AZIONE CATTOLICA (A. C.). - Apostolato cattolico organizzato dei laici.
I. CONCETTO
In senso letterale la locuzione A. C. significa un atto conforme ai principi della religione cattolica. Ma l'uso comune e i documenti ufficiali della gerarchia ecclesiastica hanno in questi tempi designato con tal nome o le opere di apostolato svolte da associazioni religiose, o le associazioni stesse in quanto dedicate a tali opere. Nel primo senso Pio XI definì l'A. C.: « La collaborazione dei laici all'apostolato gerarchico della Chiesa ».Nel secondo senso lo Statuto generale dell'A. C. italiana del 1946 dice che essa è « l'organizzazione del laicato per una speciale e diretta collaborazione con l'apostolato gerarchico della Chiesa ». Bisogna anche notare che oggi, mediante forme varie di dipendenza e di coordinamento, si tende ad agganciare all'A. C. propriamente detta anche le associazioni che, pur avendo una organizzazione meno rigidamente modellate su quella gerarchica, fanno una azione di apostolato in qualche particolare settore, come, ad es., in Italia, gli Scouts, le A.C.L.I., ecc.
II. NATURA E FINALITÀ
L'A. C., sia in quanto apostolato individuale, sia in quanto apostolato organizzato, è inserita nell'economia della Redenzione stabilita da Gesù Cristo, per la quale i frutti di essa giungono agli uomini per il ministero di altri uomini. « Andate - disse il Maestro divino ai suoi Apostoli - ammaestrate tutte le genti, battezzandole... » (Mt. 28, 19).Ministero ufficiale e gerarchico quello degli Apostoli e dei loro successori, il Papa e i vescovi, col loro clero; ministero sussidiario e subordinato quello dei laici.
Ne consegue che le finalità dell'A. C. sono le finalità stesse della Chiesa. Scrisse Pio XI all'episcopato argentino (4 nov. 1931): « Nobilissimo è il fine dell'A. C. poiché coincide col fine stesso della Chiesa ». E Pio XII affermò: « Alta è la missione dell'A. C., come quella che presta il suo concorso al raggiungimento del fine stesso della Chiesa ».
Naturalmente a questo fine generale e supremo, che è l'avvento del Regno di Dio, sono connessi, come fini prossimi e parziali al fine remoto e generale, altri fini. Primo e fondamentale quello della formazione religiosa e morale dei soci, orientandoli e spronandoli ad una vita cristiana integrale. Secondo, e con una accentuazione tutta propria, l'A. C. vuol dare agli organizzati una visione apostolica della vita sì che ognuno si senta parte viva di un tutto - la Chiesa - da cui continuamente riceve e cui continuamente restituisce i beni spirituali. In terzo luogo, l'azione di apostolato vero e proprio in tutti i settori e verso tutte quelle direzioni nelle quali è di volta in volta più urgente la collaborazione dei laici all'azione della gerarchia.

In tempi nei quali l'organizzazione sta alla base di tutte le espressioni della vita, sarebbe causa di dispersione di forze e di scarsa efficacia di azione l'assoluta autonomia delle singole attività del bene. E dovendosi procedere all'organizzazione di queste forze dei laici messe a servizio della Chiesa, non poteva, in linea di massima, prescindersi dall'organizzazione stessa della Chiesa, che è cattolica e cioè universale e che oltre il primato universale del Papa, ha nelle singole nazioni le diocesi e le parrocchie, con la rispettiva missione dei vescovi e dei parroci. Da qui la base parrocchiale esistente in molti luoghi per l'organizzazione dell'A. C. Poi gli organi diocesani accanto al vescovo, e gli organi nazionali con funzioni coordinatrici e promotrici accanto ad un vescovo a ciò delegato dalla S. Sede, o eletto dall'episcopato della nazione, ovvero accanto ad un ente collegiale (Commissione episcopale) come ora in Italia.
Sotto il pontificato di Pio XI si ebbe anche un primo tentativo di organizzazione internazionale al centro della cattolicità, con l'Actio catholica, ufficio creato in Roma, ma che ha avuto scarsa funzione. Oggi si delineano forme di organizzazione per i singoli rami: come l'Internazionale delle leghe femminili cattoliche e la Pax romana già esistenti, e l'Interna-
zionale degli uomini e dei giovani di nuova istituzione (sett. 1948).
III. STORIA
Presa nel suo significato più largo si può ben asserire che l'A. C. è sempre esistita in seno al cristianesimo e che fa anzi parte della sua intima struttura. Essa ha costante attuazione fin dal momento in cui i benefici di Gesù resero pubbliche fra il popolo, non ostante le sue momentanee proibizioni, le meraviglie di cui erano stati essi stessi oggetto o testimoni. La collaborazione di laici, uomini e donne, nel preparare il terreno agli Apostoli, nel difenderli e sottrarli ai persecutori, nel farsi propugnatori essi stessi dell'Evangelo, nello smascherare gli eretici ed i falsi fratelli, sebbene piuttosto scarsa di particolari autentici, risulta mirabile da tutti gli accenni degli antichi storici. La loro carità vicendevole, il coraggio nella professione della fede e nel darne testimonianza col martirio erano il costante ed efficace suggello della santità della dottrina ed il più efficace coefficiente della propaganda. Col decadere invece della civiltà romana e col mutarsi dei rapporti pubblici e privati sembra quasi che l'operosità religiosa del laicato si eclissi un po' di fronte a quella tenace, sebbene talora nascosta, del clero e del monachismo; risorge invece col volgere dei tempi nuovi quando i grandi Ordini mendicanti, dei Francescani soprattutto e dei Domenicani, sanno suscitare energie nuove in difesa della fede, a conforto e protezione degli umili, dei poveri, degli infelici. Terz'ordini, confraternite, istituti assistenziali di genere diverso soverchiano quasi i provvedimenti più limitati e circoscritti dell'età antecedente. Provvidenze sociali come quelle degli «umiliati», corporazioni di arti e mestieri pervase sempre di spirito cristiano, formano il nuovo ambiente per opera appunto del laicato soprattutto maschile; l'elemento femminile vi contribuisce ancora in modo piuttosto indiretto, sebbene affiori sempre più una maggiore libertà di iniziative anche dal canto suo. Il Rinascimento, specialmente in Italia, perfezione ed allarga quanto ha ereditato dall'età precedente, meno certamente nel campo sociale delle corporazioni, in confronto del campo della beneficenza e della cultura. Accanto ai Monti di Pietà si hanno il movimento più vasto per le scuole gratuite di tutti i gradi, l'organizzazione più larga e perfetta della beneficenza a favore dei più miseri ed abbandonati, le «Compagnie della dottrina cristiana», in cui il laicato partecipa con l'iniziare, favorire, contribuire di persona e di sostanza.Ma è coi tumulti provocati dalla Rivoluzione Francese che ha inizio l'A. C. nel senso strettamente specifico della sua denominazione. Politica ed economia, scienza, filosofia, educazione cercano le loro basi, i loro motivi informatori nel razionalismo, nell'edonismo sfrenato. Le antiche vie dell'apostolato vengono in gran parte sbarrate: le corporazioni discolte, gli istituti religiosi soppressi, le scuole cattoliche chiuse. E sorge dal macchinismo invadente e dal capitalismo trionfante la questione sociale, con i primi apostoli rivoluzionari, le prime teorizzazioni socialiste, i tentativi insurrezionali.
Ma qua e là si delinea la controffensiva cattolica. In Italia si gettano i germi di quella che sarà in seguito l'A. C. moderna con le Amicizie cattoliche di Pio Brunone Lanteri che il Re piemontese scioglie nel 1828 come pericolose per lo Stato. Sopravvengono le energiche prese di posizione della Chiesa con l'enciclica Mirari vos di Gregorio XVI (1832) e poi col Sillabo di Pio IX (1864). I cattolici, avuta autorevolmente la linea sicura di marcia, tornano alla conquista di una società che fa di tutto per ignorare il cristianesimo. In tutte le nazioni europee la ripresa religiosa è quasi simultanea e vede i più bei nomi del clero e del laicato in fraterna collaborazione di sforzi. In Francia la Ligue catholique pour la défense de l'Église; in Belgio l'Union catholique; in Germania la Katholischer Verein; in Svizzera la Piusverein, in Inghilterra la Catholic Union, in Spagna l'Asociación de católicos per citare solo alcune iniziative del tempo. Questo ritorno dell'iniziativa cattolica tra il '48 e il '60 sfocia in un Congresso internazionale a Malines nel 1863, con i pionieri più illustri come il Montalembert, il Vaughan, il Mermillod e per l'Italia l'avv. G. B. Casoni di Bologna, che promuove poi in patria la prima organizzazione cattolica a carattere nazionale, chiamata Associazione cattolica per la libertà della Chiesa in Italia.
Queste varie organizzazioni cattoliche rimasero ancora, per oltre un decennio, prevalentemente nel campo della difesa della verità cattolica e promossero la vita cristiana dei soci. Erano i tempi che precedettero e seguirono la caduta del dominio temporale dei Papi, la lotta del Kulturkampf in Germania, la Comune di Parigi, e che nella mente di molti anticlericali dovevano essere gli ultimi palpiti di vita della Chiesa cattolica. Ma già i pionieri tracciavano le vie del pensiero sociale moderno, ispirato ai principi del Vangelo. In Germania nel '48 il parroco Ketteler, poi vescovo famoso, trattava del «concetto cristiano di proprietà» e nel '64 affrontava apertamente il tema «la questione operaia». In Svizzera un altro vescovo, poi cardinale, il Mermillod, gettava l'allarme fra i besti possidentes, prospettando nuovi doveri e nuovi diritti delle classi sociali, e fu sua anche una proposta al Concilio vaticano di condanna del socialismo e di affermazione delle leggi della giustizia e carità cristiana.
In Inghilterra un'altra figura di vescovo e cardinale, il Manning, che più di ogni altro vede chiaro e lontano, pone netto il problema ai cattolici di «uscire dall'Arca e agire sul mondo». Nell'America del nord un altro cardinale, il Gibbons, si fa difensore della nuova organizzazione I Cavalieri del lavoro insidiata e accusata anche di cattolici.
Con queste luci sul cammino l'A. C. imposta i suoi piani di lavoro sociale e le opere connesse. Per modo che quando, il 15 maggio 1891, è pubblicata la famosa enciclica Rerum navarum di Leone XIII, il terreno ideologico e pratico è pronto ad accoglierla.
Intanto però in seno alla Chiesa serpeggiano movimenti d'idee che turbano anche le coscienze dei cattolici militanti. In Francia c'era già stato, sotto Gregorio XVI, lo sbandamento e la defezione dell'abate di Lamennais, e ciò aveva servito ad epurare dalle scorie il fermento democratico e di rinnovamento sociale, cosicché i nomi del Lacordaire, del conte di Montalembert, del La Tour du Pin, del conte De Mun, stavano a rappresentare un vasto movimento di idee e di opere. In Germania la lotta scatenata da Bismarck, detta pomposamente Kulturkampf, dopo il 1870, non aveva che rinsaldato l'unione dei cattolici e dato modo al Windhorst, capo del centro cattolico, di erigersi tetragono contro il «cancelliere di ferro» e di batterlo e costringerlo alla abolizione delle leggi anticattoliche. Il tentativo di disgregazione interna per opera dei cosiddetti «vecchi cattolici» con alla testa il Döllinger, fu vano anche per queste circostanze esterne di lotta difensiva alla quale i cattolici dovettero far fronte.
L'Italia, dove la situazione politica era tutta particolare per i rapporti tra la S. Sede ed il governo, fu un terreno più propizio per seminare elementi di discordia. Ciò fu causa che Leone XIII nell'enciclica Graves de communi, mentre riconfermava gli indirizzi sociali dell'apostolato dei laici, richiamasse i più accesi, guidati da d. Murri, ad un senso di maggior disciplina. Pio X intervenne più tardi con l'enciclica Il fermo proposito, e fu un ritorno alle sorgenti spirituali e soprannaturali di tutta l'azione dei cattolici (v. I)).
La prima guerra mondiale ed il dopoguerra orientarono tutta l'A. C. verso opere di assistenza e di resistenza patriottica e poi di ripresa organizzativa. Questa ebbe il suo maggiore impulso sotto il pontificato di Pio XI, il grande pontefice che fu anche detto il Papa dell'A. C. Incominciando dalla sua prima enciclica, l'Ubi arcano Dei, sino alla morte, egli fece un'opera poderosa di chiarificazione dottrinale e di orientamento pratico di tutte le forze cattoliche del mondo. Ne seguì una regolamentazione più omogenea delle organizzazioni nazionali, una più viva aderenza di esse alla gerarchia ecclesiastica, pur conservando ogni nazione le particolarità imposte dalle circostanze locali.
Il periodo in cui la lotta contro i cattolici fu scatenata in nome di ideologie politiche totalitarie (fascismo e nazismo in Italia e in Germania, comunismo nel Messico e in Spagna), segnò la necessità per i cattolici di ritirarsi momentaneamente da talune posizioni avanzate, nel terreno sociale e politico, per difendere la sostanza dell'ideale cristiano di fronte allo Stato invadente e prepotente, in attesa di tempi migliori. Sopravvenuta la seconda guerra
mondiale, le organizzazioni cattoliche europee sentirono in pieno le disastrose vicende del conflitto. Impegnate da un lato a sopravvivere e dall'altro a svolgere una febbrile attività di assistenza materiale e morale alle popolazioni travagliate, ben meritarono della Chiesa e della Patria. Con la fine della guerra la ripresa organizzativa così come, nelle singole nazioni, lo sforzo di adeguarsi alle esigenze nuove dell'apostolato sono stati imponenti. Mentre in Europa dominano i problemi sociali, esasperati dalla miseria del dopoguerra, in America (nord e centro-sud) l'apostolato religioso morale impegna in modo accentuato le varie organizzazioni, così che, in questa svolta decisiva della vita sociale e politica del mondo, il laicato cattolico non è ai margini ma al centro dell'umanità in movimento, ed appare veramente il collaboratore della gerarchia nel preparare l'avvento del regno di Cristo.
IV. CONDIZIONI GIURIDICHE
Si possono considerare sotto due aspetti: quello del diritto interno della Chiesa e quello del diritto pubblico esterno.Il CIC non ha nessun canone riguardante l'A. C., perché anche là dove tratta De fidelium associationibus (cann. 684-725; V. ASSOCIAZIONE), legifera soltanto su quelle che per la loro costituzione rivestono un carattere strettamente ecclesiastico, mentre l'A. C. ha un carattere laicale. La posizione giuridica dell'A. C. va perciò desunta dalla fonte viva del magistero della Chiesa e cioè degli atti della gerarchia ecclesiastica. Da questi atti, e soprattutto da quelli della S. Sede, l'A. C. prende la sua fisionomia organizzativa, e in base ai medesimi regola i suoi rapporti con le altre associazioni esistenti nella Chiesa. In Italia essa è detta, dagli statuti approvati dalla S. Sede «'l'ordinamento principe' dei cattolici militanti».
Quanto alla posizione dell'A. C. rispetto alla comunità nazionale e allo Stato, la materia, assai delicata, è stata, sotto Pio XI, regolata con numerosi concordati. Poiché è della natura dell'A. C. essere fermento del corpo sociale attraverso un apostolato organizzato e di cui le alte direttive promanano dalla gerarchia ecclesiastica, appare evidente la facilità di urti e incomprensioni per parte dello Stato moderno a tendenze laiciste. Siccome l'appello generico alla libertà dei cattolici militanti nell'ambito della legge comune non è stato molte volte sufficiente, per le frequenti limitazioni e violazioni di tale libertà per parte dello Stato stesso, la S. Sede cercò tra le due guerre mondiali, di ottenere un riconoscimento esplicito delle organizzazioni cattoliche nei concordati stipulati. Così nel Concordato con la Lettonia (1922) si parlò per la prima volta di A. C., poi in quello con la Lituania (1927), con l'Italia (1929), con la Germania (1933), con l'Austria (1934). Ma di tutta questa solenne pattuizione ormai ben poco resta, per il crollo di quasi tutti gli stati contraenti. Il Concordato con l'Italia però è stato confermato dalla nuova Costituzione repubblicana all'art. 7. Non è dato prevedere se la via così iniziata, verrà ripresa e seguita; comunque è certo che, in regime di libertà e di democrazia, la miglior difesa dell'A. C. è l'A. C. stessa, efficiente e quindi capace di influenzare e determinare l'opinione pubblica e il legislatore.
V. CARATTERISTICHE COSTITUTIVE
Pur essendo cattolica, cioè universale, nei suoi motivi e nei suoi fini generali, l'organizzazione dei cattolici militanti alle dirette dipendenze della gerarchia si concreta in forme rispondenti alle tendenze e tradizioni delle singole nazioni. Tuttavia è facile rilevare alcuni caratteri comuni ed alcune differenze specifiche.Caratteristiche comuni. — L'A. C. è un'organizzazione di laici con «proprie e responsabili funzioni
esecutive» (Pio XII all'A. C. I., 1946). Ciò significa che, a differenza di quanto è proprio delle associazioni religiose, ai laici spetta, in A. C., l'onore e l'onere di tradurre in opere concrete di apostolato le direttive della gerarchia. Il sacerdote ha in tali organizzazioni la funzione di rappresentarvi l'autorità ecclesiastica, di procurare la formazione spirituale dei soci col promuovere le iniziative a ciò destinate, e infine di custodirvi la integrità dell'indirizzo per ciò che riguarda fede e costumi. Tutto il resto, sia in sede di studio che di organizzazione e di azione spetta ai laici.
L'A. C. è al di fuori e al di sopra dei partiti politici (Benedetto XV, 8 genn. 1919; Pio XI agli ordinari d'Italia, 2 ott. 1922; al patriarca di Lisbona, 10 nov. 1933; Pio XII al presidente della G. I. A. C., 12 marzo 1943. Cf. Concordati con l'Austria, la Germania, l'Italia, ecc.) pur facendo l'educazione sociale e politica dei suoi iscritti e la stessa azione politica quando la politica «tocca l'altare» (Pio XI, 20 sett. 1925). In tal caso la politica dell'A. C. è quella stessa della Chiesa, cioè azione religiosa in campo politico. Può darsi che in un determinato momento storico vi sia concordanza tra l'atteggiamento pratico dell'A. C. e quello di un partito politico, circa determinati problemi sociali, ma ciò non toglie nulla al valore del principio.
Differenze specifiche. — L'organizzazione accentrata è propria delle nazioni latine, fatta eccezione della Francia e Belgio, l'organizzazione decentrata è caratteristica dell'A. C. nei paesi anglosassoni.
Il carattere unitario e interclassista per cui, ad es., tutta la massa giovanile si organizza in una associazione nazionale, tutte le donne in un'altra, si riscontra in Italia, Spagna e nazioni iberoamericane, il carattere classista, la specializzazione organizzativa e quindi la forma federativa si ha nel mondo anglosassone.
Lo stesso va notato per la parrocchialità delle associazioni, intesa nel senso che il nucleo primo e fondamentale della struttura organizzativa si ha nella parrocchia e ciò si riscontra là dove la parrocchia è ancora una realtà di vita religiosa associata, come in Italia ed in alcune nazioni latine; mentre non si riscontra là dove la parrocchia o non è più o non è mai stata concretamente un ente vivo e comunitario sentito dai fedeli.
Più varie ancora sono le formole che strutturano i singoli rami di A. C. nelle varie nazioni, ma si tratta, qui più che mai, di quella adattabilità che è propria di ogni organismo sano e vitale. Si aggiunga che nella stessa nazione le diverse contingenze possono indicare formole organizzative nuove, pur rimanendo salve le caratteristiche fondamentali della struttura generale dell'A. C. Così è accaduto anche in Italia dopo la prima guerra mondiale, durante il regime fascista e nel dopoguerra (cf. la Storia dell'A. C. I. nel manuale di L. Civardi, II).
Storia: T. Veggian, Il movimento sociale cristiano nella seconda metà del sec. XIX, Vicenza 1902; F. Olgiati, La storia dell'A. C. (1865-1904), 2ª ed., Milano 1922; E. Soderini, Leone XIII, 3 voll., ivi 1932-33; A. De Gasperi, I tempi e gli uomini che prepararono la «Rerum Novarum», ivi 1945.
Diritto: cf. i più diffusi commentari del CIC al titolo De laicis; A. Perugini, Concordata virginia, Roma 1934; D. Menicucci, Natura giuridica dell'A. C., ivi 1936; J. N. Gienechea, Principia iuris politici, ivi 1939; V. Falzone, F. Palermo e F. Cosentino, La Costituzione della Repubblica Italiana, ivi 1948.
Luigi Cardini

(propr. A.C.I.)