Enciclopedia Cattolica vol. II, 1949 Teologia morale Morale generale

AVARIZIA

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AVARIZIA. - L'a. è un amore soverchio delle ricchezze, un amore, cioè, che va oltre la regola della ragione, la quale esige che i mezzi siano subordinati al fine e quindi che l'uomo cerchi le ricchezze in quanto necessarie alla propria condizione di vita. L'amore eccessivo delle ricchezze è peccato; e un peccato speciale, perché questo amore riguarda le ricchezze, cioè il bene utile, distinto dal bene onesto e dal bene dilettevole.

Sebbene frequentemente opposta alla giustizia, perché l'avaro spesso desidera impossessarsi e ritenere, anzi s'impossessa delle ricchezze altrui e le ritiene, l'a. si oppone sempre e direttamente alla liberalità, giacché l'eccessivo amore, desiderio o piacere delle ricchezze non mira necessariamente alle ricchezze altrui, ma anche alle ricchezze proprie; si oppone quindi alla liberalità per difetto, come vi si oppone la prodigalità per eccesso. Come contrario alla giustizia, il peccato d'a. è mortale ex genere suo, alla pari del furto e della rapina. Ma come opposto alla liberalità, è soltanto peccato veniale, giacché, se è vero che può taluno amare le ricchezze fino a porre in esse il suo fine ultimo - e quindi peccare mortalmente -, può anche amarle, sebbene con eccesso, senza anteporle all'amore divino, cioè senza volere, a cagion loro, fare alcunché contro Dio o il prossimo.

Ma anche quando costituisce un peccato mortale, l'a. non è il più grave dei peccati. La gravità dei peccati infatti si desume dalla dignità del bene di cui direttamente privano, ed è chiaro che direttamente privano di un bene maggiore i peccati che, come l'infedeltà, la bestemmia, ecc., sono direttamente contro Dio, o, come l'omicidio, direttamente contro la persona stessa dell'uomo. L'a. è però un peccato più vile, in quanto maggior vergogna importa l'asservimento dell'animo a beni più bassi; ora le ricchezze sono beni inferiori al bene divino, ai beni dell'anima e a quelli del corpo. S. Gregorio (Moralia, XXXI, 37) enumera l'a. fra i vizi spirituali, giacché si consuma, piuttosto che nel piacere o sensazione della carne - come la gola e la lussuria - nel piacere o percezione dell'anima. Lo stesso Santo (ibid.) la pone poi fra i vizi capitali, fra quelli cioè da cui nascono altri peccati, ed elenca sette figlie dell'avarizia: la obduratio contra misericordiam, la inquietudo mentis, la violentia, la fallacia e il periurium, la fraus e la proditio, perché dall'eccessivo amore per esse l'uomo è portato a ritenere quelle ricchezze che dovrebbe dare ai bisognosi, a ricercarle, a impossessarsene, sia con troppa ansia, sia con mezzi illeciti, cioè con la violenza e l'inganno di parola o di fatto.

AVARIZIA - Particolare del <em>Cuttiva Governo</em>, di A. Lorenzetti. Siena, Palazzo del Comune.
AVARIZIA - Particolare del Cuttiva Governo, di A. Lorenzetti. Siena, Palazzo del Comune.
Bibliografia2 opere
BIBL.: Sum. Theol., 2ᵃ-2ᵃ, q. 118; A. Beugnet, s. v. in DThC. I. coll. 2623-27.

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Di Pietro Lambreras

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Testo originale: Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), coll. 507–508.

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Lambreras, Pietro. “Avarizia.” In Enciclopedia Cattolica, vol. II, coll. 507–508. Città del Vaticano: Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1949. https://azioneromana.com/it/article/avarizia.

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Lambreras, Pietro. “Avarizia.” Enciclopedia Cattolica, vol. II, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1949, coll. 507–508. Azione Romana, https://azioneromana.com/it/article/avarizia.

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