AUGUSTO, Gaio Giulio Cesare Ottaviano (Gaius Iulius Caesar Ottavianus Augustus). - Figlio di Gaio Ottavio e di Azia (figlia di Giulia, sorella minore di Giulio Cesare), n. il 23 sett. del 63 a. C. (691 di Roma), fu adottato ed educato dal suo prozio G. Cesare. Mentre attendeva agli studi d'eloquenza ad Apollonia, in Grecia, apprese la tragica morte del prozio (44 a. C.) ed accorse a Roma per rivendicarne l'eredità e punire gli assassini.
Vinto Antonio nel 43 a. C., formò con lui e con Lepido il secondo triumvirato per sanzionare il quale i contraenti si sacrificarono a vicenda i parenti ed i migliori amici. I triumviri sconfissero i repubblicani comandati da Bruto e Cassio a Filippi (42). Nel 40 Ottaviano, con il trattato di Brindisi, divenne padrone dell'Occidente, nel 36 sconfisse Sesto Pompeo e lasciò a Lepido solo l'ufficio di pontefice massimo, ufficio che assunse dopo la morte di Lepido. Con la vittoria di Azio su Antonio (2 sett. 31 a. C.) restò praticamente padrone di tutto lo Stato. Per salvare le forme si fece attribuire successivamente i più importanti uffici pubblici e nel 27 a. C. ottenne il titolo di «Augusto» (in greco Σεβαστός) unito a quello di prefetto dei costumi, console a vita. Curò la prosperità materiale e culturale dell'impero assicurando la pace, favorendo le lettere e le arti. Sposò successivamente Clodia, Scribonia e Livia. Morì a Nola nel 14 dell'era volgare (767 di Roma) ai 19 del mese sestile che in suo onore fu detto augustus (agosto).
Lc. 2, 1-2, accingendosi a descrivere la nascita del Salvatore, narra: «In quei giorni uscì un decreto da Cesare Augusto di censire tutta la (terra) abitata. Questo censimento primo avvenne governando la Siria Quirino». Poiché nelle 'fonti profane non s'è trovata traccia esplicita d'un censimento universale andato da A., alcuni critici (con E. Schürer) hanno posto in dubbio la veridicità di Luca (v. QUIRINO). Ma

volutamente vaghi ed imprecisi; ad es., la Messa veniva chiamata "sacrificio commemorativo" (non espiatorio); al purgatorio, poi, non si accennava affatto. Nella seconda parte, di carattere disciplinare, che doveva acc
non mancano indizi che confermano il Vangelo. Tatico (Ann., I, 2) c'informa che dopo la morte d'A. fu letto in senato un Breviarium imperii compilato di propria mano dall'imperatore «in cui erano indicate tutte le pubbliche entrate, il numero dei cittadini (romani), e degli alleati sotto le armi, le condizioni della flotta, dei regni (soggetti od alleati), delle province, delle imposte, dei tr'buti, dei bisogni e delle largizioni». Per avere queste notizie A. deve avere necessariamente ordinato censimenti e statistiche in tutto l'impero. Nel monumento di Ancira (Ankara) che contiene le sue Res gestae A. afferma di avere compito per tre volte il censimento dei cittadini romani (negli anni 28 e 8 a. C. e nel 14 d. C.).
Già prima di quest'epoca A. interveniva nelle vicende della Palestina e specialmente in quelle che riguardavano Erode. Dopo la vittoria di Azio (31 a. C.) A. aveva concesso il perdono ad Erode, che aveva partecipato per Antonio ed ora s'industriava, con adulazioni idolatriche, di far dimenticare al potente romano il suo fallo politico: moltiplicò gli omaggi intitolando città ed erigendo templi al divo A. (v. ERODE MAGNO). Senza lasciarsi accecare dalle adulazioni, A. trattò con benevolenza Erode, gli concesse l'autonomia nell'amministrazione della giustizia e della finanza, l'esenzione dai tributi verso l'impero e dall'obbligo di alloggiare truppe e guarnigioni romane; gli concesse un esercito proprio composto in maggioranza di mercenari (Siri, Traci, Germani, Galli), ma esigeva una dipendenza assoluta nelle questioni politiche, militari e dinastiche; praticamente lo considerava come un fiduciario ad nutum. Quando Erode nell'8 a. C., senza il permesso di Roma, si servì del suo esercito per una spedizione punitiva contro i Nabatei che favorivano i beduini razziatori, A. sdegnato gli scrisse che d'ora innanzi l'avrebbe considerato non più come amico, ma come suddito (Flavio Giuseppe, Ant. Iud., XVI, 290). Alla morte d'Erode (4 a. C.) A. ne convalidò parzialmente il testamento, negando ad Archelao il titolo di re della Giudea (con l'Idumea e la Samaria) e concedendogli solo quello di entrarca. Accettò invece le designazioni del defunto per gli altri figli superstiti assegnando ad Antipa la tetrarchia della Galilea e della Perea, a Filippo quella della Batanea e della Traconitide (Lc. 3, 1). A. intervenne ancora negli affari di Palestina deponendo Archelao (6 d. C.) e affidando la Giudea ai procuratori romani.
A. NELLA TRADIZIONE MEDIEVALE. - Per il pellegrino che veniva a Roma dalle province del crollato impero o dalle terre degli antichi barbari, le rovine imponenti dei monumenti sparsi per i sette colli ricordavano il nome di A., legato più o meno legittimamente a questo o quel

AUGUSTO - Res gestae di A. Da un calco del Monumentum Ancyranum, conservato nel Museo di Roma.
luogo della città. Basterà scorrere la descrizione che, tra il sec. XII e XIII, lasciò di Roma ai suoi connazionali l'inglese Maestro Gregorio (ed. R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, III, Roma 1945, pp. 137-67), che registra il palazzo, l'arco e la piramide di A. Più conosciuta, più autorevole e più antica è la descrizione sistematica dei Mirabilia urbis Romae, anteriormente alla metà del sec. XII. Oltre all'arco e al palazzo, è il ricordo del mausoleo d'A. La memoria dell'imperatore, nella detta descrizione, è rievocata ancora dalla chiesa di S. Maria in Aracoli, dove l'imperatore avrebbe avuto la visione della Sibilla; dalla chiesa di S. Maria in Trastevere, dove sarebbe sgorgata la miracolosa fonte d'olio; dalla chiesa di S. Pietro in Vincoli, dove la festa del 1 ag. sarebbe venuta a sostituire e continuare quella che per quattro settori della Roma aveva ivi celebrata in onore di A. e della sua vittoria su Antonio (ed. R. Valentini e G. Zucchetti, op. cit., pp. 3-65).
I Mirabilia, dal sec. XII al XV ebbero grandissima diffusione per tutto l'Occidente, ma non ad essi si deve principalmente il merito di aver tenuto vivo il ricordo del primo imperatore nel medioevo.
A. era stato il fondatore dell'impero che, dopo Carlomagno e Ottone I, tornerà una realtà vivente. Benché esso differisse profondamente dall'antico, si presentava come sua legittima continuazione e gli imperatori del medioevo si intitolavano Cesari e Augusti, richiamandosi così ai lontani predecessori dai quali pretendevano derivare il loro diritti e poteri, e invocavano specialmente il nome di G. Gli storici nel risalire dai loro tempi alle origini dell'impero e del mondo - basterà ricordare le cronache universali - davano ad A. un posto preminente. E, rilevando la potenza, la ricchezza, la felicità e la prosperità non più uguagliate del suo regno, avevano indotto la credenza che l'età di A. fosse stata una specie di età dell'oro, che si rievocava volentieri a confronto e a sollievo delle miserie presenti. Favorivano tale opinione letterati e poeti, interessati di creare nei sovrani contemporanei qualche sentimento di emulazione per la generosità di A. che aveva protetto Virgilio ed Orazio. Così Anselmo da Besate protette ad Enrico III di cantare le sue gesta, se avrà da lui la protezione che A. concesse a Virgilio (cf. E. Dümmer, Anselm der Peripatetiker, Halle 1872, p. 16).
La ragione più forte che nel medioevo valse a tener vivo tra i popoli cristiani il ricordo di A. fu il fatto che sotto il suo regno era nato Gesù Cristo. Nessuno poteva credere che Dio umanandosi avesse scelto senza profondo motivo quel tempo in cui, ottenuto l'unità del mondo ed instaurata la pace, un principe aveva accolto in sé tutti i poteri della città dominatrice e aveva fondato per i secoli l'impero. Al contrario tutti credevano che Dio avesse dato a quel principe una grande e decisiva missione, di offrire cioè all'opera redentrice del Salvatore un mondo unificato e pacificato. L'idea di questa missione, sia pure inconsapevolmente cristiana di A. si trova già chiaramente espressa all'inizio del sec. V, nelle Historia adversus paganos (VI, 1), di Paolo Orosio. Verso la fine del sec. VI nella Cronaca di uno scrittore bizantino di origine siriana, Giovanni Malala, si trova la famosa leggenda della visione capitolina che attesta la consapevolezza di A. della nascita di Cristo (ed. L. Dindorf, Bonn 1831, pp. 231-32). Malala aveva attinto la notizia dall'opera ora perduta di un cronista alquanto più antico, Timoteo. La leggenda si tramanda a lungo tra i cristiani d'Oriente; nel sec. VIII ebbe anche una traduzione latina a Roma (cod. Vat. Pal. 277, fol. 63), e, nel sec. XII, una nuova edizione, apparsa nei Mirabilia urbis Romae. Tale leggenda si ricollega alle origini della chiesa di S. Maria in Aracoli, che sono, molto probabilmente, datate al sec. VI.
Mentre la versione orientale della leggenda ribadiva un concetto comune ai cristiani del sec. VI, che essendo nato Gesù Cristo i falsi oracoli ammutolivano, cioè affermava la vittoria del cristianesimo sul paganesimo, la versione occidentale tornava al pensiero di Orosio, che Cristo era nato sotto A., quando tutto il mondo era in pace, ed aggiungeva che A. non aveva voluto che si continuasse a chiamare ancora signore degli uomini, perché era nato tra gli uomini il Signore del mondo. - Vedi Tav. XXIX.