AVARIZIA. - L'a. è un amore soverchio delle ricchezze, un amore, cioè, che va oltre la regola della ragione, la quale esige che i mezzi siano subordinati al fine e quindi che l'uomo cerchi le ricchezze in quanto necessarie alla propria condizione di vita. L'amore eccessivo delle ricchezze è peccato; e un peccato speciale, perché questo amore riguarda le ricchezze, cioè il bene utile, distinto dal bene onesto e dal bene dilettevole.
Sebbene frequentemente opposta alla giustizia, perché l'avaro spesso desidera impossessarsi e ritenere, anzi s'impossessa delle ricchezze altrui e le ritiene, l'a. si oppone sempre e direttamente alla liberalità, giacché l'eccessivo amore, desiderio o piacere delle ricchezze non mira necessariamente alle ricchezze altrui, ma anche alle ricchezze proprie; si oppone quindi alla liberalità per difetto, come vi si oppone la prodigalità per eccesso. Come contrario alla giustizia, il peccato d'a. è mortale ex genere suo, alla pari del furto e della rapina. Ma come opposto alla liberalità, è soltanto peccato veniale, giacché, se è vero che può taluno amare le ricchezze fino a porre in esse il suo fine ultimo - e quindi peccare mortalmente -, può anche amarle, sebbene con eccesso, senza anteporle all'amore divino, cioè senza volere, a cagion loro, fare alcunché contro Dio o il prossimo.
Ma anche quando costituisce un peccato mortale, l'a. non è il più grave dei peccati. La gravità dei peccati infatti si desume dalla dignità del bene di cui direttamente privano, ed è chiaro che direttamente privano di un bene maggiore i peccati che, come l'infedeltà, la bestemmia, ecc., sono direttamente contro Dio, o, come l'omicidio, direttamente contro la persona stessa dell'uomo. L'a. è però un peccato più vile, in quanto maggior vergogna importa l'asservimento dell'animo a beni più bassi; ora le ricchezze sono beni inferiori al bene divino, ai beni dell'anima e a quelli del corpo. S. Gregorio (Moralia, XXXI, 37) enumera l'a. fra i vizi spirituali, giacché si consuma, piuttosto che nel piacere o sensazione della carne - come la gola e la lussuria - nel piacere o percezione dell'anima. Lo stesso Santo (ibid.) la pone poi fra i vizi
