AUTOCEFALE, CHIESE. — Si chiamano C. a. in genere le Chiese particolari che non dipendono da nessun'altra Chiesa e si amministrano da sé in modo del tutto indipendente e autonomo. Secondo la concezione cattolica, una sola Chiesa particolare è pienamente a. di diritto, cioè la Chiesa della diocesi di Roma, poiché ha per pastore il vescovo di questa città, successore di Pietro nella sua supremazia di giurisdizione sulla Chiesa universale. Tutte le altre Chiese particolari, essendo sottoposte a questo primato e riconoscendolo manifestamente per il capo, non possono essere chiamate a. nel vero senso della parola. Nel sistema cattolico non ci possono essere C. a. al plurale.
I. VARIE SPECIE DI AUTOCEFALIA
Questo vale, se si prende il termine a. nel suo senso assoluto. Ma nell'antica Chiesa si è intesa talvolta l'autocefalia in senso relativo. Così la Chiesa dell'isola di Cipro fu comunemente chiamata a. a partire dal Concilio di Efeso, perché fu sottratta alla giurisdizione del patriarca d'Antiochia e si governò da sola senza alcun intervento di patriarca. Ma questa specie di autocefalia non spezzava il vincolo di subordinazione che legava questa Chiesa al vescovo di Roma in virtù del diritto della supremazia universale. Presso i Bi zantini si è anche parlato talvolta di vescovi o di arcivescovi autocefali. Sono vescovi che si sottraevano alla giurisdizione del loro metropolita e dipendevano direttamente dal patriarca di Costantinopoli: altro esempio di autocefalia relativa. Si possono ugualmente qualificare come a. gli antichi patriarcati di Oriente e le altre Chiese orientali che, a partire da un certo momento, non furono più legate ad uno dei quattro patriarcati, come fu il caso, ad es., della Chiesa armena, a partire dall'anno 374. Questi patriarcati, infatti, si governavano in modo autonomo; ma era sempre una autonomia relativa, perché il vescovo di Roma conservava il suo diritto d'intervento nei loro affari: intervento che, come insegna la storia, si manifestava soprattutto in caso di appello e quando era in giuoco la fede.L'autocefalia assoluta cominciò dal giorno in cui lo scisma e l'eresia separarono dal vescovo di Roma, centro comune dell'unità ecclesiastica, certe Chiese o gruppi di Chiese, che si organizzarono fuori di ogni intervento del primate universale e non ammiserò più la sua ingerenza nella loro attività. Ciò avvenne, nel se. V, per i gruppi monofisiti di Egitto, di Siria e di Armenia, ed anche per la Chiesa di Persia, che fin dal 424, al Sinodo di Markabba, decise di rompere ogni comunicazione col resto della cristianità, prima di abbracciare l'eresia nestoriana, che la confermò per sempre nel suo separatismo. La Chiesa bizantina, a sua volta, divenne completamente a. da quando si sottrasse definitivamente all'autorità del Pontefice romano.
Se ora si ricerca in base a quali principi le autocefalie assolute si siano organizzate, non si trova alcuna uniformità. Presso le autocefalie monofisite ha dominato il principio etnico propriamente detto o razziale, che divide le Chiese secondo la razza e la lingua. Si è avuta così la Chiesa egiziana o copta, la Chiesa siriaca giacobita, la Chiesa armena detta gregoriana. L'autocefalia della Chiesa nestoriana è stata piuttosto dominata dal principio nazionalista propriamente detto, che moltiplica gruppi indipendenti, non precisamente secondo la razza o la lingua, ma secondo il numero degli Stati politici indipendenti: ad ogni nazione indipendente corrisponde un gruppo religioso indipendente, una Chiesa nazionale. La Chiesa di Persia proclamò la sua autonomia, anche prima di divenire nestoriana, a causa del pericolo di persecuzione che le sarebbe derivato da ogni relazione con le Chiese dei territori stranieri. Il principio nazionalista dominò pure nell'organizzazione del gruppi a. derivati dall'antica Chiesa bizantina; ma non fu il solo. I tre patriarcati di Alessandria, d'Antiochia e di Gerusalemme si conservarono attraverso tutte le vicissitudini politiche e i cambiamenti di frontiera in virtù del principio dell'origine apostolica, sebbene, durante un certo periodo, il patriarca di Costantinopoli imponesse a queste Chiese la sua supremazia e giurisdizione, che pretendeva di sostituire la supremazia romana dei primi secoli. Prima della guerra mondiale 1914-18 esistevano parecchie autocefalie di rito bizantino nell'unico impero austro-ungarico. Anche strettamente razziale o filetica, come dicono i Greci (da φύλα «razza, tribù») era la Chiesa o esarcato bulgaro, che costituiva diocesi o gruppi autonomi di fedeli dovunque si trovassero dei Bulgari di razza, senza tener conto dei confini degli Stati indipendenti o nazioni. Ai nostri giorni il principio razziale o filetica si sviluppa sempre più soprattutto nelle due Americhe e fra i Russi dispersi.
II. LE C. A. DI RITO BIZANTINO. — Quando si parla, in Occidente, di C. a., si vogliono intendere abitualmente le C. a. di rito bizantino, il cui complesso costituisce ciò che si denomina comunemente la Chiesa ortodossa o la Chiesa ortodossa orientale, che alcuni designano col nome di Chiesa greco-russa, Chiesa greco-slava, Chiesa scismatica d'Oriente: tutte denomiazioni più o meno improprie. Ciascuna di queste Chiese, tranne i tre patriarcati orientali e la Chiesa cipriota, è sorta successivamente dall'antico patriarcato di Costantinopoli, soprattutto in virtù dell'autocefalia nazionale, che, come si è detto, moltiplica le autocefalie secondo il numero degli Stati indipendenti. Questo principio spiega il numero più o meno grande delle autocefalie, il quale dipende, in effetto, dagli avvenimenti politici e dalle frontiere degli Stati. Prima della guerra del 1914 si contavano 16 autocefalie o autonomie. Dopo di essa il numero fu quasi raddoppiato. Il criterio razziale o filetismo esercita anche qui la sua influenza.
Etimologicamente i due termini di autonomia e autocefalia risultano sinonimi; una C. a. è anche autonomia. In realtà, però, nel gruppo bizantino di cui si parla, c'è una spiccata differenza tra le C. a. propriamente dette e le Chiese autonome. L'autocefalia viene costituita da una Chiesa pienamente indipendente e che non ammette l'ingerenza di alcun'altra Chiesa sorella nei propri affari, anche nei più gravi: essa non riconosce teoricamente, come autorità superiore, che quella eventuale del concilio ecumenico.
L'autonomia è una autocefalia in via di formazione: essa conserva ancora qualche legame di subordinazione di fronte all'autocefalia-madre dalla quale si è distaccata, cioè dal patriarcato di Costantinopoli. Questo si riserva il diritto di ordinare il primo prelato della Chiesa autonoma, di fornirle il sacro crisma, di mandarle un casare o delegato in caso di affari eccezionalmente gravi per fare una inchiesta, di ricevere appelli, ecc. Considerandola sul piano politico, si può paragonare l'autonomia a un dominion inglese o ad un protettorato molto largo.
Questo sistema di C. a. bizantine viene a sopprimere l'unità di governo o d'autorità centrale permanente. Ogni C. a. costituisce una società religiosa che è unicamente distinta dalle Chiese sorelle, indipendente da ciascuna di esse, avente la sua organizzazione patriarcale, e la sua autorità suprema, abitualmente rappresentata da un collegio o sinodo. Abbiamo un insieme di repubbliche indipendenti, che non si può considerare come una confederazione propriamente detta, perché manca un'autorità centrale comune. In teoria, c'è il concilio ecumenico, che ogni autocefalia riconosce come autorità suprema. Ma oltre ad essere un'autorità transitoria, il concilio ecumenico è, per questo, un vero mito. Dopo lo scisma, non si è mai più riunito e non può essere riunito né di diritto né di fatto, a causa delle opinioni divergenti che esistono tra i teologi greco-russi sulle condizioni di una simile assemblea.
Mancando l'unità di governo, il sistema pretendente tuttavia salvaguardare l'unità di fede, di comunione ecclesiastica, di disciplina e di liturgia. In effetto, solo l'unità liturgica è stata sufficientemente salvaguardata fino ad oggi. Per trovare tra queste Chiese una certa unità di fede, bisogna ridurla allo stretto minimo delle definizioni espresse dai sette primi concili ecumenici. L'unità disciplinare o canonica non esiste che per un piccolo numero di regole o canoni ancora osservati, eredità della legislazione dell'antica Chiesa bizantina.
Gli statuti organici della maggior parte delle C. a. sono cambiati spesso e sono leggi imposte dal potere secolare, che in queste Chiese rappresenta la parte del Papa nella Chiesa cattolica. Ed è in effetto la vera autorità suprema, alla quale esse sono obbligate a sottomettersi. Quanto all'unità di comunione ecclesiastica (communicatio in sacris), essa non esiste più praticamente dopo lo scisma bulgaro del 1872 e dopo la recente altre scissioni prodotte in questi ultimi tempi tra certe autosefale. Le divisioni interne dei Russi, dispersi in seguito alla rivoluzione bolscevica, le hanno dato il colpo di grazia.
Abbiamo ora numerose autocefalie che comunicano in sacris con altre autocefalie, le quali si anatemizzano scambievolmente. Il principio: gli amici dei nostri amici sono nostri amici; i nemici dei nostri nemici sono nostri nemici, non è più applicato. In teoria, le autocefalie devono vicendevolmente comunicarsi le importanti decisioni che esse prendono e che possono avere un interesse generale. Nei decreti o toni di autocefalia, emanati dal patriarca di Costantinopoli, questi raccomanda alle Chiese di consigliarsi, in tal caso, col patriarcato ecumenico. Tale raccomandazione resta molto spesso lettera morta: un esempio, tra parecchi altri, è quello della Chiesa romena, che nel 1925 si è cambiata in patriarcato senza informare né il patriarcato ecumenico né le altre Chiese.
Tale è, esposto a grandi linee, il sistema delle C. a. derivate dall'antica Chiesa bizantina. Questo sistema ha i suoi panegiristi, che usano metterlo a confronto con la costituzione unitaria e centralizzatrice della Chiesa romana. Essi magnificano i suoi vantaggi, che sarebbero quelli di sopprimee ogni lotta tra sacerdozio e impero, tra potere civile ed ecclesiastico; di conciliare mirabilmente l'unità con la libertà; di favorire il patriotismo, di moltiplicare i centri autonomi di sviluppo e di progresso; di tenersi a uguale distanza dall'anarchia protestante e dalla tirannia papale. Disgraziatamente, questo quadro idilliaco non esiste in realtà. Infatti la Chiesa paga i vantaggi enumerati con la perdita o la diminuzione della sua unità, della sua indipendenza, del suo carattere universalista e cattolico, della sua vera influenza religiosa sulle anime. Del resto, dal punto di vista dottrinale, non si tratta di sapere quale sia, in teoria, la miglior forma di governo ecclesiastico, ma quale sia la costituzione che Gesù Cristo scelse per la sua Chiesa nel fondarla. Il Nuovo Testamento e la tradizione dell'antica Chiesa danno al quesito una ben chiara risposta, che non è in favore dell'autocefalismo nazionalista e molto meno dell'autocefalismo razziale o filético.