BENEDETTO XV, PAPA. - Giacomo Della Chiesa, n. in Genova il 21 nov. 1854 da Giuseppe e Giovanna Migliorati. Di famiglia marchionale, originata dai duchi di Spoleto, dello stesso ceppo di Callisto II e di Berengario II, discendeva da Anselmo Della Chiesa, consignore di Priocca nel 1207, mentre per parte di madre risaliva a Innocenzo VII. Percorse gli studi classici prima al collegio Danovaro Giusso, poi al liceo del seminario e si laureò in legge nel 1875 dissertando sulla «Interpretazione delle leggi». Entrava l'anno stesso nel collegio Capranica in Roma e, addottoratosi in teologia, vi riceveva i Sacri Ordini nel 1878. Ultimati i corsi all'Accademia dei nobili ecclesiastici nel 1882, fu in Segreteria di Stato donde seguiva in Spagna, quale segretario particolare, il nunzio mons.
Mariano Rampolla del Tindaro, che, creato cardinale e nominato segretario di Stato nel 1887, lo chiamò subito all'ufficio di minutante agli Affari ordinari inviandolo successivamente con speciali incarichi a Vienna nel 1889 e nel '9o. Sostituto della Segreteria di Stato nel 1901, docente di Diplomatica all'Accademia, dov'era stato alunno, continuò l'alto compito sotto il pontificato di Pio X, fino a che, eletto nel 1907 arcivescovo di Bologna riceveva la consacrazione episcopale dallo stesso Pontefice il 22 dic. Elevato alla sacra porpora nel Concistoro del 25 maggio 1914, riceveva il 28 il cappello cardinalizio ed il titolo dei SS. Quattro Coronati. Dopo tre mesi, il 3 sett., veniva esaltato al soglio pontificio, assumendo il nome di B. XV, in omaggio - disse - all'illustre predecessore nella Cattedra di S. Petronio e di S. Pietro, Prospero Lambertini.
Sorti di natura vivace ingegno, rapido e sicuro intuito, memoria ferrea, mente aperta alle ampie visioni, cuore magnanimo. Esile della persona, lievemente difformi gli omeri, irregolare e mutevole il volto, svelava dall'occhio vivido e penetrante sì robusto e nobile spirito da trasfigurarsi assai spesso in sembianze di grazia suggestiva e portamento di maestà veneranda. Proclive all'arguzia ed alla satira, d'indole impetuosa e persino collerica, era pronto alla mite cordialità, all'obbligante cortesia, a finezza squisita. Di pietà profonda, di ingenuo abbandono alla preghiera, tenacissimo negli affetti, incapace di rancore, dimentico di ogni offesa, di generosità regale, delle avversioni e delle critiche trionfava irresistibilmente confondendole, imperturbato, con aperta giovialità, con sollecita preferenza per chi non sapesse amico, quasi a gratitudine di quel dover esercitare la virtù del compatimento e del perdono. Per così spiccati caratteri, soggiogante ed attraente insieme, incideva negli animi l'impressione di una vigorosissima personalità, un ricordo commovente ed indelebile.
L'inepinata elezione al pontificato non lo sgomentò; benché le condizioni della Chiesa, della S. Sede, del mondo fossero gravi come non mai. Il pontificato "restauratore in Cristo» di Pio X aveva dovuto combattere con gli estremi sforzi del laicismo sociale e politico, pronunziatisi in Francia, rinvigorosa su questo esempio ovunque, persino in Spagna. Mentre la Chiesa, nella concordia dell'episcopato, nella disciplina del clero, nella salvaguardia contro il modernismo, soprattutto nel fervore eucaristico ne usciva rinvigorita, la S. Sede nei rapporti con gli Stati soffriva di un distacco che lasciava intendere un meditato ed ostile isolamento. In Vaticano erano rappresentate diplomaticamente quattordici nazioni, alcune delle quali più in omaggio alla tradizione e alla opportunità di osservazione e di controllo che per cordialità e devozione di sentimenti. F. questo mentre incominciava un conflitto mondiale di fronte a cui si trovavano la Chiesa e Roma per la prima volta nei secoli, e quando la S. Sede, perduta ogni sovranità civile, era privata di ogni usbergo efficace. Ciò che avrebbe potuto essere per un lato giovevole, in considerazione della posizione comunque neutrale del papato, se la coscienza politica mondiale non fosse stata aliena dal riconoscere l'alta funzione spirituale del Pontefice fuori e sopra delle contese. La mancanza di uno Stato non lo preservava infatti da interessate pressioni, contrarie alla sua missione di pace e di civiltà che lo voleva viceversa imparziale, mentre ostacolava le sue comunicazioni con la Chiesa. Le quali non avrebbero goduto la considerazione e la tutela propria di un sovrano non
belligerante, mentre la necessaria comunione di pensiero e di opere fra l’episcopato e il Capo della cattolicità, avrebbe dovuto essere più urgente ed ininterrotta, non foss’altro per ciò che esigeva dalla missione pastorale e dal magistero pontificio la vita religiosa, il costume morale, la civiltà cristiana, durante il flagello che si stava abbattendo sui popoli. Condizione di cose che alle incomparabili difficoltà non offriva per molta parte esempio e consiglio di precedenti cui ispirarsi; si da richiedere ben più che coraggio, eroismo; e genio piuttosto che intelligenza. Questa realtà superiore, per ogni aspetto, alle previsioni, ebbe nel pensiero e nella fatica di B. XV la comprensione e l’apostolato adeguati.
B. XV nella sua prima enciclica Ad Beatissimi (1 nov. 1914) tracciando il programma del suo pontificato, ne rivelò quell’unitario concetto fondamentale cui deve rifarsi, per ben trattare, lo storico. Moderatore supremo della vita e del mondo delle anime, tutto - morale, cultura, lavoro, ricchezza, progresso, politica ed economia, giustizia e legge - tutto indicava ordinato verso Dio, secondo la dottrina della Chiesa, considerata, rispetto alla umanità, madre e guida; esauriente, nella sua carità, il cielo della vita quaggiù in tutte le sue ordinate manifestazioni: dall’individuo alla famiglia, alla classe, alla nazione, ai rapporti internazionali. Da questa maternità e da questo magistero universali, riflesso in terra della paternità e provvidenza divina, discendevano e prendevano reale consistenza religiosa e sociale la fraternità degli uomini, la necessità inderogabile della sua disciplina tra i fedeli, come l’amore costante della Chiesa per coloro che se ne erano allontanati o la ignoravano, eppure dovevano ritornare a lei ed imparare ad amarla e seguirla. Così tutta la complessiva esistenza, tutto il molteplico moto umano, tornava a semplicificarsi per questo intimo e vitale rapporto con la Chiesa e nel suo fine supremo - la gloria di Dio e la salvezza delle anime - perseguito per ogni via, in ogni campo, unica garanzia di ordine ricostruttore che dal mondo morale trapassava a quello materiale, da quello della coscienza individuale a quello della vita collettiva dei popoli. Da simile documento, l’essenza del suo governo pontificale, com’egli amava dire ed insistere, esclusivamente religioso, non meno nelle attività necessariamente e continuamente politiche e sociali, che in quelle ecclesiastiche e morali. Essenza compendiata nelle parole scritte fin dall’inizio, il 23 sett. 1914, al card. Dubillard: «Hoc unum velle et unice contendere ut Christi Ecclesiae per tot adversa gradienti, utile praebeamus ministerium», parole che riecheggiano a poche ore dalla morte: «Se il Signore mi vuole ancora a lavorare per la sua Chiesa, son sempre pronto».
Tali premesse ci rivelano anzitutto il sentimento e lo spirito con cui egli affrontò la crisi mondiale, i suoi lutti e le sue rovine. La Chiesa di Cristo fu per lui tutto quel dolore; tutta quella sciagura onde grondava sangue e lacrime la guerra; tutti quegli spiriti immortali contrastati; tutti quegli oppressi su cui si ergeva la forza e premeva la violenza. Il conflitto cruento non era solo un immanente piccolo sociale, ma ancora morale e religioso. Non si illudeva: la guerra non era germogliata né si conteneva entro i limiti di un fenomeno politico ed economico. Egli vi scorgeva «la conflagrazione dei mortali elementi fermentati nel materialismo»; la crisi di pensiero e di coscienza di un’èra. Trame a salvamento la società, significava non soltanto arrestare il suicidio, ma sollevava alla rinascita cristiana. Ecco perché, fin dalla sua prima enciclica, pronunciata in faccia al mondo, quasi assorto nel culto della violenza, la condanna della guerra come «manifestazione sovra ogni altra odiosa del predominante disordine morale» ed indica a rimedio la preghiera, la penitenza, la ristorazione dei diritti di Dio, la sommissione ai precetti del Vangelo e della Chiesa. Ciò che significava in quell’autunno del 1914 di fronte all’Europa parte in armi, parte in vigilia di guerra, fra il trionfo incontrastato della forza materiale, essere uno contro tutti, contro l’idea e contro il fatto; solo contro la forza armata, armato, a propria volta, unicamente di amore.
E all’uopo il piano di B. XV fu triplice: invocare la fine del conflitto preparando una pace durevole; umanizzare la guerra; alleviarne tutte le sofferenze. Ciò che egli osò per riappacificare il mondo, ristabilendovi il trionfo di una giustizia ispirata a carità ed a pratica visione delle aspirazioni, dei bisogni dei popoli e delle attuali possibilità politiche, e di una storia che ha scritto, vent’anni dopo, un capitolo ancora, illuminando appieno la provvidenza dei suoi mònti e delle sue invocazioni se fossero state accolte. In questo campo l’opera sua non poteva essere che diplomatica e di magistero. È più facile conoscere questa; ma non è difficile indovinare quella da ciò che egli stesso ne accennò in discorsi e lettere. Opera continua di esortazione e di persuasione che assunse a vocazione inoppugnabile secondo le sue famose parole ripetute ad Achille Ratti, che le rievocò alla vigilia di succedergli nel soglio pontificale: «Vogliono condannarmi al silenzio. Il Vicario di Cristo non dovrebbe invocare la pace. Non riuscirammo a sigillare il mio labbro. Guai se il Vicario del Principe della pace fosse muto nell’ora della tempesta! La paternità spirituale ed universale di cui sono investito mi fa un dovere preciso di invitare alla pace i figli che dalla opposta barricata si trucidano a vicenda. Sono e mi sento il padre spirituale dei combattenti nell’uno e nell’altro campo. Nessuno potrà impedire al Padre di gridare ai propri figli: pace, pace, pace!».
Opera di consiglio svolta ad ogni occasione, per tutte le vie possibili ed illustrata dal paterno appello ai popoli ed ai governi, nel primo anniversario della guerra, alle sue più solenni allocuzioni durante il conflitto e a quella nota ai Capi di Stato del 19 ag. 1917, in cui si concreta un pensiero fin allora librato nella sfera dei principi per non esporre a critica alcuna, fra tanto tumulto di passioni, l’equilibrio della sua missione equanime verso chiunque e volta soltanto a pacificazione. La «nota» esorta ad una pace stabile ed onorevole per tutti da attuarsi con la diminuzione reciproca degli armamenti e l’arbitrato obbligatorio, la libertà dei mari, il condono, pure reciproco, delle spese e crediti di guerra e delle riparazioni, eccetto che per casi di giustizia ed equità, come quello del Belgio, cui doveva essere garantita l’indipendenza; lo sgombero dei territori occupati; il regolamento delle rivendicazioni territoriali secondo le aspirazioni dei popoli. Richiamo, questo, che si corona con la celebre frase da lui pronunciata, quando già si accentuava la contesa internazionale sui 14 punti di Wilson - più ampia ma non altrettanto efficace parafrasi della «nota» -: «Le Nazioni non muoiono!». Ciò che costituiva il fecondo seme di quel diritto internazionale cristiano che il secondo conflitto mondiale doveva chiamare a più luminoso sviluppo. Eppure il suo caritatevole intento e solerte contributo per scongiurare altre guerre, per abbreviare questa che minacciava di sommergere l’Europa, non mancò di sospetti e di contrasti settari. Pago soltanto dei conforti divini, e della soddisfazione inarrivabile di cui è fonte l’amore anche se inane e misconosciuto, restò fermo, costante, imperturbato fra le avversità, le ingratitudini, le ribellioni umane; rassegnato ad ogni ripulsa, alacre sempre a ricominciare da capo. Inteso solo al bene che andava compiendo, volse ognora l’infaticata attività ai fini supremi, agli interessi particolari mai, così da farne essenziale e inconfondibile attributo la imparzialità.
Coopero a sollevare tutte le sventure. Fu, la sua, la più grande ed ammirevole opera di pietà paterna, di carità cristiana, sociale e civile, che forse il mondo ricordi. Essa pare fatica di un’età, piuttosto che di
BENEDETTO XV
LIBANO (1916-20) e i cristiani di Siria e l'Oriente colpiti da morbi, da fame, da sevizie, salutarono in lui il protettore più efficace. E dopo la guerra, sugli altari infranti, le officine distrutte, i campi devastati; sulla miseria, la carestia, le epidemie, le giovinezze languenti, le metropoli e le nazioni rese impotenti alla vita, si protese ancora la sua mano benefica. I profughi russi ebbero i suoi soccorsi per le mani del metropolita «ortodosso» Anastasios; i loro figli strettati ripararono in Crimea, in un sanatorio che porta il suo nome; il clero scismatico perseguitato invocò ed ottenne difesa (1919), come già era stato accolto l'appello degli ebrei d'America (1916) nei massacri degli israeliti in Europa. Più tardi la Russia moriva di fame tra scene orrende di barbarie e di morte. La politica discuteva, tergiversava; B. XV proclamò: «dovere per ogni uomo accorrere dove muore un altro uomo» (1921). E la sua carità giunse prima, ancora una volta, come già in Austria, ove non solo sfinivano delle creature, ma languiva uno Stato. E Germania e Irlanda (1920) e la lontanissima Cina (1921) furono oggetto delle sue sollecitudini mentre il mondo intero, rivedendolo tra l'infanzia martire e desolata, come un di il Divino Maestro tra i fanciulli, rispondeva al suo invito lanciato con una enciclica (1920) per i bimbi del Belgio, dell'Europa centrale e di Russia (1921). Più che eroe della carità, egli appariva il campione della civiltà e fraternità umana. La statua erettagli in Costantinopoli (1920), per aver sede tra gli infedeli ed ubicazione tra due continenti, rende appieno questa storica verità. E tutto questo, fra innumeri, segreti, diretti soccorsi a individui, a famiglie, a istituti così che di tante richieste, anche più umili e lontane e sconosciute, nessuna rimase inascoltata, molte, spesso, prevenute. Il card. Gasparri precisava che in tale opera di carità personale, B. XV aveva elargito ottantadue milioni di lire.
BENEDETTO XV - Particolare del sepolcro in S. Pietro. Opera di P. Canonica.
un uomo. Migliaia di prigionieri inabili alla guerra (1914), di prigionieri padri di numerosa prole, o che avessero superato i 18 mesi di prigionia (1916), furono resi alla loro terra; i detenuti civili liberati (1915); intere popolazioni deportate si riassero ai focolari domestici (1917); oltre 30.000 francesi, inglesi, belgi, austriaci, ospitalizzati dalla Svizzera (1915); i tubelocolici italiani tornarono a ricrearsi al mite clima della patria (1916); il riposo domenicale fu assicurato ai prigionieri (1915); una tomba consacrata concessa ai cristiani morti ai Dardanelli (1916); alle popolazioni colte dall'invasione nemica fu dato il conforto delle notizie dei loro cari (1915). L'«Opera dei prigionieri» nel palazzo Vaticano assunse proporzioni imponenti: settecentomila richieste di informazioni, quarantamila di rimpatrio, cinquecentomila comunicazioni alle famiglie. Ecclesiastici, nunzi, vescovi, visitavano, controllavano i campi di concentramento, intercedevano, confortavano, sovvenivano. La preghiera e la mediazione del Papa giunse dovunque a mitigare discipline, a commu- tare condanne, a salvare innocenti. E se egli chiese, ma non ottenne, la tregua d'armi al primo Natale di guerra (1914), la sepoltura ai caduti sul campo (1915) e la interdizione dell'offesa aerea oltre la zona bellica (1916), Polonia (1915-17) e Belgio (1917) ebbero in lui il massimo soccorritore. I Balcani devastati, l'Armenia con un milione di figli massacrati e i Maroniti del
BENEDETTO XV - Particolare del sepolcro in S. Pietro. Opera di P. Canonica.
Si rimane campo di sollecitudine e di fatiche non lo distolse da quello più immediato della vita religiosa e di quella stessa della Chiesa. Se alla difesa della dottrina non contrastarono nuovi errori, se i libri proscritti, dopo la lotta antimodernistica di Pio X si ridussero nel loro numero e nella loro importanza, l'enciclica su S. Girolamo (1919) intorno al metodo dell'esegesi biblica resta memorabile, quanto fu benefica la permanenza delle norme disciplinari del giuramento antimodernistico ed i Consigli di vigilanza. Allo scisma ceco-slovacco, influenzato dalla vicinanza della eterodossia e dei suoi costumi eccelsi- siastici, il Papa indicò il rimedio più efficace in un solerte perfezionamento dei seminari e della formazione del clero; opera questa cui dedicò particolarissime cure nella istituzione di una Congregazione propria, quella «dei Seminari e delle Università degli Studi» (1915), nelle cui regole definite «pedagogicamente perfette e dottrinalmente mirabili» emanate ai seminari d'Italia, l'impronta personale del Papa è evidente e preponderante. Promulgò il Codice di diritto canonico (1917) pur dicendo di mietere ciò che il predecessore aveva sennato, dopo che sin dall'inizio del suo pontificato aveva raccolto sui primi schemi dell'opera grandiosa, i pareri dei vescovi, da cui si sviluppava poi il lavoro definitivo. Pose i punti basilari della disciplina cristiana già dalla prima enciclica nella concordia ed obbedienza alla autorità dei vescovi e della gerarchia ecclesiastica, nella reciproca carità e pietà; ciò ch'egli ripete sempre, per ogni conflitto in seno ai popoli cristiani, ed in ogni suo scritto e discorso, in ogni consiglio ai sacerdoti ed ai predicatori. Dettò egli stesso toccanti preghiere per la cessazione della guerra, per la riunione delle Chiese d'Oriente, per invocare l'aiuto di Dio sul congresso per la pace, per la fine delle lotte civili, per la propagazione della fede. Estese a tutta la Chiesa l'uso delle tre Messe nel giorno dei morti (1915) e la festa della Sacra Famiglia, restituì col Codice il precetto per s. Giuseppe e il Corpus Domini; approvò l'ufficio del

un uomo. Migliaia di prigionieri inabili alla guerra (1914), di prigionieri padri di numerosa prole, o che avessero superato i 18 mesi di prigionia (1916), furono resi alla loro terra; i detenuti civili liberati (1915); in
Cuore Eucaristico di Gesù. Molteplici provvidenze volle ad accrescere il fervore della vita religiosa. Lo attestano le cicliche sui centenari di s. Domenico, di s. Francesco, di Dante; i brevi, le lettere, gli atti per l'incremento del culto eucaristico, per la lettura domestica dei Vangeli, la intruzzazione del S. Cuore, la devozione del Preziosissimo Sangue; per il Rosario, l'Addolorata, la Regina della pace, la Madonna di Loreto; per s. Giuseppe e la celebrazione cinquantesima del suo universale patriarcato; per le feste degli arcangeli; per le canonizzazioni di s. Giovanna d'Arco, di s. Gabriele dell'Addolorata, di s. Margherita Alacoque (1920); le beatificazioni di Giuseppe Cottolengo e di Anna di S. Bartolomeo (1917), di Anna Maria Taigi, Luisa di Marillac, Oliviero Plunket, dei 22 Martiri dell'Uganda e delle Orsoline di Valenciennes (1920); per la proclamazione a dottore di s. Efrem; per tutto quel tesoro di pietosa sapienza cui inneggiò ad ogni celebrazione giubilare come per s. Girolamo, s. Alfonso, s. Giovanni Berchmans e il beato Canisio, ad ogni introduzione di cause e proclamazione di virtù eroiche di altri luminari della religione. Infaticato zelo per le missioni cattoliche manifestò nella enciclica Maximum illud e con l'erezione di collegi in Roma, in Italia, in Svizzera ed in Germania, con la protezione della Pia Unione Missionaria del Clero, con la preparazione al terzo centenario di Propaganda Fide, con le sovvenzioni profuse a tutti i missionari; mentre dell'ardente desiderio di richiamare alla Madre Chiesa i fratelli separati e della predilezione per le Chiese unite d'Oriente è prova l'autonomia data alla apposita Congregazione e l'istituzione di un Pontificio Istituto su cui volle «veglie personalmente».
In armonia con le tradizioni pontificali, è il suo zelo per i progressi culturali e sociali, in cui scorgeva il terreno fecondo per la rinascita civile. Per quanto lo concesse la crisi universale e il breve pontificato, fu munifico protettore della scienza e dell'arte. Ce lo dimostrano la fondazione dell'Università cattolica del S. Cuore a Milano (1920), il concorso munifico alla ricostruzione della biblioteca di Lovanio (1918), l'incremento alla Scuola di musica sacra in Roma (1915), l'erezione del museo Petriano (1917), l'ampliamento di quello Egizio (1915), la fondazione del Gabinetto astrofotografico presso la Specola Vaticana, e, nel palazzo Apostolico, il ripristino della Fabbrica degli arazzi (1915), la larga protezione data a quella dei musici, il restauro e la decorazione della Sala ducale (1917), la nuova sede dell'amministrazione (1917), il nuovo quartiere della Guardia Mobile (1922), la statua della Madonna della pace in S. Maria Maggiore (1918), la elargizione per la chiesa francescana di Ravenna (1921), il favore e gli aiuti concessi ad artisti, soprattutto ai giovani, ad opere d'arte e scuole d'ogni paese. Nel complesso ed agitato campo sociale può dirsi continuare del pensiero di Leone XIII, le cui dottrine confermò ogni qualvolta i grandi problemi di giustizia economica toccarono il magistero della Chiesa. Nella acuta crisi dopo la guerra, la sua diagnosi del morbo minaccioso è sicura, quanto ne è radicale il rimedio. Alla pacificazione, all'equilibrio, all'ordine sociale, non bastano giustizia ed equità «se non avvenga nelle menti e nei cuori la rinascita di quei principi che fecero il mondo di pagano, cristiano», cioè con la vittoria sulle passioni. Questa si sfrutano «dall'amore sconfinato di ricchezza e dall'inaugurazione del sacro, cosicché mentre da un lato gli accumulati tesori non bastano mai, dall'altro non è spirito di rassegnazione, bensì l'invidia che è odio impotente ed attesa di rivincita insieme». Occorre pertanto partire da una «riforma individuale» che è «strumento per recare in seno alla società un soffio di vita cristiana». Essa fiorisce dallo spirito rifatto semplice, da quella «infanzia spirituale per cui l'amore è giocondità, è come il bisogno di gioia per pagliarli», apre le vie del Vero e lo fa desiderabile per sé e per gli altri. Donde l'amore sociale del prossimo. Infatti «il popolo si riconquista con un'azione apportatrice di verità e di carità la quale possa neutralizzare la contraria attività informata ad odio ed a menzogna». Defettore da tale norma, far degenerare l'amore in contrasti e violenze anche in nome di giuste rivendicazioni, è tradimento dello stesso ordine civile ch'è armonia, concordia, collaborazione di classe; frutto di quel rapporto fra doveri e diritti, per cui solo l'osservanza degli uni legittima l'affermazione degli altri. E quando i conflitti sanguinosi scoppiarono, determinando nuove lotte fratricide, il Papa compendiò tutta la sapienza di questa dottrina di cristiano amore in una sua celebre preghiera con cui implorava da Dio per gli uomini, che essi sapessero ripetere il Pater Noster, ricordandosi di costituire una sola famiglia e disponendosi ad avere rimessi i loro debiti come ciascuno di essi li rimetteva ai propri debitori.
Questo cenno biografico non può chiudersi, per non restare incompleto, senza gettare uno sguardo a quel che particolarmente riguarda l'Italia, ove l'opera della S. Sede se ha ognora singolari ripercussioni, ne ebbe di specialissime con B. XV e per la sua importanza e per le peculiarità del momento. Aperta ognora la «questione romana» cui il Pontefice, come i suoi predecessori, si era riferito rinnovando esplicitamente le tradizionali proteste, egli ne trovò tuttavia superare le primiere asperità politiche per le provvidenze di Pio X, che tolto di fatto il non expedito e reclamando la libertà e l'indipendenza della S. Sede senza pregiudiziali temporalistiche, aveva indotto a concordia le correnti dei cattolici divergenti in proposito, e a più sereno giudizio tutti i settori politici. Se non che la grande guerra, come quella del 1911 per la conquista italiana in Libia, aveva dimostrato la necessità di una soluzione. L'episodio della occupazione di palazzo Venezia (1916) da parte dello Stato italiano che considerava pegno di guerra la sede di un'ambasciata presso il Vaticano e, prima, l'esodo a Lugano dei rappresentanti diplomatici presso il Papa delle Potenze in guerra con l'Italia (1915), non furono se non i due sintomi più significativi delle complicazioni che la situazione, già insostenibile in pace, andava creando, per troppi aspetti, durante una guerra di simili proporzioni. Basti pensare ai rapporti del governo centrale della Chiesa sedente nella capitale di uno Stato belligerante, con nazioni a questo nemiche, e al magistero stesso del Papa per la moralizzazione della guerra e per l'opera di pace accusato volta a volta, a seconda delle opposte critiche delle parti in conflitto, di parzialità o di ostilità verso l'Italia e i suoi alleati. B. XV, pur non cessando di cogliere dagli avvenimenti la opportunità per richiamare l'attenzione dell'Italia e del mondo sulle inoppugnabili rivendicazioni della S. Sede, lo fece tuttavia ribadendo la possibilità e la fiducia di intese risolutrici, e persino attenuando, a favore di un più sollecito avvento della pace internazionale, qualsiasi nuova emergenza del dissidio fra il papato e l'Italia. Il card. Gasparri, segretario di Stato, in una intervista concessa al Corriere d'Italia il 28 giugno 1915, dichiarando i suoi interpreti del pensiero del Pontefice affermava che la S. Sede attendeva «la sistemazione conveniente alla sua situazione non dalle armi straniere ma dal trionfo di quei sentimenti di giustizia che augura si diffondano sempre più nel popolo italiano in conformità del verace suo interesse». L'impressione
di queste affermazioni, riuscì tanto più viva in quanto era noto che la Germania e l'Austria, se vittoriosi, avrebbero portato alla Conferenza della pace la soluzione della «questione romana» e che, lo stesso Governo italiano, temendo influenze in questo senso, era nettamente ostile a qualsiasi intervento del Papa per la pacificazione del mondo cui B. XV consacrava ogni suo intento e fatica. Tale impressione spiega come, durante la Conferenza di Versailles, mons. Cerretti, segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari, potesse a Parigi sottoporre al Presidente del Consiglio e capo della missione italiana alla conferenza stessa, un disegno di risoluzione del conflitto fra Stato e S. Sede in Italia e come l'on. V. E. Orlando l'avesse accettato (1919). Spiega come il disegno, troncato dalle dimissioni del Gabinetto, fosse ripreso dal nuovo capo del governo F. Nitti (il quale già aveva avuto occasione di scambi di idee in proposito con alti pretati) e per trattative dirette con il card. Gasparri (1920); spiega infine come fosse possibile d'altra parte, il sorgere e l'affermarsi saldamente nel 1920 di un partito di cattolici italiani e del suo forte gruppo di deputati nel Parlamento, senza riserve del Papa. Egli distinse infatti, parlando al convegno delle Giunte diocesane d'Italia nel 1919, l'Azione Cattolica, da lui riorganizzata e riunita sin dal 1915, dalle «azioni di cattolici» nel campo economico e politico siccome lecite, raccomandabili, tenute ad ispirarsi ai sommi principi della religione, della morale, della scuola sociale cattolica, ma proprie delle responsabilità dei cittadini senza coinvolgere quelle della S. Sede e della Chiesa. Finalmente tolse esplicitamente il divieto vigente dal 1870 per sovrani cattolici di venire a Roma, affinché nulla alla S. Sede, potesse imputarsi di ostacolo o difficoltà ai contatti e alle intese tra gli Stati dopo la crisi bellica, nell'interesse della pace e della concorde cooperazione dei popoli. Si trattava di un altro non expedito di portata internazionale. Abolendolo, B. XV, per l'accesso dei Capi di Stato a Roma, avrebbe potuto ripetere alla lettera le parole con cui Pio X nel Fermo Proposito giustificava la sospensione del non expedito per l'accesso alle urne dei cattolici italiani. Se la proibizione vigeva per gravissime ragioni, per ragioni «non meno gravissime» e «tutte dal supremo bene delle società» questo, come già quel voto, veniva dal Papa rimosso.
Donde ben comprensibile l'unanime riconoscimento di si longanime e benefica opera dal Papa da parte degli Italiani d'ogni corrente allorché la sua fatica terrena si chiuse per lasciarne finalmente alla storia il sereno, definitivo giudizio.
Ammalò di bronchite influenzale il 18 genn. 1922. La debole fibra non resistette. Spirò il 22 offrendo la sua vita per la pace. Aveva pontificato sette anni, quattro mesi e venti giorni. L'immane lavoro di lui, bersaglio di ingiuste critiche, di velenosi attacchi, di odi settari, già raccoglieva i frutti di una equanimità, universale, ammirata estimazione. Ne era prova il fatto che egli lasciava 27 Stati rappresentati presso la S. Sede, tra i quali la Francia (1920) che aveva rotto le sue relazioni con il Vaticano al tempo di Combes; il Portogallo (1918), che vi mancava dalla proclamazione della Repubblica; l'Inghilterra (1915) che prima del '70 non aveva se non una rappresentanza consolare, e poi nessuna più; e la Cina che non l'aveva avuta mai. Confermò appieno questo crescente attestato di considerazione morale e politica il lutto mondiale che accolse la sua morte. In ogni paese, da parte di ogni fede religiosa anche non cristiana, non esclusi gli ebrei ed i musulmani, da ogni corrente politica anche più estrema, compresi i comunisti e gli anarchici, si levò un plebiscito di cui si ebbe nobilissima eco dalle tribune parlamentari, dalla diplomazia, dai banchi di Governo, fra i Capi di Stato, con una-nime omaggio, al suo genio, alla sua imparzialità, al suo amore per la verità, per la giustizia, per la fratellanza delle genti, per la pietà delle loro sventure. Di quel che di bene ne venne alla civiltà, nulla torna più significativo della letterale citazione che della «Nota ai Capi di Stato» fece il presidente dell'Assemblea della Società delle Nazioni, Giuseppe Motta, il 3 ott. 1924, asserendo che «se l'umanità perverrà un giorno forse ancora lontano, a sopprimere la guerra, è al sistema dell'arbitrato, come fu proposto da B. XV, che essa dovrà questa conquista d'incomparabile valore». Del prestigio che ne ebbe la Chiesa, disse lo storico L. von Pastor lo stesso anno: «B. XV, l'abilissimo diplomatico, fu l'unico forse che poté signoreggiare le gravi situazioni della guerra mondiale. Egli guidò la navicella di Pietro con tanta sicurezza attraversò i flutti burrascosi che ingoiarono tre imperi, che alla sua morte il prestigio della S. Sede era accresciuto presso tutte le nazioni. Ciò che avvenne in gran parte anche per merito della grandiosa opera di carità che egli volse a favore dei popoli gravemente colpiti d'Europa». A corona di tali testimonianze, quella di Pio XI, il quale nella prima allocuzione concistoriale affermava che il suo successore «governò in tal modo la Chiesa da riscuotere non solo il plauso dei cattolici, ma ancora l'ammirazione degli avversari. Mentre gli uomini si accanivano tra loro nell'odio, non mai cessando d'inculcare la pace, empi il mondo dei benefici della sua carità. La sua memoria pertanto rimarrà in benedizione».
Durante il suo pontificato B. XV promosse all'episcopato i due suoi successori Achille Ratti il 6 giugno 1919 inviandolo poi visitatore apostolico e quindi nunzio in Polonia e conferendogli infine la sacra porpora, ed Eugenio Pacelli il 23 apr. 1917 consacranno di sua mano il 13 maggio e inviandolo nunzio in Baviera e poi in Germania. Creò 32 cardinali, 8 sedi arcivescovili, 26 vescovili, 3 abbazie e prelature nullius, 2 delegazioni apostoliche: in Albania e in Giappone, 28 vicariati apostolici, 8 prefetture apostoliche.
Nella sua iconografia primeggiano il ritratto così detto di Einsiedeln, dipinto da Giorgio Szoldatch, la ricorata statua di Costantinopoli scolpita da Pietro Canonica, cui si deve pure il monumento sepolcrale in S. Pietro nella cappella della Presentazione e l'alto rilievo in bronzo di Carlo Barberis, sulla tomba nelle grotte vaticane.
Giuseppe Dalla Torre