AZIMO (ἈΖΎΜΩΣ, DA ΖΎΜ. E ΖΎΜ. = SENZA FERMENTO; EBR. ΜΑΣΆΘ, PLUR. ΜΑΣΆΘΙ)

AZIMO (ἀζύμως, da ζύμ. e ζύμ. = senza fermento; ebr. μασάθ, plur. μασάθι). - Il Vecchio Testamento allude al pane non fermentato in occasione di fretta precipitosa (Gen. 19, 3; Ex. 12, 34; I Sam. 28, 24); tale motivo causò l'uso di pane a. nella fuga d'Israele dall'Egitto (Ex. 12, 8-18; 13, 3; Deut. 16, 3). In ricordo di ciò, fu unita alla festa commemorativa dell'esodo miracoloso (v. PASQUA) la legge di cibarsi di pane non fermentato durante i sette giorni della solennità (Ex. 12, 15). La Pasqua era detta «festata degli a.» (Ex. 23, 15; 34, 18; Lc. 22, 1) o «giorni degli a.» (Mt. 26, 17; Lc. 22, 7; Act. 12, 3; 20, 6). Già nella prima Pasqua celebrata in terra palestinese (Jos. 5, 11) si osserva l'uso degli a.

Gli a. rivestivano significato religioso (cf. Iud. 6, 19-21: a. offerti all'angelo, consumati dal fuoco). Poiché nulla di fermentato poteva essere offerto sull'altare (Ex. 23, 18; 34, 25), nei sacrifici si offrivano solo focacce senza lievito, che talora costituivano uno speciale sacrificio (Lev. 2, 4; 11, 6; 16, 5g.) incruento (unihah), eccetto per le «primizie», che non si deponevano sull'altare (Lev. 2, 7; 7, 13 sg.; 23, 17). La preparazione degli a. spettava ai Leviti (I Par. 23, 2): il «sacerdotes» della Volgata è interpolato. I soli sacerdoti mangiavano gli a. rimasti dai sacrifici (Lev. 6, 16, 18). Nel tardo giudaismo si proposizione (v.) fossero a. Nel periodo postcristiano gli Ebrei introdussero il rito dell'a. detto afqó-men (v.).

Dalla questione se Gesù nell'ultima cena abbia usato pane a. è sorta, in tempo alquanto più recente (sc. xl), la spinosa controversia fra la Chiesa greca e la Chiesa latina. Dagli a. s. Paolo desume il simbolismo tropologico della «sincerità e verità» (I Cor. 5, 8).