BACONE (BACON, BACHON), RUGGERO. - Doctor mirabilis, francescano, complessa figura di filosofo, filologo e scienziato inglese, n. a Ilchester nella contea del Sommerset, nel 1214, data accettata dal comitato di Oxford per la commemorazione del settimo centenario della nascita di lui. A Oxford fu discepolo di R. Grosseteste, del quale B. tesse le lodi come d'uomo versato più d'ogni altro nelle scienze e particolarmente nella matematica e nella conoscenza del greco. L'operosità scientifica di questo grande maestro svegliò nello spirito dell'alunno l'interesse per la ricerca scientifica e per lo studio delle lingue. Conseguito il titolo di baccelliere nelle arti, B. si recò a Parigi, intorno al 1235. Dopo un probabile ritorno in patria, lo si trova di nuovo nell'Università parigina, fra il 1245 e il 1255, intento a seguire le lezioni dei magistri novi che vi avevano portato la filosofia e la scienza greco-arabica. Durante questo soggiorno in Francia conobbe
Pietro di Maricourt che l'inizio alla conoscenza di molti segreti della natura, e Guglielmo Alverniate, la cui dottrina sull'illuminazione divina dovette lasciare nel suo animo una traccia profonda.
A questo periodo della sua vita appartengono, insieme con alcuni trattatelli su argomenti speciali, i commenti ad opere aristoteliche, dettati certamente dalla cattedra come magister artium. Essi sono: il commento alla Metafisica, le Quaestiones supra XI Primae Philosophiae, le Quaestiones supra libros quatuor Physicorum, le Quaestiones supra libros octo Physicorum, la doppia serie di Quaestiones supra libros Primae Philosophiae, le Quaestiones sul Liber de plantis, sul De causis, sul De sensu et sensato, la Summa de sophismatibus et distinctionibus, la Summa Grammaticae, le Summulae dialecticae, l'opuscolo De rebus medicinalibus, e forse l'Epistola de secretis operibus naturae.
Nel 1255, o pochi mesi dopo, sull'esempio d'altri maestri inglesi, entrò nell'Ordine francescano, non ostante la violenta campagna che contro gli Ordini mendicanti avevano scatenato a Parigi i maestri secolari della facoltà di teologia. A B., come ritiene con molta verisimiglianza il p. Delorme, dovette esser diretta la lettera di s. Bonaventura ad magistrum innominatum, nella quale il dottor serafico dimostra calunniose le accuse mosse ai Mendicanti. Trascori in Inghilterra i primi sei o sette anni dalla sua conversione, B. fece ritorno nel 1262 a Parigi, senza che per altro la sua operosità scientifica potesse manifestarsi, per difficoltà frapposte da anteriori disposizioni dell'Ordine. Ma l'elezione di Clemente IV, ch'egli aveva conosciuto legato papale in Inghilterra, rimosse queste difficoltà. Il nuovo papa, il 22 giugno 1266, lo sollecitava da Viterbo a non tralasciare le ricerche e a mandargli al più presto l'opera cui attendeva, «non obstante praeccepto praelati cuiuscunque contrario, vel tui ordinis constitutione quacunque».
Per soddisfare al desiderio del pontefice, redasse con febbrile alacrità l'Opus maius e, subito dopo, l'Opus minus, cui tenne dietro a breve distanza l'Opus tertium e un trattato De radiis (oggi perduto), destinati tutti e quattro al Papa, sebbene la morte di questo, avvenuta il 29 nov. 1268, non consentisse all'autore di inviarli tutti. Ciò è attestato dallo stesso B. (Op. tert., ed. Brewer, cap. 17), il quale nell'allestire in gran fretta queste quattro opere, pensava a quel lavoro di gran lena o Scriptum principale, di cui gli scritti indirizzati al pontefice dovevano essere soltanto un saggio.
Anche dopo la perdita di tanto protettore, B. continuò la sua attività scientifica e compose, durante il pontificato di Gregorio X (1271-76), il Compendium studii philosophiae, e insieme con questo negli anni successivi, i Communia naturalia (in cui s'accenna esplicitamente al piano della Scriptura principalis, la quale doveva comprendere, in quattro volumi, la grammatica e la logica, la matematica, la prospettiva insieme con la filosofia della natura e le scienze sperimentali, infine la metafisica e la morale), il De multiplicatione specierum, il De coelestibus, le grammatiche greca ed ebraica (di cui sono stati pubblicati solo dei frammenti) e il Tractatus brevis in Secretum secretorum ed altri minori. Ultima sua fatica fu il Compendium studii theologiae, composto, a quanto pare, nel 1292, poco prima della sua morte, avvenuta verosimilmente un paio d'anni dopo.
Sulla tardiva attestazione della Chronica XXIV generalium (in Anal. francisc., III, Quaracchi 1897, p. 360), è stato diffuso il racconto della condanna della dottrina di frate R. B., per «sospette novità», da parte del generale dell'Ordine, fra Girolamo d'Ascoli, il quale l'avrebbe pure fatto imprigionare, ordinando che nessuno ne seguisse gl'insegnamenti riprovati. Di tutto questo nessuna traccia negli archivi dell'Ordine, né in quelli papali e nemmeno in scrittori contemporanei.
Per trovare una giustificazione al racconto della Chronica, il Mandonnet ha supposto che a B. sia da attribuire lo Speculum astronomiae, stampato fra le opere di Alberto Magno, e che appunto per questo scritto, che lo storico domenicano ritiene composto nel 1277, nel momento della condanna dell'avverroismo, l'autore venisse censurato e imprigionato. Se non che l'ingegnosa ipotesi si rivela infondata, sia perché lo Speculum non contiene alcuna dottrina degna di censura, sia perché essa si confà più all'indole di Alberto che a quella di B., se pure non è da attribuire a maestro Filippo, cancelliere dell'Università di Parigi, al quale era attribuito da alcuni, secondo il codice Ambrosiano I, 65 inf., f. 82ʳ.
Nel pensiero di B. contrastano due tendenze che, a prima vista, parrebbero opposte: un accentuato interesse per la scienza sperimentale, e il bisogno non meno pronunciato di una verità più alta che ha le sue radici nella Rivelazione divina. Per la prima tendenza, egli è l'alunno del Grosseteste e di Pietro di Maricourt; per la seconda, invece, è il confratello dei maestri francescani, da Adamo Marsh a Ruggero Marston.
Dalla prima tendenza egli è portato a rivolgere la sua attenzione a tutte le branche del sapere umano, a frugare in tutti gli angoli della natura, a scrutare il moto degli astri, la vita degli organismi terrestri, le combinazioni degli elementi, a tentare l'occulto per obbligarlo con l'arte a svelare i suoi segreti. Per questo carattere enciclopedico nessuno gli assomiglia più d'Alberto Magno; ma mentre il sapere del domenicano di Colonia è in gran parte raccogliticcio e spesso farraginoso, la scienza del francescano inglese è avviata invece da frequenti osservazioni originali e da felici intuizioni che desturono sempre il più vivo interesse. Ben maggiore, inoltre, è in Alberto la credulità a tutte le storie meravigliose, pur riconoscendo che anche B. non è riuscito a liberarsi dei più comuni pregiudizi del suo tempo. La cospicua somma che questo dice d'avere speso (Opus tertium, ed. Brewer, p. 58) «propter libros secretos, et experientes varias, et lingua, et instrumenta, et tabulas, et alia», dimostra lo sforzo da lui sostenuto per acquistare una certezza più solida che non fossero le opinioni divulgate. Al raggiungimento di questa certezza non necessarie l'esperienza e le matematiche. Perciò egli ricorda con onore Roberto Grosseteste e frate Adamo Marsh, insieme con molti altri, «qui per potestatem mathematicae sciverunt causas omnium explicare» (Opus maius, ed. Bridges, I, p. 108). Quanto all'esperienza, egli non si contenta dell'osservazione volgare, che s'arresta alla superficie e all'apparenza sensibile, ma insiste sull'esperienza metodica, aiutata da opportuni strumenti, e sull'esperimento che verifica e accerta i fatti presi ad osservare (v. in proposito R. Carton, op. cit. in bibliografia). Accertati i fatti per mezzo dell'esperienza, è consentito di completarli col ragionamento matematico, risalendo alle cause, e da queste induttivamente stabilite, ridiscendendo, per via di deduzione, agli effetti. Così esperienza e ragionamento matematico s'aiutano a vicenda e costituiscono i due momenti del metodo scientifico. L'opinione volgare e spesso anche quella dei dotti, quando non sia verificata con l'esperienza e il ragionamento matematico, più che un aiuto costituisce un intoppo a raggiungere la verità. In tal modo, senza che s'attribuisca a B. un sapere molto più esteso di quello posseduto dai suoi contemporanei, può dirsi che nessuno più di lui dominò la scienza del suo tempo, nessuno ne stabilì con più chiara consapevolezza il buon metodo, anche se, come del resto avverrà più tardi al suo connazionale Francesco Bacone, non sempre riuscì ad applicarlo e più d'una volta fu vittima egli stesso di non pochi idola fori e theatri, quali l'astrologia giudiziaria e l'efficacia degli incantesimi.
Le incertezze e le oscurità del testo aristotelico in quelle traduzioni latine che egli giudicava meritevoli d'esser date alle fiamme, e fors'anche un acuto bisogno di conoscere meglio la scienza dei greci e di penetrare nel mondo arabico e giudaico, per carpirne i tesori ancora celati all'occidente, lo stimolarono ad apprendere il greco e a cimen-
tarsi con le lingue orientali. Lo studio del greco e dell'ebraico dovette apparirgli di capitale importanza quando s'accorse delle gravi difficoltà che presentava l'interpretazione della Bibbia nella Volgata latina.
Ma se da un lato B. fa presentare il rinnovamento della scienza sperimentale, sì da essere stato considerato il precursore medievale di Galileo, di Francesco Bacone e di Cartesio, v'è un altro aspetto della sua complessa personalità che meglio ce lo fa avvicinare a Biagio Pascal. Come l'incontro con i giansenisti svegliò nell'animo di Pascal tutto preso dall'interesse per la ricerca fisica e matematica, un acuto bisogno di fede che supplisse alle deficienze della ragione ragionante e lo ricondusse ad abbeverarsi alla grande sorgente del pensiero agostiniano, così l'incontro con il francescanesimo scoprì a B. una più alta verità che non fosse quella dell'esperienza fisica, e ad essa egli rivolse l'animo inquieto. Come Pascal, anche B. ha visto che l'uomo ben poche cose può conoscere con le sole sue forze, senza l'aiuto del magistero divino. Il mistero avvolge da ogni parte il breve orizzonte della vista mortale. Senza la continua illuminazione della luce divina, l'occhio della mente umana resterebbe sepolto nelle tenebre. Divina è la luce che accende in noi il lume di ragione, come gli aveva insegnato frate Adamo Marsh, quando affermava che l'intelletto agente d'Aristotele è il corvo d'Elia « volens per hoc dicere quod fuit Deus vel Angelus » (Op. tert., pp. 74-75), e come penserà anche un altro suo confratello, inglese come lui, Ruggero Marston, e, prima di tutti costoro, aveva sostenuto Guglielmo Alverniste. Divine altresì sono quelle ispirazioni che rischiarono di continuo la nostra esperienza interiore, e delle quali egli distingue sette gradi, dalle illuminaciones pure scientiales, su su fino al rapimento estatico. E divina anzitutto è la Rivelazione che Dio concesse ai primi uomini, di quanto occorreva a soddisfare il desiderio umano di sapere. Questa primordiale Rivelazione divina, senza della quale è impossibile la soluzione dei più ardui problemi filosofici, è stata trasmessa in succinto all'umanità dai patriarchi e dai profeti del popolo ebreo, per mezzo della S. Scrittura; invece presso gli altri popoli essa è stata offuscata da innumerevoli errori. Scopo della filosofia è appunto quello di rintracciare, con lo studio dei filosofi antichi, le verità disperse e frammentarie di quella prima sapienza rivelata. La filosofia perciò, come muove dalla Rivelazione, così è ordinata alla riconquista della prima integrale Rivelazione per mezzo della teologia. Il progresso storico dell'umanità è un ritorno e una riscoperta.
Ma la teologia, qual'era studiata ai suoi tempi, sembrava a B. macchiata da sette vizi, dai quali avrebbe voluto vederla purgata (Op. minus, ed. Brewer, p. 322 sgg.). Questi vizi si possono ridurre all'incompetenza dei maestri di teologia nel trattare di cose scientifiche e filosofiche di cui si mostrano ignoranti, quando accade loro di fare incursioni in un campo sconosciuto; all'immeritata autorità di cui godono taluni di questi maestri; alla preferenza accordata al Liber sententiarum di Pietro Lombardo sulla S. Scrittura, agli errori della Volgata e alle false interpretazioni del testo sacro. Lo studio del greco e dell'ebraico, come quello delle scienze e della matematica avrebbe dovuto servire, nell'intento perseguito da B., a preparare i teologi alla lettura della Bibbia nel testo originale, e ad una retta interpretazione della parola divina.
Come l'« esprit de finesse » scopre a Pascal quello che l'« esprit géométrique » non riesce a discernere,
così l'esperienza interiore, nel mistico contatto con la luce divina che brilla nei penetrali della coscienza, compie nel pensiero di B., l'esperienza fisica e ne corregge le illusioni. Contro gli averroisti che parevano contrapporre le verità di ragione alle verità di fede, egli non si contentava di subordinare tomisticamente la filosofia alla Rivelazione, ma ne affermava quella inscindibile unità, che è caratteristica del pensiero agostiniano. E come non c'è verità fuori della Rivelazione divina, così la Chiesa cristiana, custode e interprete della divina parola, ha la missione di condurre l'umanità alla salvezza per mezzo del Cristo che è la stessa Sapienza di Dio. Il Cristo e la Chiesa sono pertanto il centro della storia umana. Da questo concetto B. deduce una specie d'imperialismo religioso d'ispirazione anch'esso tipicamente agostiniana, ma che si colora ad un tempo della dottrina teocratica d'Innocenzo IV e di riflessi delle teorie apocalittiche che avevano preso a diffondersi tra i francescani. Le idee sulla prossima venuta dell'Anticristo e sulla necessità di una riforma della Chiesa gl'ispirano espressioni veementi, invettive quali risuoneranno fra poco nel canto dantesco e atteggiamenti di profeta che contrastano in modo strano con l'abito del matematico.
È appunto per questi forti contrasti, che la figura di B. è eminentemente rappresentativa del periodo storico cui è legata e nel quale fecondi germi di vita nuova covavano sotto la crosta, che già si screpolava, d'inveterati pregiudizi.
Edizioni: Fr. R. B. Opera quaedam hactenus inedita, ed. J. S. Brewer, Londra 1859 (contiene l'Op. tert., l'Op. minus, il Compendium philosophiae, tutti e tre frammentari, e, in appendice, l'epistola De secretis operibus artis et naturae et de nullitate magiae); J. H. Bridges, The Opus maius of R. B., 3 voll., Oxford 1897-1900 (la dedicatoria fu trovata e pubblicata da F. A. Gasquet, An unpublished fragment of a work of R. B., in The engl. hist. Review, 12 [1897], pp. 494-517); P. Duhem, Un fragment inédit de l'Opus tertium de R. B., Quaracchi 1909; A. G. Little, Part of the Op. tert. of R. B. (British Society of Franciscan Studies, 4), Aberdeen 1912. R. Steele ha iniziato a Oxford, nel 1905, la pubblicazione delle Opera hactenus inedita R. B. ancora in corso; sono usciti finora i seguenti fascicoli: 1. Metaphysica e De vitiis contractis in studio theologiae; 2-4. il primo e il secondo libro dei Communia naturalia e il De caelestibus; 5. Tractatus brevis in Secretum secretorum; 6. il Compotus (che per altro non sembra appartenere a B.); 7. Qq. supra undecimum Primae philos.; 8. Qq. Supra libros quatuor physicorum; 9. De retardat. accidentium senectutis (di cui è impugnata l'attribuzione) ed altri opuscoli De rebus medicinalibus; 10. Qq. supra libros Primae philos.; 11. Qq. alterae supra libros Primae philos.; Qq. supra librum de Plantis; Metaphysica vetus Aristotelis; 12. Qq. supra librum de causis; 13. Qq. supra libros octo Physicorum; 14. Qq. supra librum de sensu et sensato, Summa de sophismatibus et distinctionibus, Summa grammaticae; 15. Summulae dialectices. Compendium studii theologiae, ed. H. Rashdall (Brit. Soc. of Franciscan Studies, 3), Aberdeen 1911. - The greek grammar of R. B. and a fragment of his hebrew grammar, ed. E. Nolan e S. Hirsch, Cambridge 1902; Specula mathematica, De speculis, ed. J. Combach, Francoforte 1614; Perspectiva (edita dallo stesso), ivi 1614.
de R. B., ivi 1924; F. Überweg-P. Geyer, Grundriss der Gesch. der Philos., II, 11ª ed., Berlino 1928, pp. 466-73, 760-61 (con ampia bibl.); M. De Wulf, Histoire de la philos. médiév., II, Lovania-Parigi 1936, pp. 270-82 (con bibl.); A. Zancanella, R. B. La sua personalità e la sua opera scientifica, in Giornale Dantesco, 41 (1940), pp. 91-134.