AZEGLIO TAPARELLI, MASSIMO d'. - Litografia di Chardon. Roma, museo del Risorgimento.
non gli basta: dai quadri « patriottici », come La disfida di Barletta e La battaglia di Legnano, gli sorge il desiderio di darsi a qualche altra opera in vantaggio della patria e per « elettrizzare i caratteri » degli Italiani. E dalle tele ricche di colore e dalla prosa « sui trampoli » della Sagra di s. Michele disegnata e descritta (Torino 1829), fallitigli vari tentativi di poemi e di teatro, passa d'impeto, sotto l'evidente influsso del Manzoni (del quale nel '31 aveva sposato la figlia Giulia) e dell'ambiente milanese, all'Ettore Fieramocca o la disfida di Barletta (1833), romanzo ricco d'un patriottismo avvincente, che pose subito in primo piano l'autore e procurò al volume, piaciuto anche al Mazzini, vero plauso. Gli tennero dietro, nello stesso spirito, il Niccolò de' Lopi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni (1841), più vasto e condotto con più accurate ricerche, ma meno felice, e La Lega Lombarda, interrotta nel '45 al cap. 8 e pubblicata postuma nel 1871. Come già la pittura, ora la letteratura gli appare insufficiente: in lui, che ha spinto il cugino Balbo a delineare le Speranze d'Italia, è sorto il desiderio di un'azione più diretta.
Non compromesso con sette o movimenti, s'impegna in un viaggio politico per Marche, Romagna e Toscana, e lo compie combattendo idee di moti e di congiure, invocando concordia e disciplina e caldeggiando, pur tra le diffidenze di molti, il nome di Carlo Alberto (sett. 1845), con il quale, il 12 ott., avrà a Torino un drammatico, decisivo colloquio. Dal viaggio e dal previsto fallimento del moto di Rimini nacque uno dei più noti opuscoli del Risorgimento, Degli ultimi casi di Romagna (marzo 1846), in cui, fedele al suo concetto, come dirà sei anni più tardi, « che il parafulmine delle rivoluzioni sieno le riforme
opportune, serie e le buone e liberali leggi », disapprova insieme le pretese rivoluzionarie e certe deficienze del governo e, convinto che il presupposto della questione nazionale non possa trovarsi fuori di alcuni principi etici eguali « pe' grandi come pe' piccoli, pe' forti come pe' deboli, pe' governanti come pe' governati », esorta gl'Italiani a smettere le congiure per accordarsi nella cospirazione palese. Grande la risonanza di questo scritto, il cui tema fondamentale, una delle idee-basi del d'A., tornerà frequente nei suoi lavori e nei suoi discorsi, come quello del 12 febbr. 1851: « io credo che non vi hanno due codici diversi di morale, l'uno pei governanti, l'altro pei governati; io non credo che la ragion di Stato sia una dispensa dalla morale comune ».
Il d'A. divenne di colpo uno dei capi più influenti dell'opinione liberale e patriottica, che credette di aver trovato in Pio IX il segno e il motivo della propria fede. La successiva Proposta di un programma per l'opinione nazionale (1847), « magna charta » del riformismo italiano, fondata sempre sui concetti di educazione civile, ribadisce le sue idee, cui l'occupazione austriaca di Ferrara dà una più decisa impronta nazionale. I sanguinosi incidenti milanesi del genn. successivo, gli dettano un ardente atto di accusa, I lutti di Lombardia (1848), che addita nell'Austria il nemico e suona la diana della guerra, alla quale partecipa con la truppe papali del Durando. Ferito il 10 giugno a Vicenza, entra nella polemica contro democratici e repubblicani, da lui accusati come i soli responsabili della sconfitta. E in Timori e speranze (1848) ribadisce un altro dei suoi concetti fondamentali: « la più importante educazione politica d'ogni popolo è quella che insegna a rispettar la legge. Senza questo rispetto si può mutar forma di governo, trovar nuovi ordini, costituzioni perfette quanto si vuole, tutto sarà inutile: non si riuscirà che al disordine e all'anarchia ».
Alieno dal potere, solo dopo Novara e l'avvento di Vittorio Emanuele II accetta, per senso di dovere patriottico, il ministero (7 maggio 1849-nov. 1852). Ardua impresa reggere il Piemonte dopo la sconfitta e nel fermento delle passioni. Una volta di più il suo programma fu: ordine nella legge, « né assolutismo, né repubblica, e molto meno anarchia ». E con questo concetto negoziò la difficile pace con l'Austria (ag. 1849), resistendo con dignitosa fermezza alle pretese di questa e ottenendo onorevoli condizioni; concluse utili intese con Francia e Inghilterra, mantenne lo Statuto, accolse esuli d'ogni parte d'Italia, iniziò riforme.
Di fronte alla Camera, che non voleva accettare la pace, dolorosa ma inevitabile, non esitò a ricorrere allo scioglimento e il paese intese il monito che scaturiva dal « Proclama di Moncalieri » fatto firmare al re (20 nov. 1849). Nei rapporti con Roma (Leggi Siccardi, 1850) il d'A., spinto dalla preoccupazione di ammodernare la legislazione e di liquidare il passato a seconda delle idee correnti, venne fatalmente a ledere i diritti della Chiesa e ad attentare all'autorità del papato, attizzando irrimediabilmente quel conflitto religioso, che, soprattutto per incomprensione, doveva tanto a lungo dolorosamente dividere l'Italia in due opposti campi. L'appoggio che nella lotta parlamentare gli venne dal Cavour ottenne a questo l'ingresso nel ministero, ma preparò la caduta del d'A., che, pigro di sua natura e troppo poco duttile e scaltro, sarà soverchiato, dopo la crisi del connubio (21 maggio 1852), da chi egli chiamava scherzosamente « l'empio rivale », dinamico, audace, spregiudicato.
Escluso per sempre dalla politica attiva, tornò sereno alla vita privata e all'arte; ma venne incaricato ogni tanto di qualche missione e fu pronto sempre ad appoggiare il suo successore con interventi diretti presso il sovrano, con discorsi, con scritti (come per la legge sul matrimonio civile, per l'incamamento dei beni ecclesiastici e per la spedizione in Crimea), o accompagnando il re e il Cavour a Parigi e a Londra (nov. 1855). Ma ormai l'uomo che poteva rivendicare una coerenza politica da Gli ultimi casi alle più recenti manifestazioni, appariva un sorpassato e il suo legalitarismo e il suo moralismo, che gli faranno rifiutare di rappresentare il Piemonte al Congresso di Parigi (1856), lo chiudevano nella sua Cannero in atteggiamento di fronda, mentre, tra i suoi quadri e gli amici devoti, cominciava a rievocare nei Bozzetti della vita italiana (1858) parte della sua vita pittorescamente avventurosa. Da quel suo ritiro uscirà, alla vigilia della guerra del 1859, per recarsi a Parigi e a Londra ad aiutarvi la politica del Cavour. Dalla quale, però, non si lascerà mai completamente convincere, diffidente com'era di quella che gli appariva spregiudicatezza di mezzi.
Per poco tempo commissario del governo a Bologna (1859) e governatore di Milano (1860), il suo inquieto puritanesimo lo rende sospettoso anche di fronte alla spedizione dei Mille, nel timore che abbia a giovarsene Mazzini. Un uguale sentimento lo fa insorgere (Il misfatto di Parma, ott. 1859) contro l'assassinio dell'Auriti, delitto che gli appariva « alto tradimento verso l'Italia », della quale temeva compromessi la riputazione, l'onore, l'indipendenza, e gli faceva desiderare un regolare processo contro Garibaldi dopo Aspromonte. Pur sempre amato e stimato, il consenso dei liberali più attivi e dottrinari lo veniva abbandonando, specie di fronte al suo irrigidirsi in alcune delle questioni allora più ardenti. In La politique et le droit chrétien (dic. 1859) auspica Roma città libera, primo passo a fargli negare Roma capitale (Questioni urgenti, 1861) e a fargli caldeggiare come soluzione definitiva della questione romana quella provvisoria della Convenzione di sett. La lettera Agli elettori (1865) fu un altro segno del suo andar contro corrente, del suo anteporre l'educazione civile all'azione immediata. E a questo fine consacrò anche i Miei ricordi (1863-65), perché « il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'altri e forti caratteri ». La morte (1866) interruppe l'opera con cui avrebbe voluto contribuire a fare, dopo l'Italia, gli Italiani.