ATTI DI B. - Libro apocrifo, composto alla fine del sec. V.
Nel 1698 D. Papebroch pubblicò per la prima volta, dal cod. Vaticano greco 1667, Acta et passio Barnabae in Cypro, con la rispettiva versione latina del card. Guglielmo Sirleto (Acta SS. Junii, II, ed. Anversa 1698, pp. 431-36). L'edizione greca di C. von Tischendorf, Acta apostolorum apocrypha, Lipsia 1851, pp. xxvi-xxx, 64-74, ha usufruito anche del Cod. Parisien. 1470. Ma il merito dell'edizione critica, basata ancor su altri 4 codici,
spetta a M. Bonnet, Acta apostolorum apocrypha, II, ivi 1903, pp. XXVII sg., 292-302.
Come autore di questi Ieplodoi xal maptoioy toi aiyoi Bapvabai toi oposoioi usisibisce Giovanni Marco, cugino di B., prima aiutante di Cirillo, grande sacerdote di Giove, e, dopo il Battesimo a Iconio, addetto al servizio di Paolo, B. e Sila. Dopo aver riportato la vivace discussione tra Paolo e B. (cf. Act. 15, 37-39), passa a esaltare l'attività di B. a Cipro. Questi dai Giudei dell'isola fu crudelmente vessato, poi bruciato vivo. Marco riuscì a raccogliere e occultare le reliquie «insieme col Vangelo ricevuto da Matteo», poi fuggì in Egitto ove continuò l'opera di evangelizzazione. Il Baronio (Annales, ad annum 51, n. 51) severamente lo definì un «nebul»: Dalle ben precise informazioni topografiche si potrebbe forse dedurre l'origine cipriota di questi Atti, verso la fine del sec. V. BIBLICA.: O. Braunberger, Der Apostel Barnabas, Magonza 1876, passim; R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelgeschichte und Apostellegenden, II, 11, Braunschweig 1884, pp. 270-271; E. Amann, Apocryphes, in DBs, I, col. 510. Adalberto Metzinger
LETTERA DI B. – Apocrifo del Nuovo Testamento, composto probabilmente sulla fine del sec. I.
511. Contenuto
Si propone (1, 4-5) di condurre i fedeli a una perfetta conoscenza del cristianesimo. Comprende, oltre l'introduzione (cap. 1) e la conclusione (cap. 21), due parti disuguali, nettamente distinte dall'autore stesso. La prima (cap. 2-17) è di carattere didattico-polemico. Esorta alla pratica delle virtù, contrapponendola ai sacrifici (cap. 2) e ai digiuni del Vecchio Testamento, ormai abrogati (cap. 3), poiché il giudizio è vicino (cap. 4). Illustra poi la redenzione operata da Cristo con la sua passione (cap. 5), predetta dai profeti (cap. 6), prefigurata dai simboli (detti, fatti, riti, prescrizioni varie) della legge mosaica, che a torto i Giudei hanno inteso letteralmente (cap. 7-17). Segue una parte morale: la dottrina delle due vie (cap. 18), molto simile a quella della Didaché (v. capp. 1-5): la via della luce, cioè della virtù (cap. 19) e la via delle tenebre, cioè dei vizi (cap. 20). Nell'esortazione conclusiva ricorda che è vicino il giorno del Signore (cap. 21).512. Autore
È attribuita a B. dalla tradizione manoscritta (principalmente il codice Sinaitico della Bibbia, sec. IV, e il codice Gerosolimitano della Didaché, sec. XI) e dagli antichi scrittori ecclesiastici: Clemente Alessandro, Origene, Serapione di Timuis, Eusebio di Cesarea (dubitativamente). Oggi tale attribuzione è generalmente rifiutata (la sostiene J. D. Burger, in Museum Helveticum 1946, pp. 180-193, assegna dalla 70-75), perché lo scritto non fu inserito nel canone del Nuovo Testamento, perché dal Vecchio Testamento un'interpretazione esclusivamente allegorica contrastante con la dottrina di S. Paolo, di cui B. fu compagno, e perché è posteriore a B., morto verosimilmente non dopo il 70. È dovuta probabilmente a un cristiano convertito dal giudaismo vissuto nell'ambiente alessandrino, ove fioriva l'allegorismo biblico. Fu composta dopo il 70, poiché vi si allude alla distruzione del Tempio, e prima del 170, quando Celso la città implicitamente (Origene, Contra Celestum, I, 63). L'interpretazione di una profezia di Daniele, riferita all'impero romano (4, 3-10), induce la maggioranza dei critici moderni a collocare l'opera sotto il regno di Nerva (18 sett. 96-25 genn. 98). Secondo L. Williams in Journal of Theol. Stud., 1933, p. 337 sq. fu composta prima dell'anno 100. Altri (così Stählin), per un'allusione, intesa letteralmente, alla ricalcazione del Tempio (16, 4), la pone nel 130. Cf. anche Schoeps in Conject. Neotestamentica, VI, pp. 3, 18 (poco dopo la rivolta di Bar Kocheba).513. Dottrina
Come s'è detto, lo pseudo-B. professa l'allegorismo nell'esegesi biblica, non solo scorgendo in tutto il Vecchio Testamento tipi di Cristo e della Chiesa, ma negando affatto il senso letterale (specie 10, 9-12). La divinità di Cristo è chiaramente affermata (4, 12; 5, 5-10; 6, 12; 7, 2; 12, 10 sq.). Sulla redenzione compiuta col sacrificio di Cristo per ottenerci il perdono dei peccati e la nuova vita, si diffonde in tutta la prima parte. Parla ampiamente del Battesimo. Nell'escatologia, afferma che il mondo durerà scimila anni, che la fine è prossima, che nel settimo millennio Dio si riposerà, e nell'ottavo commento è un altro mondo (4, 3; 15; 21, 3).VANGELO DI B. – Apocrifo, menzionato solo in due collezioni di libri canonici e apocrifi, come di origine gnostica.
Il cosiddetto Decretum Gelasianum de libris recipiendis et non recipiendis cita l'Evangelium secundum Barnabam (PL 59, 162. 175 sq.; E. von Dobschütz [Texte und Untersuchungen, 38, IV], Lipsia 1912); l'altra menzione è in un elenco greco di 60 libri canonici (T. Zahn, Geschichte des neuestenamtlichen Kanons, II, Erlangen 1890, p. 292). L'opinione comune è che di esso non sia rimasta traccia alcuna; ma qualche autore ne avrebbe individuato due brevi testi (ad es., E. Hennecke, Neuestenamtliche Apokryphen, 2a ed., Tubinga 1924, p. 64, nota 2).
Del sec. XIV-xvi abbiamo manoscritti italiani (nelle biblioteche dell'Aia e di Vienna) che contengono un Van-gelo di B., da non confondersi con quello antico gnostico. L'autore è un italiano il quale, passato dal cristianesimo all'Islam, in contrasto con la dottrina di S. Paolo voleva provare con l'autorità di B. che Gesù era profeta e procurò, non figlio di Dio, e che il vero Messia era Maometto. «C'est un curieux monument d'un étrange état d'âme» (Rev. bibl., nuova serie, 5 [1908], p. 300).