BARTOLI, Daniello. - N. a Ferrara il 12 febbr. 1608, m. a Roma, al Gesù, il 13 genn. 1685. Non ancora sedicenne, il 10 dic. 1623 entrò tra i Gesùti che di lui, gracilissimo per complessione, ma d'ingegno acuto e di indole mite, presero a fare uno dei loro più insigni per merito di apostoliche virtù e per averla suscitata nel trattare la storia e la prosa italiana. Ricevuto appena nel noviziato di Novellara, bramò, come leggesi in una delle sue, del 2 febbr. 1627, di consacrarsi « alle fatiche delle Indie et al desiderato fine della divina gloria nel martirio ». Quindi durante tredici anni, una o più volte l'anno, supplicò il generale Vitelleschi che lo mandasse a propagare la fede, così scriveva, « dove pericoli maggiori e maggiore occasione vi fosse di patire e morire negli stenti o esser ammazzato, là più sentendosi colla divina gratia, animato ad andare ». Compiuti a Parma gli studi filosofici e teologici, e ordinato sacerdote in Bologna il 1636, invece delle sospirate Indie ebbe a campo d'apostolato l'Italia.
Lesse dapprima filosofia, ma per brevissimo tempo, in Parma; quindi, occorsa necessità di un valente quaresima, gli si fece lasciare la cattedra per il pulpito. Trecici anni continuò predicando quaresime e avventi, una e talora più volte, in Ferrara, Genova, Lucca, Firenze, Roma, Napoli, Messina, Palermo, Malta, con fama di eccellente oratore e largo frutto spirituale negli uditori, fino a quando nel 1649 il nuovo generale Vincenzo Carafa lo volle storiografo dell'Ordine. Così a quarantadue anni, lasciato il pergamo, dove stava per succedergli Paolo Segneri, intraprendeva l'apostolato della penna con certezza del più felice successo. Poiché se anche non era suo il Saggio di poesie morali, pubblicato in Bologna nel 1642 sotto il nome di Giov. Battista Bartoli, L'uomo di lettere edito nel 1645 per ritrarre i giovani dalla lettura dei romanzi, dava fondata congettura che la sua viva parola con tanto plauso ascoltata dal pergamo non meno gradita e fruttuosa riuscisse letta nei libri.
La Compagnia, la cui storia universale accingeva a scrivere, contava allora un secolo e un decennio di vita; tempo bastevole per porgere allo storico copiosa e varia materia. Ad elaborarla con ordine e chiarezza volle, così egli stesso ci informa, appigliarsi alla vulgatissima divisione delle quattro parti del mondo, suddivise nelle regioni dove l'Ordine aveva più lavorato alla salute delle anime. La inizio con un maestoso vestibolo o, come egli lo chiamò, fondamento di tutta l'opera » che furono i cinque libri della vita e dell'istituto di s. Ignazio fondatore della Compagnia di Gesù, pubblicati in Roma dal Manifli il 1650. Gli tennero dietro negli anni 1653, 1660, 1663, 1667, 1673 altri cinque volumi in-folio, come il primo, tre per Asia (India, Giappone, Cina), due per l'Europa (Inghilterra, Italia). Da ciò si vede che l'Historia universale, come l'aveva annunciata, rimase in gran parte incompiuta, nonostante per ben trentacinque anni, salvo il triennio del rettorato nel Collegio Romano (1671-73), stesse sempre con la penna in mano. Vero è che in questo si lungo tempo trattò non pochi soggetti anche nel medesimo campo storico.
Tali furono le cinque, non tanto biografie, quanto storie della vita di insigni suoi confratelli, cioè: del p.
DELLA VITA E DELL' ISTITUTO DI S. IGNATIO FONDATORE DELLA COMPAGNIA DI GIESV LIBRI CINQUE DEL P. DANIELLO BARTOLI Della medesima Compagnia.
BARTOLI, DANIELLO - Frontespizio dell'opera: Della Vita e dell'Istituto di s. Ignatio, Roma 1650.
Vincenzo Carafa (1651), di s. Stanislao Kostka (1670), di s. Francesco Borgia (1671), di Niccolò Zucchi (1672); di s. Roberto Bellarmino (1678). A questi vanno aggiunti i cinque volumi Degli uomini e dei fatti della Compagnia di Gesù, composti negli ultimi anni del vivere suo a modo di annali, per gli anni dal 1540 al 1590, nei quali narrò raccontare le vicende dell'Ordine inserendovi fedeli profili di parecchi Gesuiti altamente benemeriti della Chiesa. Così poté descrivere compendiosamente quanto la sua religione aveva operato nel Congo, nel Monomotapa, nel l'Etiopia, in Brasile, nella Florida, nella Spagna e in Germania, argomenti non delibati nei cinque volumi dell'Historia universale.
Il lungo e copioso suo lavoro nel campo storico non esaurì al B. la vena esuberante del suo ingegno.
Anche dalla filosofia, dall'ascetica, dalla fisica, dalla filologia, attinse utili soggetti che seppe trattare con nobiltà di sentimenti, con acume di riflessione, con argomenti di sentimento e con meravigliosa varietà di frasi e modi di dire eleganti e quasi sempre lontani dalle stranezze del tumido Seicento. Ben 12 volumi divulgò nelle menzionate discipline; quali, a ricordarne i principali: La povertà contenta (1650), L'uomo al punto (1667), Dell'ultimo e beato fine dell'uomo (1670); Delle due eternità (1675); Delle grandezze di Cristo (1675); Dei simboli trasformati al morale (1677); tutti più volte ristampati sino al 1850. In queste opere trasfuse, adattandolo alla lettura, non piccola parte del quaresimale sparito nel naufragio che fece sulle coste di Capri il 1649 quando recavasi a predicare a Palermo.
Ebbe il B. dopo la morte una sorte, se non unica, certo rara. Per più di un secolo e mezzo, fino alla seconda metà dell'Ottocento, fu concordemente levato al cielo; ricordisi l'appellativo di «terribile» di tagli dal Giordani, e con questo gli encomi ai lui tributati dal Monti, dal Leopardi, dal Galeani Napione, dal Gargallo, dal Tommaseo, e da altri loro coetanei.
Senonché, proclamato il regno d'Italia, forse a cagione delle passioni politiche, si passò da un estremo all'altro. Per un De Sanctis, un Settembrini, e tutto un fascio di critici della letteratura italiana, eccettuato il Carducci e qualche altro, il B. fu (il De Sanctis così lo definì) «un rètore e moralista astratto del Seicento», e il Bonghi non si perito di chiamarlo «scrittore nullo, mancante di pensiero, di vita e di verità, affastellato, farraginoso, senza coerenza, senz'ordine, d'uno stile posticcio e artificioso, d'una lingua copiosa sì, ma mescolata ed accozzata senza discernimento» (Lettere critiche, Napoli 1884, p. 157).
E questo quanto allo stile e alla lingua; rispetto poi al valore storico delle sue opere stesse non sarebbero altro che storie, come ora dicono, romanzate, sullo stampo dei Recits de l'histoire romaine du Ve siècle, di Amedeo Thierry. Orbene questo giudizio può essere accettato soltanto da chi non mise mai a raffronto le pagine bortoliane con le fonti donde l'autore le derivò. Chi invece, prima di asserire intraprenda un così necessario raffronto, dovrà convincersi che il B. fu non solo eccellente prostatore, ma anche storico nello stretto senso della parola, espose vale a dire fedelmente ciò che le fonti, criticamente vagliate, gli attestavano. Ma, intendiamoci, narrò e descrisse da artista, perché tale l'aveva fatto Iddio.
Laonde rettamente osservò Antonio Belloni (B. [Collezione scrittori italiani], Torino 1931, p. 7): «le rappresentazioni, le descrizioni, i racconti del B. si hanno da giudicare come si giudicano i ritratti eseguiti da valenti pittori, i quali, mentre rendono sulla tela quanto più fedelmente possono, le fattezze della persona che loro posa dinanzi, le idealizzano nello stesso tempo per rivelarne l'anima, il carattere, gli ascoli sensi della mente e del cuore». Sembra pertanto che la critica novecentesca, faccia oggi per il ferrarese macchina indietro, ammettendo bensì in lui le imperfezioni immancabili, in ogni opera d'uomo, ma in fondo sentendo di questo sommo secentista come ne sentì Giacomo Leopardi quando scriveva: «Ovidio descrive, Virgilio dipinge, Dante (e così proporzionatamente nella prosa il nostro B.), a parlar con proprietà non solo dipinge da maestro in due colpi, e vi fa una figura con un tratto di pennello, non solo dipinge senza descrivere (come fa anche Virgilio e Omero), ma intaglia e scolpisce dinanzi agli occhi del lettore le proprie idee, concetti, immagini, sentimenti» (Zibaldone, IV, 289).