BECKWITH, JOHN CHARLES

BECKWITH, JOHN CHARLES. - Celebre propagatore del valdismo in Italia, n. nel 1782, da famiglia inglese, ad Halifax, nella Nuova Scozia (Dominio del Canadà), m. nel 1862.

Primo di 14 figli, all'età di 14 anni, secondo le tradizioni familiari, B. si arruolò nell'esercito inglese e prese parte alle guerre contro Napoleone I. Nella battaglia di Waterloo fu ferito in una gamba, che tre mesi dopo gli venne amputata. Nel 1827, nella biblioteca del duca di Wellington, casualmente trovò la Relazione di una escursione nelle montagne del Piemonte scritta dal benefattore dei valdesi, il canonico anglicano dr. Gilly. Ne comprò subito una copia, e la lettura lo spinse a visitare le valli valdesi, dove si recò nell'ott. dello stesso anno. Vi ritornò ogni anno fino al 1834, quando vi si stabilì definitivamente, mettendo su casa propria e sposando, nel 1850, una giovane valdese. Ivi dimorò poi, con poche interruzioni, fino al 1851, epoca in cui si trasferì a Torino, per seguire più da vicino la costruzione del primo tempio valdese fuori delle valli.

L'opera che svolse il B. tra i valdesi ebbe un influsso importantissimo nello sviluppo del valdismo in Italia. Quando egli arrivò nelle valli, vi era appena qualche scuola elementare. Con il suo denaro e la sua instancabile attività B. riuscì ad istituire una rete completa di scuole primarie, procurando che ogni villaggio vi concorresse o cedendo il terreno o somministrando i materiali. Ottenne dalla Tavola valdese, sotto il cui nome sempre procurava di procedere, che i salari dei maestri fossero aumentati, mandò alcuni giovani alla scuola normale di Losanna, per ottenere maestri graduati e stabilire tra i valdesi anche l'istruzione secondaria; costruì il collegio di Torre Pellice, dotandolo di biblioteca, e diede miglior andamento a quello di Pomaretto, fondato dal Gilly; ricostruì ed edificò nuove chiese e case, per il cui servizio fece venire le diaconesse istituite dal pastore Germond nel cantone di Vaud. Vedendo che i valdesi non capivano il francese dei loro libri liturgici e di preghiere, procurò loro l'edizione in italiano e in dialetto di alcune parti della S. Scrittura, e finalmente pubblicò una serie di libri, tra i quali anche uno sull'Apocalisse, molto ostile alla Chiesa cattolica.

In mezzo a tutti questi sforzi e lavori si andò maturando a poco a poco in lui l'idea di fare dei valdesi il popolo evangelizzatore dell'Italia, sostituendo la Chiesa cattolica con il valdismo, e, nella sua mentalità anglicana, sorse il duplice ideale: l'evangelizzazione dell'Italia per mezzo dei valdesi anglicanizzati. E mise mano all'opera. Alla evangelizzazione dell'Italia si opponeva la lingua in uso tra i valdesi, cioè il dialetto piemontese e la lingua francese dei loro libri. Fece dunque tradurre prima i Vangeli di s. Giovanni e di s. Luca, e poi tutto il Nuovo Testamento con i Salmi, in lingua piemontese, mettendone però in colonne parallele la versione italiana dei Diodati. Con l'approvazione della Tavola, mandò alcuni giovani a Firenze per studiare l'italiano; istituì a sue spese corsi speciali per i professori delle scuole elementari, affinché tutti imparassero l'italiano, e si rallegrò con la Tavola quando l'avvocato Bonaventura Mazzarella ed il sacerdote apostata Luigi Desanctis aderirono alla chiesa valdese. Spinse pure la Tavola a cogliere tutte le occasioni per diffondere il valdismo fuori delle valli, servendosi delle nuove reclute italiane e dei ministri che avevano studiato a Firenze, e così, sotto il suo impulso, si formarono i primi gruppi valdesi a Firenze nel 1850, a Genova nel 1852, mentre a Torino, nel 1851, si metteva la prima pietra di un tempio, che veniva inaugurato due anni dopo. Era così profondamente radicata nel B. questa idea dell'evangelizzazione italiana per mezzo dei valdesi, che pochi giorni prima che si promulgasse lo Statuto di re Carlo Alberto (1848), con il quale i valdesi erano ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici, scriveva al moderatore o presidente della Tavola: «D'ora innanzi voi, valdesi, o siete missionari o niente». Per l'anglicanizzazione dei valdesi erano d'ostacolo la liturgia calvinista (per liturgia s'intende non solo il rituale ma anche la dottrina) ed il regime presbiteriano. Per cambiare la prima egli stesso compose e fece stampare, a sue spese, un volume di 438 pagine intitolato Saggio di liturgia secondo le dottrine della S. Scrittura, che era quasi un com-

pendio del Prayer Book anglicano. Raccomandandone l'approvazione alla Tavola diceva che la Chiesa anglicana aveva il suo rituale, che la Chiesa greca e la «eterodossa Chiesa romana» si erano mantenute per secoli in forza delle loro liturgie, ma in cambio le Chiese evangeliche «per mancanza di essa sono in uno stato deplorevole di debolezza». E indicando il suo scopo, la conversione degli Italiani, scriveva: «Le Chiese protestanti d'Europa, dopo la riforma, hanno appena fatto proseliti tra i romanisti e dubito che nell'avvenire ne possano fare. Se voi, valdesi, avete l'energia ed il buon senso di presentare una Chiesa a questi fuggitivi del romanesimo è probabile che l'accettino; ma se voi invece solamente presentate loro una Bibbia, ne farete dei cristiani ma non dei membri di una chiesa, e questi cristiani cercheranno altrove un rifugio. La maniera pratica di ritenerti è quella di presentare loro la Bibbia ed una liturgia che mostri loro ciò che è la Chiesa valdese». Per staccare sempre più i ministri dalla liturgia calvinista, il B. indusse la Tavola a mandare alcuni studenti al seminario anglicano di Durham sotto la protezione del canonico anglicano dr. Gilly, ed a fondare il seminario di Torre Pellice, dove potessero studiare la teologia i futuri ministri valdesi, senza che fossero costretti ad andare alle facoltà teologiche della Francia o della Svizzera. Questo avvenne nel 1855, troppo tardi, ormai, per cambiare la tendenza calvinista della Chiesa valdese. Per mutare poi il regime presbiteriano, il B. con vari articoli pubblicati nella nuova rivista Buona novella nel 1851, si sforzò di dimostrare che fin dal principio i valdesi erano stati episcopali e non presbiteriani, che discendevano dai primi cristiani, che uno dei loro rappresentanti principali era stato Claudio, l'iconocclusa vescovo di Torino nel sec. IX, origine che essi avevano sconfessato aderendo nel sec. XVI alle dottrine calviniste. In seguito propose un cambio di governo, cioè che invece di un «moderatore» temporaneo, fosse eletto un «moderatore» a vita, il quale, libero dalla cura di anime, si dedicasse interamente agli interessi generali della Chiesa. Era l'introduzione un po' palliata del sistema episcopale anglicano. Né la liturgia né l'istituzione di un moderatore perpetuo furono accettati dalla Tavola. Questo rifiuto dispiacque assai al B. che si ritrasse dai valdesi, pur conservando ancora relazioni cortesi con loro, anzi nel 1861 ritornò alle valli, ove rimase fino alla morte.

In una lettera del 1857 così manifestava la sua amara delusione al moderatore in carica: «Non ho mai potuto ottenere che i valdesi capissero quale era la loro missione. Il dr. Gilly ed io siamo stati i soli valdesi, tutti gli altri sono calvinisti-francesi. Sette secoli di tradizioni bene confermate, non hanno avuto il minimo effetto nelle vostre menti. Ginevra era la parola scritta in grandi caratteri nella bandiera morale che voi avete spiegata in Piemonte, e perciò ne dovete sopportare tutte le conseguenze. Voi avete rinnegata e sconfessata la vostra origine. Essendo figli legittimi dei tempi apostolici, voi avete rinnegato quest'origine e il vostro diritto come figli di questa terra per aderire a stranieri e ad innovatori. Il vostro grido di guerra è Calvino, mentre il nome di Claudio avrebbe sconfitto i vostri avversari e guadagnato alla vostra causa l'intelligenza, il rispetto e l'amore del Piemonte».

BIBL.: Fra le opere ricordiamo: Liber di Salm de David, traduit en lingua piemunitria, s. 1. 1840. - Studi: J. P. Meille, Among the Waldenses being the Life and Labour of general B. in the Vaudois Valleys, Londra 1876; A. Meille, Il generale B., Firenze 1879; T. Gay, Histoire des Vaudois, ivi 1912; E. J. Richardson, Sketch of Life of general B., Edimburgo 1926.

Camillo Crivelli

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“BECKWITH, JOHN CHARLES.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 663. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/beckwith-john-charles.