BERKELEY, GEORGE. - Filosofo inglese e vescovo anglicano, n. il 12 marzo 1685 a Dysert, nella contea di Kilkenny in Irlanda, da famiglia anglicana immigrata, m. a Oxford il 14 genn. 1753. A 15 anni entrò nel Trinity College, la celebre Università di Dublino, ove compì brillantemente gli studi e dove fu in seguito insegnante di greco, ebraico e teologia. Scrisse, durante questo tempo, il Commonplace Book (edito solo dal Fraser nel 1871; assai migliore l'edizione del Johnston, 1930), libro di note e appunti personali, assai utile per la conoscenza della formazione e dello sviluppo del suo pensiero. Nella stessa Università B. tenne l'ufficio di predicatore, dopo aver ricevuto gli Ordini Sacri nel 1709. In questo medesimo anno pubblicò il suo primo lavoro, Essay towards a new Theory of Vision, e nell'anno seguente, 1710, la sua opera principale, Treatise on the principles of human knowledge. Verso la fine del 1712 si recò a Londra ove conobbe molti dei principali studiosi del tempo e svolse una polemica contro i liberi pensatori, con vari articoli sulla rivista The Guardian. Nel 1713 pubblicò Three dialogues between Hylas and Philonous, in cui espone, in forma più vivace e letteraria, le
stesse idee del Trattato. Nel 1714 venne una prima volta in Italia e vi ritornò nel 1716, rimanendovi 4 anni; passando per Parigi ebbe occasione d'intrattenersi col Malebranche. Ritornato a Londra, dopo essersi adoperato per una riforma etico-religiosa, in cui egli vedeva l'unico rimedio efficace ai mali della patria, sperò di dare esecuzione al suo progetto di evangelizzazione fra gli indiani d'America, con la fondazione di un istituto missionario nelle isole Bermude: con la moglie, alcuni compagni e una eccezionale provvista di volumi, salpò nel 1728 per il Nuovo Mondo. Però, dopo un soggiorno di 3 anni a Rhode-Island (compose in questo tempo il dialogo Alcyphron or the minute philosopher contro i liberi pensatori), viste deluse le sue speranze per il mancato invio di sussidi, ritornò a Londra. Nel 1734 fu nominato vescovo di Cloyne in Irlanda. In questo ufficio spiegò uno zelo attivo in ogni campo, con larga tolleranza verso i cattolici che costituivano la grandissima maggioranza della sua diocesi. Oltre varie pubblicazioni di argomento diverso, nel 1744, in occasione di un'epidemia, B. pubblicò un curioso scritto medico-filosofico, prendendo lo spunto dalle qualità terapeutiche dell'acqua di catrame da lui sperimentata in America: Siris (da σειρά = catena), A Chain of philosophical reflexions and enquiries concerning the virtues of tar-water. Sotto l'aspetto filosofico quest'ultima opera rivela una concezione del mondo in parte nuova, a sfondo mistico-neoplatonico senza per altro giungere, come alcuni sostengono, ad una vera antitesi del suo precedente pensiero. Nel 1751 B. abbandonò la sua sede e si ritirò a Oxford, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita fino alla morte.
PENSIERO. — Il punto di partenza del sistema filosofico di B., elaborato con l'intento esplicito di combattere l'ateismo, lo scetticismo e il razionalismo del suo tempo, va ricercato nel soggettivismo cartesiano e nel nominalismo empiristico di Locke, non senza una diretta dipendenza dallo spiritualismo del Malebranche. Movendosi sul presupposto cartesiano che l'oggetto, in quanto è dato nella conoscenza, è soltanto idea o rappresentazione, e spingendo oltre la critica che Locke aveva mosso all'oggettività delle qualità secondarie dei corpi, B. perviene alla netta negazione della materia come realtà oggettiva trascendente le nostre rappresentazioni. Infatti, egli afferma, le medesime ragioni che dimostrano la soggettività delle qualità secondarie, suoni, colori ecc., valgono anche per le qualità primarie, ossia estensione e movimento. Anche queste (B. si sforza di dimostrarlo nella accurata Teoria della visione) sono irrimediabilmente soggettive, in quanto lo spazio non è, come comunemente si crede, un dato di percezione esterna, bensì il risultato, puramente ideale, di precedenti esperienze e associazioni psicologiche. Negata la oggettività dello spazio non vi ha più ragione alcuna di ammettere, con il Locke, al di là delle nostre rappresentazioni dei corpi, una ignota sostanza materiale (Principi, § 73): il corpo altro non è che il complesso delle nostre idee o rappresentazioni, « ciò che si vede, si odora, si tocca ». La « materia » in fondo è un semplice nome (nominalismo) con cui designiamo l'insieme delle nostre rappresentazioni censibili; l'essere dei corpi si risolve nel loro presentarsi alla nostra coscienza, nel loro essere percepiti, « their ease is percipi » (Principi, § 3). Pensare, come esistente al di là delle nostre rappresentazioni, una ignota e ineffabile sostanza materiale, quale sostrato o origine o causa di esse, è scambiare con la realtà una pura « astrazione scolastica ».
Ma se è vero, afferma B., che i corpi non sono altro che idee, non ne segue che la realtà venga negata o distrutta: non è un'illusione o un'allucinazione il mondo. La realtà rimane ferma e salda; vien però tutta risolta nel mondo spirituale. Realtà sostanziale, se pur relativa, è il nostro spirito, l'io che non può ridursi a semplice
fascio di rappresentazioni, ma è intuito come soggetto e principio attivo delle idee, le quali infatti può risuscitare e riprodurre attraverso l'immaginazione e la memoria. Quest'attività spirituale del nostro io ha però un limite evidente: infatti il mondo delle sensazioni esterne non è in nostro arbitrio e in nostro potere; l'universo corporato non dipende da noi (Principi, § 29, 146). Da questo dato immediato della nostra riflessione psicologica B. conchiude che le idee del mondo derivano al nostro spirito direttamente da Dio: Egli, spirito infinito e assoluto, è la suprema e fondamentale realtà, eterna attività produttrice delle idee, che imprime nel nostro spirito secondo un ordine e una successione regolarmente uniforme, in cui consiste la cosiddetta legge naturale (Principi, § 30). Di conseguenza la realtà e consistenza del mondo non dipende affatto dalla mia percezione attuale, o di qualsiasi altro spirito finito, bensì unicamente dalla attività dello spirito assoluto: è in questa loro indipendenza da qualsiasi spirito particolare che consiste, secondo B., la realtà delle idee identificate con le cose.
Così più che in un idealismo nel senso moderno della parola, il sistema del B. si risolve in un realismo immaterialistico e teistico. Contro gli scettici egli può affermare che non solo ci è possibile la conoscenza della realtà, ma anzi questa coincide con le nostre stesse idee e conoscenze; e contro l'ateismo il B. perviene all'affermazione di Dio, non come semplice causa prima di un mondo materiale e oggettivo, bensì come centro e origine immediata della nostra stessa vita spirituale: concezione, come si vede, essenzialmente mistica, in accordo col temperamento schiettamente religioso del B., e che si accentua nell'ultima opera filosofica, Siris.
In armonia con le linee fondamentali del suo sistema il B. risolve i rimanenti problemi filosofici, ad es. quello della verità e causalità. Vero è tutto ciò che è pensato e voluto da Dio, falso ciò che è pensato solo dal nostro spirito; ogni percezione semplice originaria (intuizione) è vera; l'errore proviene dalle nostre fallaci associazioni dei dati primitivi. Falso inoltre e irreale è ogni prodotto dell'astrazione: le idee astratte, contro cui mosse una critica tenace e sottile, non hanno per B. nessuna consistenza, nemmeno nella mente. Quanto alla causalità, essa appartiene unicamente allo spirito. Nessun nesso causale fra le rappresentazioni in se stesse (Principi, §§ 64-65), ma unicamente ordine di successione e di finalità, secondo il volere e la Provvidenza di Dio: il quale può liberamente sospendere o infrangere quell'ordine col miracolo. Il meccanismo quindi, come sistema di interpretazione della realtà, è falso, sebbene abbia un momento utilitaristico e pratico. Ugualmente, un valore puramente pratico hanno le scienze; la verità e la realtà è una conquista a cui può giungere soltanto la filosofia.
Il sistema del B., ingegno filosofico penetrante e originale, è una reazione estremista contro il materialismo; esso ha però il suo fondo di verità come ogni produzione del genio. Anche per la filosofia tradizionale l'universo è in quanto pensato e voluto da Dio; non è la conoscenza di Dio in funzione delle cose, bensì le cose in funzione di quella. Fu questa l'intuizione fondamentale del B. Ma il suo errore, grave e in nessun modo scusabile per l'aperta insufficiente dei presupposti logici e metafisici, fu di negare la realtà della materia in quanto distinta dallo spirito. Vero che nulla esiste indipendentemente dal pensiero e dal volere attuale di Dio, ma ciò non toglie che le cose abbiano una loro propria realtà, negata la quale, è aperto il passo verso l'idealismo e il panteismo. La stessa affermazione della realtà e sostanzialità del nostro io come spirito, non reggerà allo svolgimento logico che i presupposti berkeleiani troveranno in un altro grande filosofo inglese, D. Hume (v.); ciò che va detto, analogicamente, anche della causalità, dal B. negata alla materia e riservata all'io.
Non è inoltre difficile rilevare come nell'immate-
rialismo del B., se pure animato dal più sincero soffio religioso, oltre al già indicato essenziale mutamento del concetto di verità, sia estremamente difficile, per non dire impossibile, salvare altri concetti fondamentali della tradizione filosofica cristiana, come quello di creazione e di libertà. Difficoltà questa inerente a ogni sistema filosofico che misconosca la oggettività dell'essere e la realtà trascendente della natura, condizione insopprimibile e insieme limite della vita e dell'attività dello spirito umano.