né voglia essere, una esposizione della fede cristiana, le nozioni teologiche vi si rivelano spesso sull'esperienza di contrapposizione, sicché egli è apparso alla posteriore tradizione cristiana come testimone teologico di autorità molto debole. Nonostante questo l'opera di A., per la sua stessa drammaticità ricca di fermenti e di spunti, ha un posto di singolare importanza nella storia della letteratura e del pensiero dell'Africa cristiana e sotto più di un aspetto prelude a quella di s. Agostino.

Per A. Dio è un essere indifferente, che non si commuove né si vendica; egli non può aver creato l'anima umana, propensa come è al vizio e al peccato; essa è invece opera di divinità inferiori e di per se stessa né mortale né immortale, per quanto capace di conseguire l'immortalità attraverso la pratica delle buone opere. Per A. Cristo è in posizione subordinata rispetto al Padre; in lui coesistono due nature, ma nella Passione sul Golgota è morto solo l'uomo che Cristo portava; la missione salvifica del Figlio di Dio si risolve in una missione d'insegnamento. Da ricordare che per A. gli dèi del paganesimo sono creature di Dio, esseri immateriali e immortali, quasi angeli aventi un carattere speciale.

BIBL.: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902, pp. 135-107; O. Bardenhewer, Geschichte der altkirchlichen Literatur, II, 2a ed., Friburgo in Br. 1914, pp. 517-525; G. Wiman, Textkritische Studien till A., Göteborg 1931; B. Axelsson, Textkritisches zu Florus, Minucius Felix und A., Lund 1944; E. Rapisarda, Arno, Catania 1946; E. Paratore, in Ricerche Religiose, 18 (1947), pp. 263-72; C. Marchesi, Arno, in Idea, 2 (1946), p. 430-436.

ARNOLD (ERNOLD) di BONNEVAL: V. ARNALDO di BONNEVAL.