BARCUCH (EBR. «BENEDETTO»)

BARCUCH (ebr. «benedetto»). - Figlio di Neria, segretario di Geremia (v.), di cui scrisse gli oracoli, e suo fido compagno nell'assedio di Gerusalemme (Jer. 32, 12-16; 36, 4-32; 43,3). Per la sua fedeltà al grande profeta, Dio gli assicurò una protezione speciale (Jer. 45,5). Dopo l'uccisione di Godolia (v.), seguì Geremia nell'Egitto (Jer. 43,6). Sembra che abbia chiuso i suoi giorni tra gli esuli di Babilonia, dove trovavasi nel quinto anniversario della caduta di Gerusalemme (Bar. 1,1-2). In tale data (581 a. C.), compose il suo breve scritto, che poi lesse in presenza di Gesù, penultimo re di Giuda, e dei nobili e del popolo, allora esuli presso il Sodi, canale di Babilonia (1,3). Indi alcuni messi, con una colletta di denaro portarono a Gerusalemme anche il libretto di B., affinché si leggesse dai superstiti in una delle solennità (1,6.14).

LIBRO DI B. - Prima parte: dopo un proemio storico (1, 1-15 a), commovente preghiera (simile a quella di Dan. 9, 4-20) in cui si riconoscono le colpe dei padri e dei loro figli, ora esuli per meritato castigo di Dio, di cui s'invola la misericordia che perdona, la potenza che salva, si loda la sapienza somma e unica, ben diversa da quella umana (1,15b-4, 4).

Nella seconda parte (4, 5-5, 9) il profeta dapprima fa parlare Gerusalemme ai suoi figli schiavi tra i Caldei, e infine egli stesso rivolge parole confortatrici alla città della esaltandone la futura gloria e predicando la redenzione dei suoi figli.

Il capo 6 (ultimo) contiene una lunga Lettera di Geremia, che nei Settanta segue le Lamentazioni di Geremia.

Possediamo il solo testo greco dal quale derivano le versioni antiche e, precisamente, le siriache pēšītā (II sec.) e siro-esaplare (VII sec.), e l'antica latina (II sec.) che passò intera nella nostra Volgata.

Che il libro, nonostante il dubbio manifestato da S. Girolamo (PL 28, 904), sia stato composto in lingua ebraica, può desumersi da una nota giustificativa ripetuta tre volte nella versione siro-esaplare (I, 17; 2, 3): «Questo (passo) non si trova nell'ebraico»; si allude molto probabilmente all'ebraico originale. Talvolta si citano lezioni varianti Teodozione (v.) che si basava unicamente sul testo ebraico. Inoltre nel testo greco dei Settanta riscontriamo alcuni ebraismi (2, 6. II. 26; 5, 6) e persino erronee interpretazioni dovute alla lingua semitica della fonte; ad es., 1, 22: ἐπῳδέσθαι «o operare» in luogo di «servire» agli dèi stranieri (l'ebraico 'ābhādh ha infatti i due sensi'); 4, 20: «sacco della supplica» per «sacco della penitenza»; così ancora 1, 10; 2, 18. 25. 29. Inoltre i brani poetici seguono la nota legge del paralelismo semitico.