AZIONE, FILOSOFIA DELL'

AZIONE, FILOSOFIA dell'. - Sotto il nome di f. della a. sono compresi talora indirizzi e sistemi diversi (il pragmatismo, alcune forme di volontarismo). Qui ci riferiamo alla filosofia di Maurizio Blondel, detto il «filosofo dell'azione», anche se meglio il suo pensiero potrebbe qualificarsi come «filosofo del realismo integrale». I precedenti storici del metodo e della filosofia blondeliana sono remoti e prossimi: s. Agostino e Pascal tra i primi; Maine de Biran, Newman, Deschamps, Gratty tra gli altri; e direttamente Ollé-Laprune, di cui il Blondel fu allievo (oltre che del Boutroux).

M. Blondel (n. a Digione il 2 nov. 1861) ha insegnato nell'Università di Aix-en-Provence dal 1897 al 1926, anno in cui si ritirò dall'insegnamento, causa una grave infermità di occhi. La sua attività è continuata tuttavia instancabile e feconda. Profonda e vasta la sua influenza nella filosofia contemporanea ed anche nel pensiero teologico e religioso specie in Francia. Egli è fra i maggiori pensatori cattolici del nostro secolo.

Esordì con il volume L'Action (Parigi 1893), celebre tesi di dottorato che suscitò interessi e giudizi contrastanti già in sede di discussione alla Sorbona; e successivamente appassionate polemiche, rese più accese dalla controversia modernista. Il Blondel chiarì e difese il suo pensiero (gli scritti sono stati tradotti in italiano con il titolo di Storia e Dogma, Firenze 1924) sia dalle critiche degli scrittori cattolici che dai travisamenti intemperanti e dalle appropriazioni gratuite dei modernisti (ad es., il Laberthonnière). Ci sono voluti più di cinquant'anni di intensa meditazione perché il Blondel dispiegasse intero il suo pensiero, chiarisse alcune affermazioni sospette e dimostrasse che la sua è una filosofia e non una semplice apologetica. Le tappe intermedie sono segnate dai seguenti scritti: Le procès de l'intelligence (Parigi 1921), Qu'est ce que la mystique? (ivi 1925), Le problème de la philos. catholique (ivi 1932), L. Ollé-Laprune (ivi 1932), oltre che dal volume Une énigme historique «Le vinculum substantiae», d'après Leibniz (ried. nel 1930); mentre la sistemazione completa e definitiva è data dalla trilogia: La Pensée (2 voll., Parigi 1934), L'Etre et les êtres (ivi 1935), L'Action (2 voll., ivi 1936-37), di cui il primo del tutto nuovo ed il secondo rielaborazione dell'Action del 1893. Coronamento della trilogia sono i 3 voll. di La philosophie et l'esprit chrétien, di cui fino ad ora solo due sono stati pubblicati (Parigi 1944 e 1946). Tra gli altri numerosi scritti ricordiamo ancora la Lutte pour la civilisation et la philosophie de la paix (Parigi 1939; 2ª ed. ivi 1947).

La prima Action reagì ad un determinato e diffuso ambiente filosofico e culturale e precisamente al dilettantismo soggettivista del Renan e al positivismo del Taine, come a un neocristianesimo, progenitore della crisi modernista. In quell'ambiente maturò il problema dell'a. La speculazione meramente teoretica o «nozionale» apparve al Blondel inadeguata all'esenziale della vita e al contenuto immenso di quel che l'a. può realizzare. L'Action, è uno degli episodi essenziali della critica (che il Blondel ha successivamente continuato) del determinismo scientifico, del positivismo, del cosiddetto idealismo positivista e dell'idealismo. Tutto lo sforzo del Blondel è stato di approfondire l'integrale dinamismo dello spirito, sollecitato, stimolato dal di dentro a trascendersi non

verso una qualunque cosa, ma verso una pienezza di realtà spirituale che gli è intima e gli sovrasta, per cui essa è non un di fuori, ma vita della sua vita spirituale e pur trascendente.

Ogni essere ragionevole, dice il Blondel, aspira a costituire una certa unità interiore. L'unità spirituale è «dinamica» e non statica, «concreta» e non astratta, non è un dato ma un termine. La filosofia procede dal presentimento di questa unità, ma il suo cammino è arduo. Si tratta di realizzarla conservando i rilievi dell'esperienza: fondare la diversità nell'unità, la coerenza nell'eterogeneità. Problema totale della filosofia totale, in quanto esso investe l'esperienza esteriore, l'ordine dell'universo, la vita intellettuale, morale e religiosa. Può trovarsi la soluzione del problema nel regno della pura logicità? Il Blondel dice di no: lo spirito incontra delle resistenze in se stesso, delle contraddizioni latenti, reali e tenaci, che nessuna mediazione puramente logica può comporre e che sono pertanto irriducibili a qualsivoglia artificio dialettico. Questo compito spetta all'a., che indirizza l'infinita potenza della libertà in una direttiva precisa, assoggetta la volontà nella «stretta semplicità di un esito unico». Il passaggio dall'intenzione all'esecuzione richiede uno sforzo per superare le difficoltà e impegna profondamente la stessa intenzione. Il dinamismo dell'a. risolve, anche se momentaneamente, l'antagonismo delle tendenze in una sintesi che integra le più diverse, accorda gli incompatibili, rifonde le energie per armonizzarle diversamente. L'a. è una concentrazione sistematica della vita diffusa in noi» (L'Action, II, p. 226). Essa è dunque costruttiva e creativa, è qualcosa di nuovo: impasta, modella le divergenze e le antitesi. Al contrario «la logica formale esclude, senza nulla ritenere, ciò che essa contraddice» (ibid., p. 478). Così il dinamismo dell'a. edifica la struttura dell'io, organizza la sintesi delle energie vive della sua vita complessa, converge verso lo stesso esito le forze divergenti.

Significa forse ciò abolire la «logica dei concetti»? No; significa semplicemente che vi è una logica più comprensiva, la logica della vita morale. La logica dell'esclusione è un momento funzionale della logica dell'integrazione. Sul puro piano logico o astratto i rapporti tra i possibili sono o di convenienza o di esclusione reciproca; sul piano dell'a., la quale tiene conto dell'opposizione logica dei contrari, i possibili che si escludono come concetti, s'integrano in una maniera più profonda nella sintesi che l'a. realizza con la sua efficacia costruttiva e trasformativa.

Da ciò consegue che la conoscenza non è tutto l'uomo: «agire è altra cosa ancora che pensare» (ibid., I, p. 106). Credere che il puro conoscere riveli tutto l'uomo è l'illusione idealista e di quel razionalismo che limita il tutto dello spirito nell'astratto concentrato di una formola. L'uomo, invece, per Blondel, si conosce veramente nell'a., perché solo in essa si scopre. L'a. abolisce dunque il pensiero? No, lo include in una prospettiva superiore e, quasi, lo potenzia. Anche la conoscenza ha un dinamismo essenziale, e pensare è già agire. Qui non si tratta di negare il valore del conoscere, ma di cogliere lo spirito in tutto il suo dinamismo, nella sua fecondità reale come iniziativa ed efficienza.

A che tende e dove porta il nostro dinamismo integrale? Al «principio universale di ogni bene», secondo un'espressione di s. Tommaso, il solo che possa soddisfare le richieste e gli appelli del nostro dinamismo, fine supremo «sul quale verrà se heurter la nostra vita e a decidersi il destino personale di ciascuno» (ibid., II, p. 178). Anche quando non è distintamente conosciuta, tale aspirazione è presentata. L'a. si esteriorizza, si realizza, s'individuizza, si fa persona, famiglia, società, patria, umanità, ma in ogni realizzazione particolare il suo bisogno di conoscersi e la sua vocazione morale sono spinti da un bisogno più profondo, soggiacente: la vocazione religiosa, il suo destino trascendente. È tale dinamismo che fa nascere la «persona» nell'«individuo». La persona si costituisce solo assegnandosi un fine extra-personale, tanti fini extra-personali, ma tutti suscitati dall'unico veramente supremo, verso cui convergono e che tutti li trascende, siano essi la famiglia, la società, la patria, l'umanità. Il fine assoluto che costituisce la persona è Dio: senza di Lui la persona ed i fini che essa realizza si perdono. Filosofare è seguire il dinamismo integrale dell'a.: è assecondare la nostra attitudine innata a cercare Dio, è scoprire il nostro essenziale desiderio di Dio, incarnarlo liberamente nella nostra vita, riconoscerlo e ubbidirgli. Più che esaminare quel che vi è di sensibile e di psicologico nella nostra esperienza, compito di una filosofia naturalistica e non ancora cristiana, la filosofia è chiamata ad assolvere un compito più alto, ad analizzare il dinamismo integrale dello spirito, gli elementi morali e religiosi dell'umanità esperienza. Il principio del dinamismo interiore è radicato nell'essere, in ogni essere, che, vivendo interiormente di esso, coglie nella norma che lo costituisce il suo processo di realizzazione, attraverso i momenti della conoscenza nazionale, della conoscenza reale e dell'a. fino a compiersi in Dio. Lo spirito o l'essere originario è l'implicite enveloppement che trascende sempre i prodotti della sua analisi.

Lo spirito è costituito da una dimensione originaria, che è garanzia della sua libertà, cioè della sua libertà scelta: l'incommensurabilità dell'infinito al finito. Ma tale incommensurabilità non potrebbe avvertire senza l'idea dell'infinito che nessuna esperienza esteriore o combinazione di concetti o processo di astrazione gli può mai dare, perché l'infinito di cui si parla non è quello naturalistico o formale. La presenza di tale idea consente allo spirito di non identificare il suo destino con quello delle cose, di poter misurare ogni cosa e trovarla sempre infinitamente più corta della misura incommensurabile. E allora egli può scegliere, allora dai determinismi parziali emerge la libertà e l'opzione è possibile. L'idea vivente dell'infinito affianca l'a. ed anima il pensiero. Prescindere da essa è dir di no al principio costitutivo del dinamismo integrale del nostro spirito, è tradire il nostro presentimento della realtà superiore, di Dio.

Pensiero, a., essere: tutto lo spirito, tutto il reale, non statici, ma dinamici di un dinamismo orientato dalla presenza di una Realtà trascendente, che è la sua causa e il suo fine. Nessun essere ha la possibilità di distruggere tale presenza. Essa lo sollecita, lo stimola, lo incalza: incalza la volontà e la costringe sempre ad oltrepassarsi, a non sostare, a vincere le resistenze, ad attuare il suo ritmo incessante con la loro cooperazione. Ma la «volontà volente» o profonda resta sempre sete di pienezza, perché mai può essere da sé quel che vuole essere, nell'atto di consentire alla perfezione reale, che le è presente e pur la trascende. Essa incalza il pensiero come «pensiero cosmico», come «pensiero psichico», come «pensiero pensante» in cerca di quella «coerenza totale» ed «unità universale», che tutti gli oggetti unificati non

riscono a realizzare; e perciò è sempre pensiero dato di una «deficienza congenita» ed in pari tempo inquieto di una «pienezza beatificante». Incalza gli esseri, ogni essere, in quanto l'esistenza è il loro aspetto esterno, ma non il loro aspetto interno, la loro consistenza, che non risiede in quel che di fatto essi sono in un dato momento, ma in una norma interna che li trascende e che costituisce la loro «vivente e segreta armatura» in cerca della loro vera e completa realizzazione». La persona si realizza oltrepassandosi: la sua «consistenza» è nel rapporto vivente di tutta se stessa con Dio.

La filosofia di Blondel ha un aspetto apologetico estremamente suggestivo: si tratta di stabilire, in via di ipotesi, la convenienza che sussiste tra l'ordine naturale e quello soprannaturale. Lo stabilire l'esistenza o no di questa eventuale armonia spetta alla filosofia. Ciò non significa affatto che il Blondel si proponga dimostrare che la filosofia deve ricongiungersi con la religione, nel senso di una continuità necessaria tra il processo naturale della ragione e il soprannaturale, ma semplicemente che la filosofia può trovare il suo compimento nel soprannaturale, restando filosofia. In altri termini: il processo della ragione ha in se stesso il suo compimento assoluto come pretende l'immanentismo puro? Se sì, la filosofia non è più distinta, ma è «separata» dalla religione e la Rivelazione è un superfluo dove la ragione non ha nulla da cercare e da trovare, perché tutto, cercando, ha trovato in se stessa. È la tesi del razionalismo autosufficiente. Invece, secondo il Blondel, proprio la filosofia più sviluppata e più critica non si chiude mai su se stessa in un circolo perfetto, perché il suo processo non è mai compiuto, perché il dinamismo interiore dello spirito la spinge sempre ad oltrepassare ogni appagamento parziale e che non può non essere parziale. È proprio il sens de l'immanence che «peut et doit nous conduire jusqu'à l'aveu d'une transcendance dont nous ne pouvons ni nous passer ni nous emparer comme s'il ne dépendait que de nous» (Le problème de la philosophie, p. 16). Dunque, non è teoricamente possibile una «filosofia separata» dalla religione, in quanto proprio la filosofia è aperta ab initrissco ad un completamento. Significa forse ciò che tale completamento deve essere necessariamente dato? Niente affatto: la necessità è da parte della filosofia, non da parte del soprannaturale. Il fatto che la filosofia riconosca di aver bisogno di un compimento significa solo che essa, acquistata coscienza della sua sufficienza non autosufficiente, e pur restando fedele a quel che è, trovi «conveniente» che vi sia un altro ordine e «si apra» al soprannaturale, che da parte sua resta assolutamente gratuito, di cui la filosofia non può esigere il necessario intervento, pur vedendo in esso il suo compimento, come le ha indicato il suo stesso movimento spontaneo. In conclusione, l'analisi della natura, non solo dell'a., ma anche del pensiero e dell'essere nella loro «solidarietà», mostra che il soprannaturale non è né superfluo né impossibile né contrastante con la natura e che perciò esso è «teoreticamente» concepibile nella sua assoluta gratuità.

La philosophie et l'esprit chrétien è il coronamento teologico del blondeliano «realismo integrale». La filosofia, che è solo filosofia, alla fine del suo processo si trova di fronte a degli enigmi (le «aporie» di Aristotele, le «antinomie» di Kant) che non può risolvere. Ma una «filosofia cristiana» (e tale vuol essere quella del Blondel) appunto perché cristiana, non con

ta sulle sole forze del pensiero, ma su altri aiuti. Tale aiuto, intellettualmente, viene dato sotto forma di mistero, «verità rivelata che lo spirito umano, lasciato alle sue sole risorse, non sarebbe stato capace di scoprire e di precisare con certezza; un segreto, che anche rivelato, resta impenetrabile nel suo fondo, quantunque non sia senza significato utile, illuminante e fruttuoso per noi; un insegnamento speculativo e pratico che, nel chiaroscuro in cui la fede e la ragione devono cooperare, ci permette di conoscere e di compiere il nostro vero ed intero destino» (La philosophie et l'esprit chrétien, I, p. 14). Ora, per il Blondel, vi è un'armonia, un ritmo che governa le due nozioni di enigma e di mistero, opposte e solidali (tra il naturale e il soprannaturale il rapporto è di simbiosi): «ritmo alternativo e propulsivo degli enigmi filosofici e dei misteri rivelati» (ibid., p. 30), questa la nuova forma della dogmatica cristiana che il Blondel propone e che (salvo qualche imprecisione) è stata riconosciuta nuova ed ortodossa. Essa riconosce l'autonomia essenziale del naturale (Filosofia) e del soprannaturale (Rivelazione) pur mettendone in evidenza la collaborazione: l'analisi della vita spirituale conclude a degli «enigmi» che solo i «misteri» della Rivelazione illuminano, sia pure in parte. Vi è nell'uomo una vocazione originaria alla vita soprannaturale, che non menona affatto la gratuità di quest'ultima. Nel movimento cicloidale dello spirito verso il suo destino supremo si trovano sempre l'uno di fronte all'altro: «enigma» filosofico e il «mistero» religioso, i due poli culminanti di quel combat spirituel, in cui si nasconde e si rivela il carattere della persona. Precisamente il Blondel vuol mettere in evidenza il contributo decisivo (e il solo valido) che il cristianesimo apporta alla filosofia nella soluzione del problema dell'esistenza, del suo significato e destino. Ma solo una filosofia integrale dell'a. può fornire la premessa indispensabile di un contatto con la verità cristiana: da un lato bisogna abbattere le barriere artificiali dell'orgoglio razionalistico e dall'altro vincere l'estrinsecismo teologico. Nel vol. I il Blondel mette in evidenza la simbiosi dei seguenti enigmi e misteri: enigma di Dio e mistero della Trinità; enigma dell'esistenza contingente e mistero della creazione; enigma del destino umano e mistero della vocazione soprannaturale; enigma della funzione mediatrice e mistero dell'Incarnazione; enigma della déchéance e mistero dello stato transnaturale; enigma della riparazione delle colpe e mistero della Redenzione. Nel vol. II sono trattati i misteri della Gloria, della Chiesa visibile, dei Sacramenti, delle Beatitudini, della Vita Eterna.

Quali che possano essere i dissensi intorno al modo di concepire i rapporti di natura e di soprannatura o la stessa filosofia ed il metodo di filosofare del Blondel, sembra doversi riconoscere nel «realismo integrale» un sincero e valido tentativo di una filosofia cristiana che tenga conto delle esigenze fondamentali del pensiero moderno. Filosofia essenzialmente concreta, della «conoscenza reale» (e non della «conoscenza nozionale»), aperta alla Rivelazione e al Dogma, ma pur sempre filosofia che riconosce l'efficacia della ragione e dell'intelletto in una logica dell'a. che li completa e li potenzia. E dunque filosofia dell'uomo integrale, che sembra ingiusto accusare di fideismo o di agnosticismo o di pragmatismo o anche di vero e proprio immanentismo.

BIBL.: J. Thamery, Les deux aspects de l'immanence et le probl. religieux, Parigi 1908; A. e Aug. Valensin, Immanence, doctrine et méthode, in DFC, II, coll. 569-79; E. P. Lamanna,

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